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Buongiorno Los Angeles

Post n°136 pubblicato il 25 Giugno 2009 da atellibrai
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Buongiorno Los Angeles

Di James Frey

Tea, Milano, 2009 - 560 pagine, 16,60 euro.

 

Se Los Angeles fosse un Paese avrebbe la quindicesima maggiore economia del mondo.
Los Angeles è la capitale mondiale dell’industria bellica e di quella pornografica. È la capitale mondiale degli artisti e dei falliti di ogni specie. È la capitale dell’intrattenimento, dell’immigrazione, delle bande di strada e dei concorsi di bellezza.

Questo è l’universo di James Frey, dove prendono forma i suoi disperati personaggi e dove i sogni si guastano, deperiscono e, quasi magicamente, si estinguono.
L’autore racconta la storia e la geografia di Los Angeles, dalla fondazione di El Pueblo de Nuestra Señora la Reina de Los Angeles de Porci
úncula fino ai giorni nostri. Allo stesso tempo anima il più grande intasamento di auto ed individui del mondo contemporaneo, regalando al lettore l’affresco più rappresentativo di una società ormai esplosa, quella americana del nuovo millennio.

James Frey, nato a Cleveland nel 1969, ha lavorato per diversi anni come sceneggiatore per il cinema a Los Angeles, prima di esordire con In un milione di piccoli pezzi, autobiografia intensa e scioccante sulla sua lotta per superare la dipendenza da droga e alcol. Buongiorno Los Angeles è il suo primo romanzo. È sposato e vive con la moglie e la figlia a New York.

 

James Frey parla di Buongiorno Los Angeles

 

 
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Amici, ora rifondiamo lo Strega

Post n°135 pubblicato il 25 Giugno 2009 da atellibrai
Foto di atellibrai

Un' interessante panoramica sul momento di crisi del più prestigioso premio letterario italiano...

Corriere della Sera
Mercoledì 24 Giugno 2009
Articolo di Cristina Taglietti

leggi l'articolo

 

Premio Strega 1960

 
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Il coraggio della responsabilità

Post n°134 pubblicato il 22 Giugno 2009 da atellibrai
 
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Paolo Grassi. Il coraggio della responsabilità. Scritti per l’”Avanti!”. 1945-1980.

a cura di Carlo Fontana e Valentina Garavaglia.

Skira editore, Milano 2009.

399 pagine, 30,00 euro.

Fra le voci che Milano e l’Italia hanno perso prima del tempo, c’è senz’altro quella di Paolo Grassi. Dopo un primo libro dedicato alle lettere, Skira pubblica ora la raccolta degli articoli che egli scrisse per L’Avanti, il giornale della sua antica militanza socialista. Si comincia con le recensioni e le dichiarazioni programmatiche, a guerra appena finita (“Il popolo, tornerà, deve tornare a teatro” [… ] Mai più si dovranno permettere impunemente le riprese di quel repertorio vuoto, inutile, sciocco, banale e soprattutto borghese che ha imperato fino a ieri”); si prosegue con le prove delle tante battaglie che Grassi sostenne per difendere le sue creature e un’idea di teatro. Fondatore del Piccolo, Sovrintendente alla Scala, Presidente della RAI: un combattente, tanto fu Paolo Grassi, in ogni ruolo della sua vita. Facile misurare l’abisso che separa le sue motivazioni da molte prassi contemporanee. Nell’introduzione Carlo Fontana lo definisce, con rammarico, il protagonista di un tempo perduto. Profeticamente, l’ultimo scritto pubblicato, un anno prima della morte, è una lettera alla Commissione di vigilanza della Rai per scongiurare un ulteriore rinvio di certe nomine.


Paolo Grassi

 

 
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i Baroni

Post n°133 pubblicato il 19 Giugno 2009 da atellibrai
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I Baroni. Come e perchè sono fuggito dall’università italiana

di Nicola Gardini.

Feltrinelli, Milano, 2009

203 pagine; 13,00 euro

 

Il giorno in cui Nicola si presenta al Dipartimento di Letteratura comparata dell’Università di Palermo per assumere il ruolo di ricercatore vinto dopo regolare concorso, il rettore lo accoglie così: “Ecco il problema Gardini”. Quel posto era destinato a un’interna: ignaro, Nicola è sceso nel campo di gioco dei Baroni che si spartiscono il potere negli atenei italiani, nel disprezzo consapevole dei meriti e degli individui. Ci resterà invischiato per sette anni, fino a quando, senza appoggi, vincerà la cattedra a Oxford. Ne escono di saggi sullo sfascio della nostra università, ma nessuno ha la forza autobiografica e il coraggio di queste memorie. A neanche 45 anni Nicola Gardini ha già scritto e pubblicato una decina di libri fra saggi, manuali, romanzi e raccolte di poesie, eppure l’Italia se l’è lasciato sfuggire.

 
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Popcorn Time. L’arte dei titoli di testa

Post n°132 pubblicato il 18 Giugno 2009 da atellibrai
 
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Popcorn Time. L’arte dei titoli di testa

di Fabio Carlini

Le Mani, Genova, 2009

182 pagine, 15,00 euro.

 

Nel contesto di un’opera cinematografica le sequenze dei titoli di testa sono un esercizio autonomo, pensato e composto da artisti specializzati. Non esiste buon film senza titoli memorabili e merita diffidare di quelli in cui sono tirati via (con giudizio, perchè significherebbe tagliare i tre quarti dell’ultimo cinema di casa nostra). Lo studio di Carlini, storico e professore di cinema, prima scompone le diverse componenti del tema (buio in sala, lettering, differenze fra titoli continui e discontinui); poi ne racconta la storia, illustrando le diverse cifre dei title designers più importanti: il maestro Saul Bass, Maurice Binder (quello di James Bond), Kyle Cooper, Randall Balsmeyer e molti altri. I titoli di testa meriterebbero un loro Oscar: la magia del cinema comincia sempre con loro.

 

 
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La soavissima discordia dell'amore

Post n°131 pubblicato il 17 Giugno 2009 da atellibrai
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La soavissima discordia dell'amore
di Stefania Bertola
Salani, Milano, 2009 - 290 pagine, 15 euro 

Si potrebbe dire che il nuovo romanzo di Stefania Bertola è come tutti gli altri. E non le si farebbe torto, anzi. Infatti anche in La soavissima discordia dell’amore si ritrova quella specie di funambolico barcamenarsi dei suoi personaggi (“personagge” sarebbe più appropriato) sulle insidie della vita adulta - così come sulle banalità della vita quotidiana - tirandosene fuori brillantemente. Questa volta tocca a Agnese, Margherita, Teresa, Emilia... alle prese con quasi-mariti abbandonati all’altare, con genitori invadenti, con un’improbabile compagnia teatrale, con inquilini abusivi – e se ne trovi uno nel tuo appartamento  quando torni dalla Cina (da sola perché lui si è sposato due sorelle cinesi), converrete che è piuttosto dura... E anche stavolta la Bertola sa raccontare situazioni paradossali con personaggi normali, inventarsi una trama semplice e intrecciarla con altre altrettanto semplici, cosicché tutto si ingarbuglia, ma alla fine tutto è bene ciò che finisce bene (cito Shakespeare per mettermi alla pari col titolo del libro, ché si tratta di un suo verso), Soprattutto perché non manca l’ironia e la risata. Liberatoria e intelligente: chi ha detto che per esserlo si debba essere anche musone? (s.b.)

 
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Putain de film! Il cinema erotico francese degli anni ottanta

Post n°130 pubblicato il 17 Giugno 2009 da atellibrai
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Putain de film! Il cinema erotico francese degli anni ottanta
Di Stefano Cocchi
Dynit, Bologna, 2008 – 115 pagine, 16,50 euro.

Il bisogno umano di guardare, spiare, immaginare. Il piacere di riconoscersi tra le fila di un pubblico adulto.
L’ insaziabile voglia di immagini proibite unita alla forza evocativa del cinema: la potenza del cinematografo al servizio dell’erotico e del perverso .
Putain de film!, esordio letterario di Stefano Cocchi,  ci mostra come il cinema erotico francese degli anni Ottanta sia stato capace di soddisfare i nuovi bisogni visivi degli spettatori e di elaborare un nuovo linguaggio filmico.
Un’ondata di eros, nudi velati e audaci esposizioni di corpi femminili che, anche grazie ai contributi di cineasti quali Rohmer, Godard  e Ferreri, è riuscita a raccontare le rivoluzioni sessuali di un periodo storico decisamente contradditorio. Molto interessante la Galerie, contenente una ricca collezione d’immagini dall’elevato tasso erotico.

 

una scena tratta da Il futuro è donna di M. Ferreri

 
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Intervista a David Grossman di Silvia Bergero

Post n°129 pubblicato il 04 Dicembre 2008 da atellibrai
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«NON ARRENDERSI ALLA PAURA, SCEGLIERE LA VITA E L’AMORE»

Solo così si può vivere e non solo sopravvivere. Nel suo nuovo romanzo David Grossman racconta una storia lunga 40 anni: di Israele, di persone comuni, di una famiglia. E di una madre, perché «le donne sono capaci di entrare in contatto con l’anima»e di scrittore. Eppur

David Grossman è un signore israeliano di 54 anni, minuto, con gli occhiali, schivo (forse un po’ timido), dal sorriso aperto e dall’intelligenza fuori norma. Come fuori norma è la sua capacità empatica, si tratti di persone reali o dei personaggi della sua immaginazione di scrittore. Eppure la gioia di intervistarlo era accompagnata dalla preoccupazione. Di scegliere le parole giuste: Grossman è attentissimo e abilissimo nel trovare l’espressione più adatta a ciò che vuole esprimere, persino quando parla in inglese. E poi ci sono parole “sue” come vita, amore, sensibilità, compassione, intimità, sfumatura, famiglia. E altre che non ama usare: odio, vendetta. Soprattutto, però, temevo di essere indiscreta e indelicata con le mie domande, perché nella sua vita la finzione e la realtà, per un corto circuito perverso e tragico del destino, si sono sovrapposte. Nell’agosto 2006 David e sua moglie Michal hanno subito la più crudele e innaturale delle perdite: quella del figlio Uri, morto a 21 anni in guerra. All’epoca David stava lavorando al romanzo A un cerbiatto somiglia il mio amore (Mondadori), appena pubblicato in Italia. In una nota fuori testo si legge che la maggior parte era già scritta: «Ciò che era cambiato, era la cassa di risonanza della realtà in cui è avvenuta la sua stesura definitiva». I protagonisti sono Orah, Avram, Ilan amici, sposi, amanti a seconda del tempo e delle circostanze. Orah e Ilan sono sposati, la loro famiglia comprende il figlio Adam e Ofer, il bambino che Orah ha avuto da Avram, il quale non l’ha mai conosciuto. Avram è tornato dalla prigionia ferito, martoriato, torturato nel corpo e nello spirito e ha rinunciato alla vita. Quando Ofer parte per la guerra, la madre, terrorizzata dall’idea di vedere alla porta i tre ufficiali che – secondo protocollo - annunciano alla famiglia la caduta di un soldato, decide di partire a sua volta: se non c’è, non potranno darle la notizia. Recupera Avram e lo trascina in un viaggio a piedi in Galilea, che è anche un racconto minuzioso della vita di Ofer, della sua infanzia, dell’uomo che è diventato. Raccontare di lui, secondo Orah, lo proteggerà, lo terrà in vita. È lo stesso sentire che Grossman dichiara di aver avuto nei confronti di Uri, mentre scriveva il libro. Dunque partiamo dal romanzo.

L’inizio è folgorante: nel buio di un ospedale, tre adolescenti in quarantena fanno amicizia. Diventeranno i lati di un triangolo scaleno che durerà tutta la vita.

«Inizia come un radiodramma, non si vede nulla, si sentono solo le voci dei tre ragazzi, immersi nel buio del coprifuoco, e Avram dice di adorare i radiodrammi. Allo stesso modo, durante la guerra del Canale di Suez, quando Avram ferito resta da solo nella postazione, mentre stanno arrivando gli egiziani, comincia a parlare a una trasmittente danneggiata, a chiedere aiuto, a delirare - ignorando che da qualche parte Ilan lo sta ascoltando. Ci sono anche altri stili, però: ho voluto regalarmi il tempo per scrivere nei più minuti dettagli le situazioni umane più comuni e anche più interessanti nelle loro sfumature... Per esempio la vita di famiglia, la vita matrimoniale, che cosa significa crescere dei bambini, addirittura cosa significa essere un bambino, come cambia il suo punto di vista del mondo quando improvvisamente non gattona più, le paure dei genitori per i figli».

Sembra un’opera pensata a lungo... nel frattempo, magari, ha scritto altro?

«No, no, quando lavoro a un libro non riesco a scrivere neanche la lista della spesa. La struttura, all’inizio non mi era chiara. Sapevo di voler scrivere una cosa ampia, non un libro fastfood, un romanzo nella tradizione dei grandi libri, coprendo 40 anni della nostra storia, dalla Guerra dei sei giorni (1967, ndr.) fino a oggi».

40 anni di storia e di storie dei personaggi, ma non in ordine cronologico...

«Ci sono continui flashback, salti nel passato e nel futuro, legami tra immagini del passato e del futuro, una parte fa eco all’altra, si rispondono e si chiamano».

All’interno di questi rimandi la voce narrante è sempre quella di Orah?

«Non ne sono sicuro. Può darsi che sia la voce di Avram, che condivide con lei il ruolo di personaggio principale: se si ricorda a un certo punto lui dice che scriverà questa storia, un giorno o l’altro. Può darsi che sia la sua storia, raccontata anni dopo. Ho lasciato la questione aperta, all’immaginazione di chi legge».

Se è la storia della sua generazione, raccontata da Avram, devo dedurre che gli ha imprestato qualcosa di suo, David?

«Diciamo che in genere i miei personaggi difficilmente passano attraverso la storia senza che io gli impresti qualcosa di mio, chi più chi meno e... Avram decisamente “più”... Forse è un mio alter ego».

La sensibilità, l’emotività, l’intuito femminile di Orah però sono la cifra di tutto.

«Sono assolutamente d’accordo con lei».

Perché le donne - così precisamente descritte nelle minime sfumature - sono il fulcro delle sue storie?

«Perché sono decisamente più interessanti degli uomini. Le donne che ho conosciuto sono sempre state più capaci di essere in contatto con l’anima, con le dinamiche interiori. Hanno anche più coraggio di osare, sono più flessibili degli uomini nel rapporto con la realtà, più sfaccettate. Specialmente qui, dove volevo descrivere le fondamenta della vita, come occorre stare attenti ai bambini, alla loro crescita, come si reagisce ai loro bisogni anche quando non li esprimono e quelle ondate di amore che i bambini provano. Allora ho pensato: sarò certamente più persuasivo se le vedo con gli occhi di una donna che è anche madre».

La narrazione di Orah, protettiva nei confronti di Ofer, e la sua - il libro - sono un antidoto alla realtà?

«Le donne sono più sovversive degli uomini. È il maschio che ha creato il sistema con tutte le sovrastrutture che in genere servono proprio a impoverire il potere intellettuale della donna. È come se le donne guardassero tutto ciò con un sorrisetto ironico e dicessero: è il solito gioco da uomini. Orah non è una rivoluzionaria, non è una ribelle nata, è una donna normalissima che conosce i suoi limiti, sa di non poter cambiare la realtà in Israele, dove è così fossilizzata. Allora ricorre a un atto pratico, andandosene da casa. Quest’azione però ha un grande significato simbolico, è un sacrificio enorme, perché non si rende disponibile per il proprio figlio in guerra, non sta attaccata al telefono ad aspettare le notizie. Decide di seguire il suo intuito, di voltare le spalle al mondo e di partire. Beh, per quanto le possa sembrare strano, questo comportamento non l’ho inventato io, l’ha pensato Orah... Spesso succede che i personaggi diano delle indicazioni, ma questa ha sorpreso anche me. Quando Orah me l’ha suggerito, però, ho pensato che avrebbe funzionato e l’ho lasciata fare. Lei obbedisce alla legge degli uomini perché non la può cambiare e perché suo figlio - che è un uomo - ha deciso di andare in guerra, ma ciò non fa parte della sua realtà. E allora ripesca Avram, lo salva dall’abisso di infelicità in cui era piombato, restituendogli il senso di vivere».

L’ultima frase su Ofer è: fino a ieri sera stava bene. Non solo: la scena degli ufficiali che bussano alla porta, accade solo in un incubo di Orah. Il finale è aperto?

«Non sappiamo se Orah salverà Ofer, ma intanto ha riportato Avram alla vita. Se ciò salverà Ofer, io questo non lo so».

È un libro pervaso dal senso di minaccia e di paura: la guerra, prendere l’autobus, accompagnare i bambini a scuola. Poi c’è l’amore, altrettanto pervasivo.

«La fotografia che lei ha tracciato è la realtà di tutti i giorni, quella in cui viviamo. In ogni momento, anche il più intimo, c’è sempre la guerra presente o la paura della guerra e ho cercato di mostrarlo: come nella scena d’amore tra Orah e Ilan, c’è sempre l’associazione violenza - amore. È come se la guerra si appropriasse della nostra vita intima, la confiscasse, la nazionalizzasse. E quando ce la fa è come se gli esseri umani si accartocciassero su se stessi dalla paura, dall’odio, dal sospetto e cercassero di vivere al minimo, perché se per un momento ti concedi il lusso di provare un sentimento, sarai sopraffatto dalla violenza della realtà. Io invece voglio mostrare il potere e la forza della vita, come l’immaginazione possa cambiare la storia, come sia possibile non sentirsi sempre impotenti, dopotutto, ma riuscire anche a superare la paura della guerra, la paura costante di perdere i tuoi figli. È questo che ci salva in Israele, scegliere la vita, non arrendersi mai alla paura, non arrendersi mai alla morte».

Non ha mai pensato di andare a vivere altrove?

«Io e mia moglie, la mia famiglia, ci siamo posti tante domande, dopo quello che ci è successo. Ci siamo chiesti se valesse la pena di vivere in un luogo così pericoloso, ma la mia risposta è: Israele è casa mia. Prima di me 80 generazioni di ebrei hanno trovato casa in Polonia, in Francia, ovunque, ma la loro aspirazione era Sion, la Palestina. Io sono stato fortunato perché sono nato quando lo Stato di Israele c’era già, ed è l’unico posto in cui non mi sento straniero, l’unico paese in cui si parla ebraico e io non vedo me stesso in un luogo dove l’ebraico non è la lingua madre. Certo sarebbe meglio che in Israele avessimo davvero la pace. Non solo quella tra noi e i palestinesi, ma quella cosa per cui ti senti bene, ti senti in pace, appunto, senza paura del futuro, senza pensare che potrebbe rovinarti addosso la casa, proprio ora. È questa paura permanente che ho cercato di descrivere nel libro, ma continuo anche a sperare che Israele possa diventare la mia casa nel mondo e anche - come Stato - parte integrante della famiglia delle genti. Forse è un sogno che vale la pena di sognare e forse vale la pena combattere perché il sogno si avveri. Anche se è vero che di solito si paga un prezzo molto alto per realizzare i propri sogni».

Silvia Bergero è caposervizio libri e spettacoli «Grazia»

 
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Recensito dai lettori: Bravo a scrivere di Andrea Roccioletti

Post n°128 pubblicato il 01 Dicembre 2008 da atellibrai

Sono gli anni della collezione di Swatch, dei veterani del Vietnam, dell’Alka-Seltzer, dei campioni gratis di Tampax da provare anche se sei vergine, con il pratico applicatore in plastica”, dei corsi di fitness, delle magliette americane con la scritta “AMERICA KICK ASS INSTEAD OF KISS ASS” a 75 cents, per finanziare il Fronte di Liberazione Afghano – perché sono gli anni, incredibile a dirsi, che America e Afghanistan sono amiconi – della cagnolina dalle orecchie rosa Poochie, di Winnie The Pooh, gli anni d’oro della Barbie, di He-Man e dei Masters, del gatto Garfield, del frisbee, di Batman disegnato da Frank Miller, dell’Atari, di Robocop, del Wrestling.

 Andrea Roccioletti, classe 1979, regala ai suoi coetanei un libro che li farà ridere e commuovere nel ricordare la loro infanzia anni Ottanta. Non c’è giocattolo, cartone animato, film, marca di abbigliamento “in voga” o videogioco che non venga citato. Ma l’autore di questo romanzo che narra la sua vita da NERD fa molto di più: ci racconta l’atmosfera, il sapore di quegli anni, e lo fa con un’eleganza e un’ironia davanti a cui è davvero difficile restare indifferenti.

Apri la porta di casa e la prima cosa che pensi è che hai dimenticato di girare la chiave, andando via. Poi senti dei passi e capisci che oggi la mamma è tornata prima dal lavoro. Pochi istanti e state già litigando. “Dovevi stare a casa a fare i compiti, dove sei stato, con chi, che cosa hai fatto, a me Antonio non piace per niente, già avevate detto che andavate in piscina insieme e invece tagliavate per farvi i vostri giri chissà dove, credi che non lo sappiamo, perché non mi hai detto dove andavi, ora che arriva papà vedi.”

È il momento. Sollevi la mano al petto, dove porti la spilletta-distintivo. “Signor Spock, dia energia e mi teletrasporti a bordo dell’Enterprise, adesso!” Ma non accade niente. Devono esserci dei problemi a bordo.

“Bravo a scrivere” non è solo un libro divertente, ma anche un elogio della fantasia e della creatività nascosta in ognuno di noi, nerd o non nerd.

 Ti ritroverai a bordo del tram, a trent’anni, e vedrai il figlio del collega di lavoro giocare con la console portatile modernissima, perfettamente isolato da chi gli sta intorno, dalle voci e dai colori della strada, preso dallo schermo di 5x10 centimetri, mentre cerca di battere il record della partita precedente. Non pensi sia per bigotteria – d’altra parte adori i videogiochi – ma troverai triste e solitaria l’infanzia di molti delle generazioni dopo di te. Diversa dalla solitaria che è toccata in sorte a te, che avevi sei sette amici in totale, ma che non ti stancavi di osservare il mondo circostante, provando il desiderio di percorrerlo interamente.

      La scrittura scivola con leggerezza lungo il fiume dei ricordi,  senza mai annoiare, senza diventare banale, anzi… All’ultima pagina ti aspetta una  sorpresa che ti lascerà senza parole. E l’autore sembra ammiccare come a dire: “Davvero non te n’eri accorto?”

      Un geniale omaggio all’amore per la scrittura. Da non perdere.

Bravo a scrivere di Andrea Roccioletti , edizioni di latta, 2008, pagine 168, 13 euro

 

 

 

 
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Recensito dai lettori: La ragazza che viene dal passato di Simone Van Der Vlugt

Post n°127 pubblicato il 16 Luglio 2008 da atellibrai

Sabine, 24 anni, impiegata rientra al lavoro in banca dopo un anno di aspettativa. Depressione: a guarirla del tutto non sono bastate né l'analista, né la sua personalissima cura a base di Frascati e fragole.

Una depressione che la ha inchiodata a delle immagini incomprensibili, come in un sogno. Balza tra sofferenze presenti e passate, in lotta con la sua memoria che la tormenta e continua a domandarsi:

“Che cosa dovrei ricordare, esattamente?”

È maggio. Prende la sua auto e da Amsterdam raggiunge Den Helder dove ha trascorso la sua infanzia. Ritrova la vecchia scuola, i sentieri del parco che percorreva durante l'intervallo, ma di Isabel, della sua ex amica Isabel Hartman, nessuna traccia, da nove anni ormai. È misteriosamente scomparsa un giorno al ritorno da scuola e il ricordo di quell’angoscioso episodio è come se fosse svanito dalla memoria di Sabine.  Isabel che pedala sola controvento all'uscita da scuola, un furgone fermo al semaforo e poi il profilo delle Dune Nere, vicino al mare: Sabine non ricorda nient'altro di quel 6 maggio. Eppure adesso, dopo così tanto tempo, cominciano a tornarle alla mente frammenti di immagini a cui non riesce a dare un senso. Il passato è tornato a bussare alla sua porta e non le darà tregua.

Quanti di noi fuggono dal proprio passato, lo nascondiamo nel profondo del nostro inconscio; ma possiamo scappare quanto vogliamo tanto un giorno il passato ci riacciuffa.

Simone van der Vlugt è un’affermata scrittrice olandese specializzata in narrativa per ragazzi. La ragazza che viene dal passato è il suo debutto nel mondo del thriller.

Con una scrittura semplice e travolgente, avvolta da una crescente suspence, Simone van der Vlugt ti trascina a frugare nella mente di Sabine alla ricerca di qualcosa che lei ha rimosso per difendersi da un evento che le ha cambiato completamente la vita…

Una storia che può appartenere a tutti noi! Buona lettura, davvero!

La ragazza che viene dal passato di Simone Van Der Vlugt, Editore Kowalski, 2008. Pagine: 352, 16 euro

 

Simona Isola – Milano

 
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Recensito dai librai: Quello che veramente ami di Riccardo Arena

Post n°126 pubblicato il 16 Luglio 2008 da atellibrai

A Milano i fasci stavano in piazza San Babila e i compagni in piazza santo Stefano, a nemmeno due minuti a piedi di distanza, e se uno di loro faceva un passo falso nella zona nemica rischiava grosso. Oggi sembra pazzesco, allora non lo era affatto: perché in Italia gli anni settanta sono stati anche gli anni di una cruenta guerra tra bande, una guerra civile combattuta nello sprezzo del ridicolo e del pericolo per le strade e nelle scuole delle grandi città.

“Quello che veramente ami”, il primo romanzo del giornalista Riccardo Arena, racconta una storia possibile di quegli anni.

A Milano, nel tempo scandito dagli attentati e dalle morti inutili, Enrico detto Tunisi, fascio rugbista siciliano figlio di un libraio mutilato di guerra, si innamora di Monica, una compagna dell’autonomia di quelle che uccidere un fascista non è un reato. Gli amici, soprattutto quelli di lei, non sono tanto d’accordo, e la storia si complicherà pure perché Monica, perduta da una famiglia ricca e disastrata, prenderà una sbandata per le pistole. L’autore tradisce le proprie simpatie perché le due parti in causa politica non muovono con gli stessi pezzi: al papà di Enrico è affidata la questione morale e la sua libreria è uno splendido luogo di perdizione, mentre la mamma di Monica è una donna petulante e viziata. Però sono peccati veniali, perché il libro è davvero bello.

A stare all’osso sembra una variazione sul tema di Romeo e Giulietta e in sottofinale Enrico si comporta come Humphrey Bogart in Casablanca, ma non importa: pur andandoci allegramente a sbattere contro, Arena evita tutti i clichè dei due canovacci, e per nostra fortuna non ha paura di niente, nemmeno del più toccante fra i lieti finali. Dal suo libro esce un quadro d’epoca credibile, anche perché non approfitta del senno di poi per mettere addosso ai suoi personaggi parole e azioni troppo ragionevoli rispetto alle follie possibili allora. Merita una medaglia al valore, forse per la prima volta i protagonisti di un libro ambientato negli anni settanta nemmeno citano il Subbuteo.

Quello che veramente ami di Riccardo Arena, Dario Flaccovio Editore, Palermo 2008. 252 pagine, 13,50 euro.

 
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Recensito dai librai: Il Club dei Bugiardi di Mary Karr 

Post n°125 pubblicato il 17 Giugno 2008 da atellibrai

Provo invidia per gli italiani che leggeranno Il Club dei Bugiardi per la prima volta: vi è garantita un’esperienza di raro divertimento e pathos, merito di questo libro epico e indimenticabile. Un libro che è uscito più di 10 anni fa negli Stati Uniti causando un vero caso letterario, reso più toccante perché si tratta di una storia vera: un’infanzia vissuta (e ancora più incredibilmente, sopravvissuta!) raccontata con grazia e garbo da Mary Karr, poeta e professore, autrice del memoir che il New York Times ha consacrato come niente meno che “sbalorditivo”. Sfido qualunque lettore a contestare.

Da un piccolo paese vicino a una raffineria nell’East Texas viene questa famiglia contorta, comica e catastrofica, con una madre sposata sette volte e un padre che insegna ai suoi figli l’importanza di saper raccontare balle. Come in molte famiglie cosiddette “disfunzionali”— vedere Le Ceneri di Angela — anche l’alcool prende un ruolo da perfido protagonista. E come nel libro di Frank McCourt (scritto, fra l’altro, dopo; tanti critici danno a Mary Karr il merito di aver ridefinito il genere delle “Literary Memoirs”), la storia narrata dalla voce della Karr-bambina alterna toni ilari, grotteschi, e devastanti. Più volte ho riso ad alta voce leggendo questo libro (che ho letto, negli anni, più volte); e più volte volevo distogliermi gli occhi della pagina perché mi sembrava fin troppo struggente. Il conforto costante è che noi lettori sappiamo che la nostra protagonista se ne esce da quel miasma familiare, e se ne esce dotata di una voce elegante, lirica, esilarante — a volte spietata — ma sempre autentica e inconfondibile. Spero che Il Club dei Bugiardi troverà il pubblico che si merita qua in Italia. Iniziamo a fare passaparola.

Il Club dei Bugiardi di Mary Karr, Rizzoli BUR, Milano, 2008. 524 pagine, 12,50 euro.

 
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Recensito dai librai: La solitudine dei numeri pari di Paolo Giordano

Post n°124 pubblicato il 06 Giugno 2008 da atellibrai

I numeri primi sono divisibili soltanto per uno o per se stessi, sono numeri solitari e sospettosi, a cui forse sarebbe piaciuto essere dei numeri qualunque. Poi ci sono i primi gemelli, cioè coppie di numeri primi che sono quasi vicini perché tra loro c’è sempre un numero pari che li divide. Mattia e Alice sono proprio così.

Sono i protagonisti di un sorprendente romanzo, “La solitudine dei numeri primi” di Paolo Giordano, un ventiseienne torinese dottorando in fisica delle particelle, già allievo della scuola Holden di Torino. Attraverso un’originale profondità di sguardo, Giordano riesce a raccontare le vicende dei due bambini resi diversi dalle circostanze della vita e li accompagna sino alla maturità, alternando momenti di tensione e dolore a momenti di forte emozione.

Siamo nel 1983, Alice ha sette anni e suo padre la costringe ad allenarsi sugli sci quasi dovesse diventare una campionessa. Impegno e disciplina il suo motto. Alice detesta sciare, la neve la mette a disagio. Un giorno si perde nella nebbia e si fa anche un gran male, talmente male che nella vita avrà sempre una gamba più corta dell’altra e zoppicherà. Maledetti sci, maledetta nebbia, maledetto papà!

Alice odia la sua vita, odia relazionarsi con gli altri e odia il suo corpo al punto che lascia si consumi lentamente, perché vuole sentire soltanto le ossa del bacino sporgere. Mattia invece è un bambino timido molto intelligente, ha voti  altissimi e una sorella gemella, Michela, della quale si vergogna perché ritardata. Un giorno la abbandona in un parco mentre va ad una festa di compleanno e Michela sparisce inghiottita dal buio o dal fiume. Per Mattia la vita non sarà più la stessa. Tagli profondi solcheranno le sue mani, le cicatrici sempre presenti a ricordargli ciò che aveva fatto con un senso di colpa che non lo abbandona mai e lo costringe a lasciare il mondo fuori, in perenne fuga dalla realtà.

Mattia e Alice si incontrano a scuola, si riconoscono subito e costruiscono un’amicizia difettosa, fatta di assenze e di silenzi, un luogo dove poter tornare a respirare.

L’autore li segue, li studia e li disegna con tratto asciutto ed essenziale. Anche quando si ritrovano dopo un lungo periodo i due si scoprono vicini, ma sempre incapaci di incontrarsi davvero. Nonostante lui la ami lei non riesce a concedergli nulla perché “ l’amore di chi non amiamo si deposita sulla superficie e da lì evapora in fretta”. Con grande capacità stilistica Giordano affronta temi scottanti e densi di intrecci emotivi, ma ciò che gli riesce meglio è, nella prima parte del libro, la descrizione dei protagonisti bambini. Il romanzo soffre di un epilogo un po’ troppo frettoloso, ma è sicuramente un esordio letterario destinato a lasciare il segno.

 

La solitudine dei numeri primi di Paolo Giordano, Mondadori, Milano, 2008. Pag. 304, 18,00 euro.

 
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Recensito dai lettori: Alicante di Carolina Leonetti

Post n°122 pubblicato il 03 Giugno 2008 da atellibrai

Alicante è una raccolta di poesie “sopra le righe” in cui anche un annaffiatoio verde e un imbuto paffuto possono prendere vita. La giovanissima Leonetti, si può dire che fonde il serio e il faceto, smorzando i toni dei temi affrontati (o a volte solo accennati per lasciare spazio all’intuito del lettore) e suscitando qua e là sorrisi stupiti.

Come sottolineato da Rino Tripodi nella sua Introduzione: «I ritmi sono veloci, festosi, scoppiettanti, con frequenti ripetizioni lessicali gaie e briose. Alla poetessa, poi, piace usare anche tutti i possibili espedienti grafici: dai caratteri – maiuscoli/minuscoli, come in molti titoli, che vengono così a far parte pure essi del testo – alla vera e propria costruzione di disegni e forme attraverso i versi stessi, alla maniera di Apollinaire. Quindi, una trascinante sensazione di infantile gaiezza».

Per una poesia che si “dissacra” e non si prende troppo sul serio, cercando di adattarsi il più possibile al “disordine” di questo tempo. Il tutto senza alcuna pretesa di denuncia sociale. Solo uno stimolo a una personale riflessione esistenzialista. Che sia lo stesso titolo un omaggio al francese Prèvert? Forse un’indicazione della Leonetti in merito alla chiave di lettura dei suoi versi…  

Alicante, Carolina Leonetti, Inedition editrice, 2007, 68 pagine, 7,00 euro

Max

 
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Recensito dai librai: Metropoli per principianti di Gianni Biondillo

Post n°121 pubblicato il 03 Giugno 2008 da atellibrai

Gianni Biondillo è un architetto scrittore milanese. Di Quarto Oggiaro, come lo incasellano tutti quelli che lo intervistano. Fra i troppi autori di gialli spuntati in Italia negli ultimi anni si è ritagliato uno spazio meritato con i romanzi del suo affezionato antieroe, l’ispettore Ferraro. Mi ricordo di lui all’università. Io ero già al quarto anno, non ascoltavo più una parola di quello che certi tromboni mi raccontavano e cercavo solo di uscirne il prima possibile: lui era arrivato da poco e al contrario sindacava e contestava su tutto. Accanto a capitoli scritti apposta, questo libretto raccoglie in modo organico alcuni articoli pubblicati da Biondillo negli ultimi anni sull’architettura e, a largo raggio, sulla città e le sue degenerazioni. Con un’attenzione particolare al laboratorio di Milano: dalla bomba al PAC ai vandali del Parini, dai grattacieli del futuro alla famigerata questione della sicurezza. Di regola libri del genere hanno poco senso, servono agli editori per coprire i vuoti di un autore sul mercato, per attaccare lo spazio delle librerie. Metropoli per principianti merita un’eccezione: la playlist sul novecento italiano è un memento necessario e non banale, il racconto amaro della disperazione dei nostri architetti si chiude con un orgoglioso elogio della disciplina. Soprattutto, ogni singola opinione scritta da Biondillo sullo stato e il futuro dell’architettura contemporanea a Milano e in Italia è istruttiva e condivisibile.

Metropoli per principianti di Gianni Biondillo. Guanda, Parma, 2008. 208 pagine, 12,00 euro

 
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Intervista a Valeria Parrella di Silvia Bergero

Post n°120 pubblicato il 15 Maggio 2008 da atellibrai
Foto di atellibrai

«E come va con la monnezza?». «Mah, io abito vicino al Duomo e ci pensa la Curia a tener pulito... E comunque in centro non ci sono le montagne di rifiuti, le tolgono. Poi guardo i tg...». Basta una battuta al telefono con Valeria Parrella - la scrittrice che ogni settimana accoglie le lettrici di «Grazia» nella pagina “I romanzi” - e siamo nel cuore di Napoli, dove bene-male, sporcopulito, camorra-società civile sono contraddizioni talmente contigue da formare delle coppie inscindibili, proprio come lei stessa ha descritto nei racconti di Mosca più balena e Per grazia ricevuta (entrambi minimum fax) e nella pièce teatrale Il verdetto (Bompiani). E la città respira con e nei personaggi di Lo spazio bianco (Einaudi, 110 pagine, euro 14.80, in uscita il 23 gennaio), solo che questa volta la storia  raccontata da Valeria è segreta, personale, scavata dentro l’anima e il corpo di una donna, in ciò che di più intimo e oscuro anima e corpo di una donna possono racchiudere: la maternità, il mistero della vita. E della morte. Un’altra antinomia, la più forte di tutte e il grimaldello per penetrare la storia di Maria, insegnante quarantenne, mamma single di una bambina nata molto prima che il tempo fosse compiuto: «Il fatto è che mia figlia Irene stava morendo, o stava nascendo, non ho capito bene: per quaranta giorni è stato come nominare la stessa condizione. Chiedere qualcosa ai medici era inutile, mi rispondevano: Signora, non lo può sapere nessuno». Il tono del romanzo è teso come questa frase, mentre i giorni colano lenti nel mondo a parte del reparto di terapia intensiva, in quella “scatola bianca” in cui è rinchiusa Irene, l’utero di Maria - come dice la psicologa, dove ogni respiro è scrutato con amore e paura.

Due sentimenti che percorrono tutta la narrazione, anche questi inscindibili. È così, Valeria?

«È proprio così, la mescolanza è la chiave ed è la ragione per cui ho scritto un romanzo e non un racconto, perché il personaggio è complesso, ha avuto un’infanzia complessa, in una famiglia operaia, tra un padre idealizzato e una madre appartata... C’è la paura per questo evento sconosciuto e Maria non sa che cosa augurarsi: “Fosse stato un aborto avrei aspettato il raschiamento, fosse stata una bambina l’avrei tenuta in braccio. Io non avevo altre categorie a disposizione”. Quanto all’amore, non l’ho insufflato in maniera consapevole e la protagonista stessa non ne è consapevole, però si vede, si sente».

C’è un’aderenza al calvario di Maria, un’empatia che va al di là di quella di uno scrittore con la sua creatura...

«Intanto ho un bambino che alla nascita ha avuto dei problemi e ci è toccato girare parecchio per gli ospedali. Ma, come sempre accade, è lo sguardo dello scrittore a rendere autobiografico il libro. Quello per me importante è che al fondo ci sia una verità, che Maria sia verosimile...».

...no, Maria è vera, non verosimile

«Grazie. Volevo raccontare una storia al limite, che può accadere solo nei paesi ricchi. Queste creature non sono bambini, non hanno identità anagrafica, sono tra la vita e la morte. Maria a un certo punto dice: “a volte mi sono augurata che la morte arrivasse per dare certezza”. E questo vive nello stesso spazio della speranza. È anche un libro sull’attesa: Maria ha 40 anni, ha una sua struttura che le viene scardinata e resta in attesa su qualcosa che ha fatto lei, ma che non è lei. Lei è della generazione che ha studiato, ma ciò non le serve per tenere in vita la bambina, al massimo per leggere i monitor degli apparecchi».

C’è una domanda che percorre il libro, rivolta dai medici a Maria: “Lei lo sa che...” potrebbe non sopravvivere, oppure sopravvivere con handicap gravissimi, o magari sopravvivere e basta. È un tormento.

«Sì perché c’è tutta l’impreparazione di queste donne, lei e le madri degli altri bambini nella stessa situazione di Irene, rispetto all’accettazione che la vita, la morte, l’handicap possano far parte della stessa cosa».

Infatti Maria si dà una risposta.

«Si capisce che la bambina vivrà, anche se non si sa come e Maria si risponde: “Non lo so, ma sono stata una brava alunna, imparerò”. Le cose stanno insieme, l’ambivalenza dello star bene e dello star male».

Anche nel finale c’è un motivo di speranza?

«Sì, le mamme e i bambini riusciranno a integrare i loro danni in una nuova normalità. Non quella della pubblicità dove la maternità, la famiglia è tutto perfetto. Qui non c’è neppure un padre... Maria non è religiosa, non sa dove cercare la forza e la ragione, ma arriva a una conclusione vitalistica, un po’ buddhista e un po’ animista».

Vuoi rassicurare i tuoi lettori, che la cornice del romanzo è ancora la città, i suoi personaggi?

«La cornice è la vita, sono i napoletani e i srilankesi, quell’umanità mista che si vede qua, perché a Napoli è tutto orizzontale, il Rione Sanità sta dietro al Madre (il polo artistico, ndr.), i Quartieri Spagnoli sopra a Toledo che è la via delle banche... Tutto è mescolato».

Che cosa ti aspetti dal tuo primo romanzo?

«Che lo legga un sacco di gente, e quanto a me, di non piangere troppo sulle stroncature... Sono convinta che il libro sia bello e questa convinzione è come un giubbotto antiproiettile, che mi difenderà quando pioveranno i colpi dei recensori».


Silvia Bergero è caposervizio libri e spettacoli «Grazia»

 
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Recensito dai librai: Eseguendo la sentenza. Roma, 1978. Dietro le quinte del sequestro Moro

Post n°119 pubblicato il 17 Aprile 2008 da atellibrai

Nel trentennale del caso Moro, fioccano i libri sul nostro mistero d’Italia preferito. Chi compila dizionari e chi analizza le lettere, chi raccoglie memoriali e chi formula ipotesi. Bianconi, già autore di una storia delle BR e di un bel libro su Giusva Fioravanti, sceglie la via del racconto. Rifiuta ogni teoria complottarda e si concentra su azioni e reazioni dei tanti che a Roma si trovarono coinvolti nella vicenda: familiari e politici, terroristi e poliziotti. Per i misteri possibili, meglio Flamigni e il fratello di Moro. Per una storia del sequestro, va benissimo questo Bianconi: si sa come va a finire, ma si legge come un romanzo.

Eseguendo la sentenza. Roma, 1978. Dietro le quinte del sequestro Moro, di Giovanni Bianconi. Einaudi, Torino, 2008, 422 pagine, 17,00 euro.

 
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Recensito dai lettori: Autres Yeux, Matteo Innocenti, edizioni di latta, 2008

Post n°118 pubblicato il 17 Aprile 2008 da atellibrai

     -         Coraggio Altro, ti ricordi chi siamo?

-         No, non voglio ricordarlo!

-         Invece devi farlo.

-         Io non ci riesco, davvero…

-         Te lo chiedo per l’ultima volta. Altrimenti sarò io a rispondere per te.

-         Io non dirò niente! Mai!

-         Allora ecco la verità: tu sei pazzo ed io non esisto.

Altro uccide Lu strangolandola nel salotto di casa, e lo fa perché “solo diventando colpevole sarà accettato dagli altri”.

Solo che Lu non è mai esistita.

Il romanzo si muove su più piani e accompagna il lettore lungo il percorso delirante di Altro degli Innocenti, aspirante scrittore che dà vita (e morte per suicidio) ai personaggi pulp di Sam e Cha, calati in un’atmosfera  che ricorda da vicino il tarantiniano Kill Bill.

Solo a metà della lettura si scopre il trucco nascosto nella penna dello scrittore/illusionista: tutto ciò che avete letto fino ad ora è falso, solo un’invenzione, state con me ancora un pochino e vi racconterò la mia vera storia, sembrano esclamare le parole che aprono il nono capitolo: “… in realtà io vivo sul divano del mio piccolo appartamento con la faccia ispida ed i cerchi agli occhi, stretto da una coperta per via del sudore freddo”.

Altro viene rinchiuso in un OPG e solo allora, bollato come “pazzo”, si sente libero di esprimere sinceramente e senza timore il suo punto di vista: ne nasce una breve raccolta poetica dal titolo Degradazioni: le verità non dette e strutturata in “petali” che sembrano cadere come nel gioco del m’ama-non m’ama.

 Io sono libero dalla vostra idea di coscienza

ed ho molto più tempo libero per me stesso.

Inizia così il viaggio nella follia, a tratti delirante e a tratti paradossalmente lucido: può l’arte cogliere e descrivere la verità della vita? Può la religione appagare la sete di conoscenza? Può una persona “normale” vivere dentro la gabbia delle regole sociali ed essere davvero se stessa senza temere la solitudine? Altro trova le sue risposte a questi interrogativi, e trova la forza di avviarsi verso la sua strada. Accanto a lui c’è Lu.

 

Ciò che vediamo, che sentiamo, che facciamo, quasi mai esiste. La nostra esistenza è una possibilità che ogni giorno, per paura, cerchiamo di rendere concreta, assoluta: in questo disavanzo, tra mediocrità ed infinito, ho trovato ciò che separa la scrittura dalla verità.

Autres Yeux, Matteo Innocenti, edizioni di latta, 2008, 192 pp., € 13

 

 
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Recensito dai librai: Herbert von Karajan. Il musico perpetuo di Alessandro Zignani

Post n°117 pubblicato il 31 Marzo 2008 da atellibrai

Nel 2008 Karajan compie cent’anni. Per una lezione della sua vita lontana da gossip e piedistalli, ma comunque ricca di aneddoti e competenze, consigliamo questo libro del germanista e musicologo Alessandro Zignani. Uno che di Karajan ha letto e ascoltato l’impossibile, senza perdere di vista il resto del quadro: le influenze filosofiche, certi sospetti psicologismi, i legami con la vita privata e la storia politica. Così l’intero canone del maestro rinasce come un romanzo del novecento, godibile anche da chi mastica poco di musica.

Herbert von Karajan. Il musico perpetuo di Alessandro Zignani.

Zecchini Editore, Varese, 2008, 239 pagine, 19,00 euro.

 
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Recensito dai librai: Tifare contro. Una storia degli ultras italiani di Giovanni Francesio

Post n°116 pubblicato il 18 Marzo 2008 da atellibrai

“Cinquanta delinquenti che non hanno niente a che vedere con i veri tifosi”: quante volte avete letto o sentito una frase del genere? Sicuramente su troppi giornali e su tutte le tivù, ogni volta che c’è da commentare qualche episodio di violenza allo stadio. Magari con un corredo di stereotipi sulla politicizzazione delle curve e sulla povertà sociomentale di chi le occupa. In Italia, il mondo degli ultras non è mai stato spiegato dal di dentro come in questo libro, scritto da un tifoso lucido e non pentito – secondo me, un membro delle Brigate Gialloblu. Dalle origini del fenomeno (molto più lontane di quanto crediamo) al decreto Pisanu e oltre, da Paparelli a Spagnolo e al derby del bambino morto, ma non solo: ci sono anche l’Heysel e gli hooligans, Genova e il G8, l’ipocrisia delle società di calcio e l’incapacità di qualunque governo di fronteggiare il movimento con onestà e senza paraocchi. E soprattutto ci sono loro: “con tutte le loro macchie, con le colpe anche gravissime”, racconta Francesio, “gli ultras hanno costituito uno dei rari momenti di aggregazione giovanile degli ultimi anni. Lo Stato italiano” – aggiunge – “si propone di sconfiggere un nemico che non si è mai preoccupato di conoscere.” Magari leggesse questo bel libro.

Tifare contro. Una storia degli ultras italiani di Giovanni Francesio

Sperling & Kupfer, Milano, 2008, 206 pagine, 14,00 euro.

 
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