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DARK REALMS V2

So, I've decided to take my work back underground. To stop it falling into the wrong hands.

 

 

« Messaggio #79  »

Post N° 80

Post n°80 pubblicato il 31 Dicembre 2005 da Nekrophiliac
 
Foto di Nekrophiliac

RHAPSODY: DAWN OF VICTORY (2000)

Il fuoco infuria per il campo di battaglia… Arwald combatte la Guerra dei Re. L'armata di Dargor si avvicina sempre più, il tuono, la tempesta... l’alba della vittoria non giungerà tarda. La saga dei nostrani Rhapsody così procedeva, a cavallo fra due secoli, con il suo degno e mai come in quest’occasione, aggressivo terzo capitolo, che proprio con ciò si differenzia maggiormente dal suo illustre e ben più melodico predecessore, Symphony Of Enchanted Lands (1998). Dawn of Victory è, fuor di metafora, un nuovo inizio per i Rhapsody stessi: il rimarchevole avvicendamento alle “pelli” tra il buon Daniele Carbonera e l’eclettico Alex Holzwarth (già con i Sieges Even) è il magnifico esempio che corrobora la nuova dimensione sonora, decisamente, tagliente, meno ridondante, più “minimalista” a tratti, forse, a detta di alcuni, più efficace nel complesso. Dalla sinfonia all’impatto immediato. Nel mezzo un artificioso oceano, dove la vox clamantis di Fabio Lione è sempre impeccabile, Alex Staropoli muove solenne le sue dita sulle tastiere, Alessandro Lotta al basso “segue la corrente”, non resta che il virtuoso Luca Turilli ad incantare con i suoi taglienti assoli. Repetita iuvant. È un amalgama, senza esagerazione, che rasenta il concetto di perfezione, finendo per compenetrarla. La più snella struttura degli accattivanti brani, di durata inferiore rispetto al passato e caratterizzati da una maggiore compattezza e linearità, unite alle brillanti soluzioni barocche, mai fuori luogo o monotone, permettono ai quasi cinquanta minuti del disco di scivolare via senza incertezza alcuna. Per di più, la “massiccia” presenza del Helmstedt Kammerchoir, la suadente voce della cantante Costanze Backes e le meravigliose armonie del violino di Maggie Ardorf accentuano il carattere classico-sinfonico del lavoro, elevandone sicuramente il livello qualitativo.

Immancabile è l’introduzione. Una vera gemma da incastonare in un sontuosa e medievale corona: Lux Triumphans, che nel solo corso di due imponenti minuti, concentra, maestosità ed epicità in un tripudio di tenebrosi e maestosi cori tra latino e inglese. Introduzioni simili sono straordinarie per collegarsi alle successive tracce, in tal caso, niente di meno che la title-track in persona, ergo, Dawn Of Victory, raffinata sintesi hegeliana del “crescendo” precedente. Dalla notte all’alba. Una traccia, a dir poco, devastante, che procede veloce grazie agli spunti ritmici tra basso e batteria, seppur quadrata, sino al classico refrain centrale, evocativo di battaglie in lontane terre. Triumph For My Magic Steel, introdotta dai violini, procede sulle stesse coordinate, in quanto allegro brano dotato di un ritmo cadenzato e coinvolgente nelle strofe, stavolta con l''inserimento di qualche leggero elemento "medievaleggiante", in più, l’arioso coro centrale è, senza dubbio, uno dei più riusciti di tutto l''album. Si prosegue con The Village Of Dwarves, in odor di Forest Of Unicorns (da Legendary Tales, 1997), che spezza un po’ il ritmo con un delizioso arrangiamento orchestrale – merito di Alex Staropoli – e da modo a Fabio Lione di mostrare la sua versatilità vocale. La traccia si apre con una dolce voce femminile che introduce l’ascoltatore ad uno schema ripetitivo, a mo’ di stornello, in grado di ricreare perfettamente l'atmosfera descritta nel testo. È pur vero che nel vasto universo musicale numerosi potrebbero essere i gruppi che potrebbero certamente fornire esempi migliori di simili sonorità, ad esempio i finlandesi Finntroll, ma The Village Of Dwarves, sempre gradevole, è l’ottima dimostrazione della polivalenza e della creatività di un sestetto, capace di coniugare ciò che resta di una tradizione propriamente folk a ciò che assolutamente non sarebbe definito come vero e proprio metal. Nella parte centrale del disco i Rhapsody regalano perle che non passano indubbiamente inosservate, si comincia con Dargor, Shadowlord Of The Black Mountain: si punta ancora una volta sullo straordinario e coinvolgente coro, così come altrettanto epico e al tempo stesso melodico è globalmente il pezzo, dotato di un grande assolo di Luca Turilli che irrompe come un fulmine nella parte definibile come la più atmosferica, e sembra ricordare un famoso asso svedese delle sei corde, un tal Yngwie J. Malmsteen. Fin dalle prime note di The Bloody Rage Of The Titans si può intuire su che coordinate si muoverà la traccia: un inizio lento, solenne, quasi interamente parlato apre le porte del suono a quello che sarà uno dei pezzi più maestosi inseriti qui dentro, il coro viene chiamato in causa nel refrain ed infatti il risultato suona abbastanza nuovo ma di sicuro impatto. Dunque, si rallenta sulle dolci note del piano e del flauto di tale elegante e maestosa ballata caratterizzata da improvvise accelerazioni, stacchi sinfonici, ma soprattutto dalla sofferta interpretazione del “Re Lione”. Giunge, infine, l’indiscussa e indiscutibile “sacra forza del tuono”. L’unico singolo estratto dall’album, Holy Thunderforce, di cui è disponibile il video, è ben più di una canzone, poiché assume i connotati d’un manifesto d’intenti: immediata potenza, straordinaria velocità, mistica rabbia, assoli mozzafiato, voci ritmate e accompagnate da vibranti tocchi di batteria, cori mai così epici, suggestioni ed emozioni finiscono per collimare. Un brano insolito rispetto al consueto “stile”, ma che genera un enorme e prezioso vuoto, lì dove è piacevole cadere.

È superfluo aggiungere altro, ma non è scontato che dopo la tempesta di fulmini e soprattutto tuoni giunga la sospirata quiete, perché è in arrivo Trolls In The Dark, brano interamente strumentale, dominato dallo sbizzarrirsi di Luca Turali in facili scale ed elementari assoli, conditi da inquietanti e fanciulleschi vocalizzi. Un davvero piacevole intermezzo prima degli ultimi due episodi di Dawn of Victory: The Last Winged Unicorn e The Mighty Ride Of The Firelord. Il primo, un esempio di ciò che è il complesso “barocco” dei Rhapsody, ampiamente sorretto dalla doppia cassa di Alex Holzwarth e da stupende incursioni di clavicembali e violini, che non possono non riecheggiare The Dark Tower Of Abyss (da Symphony Of Enchanted Lands, 1998), intrecciate a sfuriate soliste e curati fraseggi d’impatto. L'incedere glorioso è poi reso alla perfezione grazie alla imponente sezione corale, che non si “specchia” nell’immediato nel secondo, ultimo e conclusivo episodio, davanti il quale sarebbe opportuno chinarsi e togliersi il cappello. Il fascino esercitato da una architettura complessa tra rimandi ai Carmina Burana di Carl Orff, improvvise fughe strumentali, esplosioni di orchestrazioni, frequenti cambi di ritmo, cori dirompenti e diversificati, melodie accattivanti ma di non facile assimilazione, una tecnica che rasenta l’eccelso è innegabile. Nel corso del suo essere prolissa, The Mighty Ride Of The Firelord finisce per riprendere anche la struttura dell’opener Lux Triumphans per scriver degna fine a nove minuti di musica. Come miglior tradizione di “rhapsodiana” memoria insegna. In conclusione, Dawn Of Victory (2000) ha rispettato a pieno le aspettative che si trascinava con sé e conferma, a pieno titolo, la grandezza dei Rhapsody, non più la felice sensazione di un istante, ma un gruppo di successo. È palese l’evoluzione sonora compiuta dalle “menti” Luca Turilli e Alex Staropoli, ispirati al punto giusto nel saper dar luce a un insieme di vincenti idee, divenute ora suoni. Non si tratta di riproporre la stessa sinfonia, i critici non hanno tempo, né volontà nel giudicare con franchezza un lavoro del genere, forse “pesante” in alcuni frangenti, ma accompagnato dall’originalità e da orchestrazioni di tutto rispetto. Dolce pane per gli altrui denti.

 
 
 
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