Creato da afantini il 24/02/2006

Alessandro Fantini

Il Blog dell'artista multimedianico Alessandro Fantini

 

 

Nell'alba dell'estuario - anteprima

Alessandro Fantini
NELL'ALBA DELL'ESTUARIO
(Anteprima)


Disponibili gratuitamente da oggi in formato ebook i primi 6 capitoli del nuovo romanzo di Alessandro Fantini, prossimamente in vendita anche in versione paperback nella sua versione integrale:

http://www.lulu.com/shop/alessandro-fantini/nellalba-dellestuario-anteprima/ebook/product-22242362.html

Non è Carnevale ad Alcandia, eppure da tempo nel cielo della città volteggiano strani coriandoli dei quali nessuno sembra conoscere l’origine o gli effetti sulla salute della popolazione, condannata ad un sorte tutt’altro che festosa. Ne è ignara Smirna, la giovane prostituta di Trebilo che ad Alcandia trascorre una vita votata al lusso e alla dissolutezza più estremi dopo essere diventata la favorita dell’illustre professor Avilo, che la manipola per facilitare la sua scalata al potere nella gerarchia dell'università Tamerlani. Ne è inconsapevole Bastiano, che dopo il divorzio e la perdita del lavoro lascia la città per vivere da eremita in una baracca sulle sponde del fiume Granso, nelle cui acque cominciano presto a pullulare cadaveri senza volto. Ne sono all’oscuro Gregorio e Teresa, due periti chimici che, nel tentativo di fermare le emissioni dell’industria di vernici Painteri, vedranno le loro strade separarsi e riunirsi all’insegna di un mistero dalle proporzioni sempre più sovrumane destinato a crescere dentro e oltre la città, rubando spazio a sentimenti e speranze, fino a consumare la nozione stessa di “umanità”. Al culmine di un impietoso crescendo di corruzione e mutazione di corpi e anime, solo un ultimo superstite troverà il modo di seguire la rotta che lo porterà a rivedere il mare nell’alba dell’estuario.


Dopo il corrosivo neorealismo magico di “Piercing d’autunno” la letteratura distopica s’incrocia con l’horror e la science fiction nel nuovo romanzo di Alessandro Fantini, per dare vita, con la storia di una città in balìa del famelico mito della “crescita”, alla grottesca quanto plausibile allegoria di una civiltà contemporanea lanciata a tutta velocità verso la propria apoteosi autocannibalista.
Tra Cronenberg e Ballard, saggio antropologico, romanzo di formazione e satira di costume, una delirante e irriverente rilettura dell’inizio del 21esimo secolo flagellato da guerre finanziarie, disastri ambientali e giochi di potere del neimperialismo industriale.

 
 
 

Alessandro Fantini e Haruki Murakami

Post n°118 pubblicato il 01 Maggio 2015 da afantini
 

 

AFAN Alessandro Fantini e Haruki Murakami Lo scrittore cult giapponese tra Lynch e Bunuel Alessandro Fantini parla del suo rapporto con lo scrittore Haruki Murakami, autore di "Norwegian wood", romanzo scritto nel 1987 tra Mikonos, Roma, Sicilia e Atene, e letto durante un viaggio d'ottobre a Firenze dove la vicenda di iniziazione alla vita adulta del protagonista Toru passa attraverso la morte, carnale e melanconica come quella della michelangiolesca Notte nel monumento funebre di Giuliano di Lorenzo de Medici. http://video.repubblica.it/rubriche/caccialibro/reptv-news-caccialibro-quello-scrittore-giapponese-cosi-carnale-tra-lynch-e-bu-ntildeuel/199478/198527

 

 
 
 

AMLETO' - La favola "steampunk" dell'incomprensione

Post n°117 pubblicato il 13 Aprile 2015 da afantini
 
Foto di afantini

AMLETO' - La favola "steampunk" dell'incomprensione secondo Sepe

In scena al Teatro La Comunità di Roma da giovedì a domenica 19 Aprile



 È un Amleto collodiano e colloidale sospeso tra la grazia diafana di un Marcel Marceau e la metallica melanconia del soldatino di stagno di Andersen, quello che Giancarlo Sepe fa contorcere, strisciare e boccheggiare negli interni brumosi del parigino Hôtel du Nord, dove la celebre famiglia di Elsinore  si trasferisce, trapiantando il tragico viluppo di brame di potere e amore, follie autentiche e simulate, pulsioni incestuose e suicide, in un frenetico limbo coltivato con l’humus filmico di Marcel Carnè nella zolla teatrale di Jean Cocteau.

L’innesto si rivela decisivo e dirompente sin dalla prima lunga afasica “ouverture”, dove il “teatro off” compie la sua metamorfosi in teatro “pop up”, dichiarando al pubblico la sua vocazione di morbosa favola alla “nouvelle vague” grand-guignolesca, nella quale i personaggi germogliano come anaglifi viventi di un gioco olografico dalla scacchiera del palco, presentando il proprio nome sul recto e la propria indole sul verso di insegne da gotico “tableau vivant”. Ben presto ci si ritrova scaraventati in una fantasmagoria di sapore “steampunk” memore dell’“Industrial Symphony” di Lynch, dove i personaggi si animano in stop-motion in una sequenza di Švankmajer, posseduti da un coreografico raptus venato di furore bellico-erotico, su cui domina l’incedere marziale di un Re Amleto titanico e steroideo che varca la caligine d’artiglieria della guerra al ritmo di un videoclip di Tarsem Singh sulle note minacciose della “Danza dei cavalieri” di Prokofiev. E quando, dopo il lungo preludio eidetico intessuto da partiture di gesti e movenze musicate e musicanti, in cui i primi fonemi di Amleto sono vagiti lanciati da una carrozzina,  i personaggi si stabiliscono a Parigi  e cominciano a vocalizzare un pastiche franco-italico pseudo-infantile, l’ Hôtel du Nord si presenta come una convulsa lanterna magica disseminata di cappi, macchinari e confessionali dai chiaroscuri postribolari, nel quale destrutturare e ricodificare continuamente il testo d’origine nella sintassi ipnagogica di un teatro delle bambole “Bunraku”.

L’Hotel si fa condizione dell’essere fuori del Tempo per meglio rappresentare e riverberare quel ritornante Tempo umano della Storia rintoccato dagli equivoci e le incomprensioni generatori di guerre, omicidi e orge di potere. Così le scene si susseguono come stazioni lisergiche di una profana via Crucis tracciata nell’emulsione sonora delle musiche di Ravel, Aznavour, Faurè: gli orrori nazisti al tempo del governo di Vichy si alternano alle evocazioni della presa della Bastiglia, a decadenti baccanali di famiglia allietati dall’entraineuse Ofelia e una lasciva regina Gertrude  reminiscente della Rampling di “Portiere di Notte”, ai puerili battibecchi tra Laerte e Amleto alle incursioni di Rosencrantz e Guildenstern paludati come sicari nazisti di un action movie, all’omicidio del re per mano di Claudio che tramuta il primo in un tragicomico “revenant” velato, e il secondo in una sorta di gangster da film hard boiled.

Di icone dissacranti e dissacrate è disseminato questo fosfenico “itinerarium mentis in ego”, viaggio nella psiche bizzosa e acerba di un Amleto-Peter Pan incapace di staccarsi dal “volto santo” paterno così come dall’eden uterino del ventre materno, riluttante ad entrare nell’età adulta delle decisioni e dei sentimenti anche quando, di fronte al suicido di Ofelia alla quale non è riuscito ad unirsi nemmeno nella morte, suo unico bambinesco cruccio resta quello di stabilire in quale punto del canale Saint-Martin sia morta. Ma è proprio nella spastica agonia anfibia di Ofelia che, come una creatura sirenide impigliata all’amo invisibile degli inferi, si dibatte e rotola nelle vaschette d’acqua poste ai bordi del palco, che si compie quella rottura della quarta parete, imene meta-teatrale squarciato dagli schizzi rivolti al pubblico mesmerizzato dal caleidoscopio di allegorie sceniche stratificate tra finzione, citazione, storia e satira sociale. Collirio epifanico offerto per lubrificare quegli occhi ormai privi di palpebra spalancati di fronte all’ultima immagine di Amleto che, silhouette in una composizione da espressionismo tedesco, procede verso la luce oltretombale dove i suoi “parenti terribili”, burattinesche “figurae” dell’animo umano, lo attendono nell’oblio che avvolge la Storia da cui tutti sono emersi per tornare “a dormire, morire, o forse sognare…”

Alessandro Fantini ha assistito allo spettacolo del 9 Aprile presso il Teatro La Comunità.

Foto di Alessandro Fantini.

 
 
 

Canti dell'Enema

Post n°116 pubblicato il 28 Febbraio 2015 da afantini
 

 

Costruire un permanente rimedio alla vita è, secondo Houellebecq, la missione più alta del poeta. Attraverso i “Canti dell’Enema” Alessandro Fantini lo delinea a suo modo nella declinazione liricamente spietata di una mistica della parola brandita come un’enteroclisma da introdurre nei più intimi e sordidi orifizi del reale, nel tentativo di snidare dalle deiezioni deliranti delle sue viscere, quel sentimento biologico svalutato dalla costipazione di un ordine economico globale che maciulla e ingerisce aneliti di unicità. Ciascun poema infatti deflagra sulla pagina come un assalto, sferrato a suon di allitterazioni, assonanze, rime interne, corrispondenze metaforiche ed ermetiche carambole di senso, ad un mondo di rigorosa anarchia dove “bisogna entrare nel giro/per evitare d’essere presi in giro” e far sì che alla lunga i desideri non diventino “duroni” sulle “piante dei piedi dai tendini recisi”. Eppure, nonostante il presentimento che “la marea” “non restituirà il chiaro di luna/sopra i tetti sommersi”, a dettare i tempi responsoriali di questo itinerante salmodiare celebrato in atti, ricordi e visioni nel corso dei viaggi compiuti tra New York e Tokyo, Roma e San Pietroburgo, contro “la salma frollata” che ha preso il “posto dell’anima”, resta la melodia nonsensica e salvifica di una “volontà che non muore”, “figlia di una  benedicente maledizione/ che se perdura e non ingiuria/ è perché discende dal sangue più cupo/ che nella carne dei secoli infuria”.

ISBN 9781326220846

Copyright Alessandro Fantini

Edizione Prima edizione

Editore Alessandro Fantini- Lulu

Pubblicato 20 marzo 2015

Lingua Italiano

Pagine 172

http://www.lulu.com/shop/alessandro-fantini/canti-dellenema/paperback/product-22093201.html


 

 

 
 
 

Sottomissione, il manuale dell'opportunismo per il docile nichilista

Post n°114 pubblicato il 26 Gennaio 2015 da afantini
 

 

Come “H. P. Lovecraft: contro il mondo, contro la vita”, la prima opera pubblicata per i tipi di Gallimard nel 1991, poteva considerarsi “de facto” un saggio pseudoletterario con l’andamento di un romanzo, così l’ultimo parto del francese Michel Houellebecq, passato nel giorno della sua pubblicazione sotto il battesimo del fuoco degli attacchi terroristici a “Charlie Hebdo” (scatenando un drammatico groviglio di rimandi ipertestuali tra finzione e realtà sul quale nemmeno lo scrittore, pur spregiudicato nelle sue invenzioni distopiche, avrebbe potuto fantasticare dopo essere stato ironicamente preso di mira nella vignetta di copertina del settimanale satirico), potrebbe definirsi un antiromanzo concepito come sovraccoperta di un lungo saggio, riassumibile in una manciata di concetti tanto intellettualmente dirompenti e grotteschi, quanto condivisibili nella loro radicazione in una spietata analisi antropologica di un secondo, assai meno estetico decadentismo della società occidentale.

Che il protagonista di questa (all’apparenza inedita) storia senza vocazione narrativa possa essere assimilabile o meno allo stesso autore, ad un professore universitario o a un membro dell’intellighenzia francese, è d’altronde ininfluente ai fini della valutazione letteraria. Se lo scrittore solitario di Providence gli era servito come “medium” biobibliografico (quasi alla stregua di quelli ideati da Borges per le sue false monografie d’autore) per descrivere la sua personale visione antiumanistica di un mondo degno solo di un remissivo disprezzo, la figura sfuggente del quarantenne docente di letteratura francese della Sorbona che alterna pacati impulsi suicidali a un’alienata promiscuità sessuale (comune anche ai protagonisti di “Piattaforma” e “Le particelle elementari”) e il cui principio di realtà si regge sull’ossessione verso l’opera di Huysmans, creatore dell’esteta misantropo Des Esseintes, a cui ha dedicato la sua ponderosa tesi di laurea, è l’ennesima variante da “gioco di ruolo” di quell’archetipo umano condannato alla  perdita delle proprie coordinate affettive e identitarie già incarnato dall’artista Jed Martin nel precedente romanzo “La carta e il territorio”. Al successo planetario dell’arte di Jed e alla  progressiva autoesclusione dalla stessa società che quel trionfo aveva decretato, si sovrappone adesso in “Sottomissione” un percorso inverso che sembra applicare alla lettera con una efficacia simbolica dal retrogusto satirico il titolo stesso del romanzo più famoso di Huysmans, quell’ “À rebours”, “A ritroso” che è, proprio come questa nuova fatica di Houellebecq, un romanzo intenzionalmente mancato il cui fascino precipue consiste nello sfoggio stilistico-concettuale col quale ne viene giustificata, dalla prima all’ultima pagina, la sarcastica ragion d’essere. Perché infatti, replicando con un’astuzia citazionistica che ha più dell’irriverenza del lettore esacerbato che della riverenza del fine conoscitore, il processo di rieducazione “spirituale” di Huysmans che nel 1892, in una sorta di rivelazione ricevuta nell’abbazia di Notre Dame d’Igny avrebbe abdicato all’ateismo per abbracciare, più che altro nel suo formalismo rituale, la fede cristiana, il nostro professore si lascia guidare, senza particolari macerazioni interiori o dilaceranti travagli morali, verso l’accettazione del nuovo status quo che, alla salita al potere in Francia dell’islamista moderato Ben Abbes, nell’arco di pochi mesi scompagina e ridisegna l’intero assetto, culturale ancor prima che politico, di un’Europa ormai stremata da un  sistema cristiano-capitalistico incapace di autoperpetuarsi. Non di un islamismo radicale e fanatico si fa tuttavia promotore il fittizio neopresidente devoto lettore delle sure del Corano, dal momento che il suo programma di islamizzazione si esplica attraverso la preservazione delle istituzioni esistenti, cattoliche e non, trasfigurate da un codice etico che impone l’adozione della poligamia e l’esclusione delle donne dal mondo del lavoro.

Una volta pensionato in anticipo con un sostanzioso vitalizio e la riserva di poter rientrare con tutti gli onori nella gerarchia universitaria a patto di affrontare il rito di conversione, il professore si ritrova per oltre la metà del libro a soppesare con erudita ponderazione i pro e i contro dell’entrare a far parte di un nuovo ordine politico che promette di riunificare, sotto l’egida di questo novello Khomeini Bonapartizzato, tutte le nazioni di fede islamica in una riedizione, estesa a tutta l’Europa, dell’Impero Ottomano. Pur mediata dalla disincantata e a volte deumanizzante visuale del professore, l’incongruo scenario di una Francia del prossimo decennio che si arrende con estrema tranquillità, anzi si “sottomette”, ad una repubblica islamica a lungo germogliata nel suo grembo, riesce del tutto verosimile alla luce delle argomentazioni sviscerate nelle colte conversazioni con i professori convertiti (tratteggiati come caricature dell’ipocrita intellettuale “engagé”). In fondo quello che viene tracciata tra queste pagine è una sobria rilettura nietzschiana di un Islam che propugna un’equilibrata diseguaglianza fondata sulla ricchezza di stampo oligarchico, nonchè sul predominio di una élite intellettuale deputata per questo a tramandare i migliori rami genetici grazie a nuclei famigliari composti, con l’intermediazione di esperte mezzane, da un numero massimo di quattro mogli, permettendo anche ai più disadattati dei professori di scoprire le gioie della vita coniugale. Scongiurata è quindi la vita di angosce, lotte e fallimentari tensioni sessuali che caratterizzavano l’uggiosa esistenza dei personaggi di “Estensione del dominio della lotta”: rimosse le tentazioni erotiche alla base della competizione tra maschi alfa e beta, il professore giunge alla conclusione che la prospettiva di una vita sessuale regolata da una disciplinata promiscuità sia preferibile a quella sregolata,  emotivamente e letteralmente sterile, condotta con le meretrici contattate via internet.

Così l’abdicazione alla libertà e all’individualismo a tutti i costi professati dal neoliberismo sfrenato viene ripudiato come il vetusto cascame di una civiltà finita nel tritacarne di feroci conflitti economici, incapace d’iniettare fiducia nel presente o nel futuro una volta polverizzate nei fatti le idee di nazione, stato, famiglia, lavoro, sminuzzati dalla legge della prevaricazione delle lobbies e dei gruppi bancari che non si peritano di fare strame delle masse per soddisfare il piacere suicidale del profitto e del dominio. Di questa civiltà, come il carapace incrostato di gemme per volere di Des Esseintes che finisce con lo schiacciare la testuggine, resta solo la gloria dell’arte forgiata nel corso dei secoli. Alla fine, alla figura di Huysmans che nonostante la nuova vita da oblato benedettino continuava a concedersi prese di tabacco e i manicaretti della domestica, al quale il professore dedicherà un ultimo testo critico scritto come prefazione di una riedizione dell’opera completa, viene contrapposta in chiave esemplificativa Dominique Aury, l’autrice che sotto lo pseudonimo di Pauline Reage aveva imbastito il più geometrico e assolutizzante dei rapporti di sottomissione esposti in letteratura nel romanzo erotico “Histoire d’O”. “C’è un rapporto tra la sottomissione della donna all’uomo come la descrive Histoire d’O” osserva Rediger, nuovo rettore della Sorbona “e la sottomissione dell’uomo a Dio come la contempla l’Islam (…) l’Islam accetta il mondo, e lo accetta nella sua integrità. Accetta il mondo così com’è, per dirla con Nietzsche”.

E seppure in superficie il romanzo tenda a presentarsi come l’apologia fantapolitica di un  funzionalismo sociale che solo la rinuncia all’autodeterminazione e la negazione del centralismo umanistico potrebbero ancora garantire, esso nasconde nelle viscere quella che, dopo “American Psycho” di Bret Easton Ellis e “Fight Club” di Chuck Palahniuk, appare forse come la più clinica e tragicomica presa d’atto dell’agonia terminale di un sistema, orfano di fulcri  valoriali, già da tempo collassato in un Big Bang silenzioso di cui la crisi contemporanea non è che l’eco prolungata dall’onanismo finanziario.

 

 
 
 
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