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Un blog creato da maurizioalessandro il 29/12/2007

Il fiore dell'agave

“Fiorisce una volta ogni dieci anni, dicono, e poi muore subito. Vorrà pur significare qualcosa che sia capitato a noi di vederla così.”

 
 

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Scrittori veneti in piazza a Treviso per la giornata della memoria

Sono undici scrittori contemporanei, quasi tutti tra i 40 e i 50 anni, accomunati dalla terra di origine: il Nordest. Si ritroveranno sabato prossimo 26 gennaio 2008 alle 17 in piazza dei Signori per dare vita ad un reading antirazzista. Con l’attore Marco Paolini, Gianfranco Bettin, Tiziano Scarpa, Vitaliano Trevisan, Romolo Bugaro, Alberto Fassina, Marco Franzoso, Giulio Mozzi, Gian Mario Villalta, Mauro Covacich, Ferrucci.
La notizia è su L'espresso del 24 gennaio 2008.
Un pugno al cuore leghista di Treviso che non mancherà di suscitare reazioni e discussioni. Il razzismo  de noantri esiste, insieme ai nostri miti e alle nostre frustrazioni, ma nessuno scrittore è stato finora capace di parlarne veramente dal di dentro.
Andiamo a Treviso per dire no alla "nostra" bonaria e cialtronesca intolleranza. Ma andiamo anche a chiedere agli scrittori di dar voce a quella "complessità" del Nordest su cui, purtroppo, si discute tanto ma si scrive (e si conosce) poco.

 
 
 

Daniel Barenboim, La musica sveglia il tempo, Feltrinelli, 2007

Post n°3 pubblicato il 14 Gennaio 2008 da maurizioalessandro
 

Immagine di La musica sveglia il tempo

Musica e democrazia

"L’educazione all’ascolto forse è molto più importante di quello che possiamo immaginare, non solo per lo sviluppo di ogni individuo, ma anche per il funzionamento della società nel suo complesso, e quindi anche dei governi. Il talento musicale, la comprensione della musica e l’intelligenza uditiva sono aree spesso separate dal resto della vita umana, confinate nella funzione di intrattenimento o nel regno esoterico dell’arte d’élite. L’abilità di ascoltare diverse voci insieme cogliendo l’esposizione di ciascuna di esse separatamente, la capacità di ricordare un tema che fece la sua prima comparsa per poi subire un lungo processo di trasformazione, e che ora ricompare in una luce differente, e infine la competenza uditiva necessaria per riconoscere le variazioni geometriche del soggetto di una fuga sono tutte qualità che accrescono la comprensione. Forse l’effetto cumulativo di tali capacità e competenze potrebbe formare esseri umani più adatti ad ascoltare e a comprendere punti di vista diversi fra loro, esseri umani più abili nel valutare il proprio posto nella società e nella storia, esseri umani più pronti a cogliere non le differenze fra loro ma le somiglianze fra tutti." (pag. 45)
Da questo si capisce che la musica non solo è "democratica", ma è un modello di formazione umana e di azione politica.
Lo dice Barenboim, ebreo fuggito dalla Germania nazista, rifugiatosi in Argentina e poi in Israele. Fondatore di un progetto musicale altamente formativo, umanitario e democratico: La West-eastern Divan orchestra, comprendente musicisti israeliani e palestinesi provenienti da tutto il Medioriente.
L'accettazione del punto di vista dell'altro è implicita nel fatto che in un'orchestra gli strumenti inevitabilmente dialogano tra loro, come nella melodia un suono non esiste per sè ma in rapporto agli altri suoni e alla musica in generale.
Questa idea è illuminante sia per quanto riguarda l'interpretazione di un brano o dell'opera di un certo musicista, sia nell'affrontare il problema extra-musicale che più sta a cuore a Barenboim: il conflitto tra Israele e Palestina.
La musica di Mozart "è un vero e proprio modello di vita democratica: ogni elemento vi viene integrato. La voce principale e la voce secondaria hanno sempre entrambe qualcosa da dire. Nelle sonate per pianoforte, per esempio, non esiste un solo momento in cui la mano destra suoni la melodia mentre la sinistra si limita a fare du-di-da-di-du-di. In Mozart c'è sempre un interlocutore, un commento, un "tu". (p. 143)
Anche nel conflitto israelo-palestinese, se il dialogo fosse concepito come "una grande opera musicale", i due popoli comprenderebbero "non solo il proprio racconto, ma anche l'esperienza umana dell'altro" (p. 116). I due interlocutori si trovano nella stessa relazione esistente tra il soggetto e il contro-soggetto di una fuga. "Senza il controsoggetto, non c'è fuga. Né si può dire che il soggetto abbia un'importanza maggiore del controsoggetto, poiché è una realtà obiettiva che senza l'altro nessuno dei due ha una collocazione logica" (pp.115-116).
E concludo con un illuminante giudizio del maestro sul "politically correct" che caratterizza la società democratica occidentale: "le persone possono fare qualsiasi cosa, ma non osano pensare con la propria testa". (p. 143)
Rigore logico filosofico, dunque, per il quale il filosofo di elezione è l'ebreo Spinoza. Passione politica nel promuovere il dialogo interculturale e la pace nel vicino Oriente, e in questo l'esperienza della West-eastern Divan Orchestra è umanisticamente un modello di democrazia delle arti. Amore per la propria arte, fino a farne un paradigma interpretativo e vitale universalmente valido.
Un libro da cui c'è molto da imparare.

 
 
 

Yves Bonnefoy, Le assi curve, Mondadori, 2007

Post n°2 pubblicato il 14 Gennaio 2008 da maurizioalessandro
 

Immagine di Le assi curve 

  

 "Una barca d'acqua"

C'è un misterioso gigante traghettatore che con la sua barca evanescente fa la spola tra le sponde di giunco di un fiume. Un bambino senza padre e senza casa, che non sa cosa sia un padre una casa, sale sulle sue spalle per farsi portare dall'altra parte. La barca cede pericolosamente sotto il peso:

"l'acqua arriva all'altezza del bordo, lo supera, riempie lo scafo con le sue correnti, raggiunge l'estremità delle sue grandi gambe che sentono sottrarsi ogni appoggio nelle assi curve."

La barca, più che affondare, si dilegua nella notte e l'uomo prosegue a nuoto, col bambino aggrappato al collo.

"Non avere paura, dice, il fiume non è così largo, arriveremo presto.
-Oh, per favore, sii mio padre! Sii la mia casa!
-Bisogna dimenticare tutto questo, risponde il gigante, sottovoce. Bisogna dimenticare queste parole. Bisogna dimenticare le parole."

E' Dio il gigante, il padre, la casa? E la barca è la parola, la poesia? Una barca instabile, che alla fine si dissolve e che bisogna abbandonare?

In un'altra poesia la barca è il sogno di un ritorno alla "casa natale":

"Ora, nello stesso sogno
Sono disteso sul fondo di una barca,
La fronte, gli occhi appoggiati contro le sue assi curve
Su cui ascolto frangersi l'acqua bassa del fiume."

Un ritorno, dunque, nell'indeterminato, nell'indicibile a cui conduce questa barca della vita, della poesia, che ci abbandonerà, che dovremo lasciare.

 
 
 
 

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