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(non centra una cippa, ma è un omaggio x la calabrisella preferita)
TODO MODO
E’ un libro che ha suscitato forti polemiche tra gli intellettuali, con Sciascia che fa i conti con la dimensione del sacro e la politica DC. Sciascia è polemista, con l’attacco polemico contro le istituzioni. Vi è un processo contro i corrotti democristiani, nell’eremo di Don Gaetano.
Per gli elementi paratestuali, Todo Modo è un’espressione spagnola, tratta dagli “Insegnamenti spirituali” di Loyola, capo dei gesuiti. Significa: in tutti i modi utili per fare la volontà divina ma Sciascia la usa per dire che la volontà è in realtà quella losca del potere, adattando la situazione al contesto siciliano e alla mafia. L’immagine di copertina è un quadro del 1620 di Rutilio Manetti, che dipinge le tentazioni di Sant’Antonio Abate che legge e al quale il diavolo porge gli occhiali come tentazione. Nell’opera il tentato è un laico-razionalista da Don Gaetano, metaforicamente il diavolo occhialuto, con il pittore protagonista come proiezione dell’autore. E’ innominabile e si racconta in prima persona, esponendosi alla seduzione del sacro.
Sciascia s’imbatté casualmente in una copia del quadro, dopo una visita al pittore Fabrizio Clerici. Tra il 1970-74 due eventi ispirano il libro. Il primo è la partecipazione a un convegno sulla speranza (spesso disperazione nel libro) mentre il secondo input è il soggiorno in un albergo di salesiani a Zafferano Etnea, dove assiste agli esercizi spirituali dei politici DC, in particolare la preghiera peripatetica, con il recitare il Rosario camminando sul piazzale antistante l’albergo.
Todo Modo segue una linea di gialli iniziati con “Il Giorno della civetta”.
E’ un libro di ascetica, dove dietro la facciata di spiritualità si cala una sostanza di materialismo e edonismo del potere occulto.
Tutti i libri di Sciascia mostrano nel frontespizio degli epigrafi e ve ne sono due con la logica dell’ossimoro, con campi semantici di segno opposto.
Dionigi Aeropagita distingue tra teologia positiva e negativa (dove si può conoscere Dio). Non è possibile sapere cos’è Dio ma solo cosa non è, poiché non è un ente finito, ma è ineffabile e indicibile, come un piano di non soluzione del giallo. Bisogna seguire la linea di Dionigi nel giallo anomalo, con il finale misterioso e avvolto nelle ipotesi.
Il Dio di Dionigi resta senza volto e modo, come i colpevoli del libro e il pittore porta la teologia a essere funzionale con il giallo.
Cita Casanova con San Clemente d’Alessandra in un malizioso contatto e possiamo vedere la bibliografia di Mattia Pascal, che aveva come superiore Don Eugenio Pellegrinotto, nella chiesa sconsacrata adibita a biblioteca. L’accoppiamento, già usato in Pirandello, porta a usare la teologia in modo ironico e non rigido, con l’inclusione di essa all’interno di gioco e divertimento, in un libro saggistico di idee.
Nel “Pasticciaccio…” di Gadda si presenta Ciccio Ingravallo e le sue tecniche investigative. L’investigazione è metafora del rapporto di conoscenza e l’impossibilità di risolvere i casi è impotenza di conoscere in tutta la sua complessità. In Sciascia le cose si danno diversamente, con l’identificazione del mancato colpevole che si trasferisce sull’attualità politica. Gli autori del genere poliziesco sono tentati dalla parodia e vi è una non ubbidienza alla vita civile-politica italiana, con fatti ingegnosi senza soluzione.
Il libro si apre e si chiude con una citazione. All’inizio vi è quella di Giacomo De Benedetti in un saggio pirandelliano del 1937 e si chiude con Gilde nei “Sotterranei del Vaticano”. Lo scontro fra i protagonisti sarà un duello di citazioni, e De Benedetti cita un critico di Kant, che formula la definizione di universo, come una catena sospesa da un atto di libertà. Agisce un’altra coppia di opposti, di un mondo senza musica (mondo necessità) e l’infinita possibilità dell’uomo solo (atto di libertà kantiana). Il mondo senza musica è sordo, non autentico dei portatori di maschera. Si contrappone l’uomo solo, nel suo candore senza maschera, come Gengè Moscarda.
Il pittore è presentato come un lettore colto, che legge le critiche pirandelliane e vive negli stessi luoghi. Sciascia dice di essersi svincolato dalla catena della casualità per trovarsi come uomo solo, sul punto di compiere un atto di libertà. Voleva recuperare la condizione di uomo solo della creatura di Pirandello. Il pittore prova la libertà ma con inquietudine per questa nuova fase dove si fanno scelte. Il pittore ha la nevrosi da trinità, di un tema biologico con il pittore sedotto dal sacro. E’ quasi in vacanza e giunge a sbattere contro l’eremo di Zafer 3, con richiamo a Borges nel scegliere le strade e, dunque, mete diverse, o ad Ariosto con i cavalieri della selva.
Secondo alcuni, vi è intertestualità e retorica vera e propria. La strategia della citazione è come in Tm un sintagma del libro di Loyola. Il linguaggio diventa più ricco e ambiguo, con intertestualità esasperata a mettere definitivamente in crisi la politica realistica della letteratura. Costruendo una gabbia di citazioni porta il testo a essere auto-referenziale, per nutrirsi di se stesso e non di realtà (meta-letteratura). «Ho sposato consapevolmente la poetica del riscrivere» con Borges modello per l’arte della citazione dei testi altrui.
In Todo Modo si crea un piano parallelo rispetto al giallo, con le soluzioni che si trovano in letteratura. Il pittore in vacanza si reca nell’eremo riadattato, dove la cappella è rimasta incorporata per la messa. Alla prova principale si accompagnano altri indizi, e il tema della memoria infantile accomuna i sue protagonisti. Vi sono anche cinque donne alloggiati (amanti dei politici) e il pittore fa il voyeur mentre si abbronzano, tentato dall’avventura erotica. Il pittore si accomuna, negli istinti, al prete che proclama castità.
Vi è l’attenzione per la pittura, con le donne nella radura a richiamare un quadro di Rambaud. Il portiere, invece, leggeva Linus, quasi una provocazione intellettuale a ridosso dell’epigrafe.
Don Gaetano è ambiguo: è paterno ma anche freddo e discostante. E’ doppio così come il pittore tra razionalismo e religione, in un tema praticato anche da Pirandello e Borges. Don Gaetano riconosce la bruttezza dell’albergo e si scaglia contro l’impostura degli architetti, mentre un ministro si soffermerà su questo. L’identità del pittore è importante, è famoso apparso in tv: secondo le fonti sarebbe Guttuso, ma lo stesso è citato nel libro.
In quegli anni, Sciascia scrive un saggio su di lui, presentandolo come nel romanzo. Si parla di disperazione in Tm, mentre in “Cruciverba” di angoscia. Guttuso è angosciato perché non vuole soccombere sotto la ricchezza, schiavo delle leggi di mercato e la fuga del pittore è per stress da successo.
Il paragone è con Mastro Don Gesualdo che paga lo scotto sul piano umano. Vi è l’importanza della vista come campo semantico, e si consuma nel vedere le donne e gli ospiti con il cuoco, e il teatro non è estraneo richiamando ai “Sei personaggi in cerca d’autore”.
Il pittore ha conosciuto due tipi di preti: ignoranti e colti, e per trovare l’equivalente di Don Gateano bisogna tornare ai cardinali. Gli ignoranti rappresentano l’intolleranza, bersaglio polemico dell’illuminismo. La persona colta attrae per la saggezza accumulata, e Sciascia conobbe questi. Nel libro si ammira la vasta cultura di Don Gaetano, anche se la chiesa ha tradito gli insegnamenti del Vangelo. Nel libro-inchiesta “Dalla parte degli infedeli” ci si dedica al vescovo Ficarra di Patti che non aveva sostenuto la DC alle elezioni del 1948: il singolo prete si distingue dalle istituzioni.
«Si è cristiani come atei: sempre imperfettamente». Sciascia era anti-clericale ma non totalmente laico, allegando la testimonianza di Green e vi sono opposizioni che marcano lo scetticismo antico, dove non vi sono mai certezze. Un’altra testimonianza di laicismo religioso è «amando la verità si vive religiosamente», con Sciascia che non è liquidato come totalmente laico, e l’inquietudine spirituale lo porta un po’ verso la religione. Anche la persona più atea avrà la sua crisi, ma la chiesa frenava il progresso.
Si fa riferimento al suicidio di Catone di Ticenzo, per coscienza morale, non sottostando a Giulio Cesare. Si scarta, però, il possibile suicidio di Don Gaetano. Il pittore è cattivo miscredente che vuole sorprendere il cattolico, e non aggiunge nulla di nuovo all’ateismo, ed è quasi una spia, con il quadrato mistico nella preghiera peripatetica a fare un rimando militare, con scontro armato metaforico religione - ateismo, come sull’onta dell’antica Roma.
Tre sono le conversazioni basilari. Nella prima si parla del quadro sulla “crocifissione” di Guttuso, con i protagonisti nudi e vi è la ripresa su una frase per l’essere comunisti, detta da Croce, usata in chiave parodistica e adattata all’esigenza del momento. Sciascia con la frase attribuisce una sua convinzione a Don Gaetano, stigmatizzando un atteggiamento della vita politica conformista con forza profetica. Ambroise osserva che in Sciascia contano la passione di Cristo (che si ripete inutilmente) e la rivoluzione francese (irripetibile) e l’opera è una mistificazione delle due cose.
Il secondo argomento è la restaurazione del diavolo, operata sotto il pontificato di Paolo VI con ripresa dei temi teologici in “Nero su nero”. Il discorso cade su Pio II, al trono nel 1400, con Don Gaetano a incentrare su di lui il primo discorso agli ospiti. Il papa cambia nome ed è doppio e si falsifica, così come Don Gaetano falsifica il suo essere davanti al pittore.
Vi è una sorta di metamorfosi con Pio II (Enea Piccolomini) come narcisista e avventuriero, a tradire chi lo aveva votato al conclave, compromesso dalla sua passione terriera. Anche Don Gaetano, nella sua doppiezza diabolica, si fa emulo di Pio II, che scrive i commentari come autobiografia e non è candidato di certo alla santità. Si passa, poi, dal sacro al profano, con l’argomento del sesso, e si dice che il modo migliore è di andare a puttane e si contrappone con lo stile di vita dei protagonisti, con il pittore dalla complicata vita sentimentale. Vi è anche la diagnosi del dongiovannismo che preferisce lo stesso gioco seguendo un ideale di donna, con diagnosi brancatiano con il playboy che rimbambisce come in “Paolo il caldo”.
Altro tema è la preghiera peripatetica, dove ci si mette nel quadrato, spostandosi dalla soglia dell’albergo al margine del bosco al buio.
Il quadrato mistico degli ornanti è descritto diaresticamente dal pittore, come un romanzo di crisi spirituale.
La fame è figurata e vi è una interpretazione cifrata dietro la facciata dello spiritualismo, e scatta con contrappeso come in Dante, dove i potenti sono precipitati in una frana di cibi decomposti, con la morte per espiare.
Si parla anche della dantesca bolgia dei ladri, e il peccato che scontano è l’appropriazione indebita dei finanziamenti del partito, con gli assegni di Michelozzi. Il pittore rimane in albergo affascinato dalla scena del Rosario, oltre la mistificazione, segna la distinzione preti buoni/cattivi.
Vi è un altro riferimento con la “zattera della medusa” di Gelico, dove si ricorre al cannibalismo, ed è metafora di una chiesa che annaspa nel naufragio. Don Gaetano fa proprie alcune parole di Sciascia per la medusa, ma non bisogna togliere la dimensione della speranza cristiana, che può accordarsi al discorso della morte e alla fine del mondo.
Michelozzi ha pari cultura con Don Gaetano, e mettendo in relazione i padri della chiesa ci ritroviamo in Borges, dove si mostra che la letteratura universale si presenta con una fondamentale sincronia, e anche autori del passato sono messi in relazione con autori della modernità in una bibliografia senza tempo o fuori dal tempo.
La morte di Michelozzi avviene nel Rosario e assistono il pittore e il cuoco, che ipotizza un colpo sparato da vicino. Il pittore ricorda le preghiere di una volta e assume il ruolo di detective privato, affiancandosi a Scalambri, con parodia del giallo e romanzo gotico e si accenderanno tutte le luci, con la pagina che richiama il noir e la narrativa gotica in chiave parodistica, con richiamo al giardino sofferente di Leopardi, con gechi e mosche che ci riportano alle “Favole della dittatura”.
Scalambri incomincia l’interrogatorio nel quadrato mistico e interviene il pittore, riconoscendo il modo infruttuoso del giudice e pensa che debba essere ricostruito come in quella sera, anche per dimostrare che il colpo non veniva dal bosco, mentre l’avvocato Voltrano ha l’impressione di un infiltrato tra lui, Michelozzi e Don Gaetano. Sembra che Sciascia abbia scritto una suggestione della filosofia greca, con il krimenon come pilastro della fisica, con la deviazione degli atomi, come la libertà del volere umano nel cambiare le fila al quadrato. Il krimenon si trova anche con l’influenza di Pirandello, al contrario del “latino” Scalambri che traduceva Cicerone e Lucrezio.
Gli atomi si sottopongono a forze imprevedibili e la dinamica porta allo scompiglio del quadrato come se la catena degli oranti aprisse un anello (rif. Montale in “Satura”). Todo Modo è relazione con “Luciano e le sue fedi”, con Luciano testimone dei primi anni di vita cristiana ed è critico nei limiti posti dal Vangelo, con l’anello degli oranti che non tiene come il cristianesimo.
Il pittore e il commissario parlano di un Don Gaetano che sa qualcosa, con la presunzione di credere che l’altro la pensi in ugual modo, con intolleranza verso gli altri. Il commissario proporrà la decapitazione di Don Gaetano dalla classe dirigente e il pittore è tentato dalla soluzione giacobina. Sciascia dà l’immagine di un cultore del diritto ispirato a Voltaire e lo vediamo sotto altra luce, con sete di radicale giustizia, come il prefetto Mori che debella la mafia con metodi poco ortodossi. La classe politica espiava la colpa come la bolgia dei ladri danteschi, e l’eremo è paragonato al canestro di vipere (i ladri vi si trasformarono in Dante). Gli ospiti di Zafer sono ladri e falsari di loro stessi ed è questo il torto che Sciascia rimprovera alla politica.
Il prete mostra totale sfiducia nel linguaggio e nelle parole separative con l’abitudine del parlante di separare i campi semantici. Vuol fare intendere che tutte le differenze si perdono (“Tutte le vacche sono grigie”) e pensa che tra Pascal e Voltaire non vi siano differenze. Voltaire è critico verso la chiesa cattolica, mentre Pascal, da giansenista rigoroso, è agli antipodi. Il diavolo è chi sottilizza, e Don Gaetano è diabolico nell’assimilare. Quando dice che non sono comunisti vuole assimilarli alla DC, senza distinzione credenti / non credenti. Il male di Don Gaetano è nel voler eliminare le differenze e ritorna Montale, perché il bersaglio fu l’ossimoro permanente. Ai tempi di Todo Modo inizia a emergere l’idea del “compromesso storico” e Don Gaetano diventa trascrizione metaforica della polemica politica di Sciascia.
Arriva il secondo delitto, con Voltrano trovato in cortile, con l’idea che sia stato ucciso dal killer di Michelozzi, che Voltrano forse ricattava, mentre Don Gaetano non ha un alibi. Il prete usa il Vangelo in modo strategico, usando la parola della pagliuzza per andare all’Odissea con la trave di Polifemo, con un tipo di richiamo borghesiano per il modo in cui dialogano le due opere e come si trattano i padri della chiesa.
Si trova la citazione dei 10 anni, con le potenzialità del bambino che possono rimanere irrealizzate o concretarsi in attitudini. La giovinezza è attraente per l’indeterminatezza e sugli anni oscuri di Gesù non vi sono documenti ufficiali e questo interessa don Gaetano, con Dio avvolto nel mistero.
Si attiva il suggerimento dell’epigrafe di Dionigi e nella caligine vi è il mistero, con Dio che si nasconde, a ritrovarsi nei giansenisti. La documentazione sul giovane Gesù si trova solo nei vangeli apocrifi ed è una metafora meta discorsiva per il lavoro di Sciascia sui libri di inchiesta, dove gli piace indagare su fatti rari o lacunosi.
Sciascia si scusa nell’opera per aver ripreso tardi il tema degli occhiali, con le implicazioni contro l’oscurantismo. Nel scrivere Todo Modo pensa alla “Scomparsa di Majorana” con riferimento al cosmico di Pascal. Gli occhiali inquietano e si cita anche un episodio napoletano, con una bimba povera che, con gli occhiali, vede lo schifo intorno a sé. Alla base vi sono ragioni leopardiane, con il correlativo nella ragione con gli occhiali che uccidono sogni e illusioni. Leopardi scopre e mette a nudo l’animo vero e anche Brancati amava Leopardi con l’episodio del miope Trampolino.
La riscrittura in Todo Modo è nel citare un altro autore, non semplicemente riportato ma adattato in un nuovo contesto.
Per Don Gaetano tutti i testi si possono riscrivere tranne Candide (Sciascia lo sconfiggerà con “Candido” anni dopo) e il prete regala al pittore il pittore il “Libro dei pensieri” di Pascal, con i giansenisti che impostano a modo loro la tesi della grazia che, al contrario delle buone azioni,vale per la salvezza. Lascia aperta la pagina con il punto 460 per seguire la causa di conversione del pittore, ricordando una scena di Sant’Agostino, folgorato da una lettura della Bibbia, dopo aver sentito una voce.
Il pittore disegna un nudo a Scalambri senza ispirazione (a piedi freddi) come una sorta di reticenza e sembra di essere alla soluzione, come nella lettera rubata di Poe (sottratta alla regina da un ministro) e l’espediente è sfruttato prima della sua confessione non creduta.
Il lettore si accorge dell’ellissi temporale tra il pranzo e il pomeriggio inoltrato, con un passaggio oscuro della trama e un tassello mancante nel lettore. Il pittore si libera di un peso e disegna il Cristo promesso a Don Gaetano, fatto non in piena luce ma ombreggiato, come una “divinità in incognito” di Montale. Il cadavere del prete si trova vicino al bosco, a gambe aperte come una marionetta, e con le calze bianche di lana, sintomo di piedi freddi, dunque, di poca ispirazione cristiana, di un prete falso, ucciso per questo.
Se il terzo omicidio è realizzato dal pittore, gli altri due sono opera del prete come mandante ed esecutore. La colpevolezza del pittore si mostra nell’affermare che non gli faceva impressione nel rivederlo morto e si riappropria della sua laicità, volendone sapere più del prete per essere valido interlocutore. Mostra di resistere alle tentazioni, anche lasciando nell’albergo il Cristo disegnato e il “Libro dei pensieri”.
Il procuratore Scalambri fa sgomberare l’albergo e vi è una citazione dai “10 piccoli indiani” di Agatha Crhistie, e l’ipotesi è di un assassino che abbia eluso la sorveglianza, mentre il pittore si confesserà tra il serio e lo scherzoso, con una definizione candida.
Il candore (dire la verità nuda e cruda) e l’invisibilità dell’evidenza rappresentano due categorie per arrivare alla “Lettera rubata”. Scalambri dirà al pittore che gli manca il movente ed è quasi un omicidio-suicidio: il pittore uccide Don Gaetano e uccide la sua identità compromessa religiosamente.
Si torna a Pirandello con la simulazione del suicidio di Adriano Meis, con un omicidio doppio. Scalambri non è all’altezza e non arriva a capire che la soluzione si trova in letteratura. E’ smentito dal testo di Gilde, a chiudere il romanzo, dove vi è il tema del delitto gratuito che si commette senza ragione. In Gilde il protagonista Antim da massone laico si converte, mentre Yums è cattolico. Dopo il delitto gratuito, rinnega la conversione e torna ateo (come il pittore) e se da cattolico cammina, ritornando ateo torna a zoppicare.
Don Gaetano è laicamente zoppo, e anche Brancati zoppica, ma ha un significato simbolico, con l’incedere opposto alle marce fasciste.
Sciascia critica i gialli degenerati, dove l’investigatore è spesso giustiziere, con violenza e volgarità. Il giallo doveva essere riposo intellettuale e ne trova interpretazione cristiana (il 1° giallo è nella Bibbia) e gradisce gli investigatori che vanno al cuore degli uomini.
Sciascia parla di un giallo teologico che presenti la contrapposizione bene/male come in padre Brown, con il peccato come mistero, e il colpevole giudicato anche sul piano morale. La teologia è inserita nel romanzo poliziesco, come in Todo Modo, e coglie analogie tra Padre Brown e Maigret, come già affermato in Bufalito, con una trama poliziesca per illuminare.
Gli investigatori di Sciascia possono fallire il loro lavoro, ma avranno pregi morali (alla Don Chisciotte).
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Inviato da: oliverio flavia
il 09/05/2012 alle 12:01
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