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Avere un figlio gay.

Post n°306 pubblicato il 23 Agosto 2017 da cavallo140

Ma tu saresti contento di avere un figlio gay?

La discussione, a un certo punto, arriva su questo. Quasi sempre.

A un certo punto qualcuno ti dice: «Ma di' la verità, tu saresti contento se tuo figlio fosse gay?».

E lo dice con l'aria di quello che ha tirato fuori l'arma-fine-di-mondo, l'argomentazione a cui non puoi replicare se non arrampicandoti sul muro dell'ipocrisia.


Pensano di vincere facile, con questa argomentazione.

Perché se tuo figlio è gay, certo, dovrà affrontare mille difficoltà in più. Alle medie - le orrende medie - i compagni gli diranno frocio, checca, finocchio. E se anche non lo faranno, lo faranno comunque sentire diverso e solo, in un'età già terribile di suo. Probabilmente la sera piangerà nel letto senza farsi vedere. Magari starà male per anni al pensiero di doverlo dire. E così via, a lungo nel dolore se non nella paura, prima di trovare il coraggio adulto di essere libero e felice.

Quale genitore vorrebbe che suo figlio vivesse un'adolescenza così? E allora dai, di' la verità: saresti contento se tuo figlio fosse gay?

Eppure, forse, a chi ti fa questa domanda basterebbe rispondere con un'altra domanda, chiedendogli perché ancor oggi l'omosessualità condanna - spesso - a un'adolescenza infelice.

E la risposta sta proprio in una società ancora incapace di pensare - e quindi di educare - in termini di accettazione dell'omosessualità come non vergogna. Come variabile tra le tante, né migliore né peggiore. Il ragazzino omosessuale cioé che è sì diverso - diverso dalla maggioranza, s'intende - ma solo come uno che ha i capelli rossi mentre gli altri no.

In questo caso, non ci sarebbe nessuna presa in giro, in classe. Nessuna conscia o inconscia discriminazione. Quindi nessuna sofferenza del ragazzino. Quindi, nessuna angoscia dei genitori.

In altre parole, sono proprio quelli che ti chiedono «Ma di' la verità, tu saresti contento se tuo figlio fosse gay?» che con queste parole testimoniano e perpetuano una società in cui un padre deve per forza rispondere «no». Perché anche solo chiedendolo, testimoniano e perpetuano un approccio di vergogna per chi è gay. Testimoniano e perpetuano una società discriminante. E quindi creano le condizioni per perpetuare la sofferenza dei figli gay e dei loro genitori.

Quando ero ragazzino io - alle elementari che ho fatto in sicilia  , tra figli di contadini - la vergogna era avere gli occhiali. Oggi probabilmente la cosa fa ridere, invece vi giuro che era così. Il bambino con gli occhiali veniva preso in giro. E il gioco dei bulli era farglieli cadere dalle orecchie, naturalmente.

Poi le cose sono cambiate, a poco a poco, e sono stati accettati come «normali» non solo i quattrocchi ma anche i bambini adottati («Ma tu lo sai chi sono i tuoi veri genitori?), i figli dei divorziati (wow!) fino a quelli degli immigrati («sì, i «negri», che quando ero piccolo io si vedevano solo nei film americani che davano sul primo canale il lunedì sera).

Eppure ancora adesso c'è ancora qualcuno che ti chiede «Ma di' la verità, tu saresti contento se tuo figlio fosse gay?».

E non si rende conto che solo ponendo quella domanda dichiara di appartenere allo stesso passato in cui si discriminavano i bambini con gli occhiali.

 

 
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"La cura"

Post n°305 pubblicato il 18 Agosto 2017 da cavallo140
 

"La cura" di Franco Battiato è da considerarsi poesia.

 La poesia e la letteratura, come ci ha insegnato il buon Sartre, vivono grazie a chi le legge e chi attribuisce loro un significato. E ognuno interpreta a suo modo un testo, in base a quello che sente, a quello che sa, alla sua esperienza di vita. Il caso del brano "La cura" di Franco Battiato è emblematico, uscito per la prima volta nell'album "L'imboscata" nel 1996 e diventato quasi subito uno dei pezzi più amati della musica italiana.
L'AMORE UNIVERSALE - Non sbaglia chi in questa canzone scorge una canzone d'amore. Ma quello che canta Battiato è l'amore nella sua forma più alta: la persona, l'io lirico, si rivolge a un "tu" indefinito, al quale promette di dedicare la propria vita. La proteggerà dalle "paure delle ipocondrie", dagli ostacoli della vita, dalle ingiustizie, dalle cadute e dalle ossessioni. Si prenderà cura di lei, aiutandola a fronteggiare i pericoli che vengono dall'esterno e le inquietudini che vengono invece dall'interno, più pericolose delle armi. Un tale desiderio di aiutare l'altra persona avrà effetti potenti in chi ha tali aspirazioni, perché lo renderà capace di superare i propri limiti: "supererò le correnti gravitazionali, lo spazio e la luce per non farti invecchiare". Sì, perché "più veloci di aquile i miei sogni attraversano il mare".
 Ma c'è chi in questa canzone vede una dedica al proprio io interiore, di cui l'artista promette di prendersi cura e chi, invece, ha visto nel brano una preghiera al contrario, perché non è l'uomo che si rivolge al Dio-amore ma è questo Dio-amore che parla all'uomo, che considera "un essere speciale" di cui si prenderà cura. All'uomo donerà "il silenzio e la pazienza", lo condurrà per "le vie che portano all'essenza", gli regalerà "le leggi del mondo". Un'interpretazione affascinante in cui molte persone credono, ma sta alla sensibilità di ognuno di noi, come dicevamo all'inizio, scegliere che cosa leggere in queste parole. In ogni caso, è una canzone che parla d'amore, che può essere quello per una figlia, un figlio, la moglie o il marito, un amico o una compagna, o quello di Dio per le sue creature. Al centro c'è quella misteriosa spinta che ci porta ad accostarci a qualcuno e decidere di percorrere insieme un pezzo, se non l'intero, percorso della vita.

Immagine correlata 

Ti proteggerò dalle paure delle ipocondrie,
dai turbamenti che da oggi incontrerai per la tua via.
Dalle ingiustizie e dagli inganni del tuo tempo,
dai fallimenti che per tua natura normalmente attirerai.
Ti solleverò dai dolori e dai tuoi sbalzi d'umore,


dalle ossessioni delle tue manie.
Supererò le correnti gravitazionali,
lo spazio e la luce per non farti invecchiare.
E guarirai da tutte le malattie,
perché sei un essere speciale,
ed io, avrò cura di te.
Vagavo per i campi del Tennessee
(come vi ero arrivato, chissà).
Non hai fiori bianchi per me?
Più veloci di aquile i miei sogni
attraversano il mare.

Ti porterò soprattutto il silenzio e la pazienza.
Percorreremo assieme le vie che portano all'essenza.
I profumi d'amore inebrieranno i nostri corpi,
la bonaccia d'agosto non calmerà i nostri sensi.
Tesserò i tuoi capelli come trame di un canto.
Conosco le leggi del mondo, e te ne farò dono.
Supererò le correnti gravitazionali,
lo spazio e la luce per non farti invecchiare.
Ti salverò da ogni malinconia,
perché sei un essere speciale ed io avrò cura di te...
io sì, che avrò cura di te.

 

 
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Paolo Borsellino

Post n°304 pubblicato il 20 Luglio 2017 da cavallo140
 

Chi era il giudice Paolo Borsellino, ucciso dalla mafia 25 anni fa

Paolo Borsellino fu ucciso dalla mafia in via D'Amelio, a Palermo, il 19 luglio del 1992. Con lui persero la vita cinque agenti della scorta.
Il 19 luglio 1992 il magistrato antimafia Paolo Borsellino sapeva di andare incontro alla morte. Forse non quel giorno, forse non in quella via D'Amelio nella quale si recava quasi ogni domenica per andare a trovare la madre. Ma sarebbe accaduto di lì a poco. Assieme a Giovanni Falcone, amico e collega nel pool antimafia voluto dal giudice Antonino Caponnetto, era arrivato troppo vicino alla "cupola", il vertice della catena di comando della mafia. E si era spinto fino ad indagare sui legami tessuti dai boss con il mondo della politica, degli affari, della stessa magistratura.


"Devo fare presto, non ho più tempo"
"Devo sbrigarmi, non ho più tempo", ripeteva dal 23 maggio di quell'anno. Ovvero dal giorno in cui, sull'autostrada A29 che collega l'aeroporto di Punta Raisi a Palermo, Falcone venne fatto saltare in aria assieme alla moglie Francesca Morvillo, agli agenti Vito Schifani, Rocco Dicilio e Antonino Montinaro, agli altri membri della scorta Paolo Capuzza, Angelo Corbo e Gaspare Cervello, e all'autista giudiziario Giuseppe Costanza.
Nel suo ultimo giorno di vita Paolo Borsellino decide di pranzare a Villagrazia di Carini - una frazione di Palermo - con la moglie, Agnese, e i figli Manfredi e Lucia. Quindi li saluta, raccoglie la scorta e chiede di passare dalla madre. Alle 16:58 il corteo arriva in via D'Amelio, una strada senza uscita. Il giudice scende dall'auto e si muove verso il citofono. Farà appena in tempo a suonare: una Fiat 126 imbottita di tritolo esplode uccidendolo sul colpo, assieme ai cinque agenti della scorta: Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. Si salva per miracolo solo un poliziotto, Antonino Vullo.


Pochi giorni prima di morire, parlando ad una conferenza organizzata all'università di Palermo, Borsellino ricordava Falcone spiegando: "La sua morte l'avevo in qualche modo messa in conto". Pesò ogni parola, rivoltando continuamente tra le mani un accendino. Lo sguardo spesso rivolto verso il basso, le continue pause. L'attacco durissimo alle istituzioni, a quella magistratura "che forse ha più colpe di tutti", allo stato che lasciò il suo collega "morire professionalmente, senza che nessuno se ne accorgesse. Denunciai quanto stava accadendo e per questo ho rischiato conseguenze gravissime" ma che erano necessarie, "perché alla morte di Falcone tutti avrebbero dovuto già sapere. Il pool doveva morire di fronte al paese intero, non nel silenzio".


Il mistero dell'agenda rossa di Paolo Borsellino
Alla moglie disse: "Quando mi ammazzeranno, sarà stata la mafia ad uccidermi. Ma non sarà stata la mafia a volere la mia morte", ha raccontato il fratello Salvatore in un'intervista. Borsellino sapeva troppo: doveva sparire lui ma dovevano sparire anche le sue carte. Così, una delle più drammatiche pagine della storia della repubblica italiana si condisce di un episodio misterioso ed inquietante. Borsellino non si separava mai da un'agenda rossa dei carabinieri che gli era stata regalata. Dentro custodiva appunti, indizi, prove. Era il suo testamento professionale.

Quella mattina, come sempre, l'aveva fatta scivolare nella sua ventiquattrore. Eppure, dal luogo del delitto sparì. Nessuno ne seppe più nulla. "Sappiamo, grazie alle perizie della polizia scientifica su un filmato video, che tra le 17.20 e le 17.30, l'allora capitano dei carabinieri Giovanni Arcangioli ebbe la borsa in mano e la portò in direzione dell'uscita di via d'Amelio - ha ricostruito la trasmissione Rai Files24 -. Sappiamo, dalle dichiarazioni rilasciate ai giornalisti da Arnaldo La Barbera pochi giorni dopo la strage, che la borsa fece tappa alla questura di Palermo. Sappiamo che la famiglia del giudice controllò la borsa dopo la strage, denunciando la mancanza dell'agenda. Sappiamo che il primo verbale di apertura della borsa fu redatto dalla procura di Caltanissetta il 5 novembre 1992, ben tre mesi e mezzo dopo la strage. Sappiamo, sempre grazie ai reperti fotografici e video, che la borsa nelle mani di Arcangioli era integra, senza segni di bruciature, mentre la borsa repertata dalla procura era parzialmente bruciata su un lato".

La famiglia rifiutò i funerali di stato
"Certamente - ha accusato il fratello - in via D'Amelio c'erano persone che aspettavano. E non potevano essere che persone dei servizi segreti. Non era alla mafia che interessava sottrarre l'agenda rossa". Arcangioli fu indagato per il furto, quindi prosciolto dall'accusa "per non aver commesso il fatto".


Il 24 luglio si celebrarono i funerali di Borsellino. In forma privata, perché la famiglia rifiutò le esequie di stato: la moglie Agnese accusava il governo di non aver protetto il marito. Fu scelta una chiesa di periferia, quella di Santa Maria Luisa di Marillac. Ciò nonostante, diecimila persone si accalcarono sul selciato per dare l'ultimo saluto al giudice. In modo civile e ordinato, benché pochi giorni prima, ai funerali dei membri della scorta la folla inferocita ruppe i cordoni dei circa quattromila agenti posti a difesa dei numerosissimi uomini politici presenti. Scandendo: "Fuori la mafia dallo stato. Fuori lo stato dalla mafia".

 

 
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Alda Merini

Post n°303 pubblicato il 16 Giugno 2017 da cavallo140

Canzone dell'uomo infedele

Il mio uomo è uguale al Signore
il mio uomo è uguale agli dèi
se lui mi tocca
io mi sento una donna
e mi sento l'acqua che scorre
nei lecci della vita.

Il mio uomo è un purosangue che corre
mentre io cavallerizza da nulla
sto immobile a terra

Il mio uomo è una chitarra felice
e io sono la sua canzone
ma lui non mi canta mai
perché?
Aspetto che la chitarra si rompa
per vivere...

Il mio uomo è un uomo crudele
il mio uomo è la mia preghiera
è uguale a Savonarola

ma il mio uomo tocca altri inguini ed altri capelli
è generoso con le fanciulle dorate
e lascia me povera
di vecchiezza e di vita a morire per lui.

Il mio uomo se si denuda
ha il petto villoso come le aquile
ma un rostro che ferisce a fondo
e punisce i pentimenti d'amore
allora io gli mostro le mie carni ferite
e maledico la sorte,

ma se il mio uomo sorride
io torno a fiorire e divento una bianca luna
che si specchia nel mare.

Alda Merini

 

 
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La Dolcezza

Post n°302 pubblicato il 31 Maggio 2017 da cavallo140

 

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Elogio delle virtù perdute: la dolcezza

La dolcezza: ecco un'altra virtù femminile a rischio di estinzione. Non ancora drammaticamente in pericolo come la grazia, ma certo minacciata, soprattutto negli ultimi anni. La ragione di questo sfavore? Ancora una volta, la paura che dolcezza significhi debolezza, arrendevolezza, vulnerabilità, scarsa assertività, scarsa "territorialità", non solo nel mondo del lavoro ma anche con il partner. Addirittura, che l'essere "troppo dolce", troppo buona, consegni la donna quasi a un destino di abuso, emotivo se non fisico, e perfino a un vero e proprio destino di solitudine: quello della vittima predestinata.
L'errore più comune è il primo, in cui la dolcezza viene erroneamente assimilata alla debolezza. Da questo sostanziale fraintendimento discendono tutte le altre associazioni negative che inducono a guardare con diffidenza questo magnifico tratto della femminilità. In realtà, la dolcezza vera può essere espressa nella sua pienezza solo dalla donna interiormente forte. Che può cedere, in una discussione, se ritiene che le ragioni dell'altro siano migliori: e questa non è debolezza, è saggezza. Oppure, se ritiene che il farlo allenti la tensione e consenta poi di riprendere il discorso in climi emotivi più favorevoli: e questo è alto senso della strategia della vita, nel microcosmo della famiglia come nel macrocosmo del mondo.
Già, ma come si fa ad essere dolci in un mondo che si basa su guerre e guerriglie, ad ogni livello di interazione personale? Che richiede di mettersi letteralmente addosso l'armatura da guerra, quando si esce di casa? Armatura che finisce per diventare una seconda pelle, così ben assimilata con la nostra da non distinguerla più. In un mondo che non ci aiuta a scaricare in modo sano tutta l'aggressività che ogni giorno accumuliamo?
Quest'ultimo è un nodo importante: la stimolazione cronica della collera-rabbia, che è un'emozione di comando fondamentale, nella donna causa irritabilità, nemica prima della dolcezza, e l'iperstimolazione del nostro sistema di allarme. In termini semplici: provoca un rialzo costante di adrenalina, che causa le sconfortanti risposte fisiche tipiche dello stress cronico da irritazione permanente. Questi cambiamenti biochimici (e psichici) si traducono in un aumento della tensione muscolare generale, con contrazioni somatizzate in quattro nodi di tensione particolari: attorno alla bocca (il digrignare i denti di notte ne è una tipica spia), sul collo (per la contrazione dei muscoli paravertebrali, da cui dipende anche la cefalea tensiva, "a casco"), a livello lombare (con l'epidemia di lombalgie che conosciamo) e a livello dei muscoli che chiudono in basso il bacino (con stitichezza, dolore ai rapporti e perfino cistiti ricorrenti). Causano un respiro superficiale e contratto e la sudorazione "adrenalinica" (che, a livello subliminale, trasmette molta ansia a chi ci sta vicino, specie ai bambini). E provocano anche tensione e rigidità del tono di voce, che diventa più meccanico, monocorde, perdendo le vibrazioni che rendono la voce dolce, carezzevole e acquietante. Più silenziosamente, l'adrenalina fa contrarre le arterie, favorendo l'ipertensione. Altera tutto il processo digestivo, con gastriti e coliti. Incupisce l'umore. In più l'irritabilità, nelle donne, uccide il desiderio, specialmente se il partner è ritenuto - a torto o a ragione - il principale responsabile del nervosismo che la donna ha.
C'è un modo per ridurre l'irritabilità e riconsentirsi quella dolcezza che è un piacere - e un segnale di salute - per la donna, prima ancora che per chi le sta vicino? Sì: innanzitutto diventandone consapevoli. Molte donne, cronicamente irritate e irrigidite dai ritmi di vita, dallo stress, dall'insoddisfazione e dalla frustrazione, non si accorgono nemmeno più di aver perso tutta la loro dolcezza, e pensano che il loro (mal)stare sia normale. Si meravigliano anzi se ricevono dagli altri risposte dure o del pari irritate. La consapevolezza è il primo passo: da qui inizia il cambiamento. Che non è facile, perché la vita d'oggi tende a renderci tutti nevrastenici, in città più ancora che in campagna. E tuttavia bisogna ripartire dai fondamentali: il respiro che - diventando lento, calmo e rilassato - può gradualmente rallentare tutti i bioritmi concitati del corpo, aiutandoci anche in salute. Il movimento fisico quotidiano, che scarica così a livello motorio tonnellate di energie negative. Recuperando un po' di tempo quotidiano solo per se stesse. Consentendosi un massaggio settimanale, se si può, questa carezza surrogata che tuttavia è preziosa per farci sentire più in pace col mondo. E se con il partner non è proprio guerra, recuperando il piacere di due coccole che facciano rilassare e illuminare la pelle e il cuore. Ascoltando la propria voce, e modulandola verso la dolcezza, attraverso un respiro più lento e profondo, una postura del corpo più rilassata e un ritmo dell'eloquio meno concitato.
Si resta sorpresi, nella vita, dell'incredibile effetto positivo che una voce dolce ha sugli interlocutori di ogni età, oltre che su noi stessi. Perché non riscoprirla, questa dolcezza antica?

Prof.ssa Alessandra Graziottin

 
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La vita è unica

Post n°301 pubblicato il 29 Maggio 2017 da cavallo140
 

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Molti poeti, molti scrittori e filosofi hanno espresso nelle loro opere giudizi amari sulla vita, sul suo valore e significato: basti pensare al Leopardi. Non pochi giovani si danno alla droga, al vizio o alle dissipazioni perché mancano d'ideali e d'aspirazioni per il loro avvenire. Vi sono uomini che se la prendono per contrasti e piccoli dispiaceri, guardando soltanto a se stessi e non ai grossi dolori degli altri. Vi è chi crede che la vita sia soltanto meccanicismo e materialità e chi si cruccia nel masochismo, nella frustrazione e nel continuo disinganno, non sapendo trovare una ragione di gioia e di soddisfazione. Invece nella vita, bisogna sempre trovare un motivo di soddisfazione, di gioia e di esultanza.
Per me il piacere fisico dura poco e lascia un debole semplice tant'è che possono essere dimenticati o sostituiti nel tempo. Quello che è più profondo ed apprezzabile è il piacere spirituale. Esso non consiste nella soddisfazione materiale degli appetiti e dei sensi, ma nel sereno svolgimento dello spirito e di tutte le facoltà ammesse: la psiche, la mente, l'intelletto e il cuore.
Per Dante ogni cosa terrena è ordinata per tendere verso Dio per sollevarsi verso l'alto, per abbandonare i sensi, le passioni, la materia. Ma la dottrina Dantesca implica un profondo senso di religiosità e misticismo, che, in gran parte, era prodotto dalla cultura del tempo. Oggi noi intendiamo come religione il complesso di credenze che rende umile l'uomo di fronte a forze ignote o misteriose, che si collegano con le divinità che hanno sempre unito gli uomini nella preghiera, nel canto, nel culto, nella raccolta in chiesa dei fedeli superiori, insieme con la possibilità di elevarci e di liberarci dalle passioni, è già qualcosa di miracoloso.
E' meraviglioso che noi uomini siamo dotati di un corpo così perfetto e straordinario che, per quanto venga analizzato e studiato, offre sempre nuovi aspetti, come l'universo che, per quanto venga lustrato dalle sonde spaziali e dalle astronavi, si rivela sempre più complesso e grandioso. Noi dovremmo rallegrare delle meraviglie dei nostri sensi, delle percezioni e delle intuizioni che ci privilegiano su tutti gli altri esseri creati e viventi e che ci fanno gustare i cibi che sono a nostra disposizione, gli spettacoli della natura che ci esaltano e ci sublimano come un tramonto, un'alba, una notte di stelle, i prati fioriti in primavera, il verde dei monti visibile in lontananza, il manto della neve ecc. Aristotele affermò che l'arte dell'uomo non è altro che imitazione della natura, e Dante insieme con gli scolastici, ha dimostrato che la natura è figlia di Dio e difatti sono molte le persone che nei giorni festivi, stanchi dagli angusti spazi cittadini, delle vie inquinate, dello smog e cinte da muraglie di cemento sentono il bisogno per dare un po' di pace allo spirito di rifugiarsi sui colli, nei prati e nella campagna per godersi un po' di silenzio e di paesaggio primigenio.
La vita è bella e basta saperla apprezzare e sono molti che giudicano la vita come un dono di Dio, un miracolo, un privilegio per le cose belle che essa ci riserva, come i viaggi, la veduta dei paesaggi e degli ambienti che non abbiamo ancora conosciuto, per le amicizie nuove che possiamo fare per gli esempi di generosità ed eroismo ai quali possiamo assistere.
E' vero che vi sono anche delitti, atrocità, malattie, guerre, stragi e morte, ma sono appunto queste cose brutte che, per contrapposto ci fanno gustare maggiormente quelle belle. Ogni gioia nasce e trova motivazione nel dolore, e questo non va mai considerato in se stesso ma nelle favorevoli conseguenze di cui è portatore.
Io sono sempre attaccato alla vita, ho sempre rifiutato il pessimismo, mi sono guardato dallo sconforto anche nei momenti più tristi, ho sempre nutrito la speranza che ad ogni dolore fa seguito una gioia più grande. La vita è un dono perché ci offre, ogni giorno nuovi motivi di gioia e di esultanza, ci fa assistere a nuovi episodi di generosità e di bontà, ci mostra molte persone più buone di noi che sanno comprendere ed amare anche coloro che sono antipatici o che fanno del male; ci introduce nella chiesa dove i fedeli cantano inni al Signore presentando gioie e speranze ultraterrene.
Potendo constatare che né la ricchezza né la potenza sono fonti di felicità giacché causano maggiori preoccupazioni e portano alla guerra, come ci hanno insegnato i saggi antichi, possiamo trovare la felicità in noi stessi, riscoprendo ogni giorno le più straordinarie doti dello spirito che ci permettono di liberarci dalle passioni e di nutrire altri ideali come l'amore per i nostri fratelli, la fratellanza, l'odio della guerra, la solidarietà contro la delinquenza, l'estensione del bene. Al di là di questi concetti generali più volte mi sono chiesto dove si trova maggior motivo di amare e di stare accanto alla vita. Anzitutto nel fruire di una famiglia sana e unita la quale rappresenta il rifugio, il conforto, l'aiuto, l'affettuosità e l'amore naturale.
Avere una madre confidente, un padre affettuoso, fratelli e sorelle altruisti è sinonimo di sintonia in una famiglia ed in questo modo è più facile confidare i segreti anche per il gusto di sfogarsi con qualcuno. Se in famiglia non si può fare questo ecco che subentrano gli amici o per meglio precisare i migliori amici ai quali si può dire di tutto e ricevere qualche consiglio o semplicemente un po' di conforto.
La vita è unica ed ogni individuo è responsabile della propria vita quindi la può vivere nel modo in cui crede sia più giusto per lui ma anche per gli altri anche perché la propria libertà finisce quando inizia quella degli altri.

 
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Divorzi in crescita

Post n°300 pubblicato il 20 Maggio 2017 da cavallo140
 

Le ragioni di un matrimonio finito

Matrimoni finiti, uomini e donne avviliti per il progetto di vita a due fallito in un divorzio.
I figli soffrono, i padri separati balzano agli onori della cronaca per la precarietà economica ed emotiva della loro esistenza. I soldi non bastano più, molti di loro devono lasciare la casa alla famiglia e si riducono a dormire in auto. E le madri separate devono accudire i figli ancora più di prima, l'ex marito riesce a vedere i bambini solo nel fine settimana e non può, a volte non vuole, occuparsi di loro.
Tutti conducevano una vita dignitosa mentre ora tutto è spazzato via con un colpo di vento, magari odi e risentimenti complicano ancor di più i rapporti. Non sono contro il divorzio e nemmeno avverso il matrimonio, ma rifletto sul fatto che si dovrebbe pensare a lungo prima di fare il grande passo.
Riflettere sull'azione che si sta per compiere, riflettere e cercare dentro di sé le ragioni che spingono alla scelta matrimoniale e al desiderio di diventare genitori. È importante comprendere se è la cultura in cui si è immersi a far percorrere il sentiero dell'unione per la vita, oppure se lo si fa perché lo fanno tutti gli amici, lo hanno fatto i genitori o semplicemente perché è la strada più comoda per uscire dalla casa paterna e spiccare il volo verso una maggiore libertà.
O magari perché ci si convince di non essere in grado di trovare la persona adatta e allora si sposa chi appare, al momento, come la soluzione migliore.
Queste ragioni sono troppo deboli per sposarsi e dove non c'è una forte motivazione, il tracollo è in agguato. E se poi la persona adatta la si trovasse dopo il matrimonio? Un bel guaio!
Lo so, se ora vi dico che alla base del matrimonio ci vuole l'amore mi direte in coro: lo sappiamooo! Vero, lo sappiamo tutti, ma allora perché molti, troppi, si sposano per motivi diversi e non per amore?
Questo discorso può apparire banale ma non lo è, desidera solo riportare l'attenzione sulle basi solide di un'unione.
Gli esseri umani sono, a mio parere, liberi di agire, sbagliare e correggersi senza però coinvolgere persone innocenti come i figli. I figli, nonostante si dica da più parti che prima o poi accettano, capiscono e si adattano, in realtà la separazione dei genitori rimane per loro la promessa disillusa di avere una famiglia.
C'è chi prosegue a vivere insieme nonostante comprenda di non amarsi più, ma anche qui forse non fa la cosa giusta...difficile trovare il comportamento migliore. Ecco perché una sana riflessione sul senso del matrimonio andrebbe fatta a partire dalla scuola: educare alla scelta più consona alla propria natura può rendere migliori molte vite.
Per fortuna esistono genitori separati in grado di condurre egregiamente la loro condizione affiancando i figli nella crescita e preoccupandosi di non far loro mancare affetto, vicinanza, comprensione...purtroppo non sono la maggioranza.

 

 
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I giovani scappano dall'Italia

Post n°299 pubblicato il 19 Aprile 2017 da cavallo140
 

I giovani fuggono all'estero? Il vero rischio è rimanere in Italia e cambiare questo Paese.

Allora io me ne vado, qui non ci sono speranze, non ci sono opportunità, mi sento oppresso e voglio realizzare i miei sogni. Me ne vado dall'Italia e non credo tornerò." Quanti di voi hanno sentito pronunciare questa frase o l'hanno pronunciata almeno una volta nella loro vita? Andare via dall'Italia sembra essere l'unica soluzione per costruire e realizzare i propri sogni, perché qui nessuno ti aiuta, perché qui nessuno ti incentiva, perché all'estero la burocrazia è più semplice e perché all'estero si guadagna di più. Mi rivolgo alle persone che hanno voglia di partire e lasciare la nostra Italia: siete sicuri di aver fatto bene tutti i vostri calcoli? Non parlo semplicemente di calcoli economici, troppo semplice così. Non parlo nemmeno degli affetti che lascereste. Vorrei ragionaste meglio sull'opportunità che questo Paese vi può ancora dare.

Dovremmo essere la generazione che non cerca lavoro, ma lo crea, se lo inventa dal nulla. Mi viene in mente quella splendida realtà che si trova a Monopoli e di nome fa Blackshape. Dopo un'esperienza all'estero Angelo e Luciano decidono ti ritornare a casa, in Puglia, e di realizzare il loro sogno imprenditoriale. Vincono il bando emanato dalla Regione Puglia -ottima intuizione del Presidente Vendola aver fatto questo bando- e intascano i primi 25000 euro per iniziare la loro impresa. Hanno poco più di venticinque anni all'epoca. Dopo qualche anno possiamo dire che sono diventati leader nel settore degli aeromobili (e pensare che avevano iniziato progettando mobili) in carbonio. A Monopoli, che si trova in Puglia, che a sua volta è in Italia. Guarda un po'. Il genio italiano non finirà mai di stupirmi.

Questo è soltanto un esempio di due ragazzi che hanno rischiato e deciso di ritornare e rimanere in Italia. Però deve assolutamente farci riflettere questa vittoria di Angelo e Luciano. Qui non siamo di fronte soltanto ad un colpo di fortuna, siamo di fronte alla tenacia e alla determinazione che soltanto noi ragazzi possiamo avere. Molte volte fare un salto nel vuoto risulta più gratificante che cercare una via di fuga che all'apparenza sembra più facile da perseguire.

Vorrei che la maggior parte dei ragazzi che conosco e che incontro ragionasse così. Vorrei potessimo costruire il nostro futuro qui, assieme. Abbiamo perso il senso di comunità, intesa come insieme comune di intenti, stiamo perdendo il controllo della nostra generazione, siamo sempre troppo impegnati a pensare al futuro di ognuno di noi, quando invece basterebbe guardarsi attorno per poter trovare dei fenomenali compagni di strada e di squadra. Vorrei cogliessimo di più le occasioni che ci riuniscono e mettessimo a disposizione i nostri talenti, l'uno con l'altro. Questa crisi, l'abbiamo letto in mille salse, non riguarda soltanto la finanza. "È strutturale", ci dicono. E allora dobbiamo ripartire da noi, la nostra generazione può e deve cambiare questo Paese. Non è una semplice questione politica, riguarda l'intera società.

Non ci mancano le capacità, molte volte mancano i fondi, la burocrazia è lenta e incute timore soltanto pronunciare la parola 'start up' associata alla parola "in Italia". Non abbiate mai paura di alzare la mano e chiedere aiuto. Riscopriamo l'umanità e troveremo la chiave per il nostro futuro.

Poletti: “Giovani italiani vanno all’estero? Alcuni meglio non averli tra i piedi”. Pensateci.........

 
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Buona Pasqua

Post n°298 pubblicato il 16 Aprile 2017 da cavallo140
 
Tag: Auguri


La crisi economico-finanziaria ha messo allo scoperto che non si può vivere di solo benessere materiale. Ci sono in noi esigenze e aspirazioni spirituali che richiedono una risposta, altrimenti sperimentiamo un grande vuoto interiore. Siamo chiamati ad una conversione di mentalità, di modelli e stili di vita. Dio c'è e viene al nostro incontro.

Mi servo delle parole dell' Apostolo Paolo, per una riflessione che ci sia di augurio per la prossima Pasqua. S.Paolo scrive: "Togliete via il lievito vecchio‚ per essere pasta nuova...."

La Pasqua ci offra la grazia di attingere la linfa divina, che scaturisce dal cuore di Cristo, per irrorare la nostra fede, forse illanguidita, e la nostra speranza, forse vacillante.

Il Signore Risorto è vivente e il suo Spirito è fonte inesauribile di vita nuova e immortale. L'amore di Dio è più forte di tutti i segni di corruzione e di degrado.

Auguro a tutti una Santa Pasqua di vita nuova e di speranza.

 

 
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“Non avrete il mio odio”

Post n°297 pubblicato il 09 Aprile 2017 da cavallo140
 

"Non avrete il mio odio"

Se ciò che chiamiamo Occidente ha un senso, questo senso palpita nelle parole con cui il signor Antoine Leiris si è rivolto su Facebook ai terroristi che al Bataclan hanno ucciso sua moglie.


«Venerdì sera avete rubato la vita di una persona eccezionale, l'amore della mia vita, la madre di mio figlio, eppure non avrete il mio odio. Non so chi siete e non voglio neanche saperlo. Voi siete anime morte. Se questo Dio per il quale ciecamente uccidete ci ha fatti a sua immagine, ogni pallottola nel corpo di mia moglie sarà stata una ferita nel suo cuore. Perciò non vi farò il regalo di odiarvi. Sarebbe cedere alla stessa ignoranza che ha fatto di voi quello che siete. Voi vorreste che io avessi paura, che guardassi i miei concittadini con diffidenza, che sacrificassi la mia libertà per la sicurezza. Ma la vostra è una battaglia persa.

L'ho vista stamattina. Finalmente, dopo notti e giorni d'attesa. Era bella come quando è uscita venerdì sera, bella come quando mi innamorai perdutamente di lei più di 12 anni fa. Ovviamente sono devastato dal dolore, vi concedo questa piccola vittoria, ma sarà di corta durata. So che lei accompagnerà i nostri giorni e che ci ritroveremo in quel paradiso di anime libere nel quale voi non entrerete mai. Siamo rimasti in due, mio figlio e io, ma siamo più forti di tutti gli eserciti del mondo. Non ho altro tempo da dedicarvi, devo andare da Melvil che si risveglia dal suo pisolino. Ha appena 17 mesi e farà merenda come ogni giorno e poi giocheremo insieme, come ogni giorno, e per tutta la sua vita questo petit garçon vi farà l'affronto di essere libero e felice. Perché no, voi non avrete mai nemmeno il suo odio».

MASSIMO GRAMELLINI

 
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L'amore

Post n°296 pubblicato il 28 Febbraio 2017 da cavallo140
 

 

 "Sempre e per sempre" di Francesco de Gregori:

Pioggia e sole
cambiano
la faccia alle persone
Fanno il diavolo a quattro nel cuore e passano
e tornano
e non la smettono mai
Sempre e per sempre tu
ricordati
dovunque sei,
se mi cercherai
Sempre e per sempre
dalla stessa parte mi troverai
Ho visto gente andare, perdersi e tornare
e perdersi ancora
e tendere la mano a mani vuote
E con le stesse scarpe camminare
per diverse strade
o con diverse scarpe
su una strada sola
Tu non credere
se qualcuno ti dirà
che non sono più lo stesso ormai
Pioggia e sole abbaiano e mordono
ma lasciano,
lasciano il tempo che trovano
E il vero amore può
nascondersi,
confondersi
ma non può perdersi mai
Sempre e per sempre
dalla stessa parte mi troverai
Sempre e per sempre
dalla stessa parte mi troverai

"Sempre e per sempre" parla dell'amore vero, che non muore mai, l'amore che sa andare oltre gli anni che passano (pioggia e sole cambiano la faccia alle persone), i problemi della vita, e i sentieri che tutti noi ci troviamo a dover percorrere, che ci portano lontano, e ci dividono (Ho visto gente andare, perdersi e tornare e perdersi ancora E con le stesse scarpe camminare per diverse strade. O con diverse scarpe su una strada sola). Ma l'amore vero, sopravvive a tutto questo, sopravvive anche alla distanza di una vita (E il vero amore può nascondersi, confondersi ma non può perdersi mai). E non importa cosa sia successo, non importa dove ci si trova. Perché  quell'amore non cambia mai ,e fa in modo che chi lo prova non cambi mai (Tu non credere se qualcuno ti dirà che non sono più lo stesso ormai. Pioggia e sole abbaiano e mordono ma lasciano, lasciano il tempo che trovano). E alla fine, nonostante tutto, quell'amore e il suo propretario saranno sempre lì, ad aspettare e ad amare, qualsiasi cosa accada (Sempre e per sempre dalla stessa parte mi troverai).

È l'amore più grande che esista. L'amore che supera qualsiasi problema. Sono solo poche le persone che lo conoscono. E forse sono fortunate, chi lo sa.  Perchè  è difficile che due persone che si amano conoscano entrambe questo tipo di amore...

 

 

 
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Sono figli nostri

Post n°295 pubblicato il 18 Febbraio 2017 da cavallo140
 

 

Un breve video postato sulla pagina web di un quotidiano: una tragedia nascosta, di cui non vogliamo parlare perché ci appartiene, ci riguarda troppo da vicino. L'ambiente è un pronto soccorso nelle nostre città ,  le ambulanze piene non di malati o di anziani, ma di giovani ubriachi. Sono decine, centinaia, migliaia e tutti i sabati notte si ripete la stessa scena infernale: ragazzi e ragazze che ciondolano dalle barelle, non si ricordano nemmeno come si chiamano. Alcuni sono in coma etilico, altri intossicati da cocktail di droghe e alcol.

Sono figli nostri, alcuni minori, altri di 20 anni, altri di più, ma non c'è differenza, sembrano tutti uguali. È così da anni e non a caso. È un grande business, ci guadagnano i malavitosi, gli spacciatori più piccoli, gli esercenti. E ci guadagnano anche i genitori di quei giovani, perché con un una manciata di euro hanno comprato la loro anima e conquistato il proprio quieto vivere.

Nessuno se ne occupa, se non quei barellieri che rischiano anche le botte, i medici che devono prestare i primi soccorsi. Non se ne occupa la politica, distratta da ben altro; non se ne occupa buona parte delle famiglie italiane, ormai indifferente al futuro delle nuove generazioni.

Mi si dirà che non accade solo in Italia, giusto: mal comune mezzo gaudio? Eppure da noi le cose sono diverse, e peggiori. Basta leggere le statistiche, appena pubblicate, che dicono di un dramma parallelo, anzi contestuale: circa il 70% dei giovani con meno di 35 anni vive a casa dei genitori, oltre tre milioni di loro non studia e non lavora: il doppio di paesi come l'Inghilterra e perfino di più della Spagna. Peggio di noi Grecia e Bulgaria.

Due fenomeni che non c'entrano l'uno con l'altro? A pensarla così si continua ad alimentare il "buonismo educativo" che alimenta un fenomeno che costa allo Stato una cifra enorme: stiamo facendo a meno di milioni di giovani talenti che potrebbero dare un aiuto fondamentale alla ricrescita economica e culturale e che invece sono un peso, una zavorra mantenuta dai loro genitori.

Questa deriva giovanile non dipende solo dal mercato del lavoro o della casa, ma soprattutto da una mala-educazione che non ha cresciuto i propri figli sui principi dell'autonomia e della auto-determinazione. Giovani dipendenti dalle tagliatelle e dalla lavatrice di mamma e papà. Come potremo mai competere con il resto del mondo se collaboriamo ad annientare i nostri giovani? Le case troppo care, il lavoro che manca? E allora perché in Olanda, in Gran Bretagna, in Germania, in Francia il fenomeno è largamente inferiore? Non sarà che i genitori d'oltralpe sono meno invertebrati dei nostri?

L'emergenza educativa è stato il grido di qualche isolato intellettuale, non è in agenda di un governo o di un ministero perché non è nella testa delle famiglie, ma langue nella nostra irreprensibile indifferenza.

 

 
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Il Suicidio

Post n°294 pubblicato il 09 Gennaio 2017 da cavallo140
 

 

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Il suicidio non è la soluzione.

Un giovane di 28 anni senza lavoro si ammazza, un imprenditore si butta dal sesto piano perché la banca non rinnova il fido, un negoziante s'impicca nel suo negozio, un altro si brucia vivo. Un bollettino di guerra che aumenta di giorno in giorno e che, con la scusa del rischio emulazione, passa nel silenzio. Eppure la maggior parte dei suicidi avviene proprio quando quel silenzio è così forte da fare male alle orecchie. E' proprio lì, nel silenzio, che la solitudine aumenta insieme alla depressione. E la depressione può uccidere se non riconosciuta, se non curata, se non se ne individuano le cause, se chi ne soffre viene abbandonato da chi lo circonda e da uno Stato che quella depressione l'ha causata con le sue scelte sbagliate. Ma il suicidio non è mai una soluzione è un atto di egoismo senza replay. Una pugnalata a chi ci ama. Uno schiaffo a chi la vita la perde senza volerlo perché una malattia o un nostro simile gliela porta via. Chi si uccide non è un eroe che muore nell'atto di una protesta estrema, di cui, tra l'altro, ci si dimentica dopo il clamore iniziale.

La vera sfida, i veri eroi, sono quelli che non mollano, perché la vita non vale meno di una cartella di Equitalia, di un fido in banca che non arriva, di un debito anche ingente. E' più coraggioso chi chiede aiuto, mettendo da parte l'orgoglio, ma dando a se stesso e alla propria famiglia altre possibilità che la morte non dà più. Togliersi la vita è darla vinta a chi ci sfrutta o ci usa o ci umilia o ci rende impossibile realizzare la nostra individualità. A chi calpesta la nostra dignità. Dobbiamo invece reagire vivendo! E obbligando la politica, e chi ci è vicino, d assumersi le proprie responsabilità. Non è di forconi o bombe a mano di cui abbiamo bisogno, ma di coesione socialePer ritrovare la linfa vitale di un paese che era capace di sognare, che nel dna ha sempre avuto la gioia, la capacità di riemergere dalla distruzione, di realizzare i suoi sogni e che oggi pare come pietrificato di fronte a uno Stato che ha perso la sua ragione e la sua identità. E noi con lui. Lamancanza di rispetto delle regole e degli altri impera ovunque, nella capanna come nel condominio, nel paese come nella grande città, nella casa del fornaio come in quella dell'imprenditore, nelle strade come all'interno delle istituzioni. Basta! Dobbiamo gridarlo insieme facendo seguire a quel basta l'azione fino a che non ce n'è più necessità. Fino a che non ci rendiamo conto che il nostro piccolo orticello si posa sul mondo, che confina con quello di un altro e che quell'altro siamo noi.

 

 

 
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Buon Anno 2017

Post n°293 pubblicato il 30 Dicembre 2016 da cavallo140
 

Ci siamo quasi, ancora una manciata di giorni ed inizia il 2017. Ogni capodanno porta con sè i ricordi di ciò che è appena passato e che abbiamo vissuto, ma soprattutto porta sogni, speranze e tante buone intenzioni. E anche il desiderio di trascorrere il passaggio da un anno all'altro con le persone che più amiamo: la nostra famiglia, i nostri amici più cari, l'amore della nostra vita.

Auguro a tutti voi  numerosi delle splendide giornate in compagnia delle persone che più amate. Mi auguro che questi giorni di festa possano donarvi pace, amore, serenità e nuove aspettative positive per creare un futuro migliore e per finalmente permettere nella vostra esistenza tutto quello che desiderate di più, ricordandovi di essere grati ed apprezzare per tutto il bene che avete gia.

Buon Natale e Felice Anno Nuovo a Tutti

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La Dolcezza

Post n°292 pubblicato il 19 Dicembre 2016 da cavallo140
 

La dolcezza: ecco un'altra virtù femminile a rischio di estinzione. Non ancora drammaticamente in pericolo come la grazia, ma certo minacciata, soprattutto negli ultimi anni. La ragione di questo sfavore? Ancora una volta, la paura che dolcezza significhi debolezza, arrendevolezza, vulnerabilità, scarsa assertività, scarsa "territorialità", non solo nel mondo del lavoro ma anche con il partner. Addirittura, che l'essere "troppo dolce", troppo buona, consegni la donna quasi a un destino di abuso, emotivo se non fisico, e perfino a un vero e proprio destino di solitudine: quello della vittima predestinata.
L'errore più comune è il primo, in cui la dolcezza viene erroneamente assimilata alla debolezza. Da questo sostanziale fraintendimento discendono tutte le altre associazioni negative che inducono a guardare con diffidenza questo magnifico tratto della femminilità. In realtà, la dolcezza vera può essere espressa nella sua pienezza solo dalla donna interiormente forte. Che può cedere, in una discussione, se ritiene che le ragioni dell'altro siano migliori: e questa non è debolezza, è saggezza. Oppure, se ritiene che il farlo allenti la tensione e consenta poi di riprendere il discorso in climi emotivi più favorevoli: e questo è alto senso della strategia della vita, nel microcosmo della famiglia come nel macrocosmo del mondo.
Già, ma come si fa ad essere dolci in un mondo che si basa su guerre e guerriglie, ad ogni livello di interazione personale? Che richiede di mettersi letteralmente addosso l'armatura da guerra, quando si esce di casa? Armatura che finisce per diventare una seconda pelle, così ben assimilata con la nostra da non distinguerla più. In un mondo che non ci aiuta a scaricare in modo sano tutta l'aggressività che ogni giorno accumuliamo?
Quest'ultimo è un nodo importante: la stimolazione cronica della collera-rabbia, che è un'emozione di comando fondamentale, nella donna causa irritabilità, nemica prima della dolcezza, e l'iperstimolazione del nostro sistema di allarme. 

La dolcezza è un attributo dell'Aspetto Amore. E' un raggio che completa la qualità dell'Amore; è un colore delicato, tenue, carezzevole, rosato, potentemente presente in chi sa esprimere Amore.
L'Amore è un arcobaleno di virtù; espressione di sentimenti che albergano nel Cuore; sensibilità e dolcezza si fondono ed esprimono la ricchezza dell'Anima! E' questa fusione che permette allo sguardo umano di esprimere la consapevolezza dei Valori interiori. Uno sguardo pro- fondo, sincero, franco esprime tali Valori con semplicità, naturalmente e con dolcezza attraverso il suo proporsi.

 
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La normalita' che non esiste

Post n°291 pubblicato il 05 Dicembre 2016 da cavallo140
 

La normalita' che non esiste Il desiderio di essere liberi, privi di preoccupazioni e pensieri negativi, forse è un desiderio banale. Ma quanti di noi dipendono da tutto quel che succede durante il giorno; da tutte le persone che ci vogliono male, da tutte le situazioni in cui ci sentiamo bombardati dai pareri altrui, dalla moda, dalle critiche, dalle chiacchiere. Forse alcuni si chiedono in mente “Ma quando cavolo finirà tutta questa fretta.

 

Può darsi che pochi avevano voluto avere questo tipo di pensieri, ma di sicuro il discorso non è così banale come sembra e lo si capisce abbastanza. Oserei obiettare che molti di noi questi pensieri ce l'avrebbero se non li nascondessero. Li camuffiamo quando andiamo al lavoro, quando studiamo, quando compiamo delle mansioni lavorando in casa o in altri posti. La vita odierna è costruita anche di impegni, che a loro volta ci fanno dimenticare di alcune cose e domande essenziali della vita stessa. E' probabile che tutti questi pensieri e sentimenti possano nascere da una profonda sofferenza, da una vita difficile. Ma che cosa è una vita difficile? A che cosa potremmo paragonarla per avere una risposta certa? Di sicuro ci sarà troppa differenza tra gli esseri umani per comprendere questo fatto. Differenze al livello finanziario, culturale, religioso o politico. E questo ci divide, rendendo molti di noi egoisti, avidi, insensibili, confusi. Possiamo altrettanto essere diversi dal punto di vista emotivo. Quando ad esempio ci sentiamo arrabbiati e sentiamo di essere gli unici al mondo, mentre ciò non è proprio vero. I nostri sentimenti ed emozioni sono soprattutto soggettivi. Allora, chi mai potrà capirci meglio, se non noi stessi. Una cosa è certa, la presenza delle emozioni è comune a tutti noi, ma il modo in cui le viviamo è diverso e cambia. Spesso dietro un sorriso può nascondersi un profondo dolore. La luce può sembrare scura e la vita terrena un inferno. A quelli d'intorno possiamo sembrare normali, mentre non ci sembra di esserlo proprio. La soggettività quindi, è una cosa inevitabile, un modo di esistere, che ognuno di noi ha e che è diverso da una qualsiasi altra cosa che uno o più di noi possono vivere, provare o sperimentare. Tutti siamo soli, anche quando ci sembra di non esserlo. In caso contrario è solo una nostra illusione, che permette a molti di noi esclusivamente di sopravvivere e dimenticare dell'isolamento, delle riflessioni, dei rimorsi, dei nostri peccati. Nessuno di noi è normale, perchè la normalità non esiste e non è mai esistita. E' solo una nostra invenzione per vivere ed essere come tutti gli altri.

 
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Ci sono donne

Post n°290 pubblicato il 25 Novembre 2016 da cavallo140
 

Ci sono donne…

E poi ci sono le Donne Donne… E quelle non devi provare a capirle, perchè sarebbe una

battaglia persa in partenza. Le devi prendere e basta. Devi prenderle e baciarle, e non devi

dare loro il tempo il tempo di pensare. Devi spazzare via con un abbraccio che toglie il fiato,

quelle paure che ti sapranno confidare una volta sola, una soltanto. a bassa, bassissima voce.

Perchè si vergognano delle proprie debolezze e, dopo averle raccontate si tormentano – in una

agonia lenta e silenziosa – al pensiero che, scoprendo il fianco, e mostrandosi umane e fragili e

bisognose per un piccolo fottutissimo attimo, vedranno le tue spalle voltarsi ed i tuoi passi

allontanarsi. Perciò prendile e amale. Amale vestite, che a spogliarsi son brave tutte. Amale

indifese e senza trucco, perchè non sai quanto gli occhi di una donna possono trovare

scudo dietro un velo di mascara. Amale addormentate, un po’ ammaccate quando il sonno

le stropiccia. Amale sapendo che non ne hanno bisogno: sanno bastare a se stesse. Ma

appunto per questo, sapranno amare te come nessuna prima di loro.

Alda Merini

 

 
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Fragilità umana

Post n°289 pubblicato il 19 Novembre 2016 da cavallo140

 

 Di David Crucitti

Fragilità umana Mi fu chiesto di guardare, ma impietriti gli occhi si negarono, preferirono il

buio all’umile fragilità umana. L’infinito vuoto del distacco s’impadronì della mia giovinezza, ed

il cancro dell’anima avvolse il mio cuore. Mi fu chiesto di parlare, ma serrate, le labbra si

unirono al mio dolore e mi preservarono da me stesso. Non tornai mai più indietro, neanche la

mia mente osò tanto al cospetto del rifiuto del ricordo, innanzi alla semplice scelta di non

morire ogni giorno. Mi fu chiesto di guarire, due voci lievi mi chiesero di tornare, di ritornare a

sorridere, a vivere. In una fresca sera d’estate, ad un tratto, avvenne che i miei occhi si

aprirono a godere del tramonto, e la mia bocca si consegnò al sorriso. Al ricordo dell’umile

fragilità umana, sorrisi a lungo, sorrisi, ed accettai la vita dopo la morte

 
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Referendum

Post n°288 pubblicato il 17 Aprile 2016 da cavallo140
 

10 buoni motivi per VOTARE SÌ al referendum di DOMENICA 17 APRILE

VOTANDO SÌ

diamo una scadenza certa alle concessioni di petrolio e gas in mare entro le 12 miglia dalla costa. La vittoria del referendum cancellerà l’ennesimo regalo fatto alle compagnie petrolifere grazie all’approvazione della Legge di Stabilità 2016, che permette loro di estrarre petrolio e gas nei nostri mari entro le 12 miglia, senza alcun limite di tempo. Se vince il SI, sarà ripristinata la norma precedente che prevede una scadenza temporale per ogni concessione. VOTANDO SÌ non rinunciamo a una risorsa strategica. Il contributo delle attività estrattive entro le 12 miglia sono pari al 3% dei nostri consumi di gas e meno dell’1% di petrolio: quantitativi ridicoli per i nostri fini energetici, a fronte di rischi incalcolabili. Un contributo energetico che è abbondantemente compensato dal calo dei consumi in atto e che non comporterebbe alcun aumento di importazione. Se vince il SI, il popolo italiano dirà che questo gioco non vale la candela. VOTANDO SÌ ci riappropriamo del nostro mare. Attualmente, solo le compagnie petrolifere che operano entro le 12 miglia godono del privilegio di concessioni a tempo indeterminato. Nessuna concessione di un bene dello Stato può essere affidata a un privato senza limiti di tempo, come prevede anche la normativa comunitaria. Se vince il SI, sarà ripristinata la data di scadenza delle concessioni e il bene pubblico resterà tale. VOTANDO SÌ diamo più forza alle fonti rinnovabili, già oggi concrete. Le energie rinnovabili coprono il 40% dei consumi elettrici del nostro Paese. Le rinnovabili sono sempre più efficienti e rappresentano la prima voce di investimento nel mondo. Ad esempio, incentivando il biometano, potremmo ricavare una quantità di gas 4 volte maggiore a quello estratto nei mari italiani entro le 12 miglia. Se vince il SI, potremo finalmente puntare sulle rinnovabili e non più sulle fossili. VOTANDO SÌ diminuiamo i rischi e abbiamo garanzie sulla dismissione degli impianti. Non dare scadenza temporale alle concessioni vuol dire anche lasciare nel mare piattaforme e pozzi a tempo indeterminato. Questo aumenta di molto il rischio di incidenti. Se vince il SI, avremo la garanzia che le compagnie, una volta scaduta la concessione, smantellino piattaforme, pozzi e tutte le infrastrutture, come previsto dalla legge. VOTANDO SÌ cancelliamo i privilegi di cui godono le lobby petrolifere. Il 70% delle concessioni produttive oggetto del referendum non paga le royalties, perché estrae un quantitativo minore della franchigia prevista dalla legge. Il risultato è che nulla è versato nelle casse dello Stato. Se vince il SÌ, elimineremo questi privilegi e non continueremo a “svendere” il nostro mare. VOTANDO SÌ fermiamo le trivellazioni ancora consentite nelle 12 miglia dalla costa. Oggi nel nostro Paese non è possibile ottenere nuovi permessi per trivellare entro le 12 miglia. Ma nulla impedisce che, nell’ambito delle concessioni già rilasciate e attualmente senza scadenza, siano installate nuove piattaforme e perforati nuovi pozzi, come nel caso delle piattaforme VegaB nel canale di Sicilia e Rospo Mare in Abruzzo. Se vince il SI, elimineremo il pericolo di nuove trivellazioni entro le 12 miglia. VOTANDO SÌ creiamo altra occupazione nel settore energetico, quello rinnovabile e dell’efficienza. Non sarà il referendum a mettere a rischio i posti di lavoro del settore di estrazione di petrolio e gas, comparto già in crisi da tempo: il 35% delle compagnie petrolifere sono già ad alto rischio fallimento, visto il crollo del prezzo del petrolio. Se vince il SI, possiamo dare gambe alle rinnovabili, raggiungendo i risultati della Germania con 400mila occupati nel settore. VOTANDO SÌ diamo un contributo alla lotta ai mutamenti climatici. Alla COP21 di Parigi dello scorso dicembre, il Governo italiano - insieme ad altri 194 paesi - ha sottoscritto uno storico impegno a contenere la febbre della Terra entro 1,5 gradi centigradi, dichiarando fondamentale l’abbandono dell’utilizzo delle fonti fossili. Se vince il SI, “almeno” il popolo italiano sarà coerente con questo impegno. VOTANDO SÌ difendiamo il nostro diritto a decidere sulle scelte importanti del nostro Paese.

 
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Lettera a Me stesso

Post n°287 pubblicato il 26 Dicembre 2015 da cavallo140
 

LETTERA DI NATALE AI GENITORI

doni

Una volta che avrete letto questo non sarete mai più gli stessi: il segreto della vita è in queste poche righe.

Dopo aver attirato l’attenzione degli utenti con la frase introduttiva di rito che preannuncia alternativamente eventi nefasti nel caso non si legga l’articolo, oppure conoscenza assoluta leggendolo, posso tranquillamente tediare i lettori con questioni molto più banali come i regali di Natale.

Ci siamo : il Natale è arrivato e fra pochi giorni i nostri figli potranno svegliarsi e celebrare il rito dell’apertura dei regali. Scartare pacchi e pacchetti, fingere di leggere le dediche nei biglietti che li accompagnano, proprio come chi li ha scritti ha finto di credere che qualcuno li avrebbe letti. Chi non vorrebbe vedere il sorriso illuminare il volto del proprio bambino, mentre scopre sotto la carta luccicante proprio il regalo che sognava?

Certo, quei regali, quei pacchetti, quegli incartamenti, i fiocchi e i nastri hanno un prezzo, ma d’altronde quale genitore non sarebbe lieto di spendere qualche soldo in più per poter realizzare un sogno del proprio figlio?

Purtroppo il vero prezzo di certe cose non ha nulla a che vedere con il denaro: al compleanno, come a Natale o in qualsiasi altra ricorrenza, decidendo se fare o meno un regalo, ci sembra di adempiere un dovere morale ma in verità stiamo compiendo una scelta. Oppure no. Certo, possiamo rimetterci al luogo comune, al sentire collettivo che impone la celebrazione di qualsiasi evento attraverso il regalo, e così vedere quei sorrisi che ci fanno sentire dei bravi genitori, fieri di noi stessi. Oppure possiamo decidere di esercitare una scelta, cioè valutare autonomamente il senso di una ricorrenza e scegliere in che modo celebrarla: se considerarla l’occasione per elargire un oggetto materiale o dei soldi, oppure per “trasmettere” qualcosa.

La verità è che, anno dopo anno, ricorrenza dopo ricorrenza, regalo dopo regalo, non soltanto perpetuiamo degli stereotipi, ma trasmettiamo dei valori a chi ci sta intorno e in particolare ai bambini: la delusione nel non ricevere regali alle feste dipende soltanto dal fatto che siamo stati abituati ad averne. Le nostre aspettative possono essere innate oppure indotte: è indubbio che nessuno di noi riterrebbe di aver subito una lesione per non aver ricevuto un regalo al compleanno se abitasse in un’isola remota i cui abitanti non conoscono il significato del termine “regalo”, né di quello “compleanno”.

Nel lamentare la crisi dei valori e l’eccessivo attaccamento ai soldi o la corruzione riusciamo soltanto a vedere sintomi superficiali nei comportamenti altrui, ma non ci rendiamo mai conto che siamo proprio noi, giorno dopo giorno, azione dopo azione, a perpetuare e ad accrescere quei mali che affermiamo di detestare e di combattere. Ma in che modo, per esempio, combattiamo l’avidità e il materialismo? Dimostrando a quelli che ci circondano che è fondamentale avere soldi e poter comperare regali, ma, soprattutto, educando i nostri figli ad associare oggetti o somme di denaro a qualsiasi ricorrenza, dal buon voto a scuola al Natale, dal compleanno all’onomastico.

Il più bel regalo che potrete fare i vostri figli per questo Natale e per tutti quelli a venire sarà il vostro impegno per un mondo migliore, e con il termine “migliore” non intendo dire dal mio punto di vista, ma dal vostro stesso punto di vista: un mondo che non ha bisogno di annientare l’ambiente per ricavarne inutili oggetti ed effimeri profitti economici, che non si deve avvelenare con le radiazioni per poter far fronte alla produzione industriale, dove le persone non dedicano le proprie vite ad accumulare cose, non compiono atti illeciti per avere più soldi, non misurano il bene e i sentimenti in base a chi dà di più.

Certo, occorre coraggio per poter far fronte agli occhi tristi del proprio bambino, che sente racconti di regali eccezionali dai propri compagni di scuola, ma quanti più di noi sapranno farsi carico di questo, tanto meno assurdo e isolato sarà un simile comportamento.

Ad un’analisi superficiale questo invito potrà sembrare cinico, ma a volerlo guardare più in profondità si potrà comprendere che l’alternativa non è quella tra il crescere dei bambini felici e sereni, poiché circondati da regali, e il crescerli tristi e isolati perché non ne hanno mai ricevuti: l’alternativa è tra il renderli schiavi di abitudini e aspettative da cui probabilmente non riusciranno mai più a emanciparsi, costretti a cercare la felicità effimera in quei pochi istanti in cui avvertiranno il senso di possesso, e il garantire loro la libertà di essere anziché avere.

Forse, se pensassimo alla rinuncia a quei facili appagamenti momentanei come a un baratto con la serenità che soltanto le scelte consapevoli possono garantire nella vita delle persone, non ci sentiremmo dei genitori disamorati nel bandire il concetto stesso di regalo, bensì degli adulti responsabili capaci di farsi carico e di sopportare anche su di loro quei microscopici sacrifici che possono garantire enormi vantaggi.

Insomma, per questo Natale (e per i prossimi) decidiamo con cura cosa vogliamo donare ai nostri cari: la dipendenza da un sistema autodistruttivo, celata dietro alla rassicurante adesione alle consuetudini, oppure il seme di un pensiero che li renderà liberi?

 
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