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« Capitolo uno. Tempo ...Capitolo tre. Luve. »

Capitolo due. Xoor.

Post n°4 pubblicato il 16 Febbraio 2007 da Mille_Piede
 

  


Scritto da
reduced_noise.


immagine


Quello vestiva una pelle di tangàko, la cui mascella gli arrivava poco sopra gli occhi. Le corna erano pitturate di giallo. Koku immaginò che fosse uno Xoor. Nessuno del suo villaggio li aveva mai visti. Ne parlavano le nonne ai bambini, cui dicevano di essi che vivevano molto lontano, oltre i monti della Cona-Aqa. Raccontavano di quando erano scesi fin qui, durante un inverno di più di settantasette stagioni prima, quando la neve non c'era stata, e le valli ed i passi tra i monti erano rimasti transitabili. E di quanto era stato difficile scacciarli. E di quante perdite, delle quali nulla si diceva se non che erano state grandi. Contro di essi pareva fosse impossibile battersi alla pari.

Dietro lo Xoor, vicino ai primi alberi del bosco, Laika era rimasta immobile e muta, dopo quell'urlo di terrore. Aveva visto quell'uomo spaventoso mentre tornava dalla raccolta di lencài. Ne aveva il cesto pieno. Koku guardò lei, e guardò lo Xoor. Si chinò per raccogliere un sasso, ma subito una lancia gli sfiorò la mano. Rialzandosi lesto, riuscì a scansarne altre due per un soffio. Guardò l'uomo, che stava all'altra estremità del piccolo campo, e che aveva ancora con sé, di nuovo, sette lance. Koku scartò di lato con uno scatto, per girargli attorno. Ma quello gli si fece contro urlando, così che lo costrinse a fuggire. Non lo seguì per più che pochi passi.

Koku tornò al villaggio solo e sconsolato. Laika era perduta. Non ce l'avrebbe mai fatta, a sconfiggere lo Xoor. Gli altri lo guardavano e non dicevano niente. Nessuno aveva il coraggio di sentirsi dire che uno Xoor era apparso da quelle parti per davvero. Preferivano non sapere. Preferivano non domandare. Malgrado la situazione, però, quella notte egli dormì profondamente.

Il giorno seguente, senza pensare troppo a che faceva, tornò di soppiatto vicino al punto di quel brutto incontro. Da lontano vide. Lo Xoor aveva quattro grossi cani inquieti, legati ad un albero vicino alla propria tenda. Aveva catturato un manguièro. Laika era sua prigioniera, e cuoceva su uno spiedo quel manguièro per lui ed i cani. Lui invece, steso in terra, fumava da un lungo tubo ed ogni tanto buttava, sul fuoco di cottura, una polvere che produceva una fiammata rossa, ed il cui fumo investiva lei. Lei aveva lo sguardo vitreo e Koku, guardandola, ebbe voglia di piangere. Forse non appena le nubi che nascondevano le cime delle montagne si sarebbero diradate, essi sarebbero ripartiti per il lontano paese sempre innevato, si diceva, degli Xoor. E lui non l'avrebbe rivista mai più. Avrebbe dovuto cercarsi un'altra compagna.

Eppure non riusciva a mettersi il cuore in pace. Tornò al villaggio e cominciò ad arrovellarsi al pensiero di cosa fare. Decise di andare a parlare con quel vecchio che gli aveva insegnato a conoscere il tempo, il quale viveva solitario, a trecento bàttite lontano. Il vecchio gli disse che non c'era consiglio che potesse dargli, poiché era Koku che voleva Laika, e non il vecchio. Solo come una curiosità, mentre Koku gli descriveva l'accampamento dello Xoor, gli suggerì che forse quello aveva usato un'esca per catturare il manguièro. Un certo impasto di mokòn, che attirava questi animali anche da molto lontano. Di ritorno dal campo del vecchio, Koku non aveva ancora idea di che fare, ma qualcosa era scattato in lui, e lo scoramento per la perdita di Laika aveva lasciato il posto alla determinazione di tentare qualcosa, comunque.

Al mattino successivo si recò in prossimità della radura della Pâtma, vicino ai primi alberi del bosco, ad un mezzo cammino dall'accampamento dello Xoor, verso ponente. Preparò dei grumi con impasto di mokòn, avendo cura di rivoltare prima la terra sulla quale li poneva, così che il tutto odorasse ancora più forte. Disponendo quei grumi in un percorso, si spinse fino ad alcune bàttite da dove Laika era tenuta prigioniera. Poi si nascose ed attese. Arrivarono due manguièri, che si misero a leccare il mokòn, ormai indurito. Poi ne arrivò un altro. Da lontano, i cani sentirono l'odore di quelle bestie selvatiche, e presero ad abbaiare. Dalla loro inquietudine, lo Xoor avrebbe indovinato la presenza della selvaggina, e si sarebbe diretto verso il luogo in cui si trovavano quei suini. Koku sentì i cani andare nella direzione che aveva previsto, mentre lui attraversava il bosco dov'esso era più fitto. Lui andava nella direzione opposta, verso l'accampamento.

Arrivato lì, trovò Laika seduta ed immobile. Le si avvicinò, e le pose i palmi delle mani sulle guance. Lei allora alzò lo sguardo verso di lui, ma lo guardò come se egli fosse stato trasparente. Era sicuramente sotto l'effetto di un qualche incantesimo. «Vieni, andiamocene via da qui». Cercò di convincerla a muoversi da lì. La cinse per la vita con un braccio, e riuscì ad indurla ad alzarsi. Fosse stato un grande uomo, un principe, sarebbe riuscito a sciogliere l'incantesimo con un tocco, con un bacio. Ma era solo un povero villano, giovane ed inesperto.

Mentre erano così, in piedi, lei lo sorprese con un «perché?», ed aggiunse «tu mi vuoi rapire». «Laika! Io sono Koku! È lo Xoor che ti vuole rapire, non io...», ma ella gli rispose «io non ho paura... tu vuoi portarmi via». Koku non sapeva più che fare. Certo, che voleva portarla via, come diceva lei, ma per salvarla dallo Xoor. Di fronte alle argomentazioni di lei, però, cosa valevano le sue? «Lo Xoor ti porterà nel suo paese, nel freddo e nella neve». «Io voglio il sole», rispose Laika, e lo guardò in modo diverso da prima. «Se mi porti nel sole, là non ci seguirà».




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