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La vita è troppo bella

Post n°284 pubblicato il 28 Luglio 2015 da cavallo140

Ho perdonato errori quasi imperdonabili, ho provato a sostituire persone insostituibili e dimenticato persone indimenticabili. Ho agito per impulso, sono stato deluso dalle persone che non pensavo lo potessero fare, ma anch'io ho deluso. Ho tenuto qualcuno tra le mie braccia per proteggerlo; mi sono fatto amici per l'eternità. Ho riso quando non era necessario, ho amato e sono stato riamato, ma sono stato anche respinto. Sono stato amato e non ho saputo ricambiare. Ho gridato e saltato per tante gioie, tante. Ho vissuto d'amore e fatto promesse di eternità, ma mi sono bruciato il cuore tante volte! Ho pianto ascoltando la musica o guardando le foto. Ho telefonato solo per ascoltare una voce. Io sono di nuovo innamorato di un sorriso. Ho di nuovo creduto di morire di nostalgia e... ho avuto paura di perdere qualcuno molto speciale (che ho finito per perdere)... ma sono sopravvissuto! E vivo ancora! E la vita, non mi stanca... E anche tu non dovrai stancartene. Vivi! È veramente buono battersi con persuasione, abbracciare la vita e vivere con passione, perdere con classe e vincere osando, perchè il mondo appartiene a chi osa! La Vita è troppo bella per essere insignificante...! -Charlie Chaplin-

 

 
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Per non Dimenticare

Post n°283 pubblicato il 11 Giugno 2015 da cavallo140
 

"Vietato ai cani e agli italiani!"

 

Gli italiani in Svizzera oggi sono spesso presentati come un modello d'integrazione riuscita. La memoria degli uomini però è corta: fino a pochi anni fa erano in testa alla hit-parade della xenofobia.
Un'immigrazione che, come testimonia questa lunga lista di spregiativi, è stata tutt'altro che semplice.

"Alcuni decenni fa, lo straniero, il corvaccio, l'uomo col coltello era l'italiano il capro espiatorio responsabile di tutto ciò che non funzionava bene in Svizzera, che doveva solo lavorare e chiudere la bocca.
Le storie degli immigrati italiani sono spesso caratterizzate da un passato simile, fatto di povertà e a volte di soprusi, proseguite lungo un percorso sinuoso, doloroso. Storie che, comunque, si sono concluse frequentemente con la conquista di un posto al sole, guadagnato grazie "a una tenace volontà, a un lavoro accanito e al prezzo di grandi sacrifici.Infanzie rubate

Dai racconti emergono però soprattutto le pagine più buie della storia dell'emigrazione italiana in Svizzera. Come quella delle centinaia di bambini figli di stagionali (forse 5'000 all'inizio degli anni '70), che dovevano vivere nascosti, poiché in virtù del permesso di lavoro dei loro genitori non potevano risiedere, per legge, in Svizzera.

Una realtà raccontata in un toccante film del regista operaio Alvaro Bizzarri ("Lo stagionale", girato nel 1971) e vissuta anche dall'attuale senatore della Repubblica Claudio Micheloni, che alla fine degli anni '50, quando aveva tre anni e mezzo, dovette rimanere rintanato per due anni in un appartamento di Boudry, nel canton Neuchâtel.

Dal canto suo, Maria Paris, originaria di un villaggio nei pressi di Bergamo, non potrà mai dimenticare il 20 agosto 1946, data del suo viaggio in treno da Milano a Losanna. Arrivati alla stazione di Briga, tutti gli immigranti italiani furono fatti completamente spogliare in due tristi capannoni, dovettero farsi una doccia prima di essere cosparsi di DDT e passare la visita medica. Una donna incinta che rifiutava di svestirsi fu rispedita alla frontiera seduta stante.

Qualche anno dopo, la procedura del "controllo del bestiame" – come la definisce Maria Paris – dovette essere modificata: una 23enne italiana che rientrava a Neuchâtel dopo le feste di Natale prese freddo durante la visita medica a Briga e morì due settimane più tardi di broncopolmonite.

Se la vita per gli emigranti italiani non è mai stata facile, particolarmente penoso fu il periodo a cavallo tra gli anni '60 e '70, caratterizzato dalle iniziative Schwarzenbach contro "l'inforestierimento".

Anni grigi durante i quali "certe persone non hanno perso un'occasione per far sentire a noi, gli italiani, che valevamo molto meno degli altri", scrive Massimo Lorenzi, volto noto della Televisione della Svizzera romanda, nella sua prefazione intitolata in modo emblematico "Senza rancore, ma senza oblio".

Manuela Salvi, oggi giornalista alla Radio della Svizzera romanda, ricorda quando nel 1974, all'età di 14 anni, dei compagni si prendevano gioco di lei perché se l'iniziativa "Per la protezione della Svizzera" fosse stata accettata sarebbe forse stata rispedita in Italia.

A ormai quasi quarant'anni di distanza, Oscar Tosato, membro dell'esecutivo della città di Losanna, sente ancora salire la rabbia quando pensa al giorno in cui vide affisso all'entrata di una discoteca di Bienne un cartello con la scritta "Vietato ai cani e agli italiani".

Queste vicende hanno perlomeno avuto un pregio: molti emigranti e i loro figli sono stati immunizzati dal virus della xenofobia, un virus che oggi assume le forme del musulmano, del balcanico o dell'africano… Molti, ma non tutti però, come sottolinea Manuela Salvi, parlando dell'enorme buco di memoria di quegli italiani, emigrati e non, che oggi hanno paura e addirittura a volte odiano lo straniero.

Le testimonianze raccolte da Durous hanno anche il merito di far venire a galla un sentimento di impossibile appartenenza. "Un piede sull'asfalto ginevrino, un altro in Veneto, non mi sento mai veramente al posto giusto", scrive sempre Massimo Lorenzi nella prefazione.

"Un sentimento d'estraneità, che a volte mi crea un certo malessere, ma che offre sicuramente un vantaggio: sono vaccinato contro ogni forma di patriottismo ad oltranza. Né patria da amare a dismisura, né bandiera davanti alla quale prostrarmi".

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Non piangere bella se devo partire
se devo restare lontano da te;
non piangere  bella, non piangere mai
che presto, vedrai, ritorno da te.
Addio alla mia casa, addio alla mia terra
addio a tutto quello che lascio quaggiù;
o tornerò presto, o  tornerò mai
soltanto il ricordo io porto con me.
Partono gli emigranti
partono per l’Europa
sotto lo sguardo della polizia.
Partono gli emigranti
partono per l’Europa
i deportati della borghesia.
i deportati della borghesia.
Lontano chissà quanto tempo
dovremo restare finchè tornerò
le notti son lunghe, non passano mai
e non posso mai averti per me.
Ovunque fatica violenza e razzismo
ma questa violenza coscienza ci dà
consumo le mani
e mi cresce la voglia
la voglia di avere il mondo per me.
Partono gli emigranti
partono per l’Europa
sotto lo sguardo della polizia.
Partono gli emigranti
partono per l’Europa
i deportati della borghesia
i deportati della borghesia.


 
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Come due stelle

Post n°282 pubblicato il 20 Maggio 2015 da cavallo140
 

Siamo come due stelle,

così vicini, così distanti.

Illusi e sospesi come lacrime spente,

silenziose e nascoste dietro gli sguardi

per tacito accordo tra cuore ed orgoglio,

restiamo seduti a guardare la notte,

come alberi spogli nei viali d'inverno

siamo scheletri stanchi di vecchi ricordi.


Simile al vento che sferza sui pioppi

e bussa contro le imposte già chiuse,

al tiepido sole d'autunno inoltrato

cerco invisibili sfumature di sorrisi,

dietro le ombre allungate nei sospiri

In un silenzio inatteso cade una stella.

Resisto in piedi come pugile sconfitto,

aspettando la fine dell'ultimo incontro,

mi lasci nel buio d'invalicabili confini

non restano che foglie lungo il sentiero,

agitate dal vento e dai miei rimpianti,

audace sarà il futuro a venirmi incontro.

polvere+di+stelle+copy

Resisto in piedi come pugile sconfitto,

aspettando la fine dell'ultimo incontro.

 
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I RICORDI....

Post n°281 pubblicato il 07 Maggio 2015 da cavallo140
 

CI SONO DOLORI.......

Ci sono dolori che non si possono né evitare né cancellare. Esistono. Possiamo solo affrontarli, e cercare di fare di tutto affinché non ci devastino. Ma talvolta ci vuole tanto tempo. E non basta fare “come se” niente fosse successo perché la vita continui come prima. Perché, spesso, niente può più essere come prima, e si deve pian piano riuscire ad organizzare la propria vita in modo diverso. Come perdiamo una persona cara. Talvolta in maniera brusca. Talvolta in modo ingiusto e inaccettabile.

Quando una persona che amiamo se ne va via per sempre, è difficile imparare a vivere con quel vuoto profondo che si spalanca all’improvviso. E non basta semplicemente voltare pagina. Non basta ripetersi che la vita continua e che non serve a nulla piangere. Non basta imporsi di non pensarci… Quel vuoto è lì. Come una ferita profonda. Che pian piano cerchiamo di far cicatrizzare… Anche se alcune ferite non si cicatrizzano mai completamente…

Non basta premere sul tasto “cancella” per cancellare veramente tutti i ricordi che ci legano alle persone care, per distaccarsi da chi non c’è più. Elaborare la perdita è un’operazione psichica lunga e complessa. Si tratta non solo di accettare la realtà, ma anche di riconoscere veramente ciò che si è perduto, compresa la promessa di tutto quello che si sarebbe potuto e voluto vivere con chi non c’è più. Fare l’inventario di tutto quello che era stato investito, progettato, auspicato e sperato, e capire che non sarà più possibile realizzarlo.

Solo poi, si può tornare di nuovo alla vita, nonostante la sofferenza che resta quando si capisce una volta per tutte che i ricordi sono solo ricordi. Solo poi, si può amare di nuovo. E ricominciare. E riprendere a sorridere…Forse

La nostra vita è fatta in gran parte di ricordi.

 
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Pino Veneziano

Post n°280 pubblicato il 28 Aprile 2015 da cavallo140
 

Lu patruni è suvecchiu
Il padrone è di troppo
Parlu ccu viatri ca diciti sempri:
“Chiamati patri  a cu vi duna pani”
iu vi dicu ca nunn’è veru nenti,
ma siti viàtri ca  cu li vostri manu,
ci dati pani, cumpanaggiu e vinu.
Ccu lu travagghiu di li vostri vrazza,
campanu iddi ca su’ n’autra razza.

Un sulu patri avemu
ed è lu suli!
Cu li  raggi e lu so caluri 
feconda la terra, nostra matri naturali.
Tutti l’autri ‘un su’ patri,
ma su’ patruna
e lu patruni è un mali vecchiu . . .

Ci vonnu chiddi ca pigghianu pisci di lu mari;
ci vonnu chiddi chi aisanu li casi;
ci vonnu chiddi chi allevanu animali,
ma lu patruni no!
Chiddu è suvecchiu.
Parlo con voi che dite sempre:
"Chiamate padre chi vi dà pane".
Io vi dico che vi sbagliate,
siete voi che con le vostre mani
gli date pane, companaggio e vino.
Con il lavoro delle vostre braccia
campano loro che sono come un'altra razza

Abbiamo un solo padre
ed è il sole!
Con i suoi raggi e il suo calore
feconda la terra, nostra madre naturale.
Tutti gli altri non sono padri,
ma sono padroni
e il padrone è un male vecchio . . .

Servono quelli che prendono pesce dal mare;
servono quelli che tirano sù le case;
servono quelli che allevano gli animali,
ma il padrone no!
Quello è di troppo.

Io, se fossi ragazzo, gli porterei la chitarra,
lo seguirei dovunque va,
lo sentirei cantare nelle piazze.
(Ignazio Buttitta)


Ve lo ricordate Pino Veneziano?
Quello che serviva ai tavoli del Lido Azzurro?
Aveva grandi mani per suonare la sua vecchia chitarra
e una gran voce potente per cantare la storia degli ultimi della terra.
Ma come? Non ve lo ricordate?
Certo. Pino Veneziano non era famoso come Dalla o De Gregori.
Quel cameriere che lavorava a Selinunte non è apparso mai in tv con le sue canzoni.
Chi capiva il suo dialetto siciliano tagliente come un coltello? I lavoratori siciliani innanzitutto.
Altro che ipnosi televisiva!
Quando cantava la sua canzone su Piazza della Loggia diceva che gli autori della strage erano “gran figli di troia”.
Così. Semplicemente.
Nelle piazze e nelle manifestazioni regalava la sua musica che a volte diventava inno rivoluzionario.
Diceva che il padrone non serve. Senza mezzi termini.
Chissà se oggi potesse cantare di questa nuova generazione di potenti cosa direbbe.
Vogliamo scommettere? Non basterebbe il bollino rosso della censura per tenerlo a freno! 
E se anche oggi gli fosse impedito di dire la sua sulla mafia, i dittatori e i governi truffaldini attraverso i media,
anche oggi avrebbe il suo piccolo pubblico ai tavoli del Lido Azzurro
e tra un bicchiere e l’altro ci racconterebbe come vanno le cose.
Tutti quelli che hanno avuto la fortuna di ascoltarlo a Selinunte negli anni ’70
o di avere il suo unico disco - Lu Patruni è Suvecchiu - sono  testimoni
dell’esistenza di un grande autore italiano che è giunto il momento di riconoscere e far conoscere ovunque.
Allora, ve lo ricordate Pino Veneziano?
Quello che cantava ai tavoli del Lido Azzurro?
(Rocco Pollina)

 

 
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Il mondo è cambiato

Post n°279 pubblicato il 10 Aprile 2015 da cavallo140
 

 

Spesso si cerca di costruire qualcosa fuori dalla routine, non è facile. Nel corso degli anni il mondo è cambiato. Dire che le persone sono cattive è superfluo e forse neanche vero perché è divenuta la forma standard del rapporto interpersonale. Si scinde così un sistema che di fondo veniva equilibrato dal Buon Senso e dall’ Educazione se non da un sano Timor di Dio che a causa degli errori della Chiesa non è più credibile. Sconosciuti oramai questi due concetti, nel momento in cui li si identifica ad appartenenza di un umano, sembra quasi questi sia un Alieno. In effetti mi sono fatta sfuggire qualche passaggio, adesso vivo in un pianeta fatto per lo più di Corpi, Immagini Riflesse e Contraffatte che vogliono farti credere essere Umani. Che grande Ipocrisia. Cercano ciò che desiderano ma in verità dimostrano tutto il contrario di quello che sostengono.
Il Nulla…si trasforma nel contrario del Tutto. Bellezza interiore, affetto, tenerezza, confidenza, dialogo, educazione… Sono scivolate ormai nel dimenticatoio dell’ Anima, relegata a delle abitudini che non si riesce più a ripristinare. Il sovrabbondare di atteggiamenti con i quali la persona oggi si propone è l’ effetto lampante di una solitudine interiore che mostra i segni della sofferenza a causa. Divenendo così aggressivi e Giudici Scorretti.. E allora perché soffrire?.. Allora perché Amare?.. Allora perché vivere un qualcosa che si smarrisce poi nei meandri di una Coscienza Fittizia. Meglio non Essere, meglio Sembrare! Indeboliti nel carattere e nello spirito lo strumento che ci permette di essere forti o è Chimico o è Follia Aggressiva…. O si trasforma in Violenza.. Fosse solo cattiveria…Si è superata la soglia dell’ Aberrazione…. Bisognerebbe inventare un Mondo Nuovo…Questo comincia ad essere troppo marcio…E con un sorriso di cortesia.. Vado Oltre…Lì dove alloggiano i miei simili…Che per fortuna esistono ancora…

Per chi cerca di sorridere

E’ un cielo di nuvole
questo nostro mondo
che non riesce più a capire
il senso del profondo;
ho provato ha farti ridere,
eppure stai piangendo;
ho cercato di sorridere,
ma in fondo sto’ soffrendo.
Vorrei poter cambiare cio’ che porto dentro
o forse è il solo il mondo a non potermi dare tanto.
A volte mi hai guidato e non mi hai chiesto niente,
adesso che io ti vivo, son solo solamente.
Uno squarcio di sereno
sotto questo cielo,
apre gli occhi al mondo
senza piu’ quel triste velo.
Ascolta questa voce,
fammi ancora vivere,
e dona un po’ di luce
a  chi cerca di sorridere

 
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Buona Pasqua

Post n°278 pubblicato il 03 Aprile 2015 da cavallo140
 

Quest'anno un uovo di carta al posto di quello di cioccolata, che non contiene una sorpresa tangibile, come le solite sorprese spesso inutili o superflue, ma l'augurio di trovare una "sorpresa" in ogni giorno della tua vita, una sorpresa d'amore, di pace, di speranza, di gioia e serenità, da donare e da realizzare apprezzando ogni attimo, ogni emozione e ogni sentimento che il destino ti ha riservato... Buona Pasqua!

da PensieriParole <http://www.pensieriparole.it/frasi-per-ogni-occasione/auguri-di-pasqua/frase-261884?f=t:115>

 
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Autismo

Post n°277 pubblicato il 23 Marzo 2015 da cavallo140
 
Tag: S.O.S

Mi descrivo
Sono padre di un ragazzo autistico grave di 16 anni, e presidente di Autismo Treviso onlus, un'associazione impegnata in favore delle persone autistiche e delle loro famiglie in provincia di Treviso. Cari amici, abbiamo acquisito un edificio con scoperto per il nostro progetto "L'orto di San Francesco" per bambini e ragazzi autistici. Abbiamo sistemato la struttura: ci lavorano volontari e operatori professionali. Per informazioni: 3334158640
 Aiutiamo chi onestamente lavora nell'interesse della comunità.
autismo
La precocità di un intervento terapeutico riabilitativo in un bambino autistico è di enorme importanza, ma oggi, su questo punto, possiamo solo constatare la perseverante ignoranza di molti operatori del settore che ancora non hanno ben presente la differenza fondamentale che esiste tra i risultati ottenibili con un intervento precoce e tempestivo e quelli derivanti da una presa in carico riabilitativa ritardata perché differita nel tempo.

 
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Poeta Buttitta

Post n°276 pubblicato il 28 Dicembre 2014 da cavallo140
 

NUN SUGNU PUETA   
Ignazio Buttitta - Settembre 1954 - Tratto da: "Lu pani si chiama pani"

                                                                                                                               Traduzione in Italiano

Non pozzu chiànciri 
ca l'occhi mei su sicchi 
e lu me cori 
comu un balatuni. 

La vita m'arriddussi 
asciuttu e mazziatu 
comu na carrittata di pirciali.

Non sugnu pueta; 
odiu lu rusignolu e li cicali, 
lu v
inticeddu chi accarizza l'erbi
e li fogghi chi cadinu cu l'ali;
amu li furturati,
li venti chi strammíanu li negghi
ed annèttanu l'aria e lu celu. 

Non sugnu pueta;
e mancu un pisci greviu
d'acqua duci;
sugnu un pisci mistinu
abituatu a li mari funnuti:
Non sugnu pueta
si puisia significa
la luna a pinnuluni
c'aggiarnia li facci di li ziti;
a mia, la menzaluna,
mi piaci quannu luci
dintra lu biancu di l'occhi a lu voj.

Non sugnu pueta
ma siddu è puisia 
affunnari li manu
ntra lu cori di l'omini patuti
pi spremiri lu chiantu e lu scunfortu;
ma siddu è puisia
sciògghiri u chiacciu e nfurcati,
gràpiri l'occhi a l'orbi,
dari la ntisa e surdi
rumpiri catini lazzi e gruppa:
(un mumentu ca scattu!)...

Ma siddu è puisia
chiamari ntra li tani e nta li grutti 
cu mancia picca e vilena agghiutti;
chiamari li zappatura
aggubbati supra la terra
chi suca sangu e suduri;
e scippari 
du funnu di surfari
la carni cristiana
chi coci nto nfernu:
(un mumentu ca scattu!)... 

Ma siddu è puisia
vuliri milli
centumila fazzuletti bianchi
p'asciucari occhi abbuttati di chiantu;
vuliri letti moddi
e cuscina di sita
pi l'ossa sturtigghiati
di cu travagghia;
e vuliri la terra
un tappitu di pampini e di ciuri
p'arrifriscari nta lu sò caminu
li pedi nudi di li puvireddi:
(un mumentu ca scattu!)

Ma siddu è puisia
farisi milli cori
e milli vrazza
pi strinciri poviri matri
inariditi di lu tempu e di lu patiri
senza latti nta li minni
e cu lu bamminu nvrazzu:
quattru ossa stritti
a lu pettu assitatu d'amuri:
(un mumentu ca scattu!)...

datimi na vuci putenti
pirchi mi sentu pueta:
datimi nu stindardu di focu
e mi segunu li schiavi di la terra,
na ciumana di vuci e di canzuni:
li sfarda a l'aria
li sfarda a l'aria
nzuppati di chiantu e di sangu.

Non posso piangere,
ho gli occhi secchi,
e il mio cuore
è una pietra pesante.

La vita m'ha ridotto
arido e spezzato
come una carrettata di brecciame.

Non sono poeta;
odio l'usignolo e le cicale,
il venticello che carezza l'erba
e le foglie che cadono con l'ali;
amo le bufere,
i venti che disperdono le nuvole
e puliscono l'aria e il cielo.

Non sono poeta,
ma nemmeno un insipido pesce
d'acqua dolce;
sono un pesce selvatico
abituato ai mari profondi.
Non sono poeta
se poesia significa
la luna che pende
e impallidisce le facce dei fidanzati;
la mezzaluna
mi piace quando splende
dentro il bianco dell'occhio del bue.

Non sono poeta;
ma se è poesia
affondare le mani
nel cuore degli uomini che soffrono
per spremerne il pianto e lo sconforto;
ma se è poesia
sciogliere il cappio agli impiccati,
aprire gli occhi ai ciechi,
dare l'udito ai sordi,
rompere catene e lacci e nodi:
(un momento che scoppio)...

Ma se è poesia
chiamare nelle tane e nelle grotte
chi mangia poco e veleno inghiotte;
chiamare gli zappatori
curvati sulla terra
che succhia sangue e sudore;
e strappare
dal fondo delle zolfare
la carne cristiana
che cuoce nell'inferno:
(un momento che scoppio!) ...

Ma se è poesia
volere mille
centomila fazzoletti bianchi
per asciugare occhi gonfi di pianto;
volere letti morbidi
e cuscini di seta
per le ossa storcigliate
di chi lavora;
e volere la terra
un tappeto di foglie e fiori
che rinfreschi lungo il cammino
i piedi nudi dei poveri:
(un momento che scoppio!..)

Ma se è poesia
farsi mille cuori
e mille braccia
per stringere povere madri
inaridite dal tempo e dalla sofferenza
senza latte alle mammelle
e col bambino in braccio:
quattro ossa strette
al petto assetato d'amore:
(un momento che scoppio!...)

Datemi una voce potente
perché mi sento poeta:
datemi uno stendardo di fuoco
e mi seguano gli schiavi della terra,
una fiumana di voci e di canzoni:
gli stracci all'aria
gli stracci all'aria
inzuppati di pianto e di sangue.

 
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Buon Natale

Post n°275 pubblicato il 24 Dicembre 2014 da cavallo140
 

Ti auguro piccole cose
ma che siano straordinarie per il tuo cuore.
Un amico sincero.
Un abbraccio per ogni dispiacere.
Un sorriso per ogni lacrima.
Il sollievo ad ogni dolore.
Un sogno per ogni delusione
e momenti di consolazione.
Di sapere combattere con dignità.
Di non arrenderti alla prima avversità.
Di trovare nel buio della vita
una luce accesa.
Di saper ascoltare oltre al “sentire”
Di saper guardare oltre al “vedere”
Di trovare nella disperazione
la forza di continuare.
Ti auguro di saper cogliere
la bellezza delle piccole cose
di saperle vivere
di farlo intensamente.
Auguri Speciali!

 

E’ tempo di auguri, ma soprattutto è tempo per rallentare un po’, fermarsi, osservare, ascoltare, riflettere e pensare, raccogliere ad udienza le sensazioni, le emozioni.
Questo Natale fatti un bel regalo davvero: concediti del tempo per fare qualcosa che hai accantonato da tempo, non un dovere, ma una cosa che ti rende felice, che ti fa sentire vivo, che ti fa brillare. Può essere qualsiasi cosa.
Non deve essere una cosa eccezionale per il mondo, deve essere eccezionale per te.
E poi condividila con chi ami, o con chi non conosci, regalala al mondo intero, in qualsiasi modo, non importa come, e poi lascia che le persone che l’hanno accolta ti regalino le loro emozioni, ti arricchiranno.
Ama quello che fai, con passione viscerale, con sfrenata gioia, è qualcosa di contagioso e chi ti osserverà ne rimarrà incantato.
Divertiti, sogna, emozionati.
Non aver paura di essere te stesso, sei un essere unico e speciale che può brillare come una gemma al sole, brilla!
Lascia che la luce brilla nel tuo cuore si accenda forte dentro di te e irradi il mondo.
E’ Natale!
Auguri!

 
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I Dieci Comandamenti di Benigni

Post n°274 pubblicato il 21 Dicembre 2014 da cavallo140
 

Milano, ore 09:00. Da sacerdote paolino, sto iniziando la mia giornata da pastore della comunicazione nella redazione di Famiglia Cristiana. Accendo il mio computer, seleziono i programmi di videoscrittura e accedo alla mia pagina Facebook. Controllo gli umori della Rete e mi accorgo che gli utenti sono in totale visibilio. La maggior parte di loro ha visto lo spettacolo televisivo di Roberto Benigni sui Dieci Comandamenti, andato in onda ieri sera su Rai 1, e ne è rimasta entusiasta: “Ha lasciato un segno! Grandioso. I preti prendano esempio da lui! Così si comunica la gioia della fede!”, commenta Luigi, il cui post riceve oltre 400 “mi piace” e un centinaio di conferme da parte dei suoi contatti. “Benigni, è strabiliante e commovente! Un vero credente. Voglio essere come lui”, scrive Magda, al cui entusiasmo si associano quasi 600 adesioni.

 Il frizzante comico toscano ha fatto il botto. Si, non c’è dubbio. Ma l’esplosione più grande è avvenuta nei cuori di chi lo ha ascoltato. Un linguaggio semplice e scoppiettante quello usato da Benigni, ma mai banale o scontato. Una passione travolgente e genuina quella che ha trasmesso, capace di “risvegliare” le anime portandole alla radice della nostra storia. Una fede incarnata nell’oggi. Un sapiente dosaggio tra il significato profondo della relazione Dio/uomo e la stringente attualità. E che saggio di cultura! Attraverso la storia di Mosè, ha messo in contatto il messaggio eterno del nostro Padre con il cuore rassegnato dei credenti. E non solo. Pare aver riacceso scintille ormai coperte di cenere nei cuori di chi da tempo ha scelto la via della “latitanza” dalla chiesa e da Dio. La scossa, in sostanza, c’è stata. “Ma lo facciamo da sempre anche noi. Adesso non esageriamo!”, ha provato a ricordare un mio amico prete sulla bacheca di Luigi. Un’amica comune, Angela, ha risposto: “La differenza è stata lo stile. Ha detto tutto ciò che sappiamo in modo nuovo, bello, vitale, agganciato alla realtà. Dove le nostre sofferenze e le delusioni che proviamo di fronte al mondo politico e sociale hanno trovato una risposta diversa”. “I preti prendano esempio da lui”. Forse Luigi ha ragione. Roberto Benigni ci ha dimostrato come si può evangelizzare ai nostri giorni. Ha saputo valorizzare un mezzo comunicativo e di intrattenimento come la Tv per portare la “presenza di Dio” nella vita di ogni uomo e di ogni donna. Ha preso a “schiaffi”, ma con grande affetto, tutti i preti come me. Ha voluto suggerirci una via alternativa. È come se ci avesse fatto capire che non dobbiamo mai abbandonare la passione per l’annuncio della “buona novella”, e, tanto meno, sederci su ciò che crediamo aver conquistato. L’esempio di Benigni non può non interrogare il nostro modo di essere cristiani. E, allo stesso tempo, rivitalizzarlo, soprattutto di fronte all’arrivo del Natale. Sarebbe splendido se riuscissimo a dare ancora più vigore a quanto ricordato ieri sera: “Io sono il Signore Dio tuo... quel "tuo" rende il comandamento una professione d'amore di Dio

per ogni persona... Io sono tuo e tu sei mio/mia”. Una storia d’amore che non avrà mai fine.

 
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AUTUNNO

Post n°273 pubblicato il 09 Dicembre 2014 da cavallo140
 

Autunno
Autunno mansueto, io mi posseggo
e piego alle tue acque a bermi il cielo,
fuga soave d’alberi e d’abissi.
Aspra pena del nascere
mi trova a te congiunto;
e in te mi schianto e risano:
povera cosa caduta
che la terra raccoglie.
Salvatore Quasimodo

 

Immagine

Due strade divergevano in un bosco d’autunno
e spiacente di non poterle percorrere entrambe,
essendo uno solo, mi fermai a lungo
e guardai, per quanto possibile, in fondo alla prima,
verso dove svoltava, in mezzo agli arbusti.
Poi presi l’altra, anch’essa discreta,
forse con pretese migliori, perché era erbosa e meno segnata
sebbene in realtà le tracce fossero uguali in entrambe le strade.
Ed entrambe quella mattina erano ricoperte di foglie
che nessun passo aveva annerito.
Tenni la prima per un altro giorno,
anche se, sapendo che una strada porta verso un’altra strada,
dubitai di poter mai tornare indietro.
Racconterò questo con un sospiro
Tra anni e anni:
due strade divergevano in un bosco e io,
io presi la meno battuta.
Questo ha fatto la differenza.
Robert Frost, “La strada non presa

 
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Leonardo Sciascia

Post n°272 pubblicato il 16 Novembre 2014 da cavallo140

Leonardo Sciascia nasce a Racalmuto, nell’entroterra agrigentino, l’8 gennaio 1921, primo di tre fratelli. La madre viene da una famiglia di artigiani, il padre è impiegato in una delle miniere di zolfo della zona. Sciascia trascorre con il nonno e le zie la maggior parte dell’infanzia e il loro ricordo ricorrerà spesso nelle numerose interviste successivamente rilasciate dall’autore, nelle quali spiegherà anche il profondo legame con la Sicilia delle zolfare, a cui lo avvicinano il nonno e il padre.

A sei anni Sciascia inizia la scuola. Da subito affiora la sua forte passione per la storia, unita all’amore per la scrittura e gli strumenti dello scrivere: matite, penne, carta e inchiostro sono oggetto dei suoi giochi; sulla prima pagina di un quadernetto bianco il piccolo Leonardo scrive: "Autore: Leonardo Sciascia". A partire dagli otto anni si dedica intensamente alla lettura di tutti i libri che gli è possibile reperire a Racalmuto fra la cerchia dei parenti, un centinaio di pubblicazioni che riescono per un poco a placare la sua bulimia di lettura. Nel 1935 l’autore si trasferisce a Caltanissetta con la famiglia e si iscrive all’Istituto Magistrale IX Maggio, nel quale insegna Vitaliano Brancati. Lo scrittore diventerà per Sciascia un modello, mentre all’incontro con il giovane insegnante Giuseppe Granata (futuro senatore del PCI) Sciascia riconosce la scoperta degli illuministi e della letteratura americana. Per due volte rimandato alla visita di leva, la terza è considerato idoneo al servizio militare ed è assegnato ai servizi sedentari, anche se non viene richiamato alle armi. Nel 1941 supera l’esame per diventare maestro elementare. Nello stesso anno lo scrittore è assunto all’ammasso del grano di Racalmuto dove resterà fino al 1948: un’esperienza che gli permette di conoscere il mondo contadino siciliano. Nel 1944 sposa Maria Andronico, maestra nella scuola elementare di Racalmuto. Da lei Sciascia avrà le sue due figlie, Laura e Anna Maria. Pochi anni dopo, nel 1948, il suicidio del fratello Giuseppe lascia un segno profondo nell’animo dell’autore. Nel 1949 inizia ad insegnare nella scuola elementare nel suo paese. È del 1952 la pubblicazione del «primo lemma di Leonardo Sciascia» (Scalia): si tratta di Favole della dittatura, ventisette testi brevi di prosa assai studiata. Sempre nel 1952, esce la raccolta di poesie La Sicilia, il suo cuore, illustrata con disegni dello scultore catanese Emilio Greco. Sciascia vince nel 1953 il Premio Pirandello per un suo importante intervento critico sull’autore di Girgenti (Pirandello e il pirandellismo). Dal 1954 si trova alla direzione di «Galleria» e di «I quaderni di Galleria», riviste antologiche dedicate alla letteratura e agli studi etnologici. Frequenta in quegli anni la Caltanissetta di Luigi Monaco e del suo omonimo Salvatore Sciascia, ricavandone forti stimoli che si traducono in frequenti collaborazioni con diversi giornali e riviste letterarie. Nell’anno scolastico ‘57-’58 viene distaccato a Roma, al ministero della pubblica istruzione. Al suo ritorno si ristabilisce con la famiglia a Caltanissetta, ma interrompe l’attività di insegnamento per lavorare in un ufficio del Patronato scolastico. Nel 1956 esce il primo libro di rilievo Le parrocchie di Ragalpetra, a cui seguono nell’autunno del ’58 i tre racconti della raccolta Gli zii di Sicilia: La zia d’America, Il quarantotto e La morte di Stalin. Nel 1960 è pubblicata la seconda edizione de Gli Zii di Sicilia, a cui s’è aggiunto un quarto racconto, L’antimonio. Del 1961 è invece Il giorno della civetta, il romanzo sulla mafia che porterà a Sciascia la maggior parte della sua celebrità: e proprio l’impegno civile e la denuncia sociale dei mali di Sicilia saranno uno dei tratti più pertinenti per la definizione della fisionomia dello scrittore e intellettuale Leonardo Sciascia. Oltre a Il consiglio d’Egitto (1963), gli anni Sessanta vedranno nascere alcuni dei romanzi più sentiti dallo stesso autore, dedicati proprio alle ricerche storiche sulla cultura siciliana: A ciascuno il suo (1966) un libro bene accolto dagli intellettuali e da cui Elio Petri ha tratto un film nel 1967; e Morte dell’Inquisitore (1967), che prende spunto dalla figura dell’eretico siciliano Fra Diego La Matina. Nello stesso anno esce per l’editore Mursia un’Antologia di narratori di Sicilia, curata da Sciascia insieme a Salvatore Guglielmino. Lo scrittore tenterà anche di applicare al teatro la propria propensione alla scrittura fortemente dialogata, ma l’incontro/scontro con la mediazione operata dal regista gli appare come "devastatrice" dei testi e lo induce ad abbandonare il proprio impegno teatrale. Sul finire del decennio Sciascia si trasferisce a Palermo in una casa zeppa di libri e d’estate torna a Racalmuto per scrivere. Il 1970 è l’anno del pensionamento e dell’uscita de La corda pazza, una raccolta di saggi su cose siciliane nella quale l’autore chiarisce la propria idea di "sicilitudine" e dimostra una rara sensibilità artistica espressa per mezzo di sottili capacità saggistiche. Il 1971 è l’anno de Il contesto, libro destinato a destare una serie di polemiche, più politiche che estetiche, alle quali Sciascia si rifiuta di partecipare ritirando la candidatura del romanzo al premio Campiello. Tuttavia si fa sempre più forte la propensione ad includere la denuncia sociale nella narrazione di episodi veri di cronaca nera: gli Atti relativi alla morte di Raymond Roussel (1971), I pugnalatori (1976) e L’affaire Moro (1978) ne sono un esempio. Nel 1974, nel clima del referendum sul divorzio e della sconfitta politica dei cattolici, nasce Todo modo, un libro che parla «di cattolici che fanno politica» (Sciascia) e che viene naturalmente stroncato dalle gerarchie ecclesiastiche. Alle elezioni comunali di Palermo nel giugno ’75 lo scrittore è candidato come indipendente nelle liste del partito comunista: eletto con un forte numero di preferenze Sciascia si dimette da consigliere già all’inizio del 1977. La sua contrarietà al compromesso storico e il rifiuto per certe forme di estremismo lo portarono infatti a scontri molto duri con la dirigenza del partito comunista. Significativamente, quell'anno pubblicherà Candido. Ovvero, un sogno fatto in Sicilia. In questi anni aumenta la frequenza dei suoi viaggi a Parigi e si intensificano i contatti con la cultura francese, da lui sempre tenuta come essenziale punto di riferimento. Nel 1979 accetta la proposta dei radicali e si candida sia al Parlamento europeo sia alla Camera. Eletto in entrambe le sedi istituzionali opta per Montecitorio, dove rimarrà fino al 1983 occupandosi quasi esclusivamente dei lavori della commissione d’inchiesta sul rapimento Moro. In seguito a nuovi contrasti con il PCI di Berlinguer Sciascia abbandona l’attività politica, ma non rinuncia all’osservazione delle vicende politico-giudiziarie dell’Italia, in particolare per quanto riguarda la mafia. In un articolo sul «Corriere della sera» dal titolo I professionisti dell' antimafia, nel 1987 Leonardo Sciascia afferma che in Sicilia, per far carriera nella magistratura, nulla vale più del prender parte a processi di stampo mafioso. La memoria, privata e collettiva, restano però al centro della produzione letteraria sciasciana. Dalla collaborazione con la casa editrice Sellerio di Palermo origina una collana chiamata appunto "La memoria", che si apre con un suo libro, Dalle parte degli infedeli (1979), e che con le sue Cronachette festeggia nel 1985 la centesima pubblicazione. Per un ritratto dello scrittore da giovane è un’opera considerata “minore” di Leonardo Sciascia. In realtà, ci troviamo di fronte a un altro importante scritto che aiuta a cogliere l’ispirazione più profonda dell'autore, attraverso la letture di pagine e la scoperta di luoghi letterari ancora poco frequentati. Gli ultimi anni di vita dello scrittore sono segnati dalla malattia che lo costringe a frequenti trasferimenti a Milano per curarsi. Sia pure a fatica prosegue la sua attività di scrittore, mentre i continui attacchi di una sinistra opportunista e ideologizzata lo impegnano in sempre più taglienti e ironiche reazioni. Carichi di dolenti inflessioni autobiografiche sono i brevi racconti gialli Porte aperte (1987), Il cavaliere e la morte (1988) e Una storia semplice (in libreria il giorno stesso della sua morte), in cui si scorgono tracce di una ricerca narrativa all'altezza della difficile e confusa situazione italiana di quegli anni. Pochi mesi prima di morire pubblica Alfabeto pirandelliano, A futura memoria (pubblicato postumo), e Fatti diversi di storia letteraria e civile edito da Sellerio. Opere nelle quali si ritrovano le principali tematiche della produzione sciasciana, dalla "sicilitudine" a quell’impegno civile che lo aveva caratterizzato lungo tutta la sua vita intellettuale, di cui rimane una testimonianza anche nelle numerose interviste rilasciate durante tre decenni della storia nazionale italiana. Sciascia muore a Palermo il 20 novembre 1989, salutato da numerose parole di stima, fra cui quelle del grande amico Gesualdo Bufalino. Il suo corpo riposa all’ingresso del cimitero di Racalmuto.

 
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La famiglia...

Post n°271 pubblicato il 15 Agosto 2014 da cavallo140
 

C'era una volta la famiglia...

Esistono molteplici forme di famiglia, come esistono molteplici forme di unione tra le persone. Ogni famiglia ha le sue peculiarità, delle difficoltà specifiche e dei punti punti di forza.La nostra costituzione all'articolo 29, sancisce che la Repubblica Italiana riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio; ciò sta ad indicare che le leggi dello stato concepiscono esclusivamente un unico modello di famiglia, quello “classico”, formato da uno o più figli e da un uomo e una donna uniti in matrimonio.
Ma andiamo a vedere quali altre forme di famiglia esistono.Pensiamo alle famiglie monogenitoriali, nelle quali un genitore da solo, deve fare fronte all'educazione e al mantenimento dei figli. Indipendentemente dal motivo per il quale viene a mancare uno dei due genitori (separazione, divorzio, morte ...) è innegabile che le difficoltà di una famiglia di questo tipo sono innumerevoli. Ma è anche vero che in queste famiglie forse proprio grazie alla situazione particolare, si deve sapere prendere delle decisioni da soli ed essendo meno coccolati si impara prima ad affrontare le avversità della vita e a combattere per i propri diritti. Crescere in una famiglia “ristretta” quindi può fare maturare più in fretta e insegnare a vivere con responsabilità e rigore.

Ci sono poi le famiglie allargate che sono in constante aumento. Questa forma di famiglia relativamente nuova è composta prevalentemente da una coppia di genitori, i figli di precedenti matrimoni, dagli eventuali ex- coniugi e ovviamente da tanti nonni. Gli inglesi chiamano la famiglia allargata patchwork, come le trapunte fatte recuperando i pezzi di stoffa migliori di capi ormai consumati. Tanto quanto le tradizionali trapunte patchwork, la famiglia allargata per forza di cose è sempre variopinta, allegra e magari un po' incasinata.

Poi ci sono le famiglie affidatarie e le famiglie adottive. Nelle prime i bambini passano un determinato periodo di tempo con altri genitori per poi tornare alla famiglia di origine, mentre nel secondo tipo di famiglia i bambini entrano a far parte definitivamente della famiglia adottiva. Questi bambini hanno spesso due famiglie: una adottiva ed una biologica, spesso di culture diverse.

Poi ci sono quelle famiglie nelle quali i genitori hanno deciso di non sposarsi, uguali in tutto e per tutto alla famiglia classica, se non per il fatto che i due genitori non sono uniti da una unione regolamentata.

Inoltre ci sono le cosiddette famiglie arcobaleno, nelle quali uno dei genitori è omosessuale e il figlio è nato da una relazione eterosessuale precedente. Oppure entrambi i genitori sono omosessuali e i figli sono frutto di una procreazione assistita.

Alla fine di questo elenco è lecito chiedersi se una coppia senza figli non sia anch'essa da considerarsi un nucleo famigliare?

Sicuramente in questa fase storica il concetto di famiglia sta per essere rivisto e allargato anche a livello giuridico. Come è sempre avvenuto nel corso della storia, si svilupperanno altre forme di famiglia e forse altre cadranno in disuso. Una cosa è comunque certa: la famiglia contemplata dall'articolo 29 è solo una delle forme di convivenza possibili, e non per forza sempre la migliore.
A nostro parere la famiglia è il luogo dove vige la solidarietà, l'affetto e l'amore indipendentemente dal vincolo di matrimonio e dalla presenza o meno di figli.
lotta di famiglia 585x418 Lotta di famiglia
Ciò che accadrà nei mutamenti dell’idea di famiglia non ci è ancora dato di sapere, se non sforzando notevolmente la fantasia, ma l’accettazione delle varie forme di famiglia, diverse e variabili, rappresenta l’unico vero profilo di comprensione che umanamente ci appartiene .
 
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Quando Sarò Capace d'Amare

Post n°270 pubblicato il 01 Agosto 2014 da cavallo140
 
Tag: L'amore

Quando sarò capace di amare 
probabilmente non avrò bisogno 
di assassinare in segreto mio padre 
né di far l'amore con mia madre in sogno.

Quando sarò capace di amare 
con la mia donna non avrò nemmeno 
la prepotenza e la fragilità 
di un uomo bambino.

Quando sarò capace di amare 
vorrò una donna che ci sia davvero 
che non affolli la mia esistenza 
ma non mi stia lontana neanche col pensiero.

Vorrò una donna che se io accarezzo 
una poltrona un libro o una rosa 
lei avrebbe voglia di essere solo 
quella cosa.

Quando sarò capace di amare 
vorrò una donna che non cambi mai 
ma dalle grandi alle piccole cose 
tutto avrà un senso perché esiste lei.

Potrò guardare dentro al suo cuore 
e avvicinarmi al suo mistero 
non come quando io ragiono 
ma come quando respiro

Quando sarò capace di amare 
farò l'amore come mi viene 
senza la smania di dimostrare 
senza chiedere mai se siamo stati bene.

E nel silenzio delle notti
con gli occhi stanchi e l'animo gioioso
percepire che anche il sonno è vita
e non riposo.

Quando sarò capace di amare 
mi piacerebbe un amore
che non avesse 
alcun appuntamento col dovere

Un amore senza sensi di colpa 
senza alcun rimorso 
egoista e naturale 
come un fiume che fa il suo corso

Senza cattive o buone azioni
senza altre strane deviazioni
che se anche il fiume le potesse avere 
andrebbe sempre al mare.

Così vorrei amare

Giorgio Gaber

In un tempo senza ideali ne' utopia, dove l'unica salvezza è un'onorevole follia...

 
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Italia: il paese che ruba anche i sogni......

Post n°269 pubblicato il 31 Luglio 2014 da cavallo140
 

Scrivere è la mia forma di sognare Scrivere è la mia forma di sognare e faccio fatica a sognare ultimamente in questo Paese. Purtroppo non vedo più nemmeno un barlume di luce, che possa salvare l’Italia da una fine indecorosa, è un paese economicamente destinato a fallire e governato da gente incompetente, truffaldina e non scelta dal popolo. Ah il popolo… Pure quello non mi dà speranza alcuna. E’ possibile che la televisione ci abbia fatto diventare così ciechi, così ignoranti. Anche i più giovani che possono cercare notizie ed informarsi sul web non fanno altro che stare su facebook a parlare della neve e a fotografare quello che mangiano. I telegiornali non parlano di nulla, al massimo di cosa fa Belen Rodriguez, la diva della televisione italiana. E poi che importa come ha fatto ad essere così famosa, ora è Belen. Ed è questo il sogno delle ragazze italiane, essere come lei. In Italia sicuramente il fine giustifica i mezzi, tutti i mezzi… E quelli che hanno più potere sono i più sporchi e i più protetti della piramide sociale. In Italia non si può sperare nemmeno di vincere due spiccioli alle slot machine o alle scommesse, perché sono truccate e servono a fare arricchire quelli che ricchi già sono.Che sogno dovrei avere allora vivendo qua? Purtroppo sono nato onesto e mia madre mi ha inculcato quella sua maledetta bontà d’animo, non sono fatto per questo paese, qua non sarò mai nessuno. Mi piace rispettare la fila quando vado a comprare il pane e anche quando vado dal medico, pur sapendo che tutti mi supereranno perché loro hanno solo bisogno di una ricetta. Mi piace rispettare i limiti di velocità e fare attraversare la strada a una vecchietta con le buste della spesa. Non mi piace invece farmi raccomandare, chiedere lo sconto se me lo fa pagare senza fattura e avere vantaggi che non mi spettano. Non mi piace essere rappresentato da condannati, che nessuno ha votato. Non mi piace vivere in un paese incoerente, subdolo, arretrato. Stanotte vorrei addormentarmi e aspettare che nel sonno Peter Pan venga e mi faccia volare via con lui… Ma Peter non portarmi all’Isola che non c’è, sono troppo grande per stare ancora con i bimbi sperduti, mi basta che mi porti in un paese dove si possa sognare ogni mattina quando suona la sveglia.

 
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Verità nascoste

Post n°268 pubblicato il 26 Luglio 2014 da cavallo140
 

L’importanza dell’agenda rossa di Borsellino
Storia di un mistero lungo ventidue anni

Si dice che Paolo Borsellino non si separasse mai dalla sua agenda rossa. Era sempre con lui, quando lavorava con Giovanni Falcone, quando andava in chiesa, quando citofonava alla madre. Ed era con lui quando il 19 luglio di 22 anni fa una Fiat 126 esplose, squarciando via D’Amelio, portando via l’ultimo baluardo, forse il più forte, della lotta contro la mafia. Usarono 100 chilogrammi di tritolo per uccidere Borsellino. “È finito tutto”, fu il commento del capo del pool antimafia, Antonino Caponnetto.

E invece non finì tutto. La presa di coscienza di un’intera Nazione, la lotta, i processi: il vaso di Pandora della mafia a quel punto non poteva più restare chiuso. Però nella morte ancora senza giustizia di Paolo Borsellino si cela anche uno dei grandi misteri della storia italiana. Quell’agenda rossa che il magistrato aveva riposto con cura nella ventiquattrore con cui era uscito di casa, quell’agenda che aveva avuto in dono dall’Arma dei Carabinieri all’inizio dell’anno, nessuno l’ha più trovata.

C’erano gli occhiali da sole, un costume da bagno, qualche effetto personale. E nient’altro. Eppure la moglie Agnese e il figlio Manfredi erano sicuri che l’agenda rossa fosse con Borsellino nel momento più brutto. Lì dentro, il magistrato aveva appuntato ciò che lo crucciava sin dalla morte dell’amico Giovanni Falcone. Ad assicurarlo è la testimonianza di uno dei suoi più fidati investigatori, il tenente Carmelo Canale, a cui Borsellino disse, scrivendo nell’agenda: “Sono successi troppi fatti in questi mesi, anch’io ho le mie cose da scrivere”.

Tra i tanti, troppi, fatti che Borsellino stava analizzando, c’erano le prime rivelazioni dei pentiti di mafia. Uno su tutti, Gaspare Mutolo, l’ex autista di Totò Riina, che svelò i nomi delle “talpe” di Cosa nostra nelle istituzioni. Borsellino però aveva anche avuto notizia di una “trattativa” tra i mafiosi e lo Stato. In un’altra agenda, stavolta grigia, Borsellino scrisse il cognome dell’allora ministro degli Interni Nicola Mancino: lui ha sempre negato quell’incontro.

L’importanza di quell’agenda rossa è proprio in ciò che non sappiamo della storia. Quei fogli rilegati per prendere appunti avrebbero potuto nascondere una verità che si cerca da anni ormai, con un processo aperto a Palermo e che sembra non avere fine. L’importanza di quell’agenda rossa è nel modo in cui è sparita, fumoso, incomprensibile, un colpo di scena in una scena tetrissima.

Esiste un video in cui si vede un carabiniere in borghese, Giovanni Arcangioli, prendere la borsa di Borsellino e allontanarsi da via D’Amelio. La borsa poi verrà ritrovata nell’auto blindata del magistrato. Arcangioli venne indagato per il reato di furto dell’agenda rossa con l’aggravante di aver favorito la mafia ma poi fu prosciolto per “non aver commesso il fatto”. Ma allora chi ha preso l’agenda rossa?

Il mistero è lungo 22 crudelissimi anni, quelli che sono passati dalla morte di Borsellino. Le indagini continuano, i processi non si fermano. Soltanto quattro giorni fa al processo “Borsellino quater” di Caltanissetta, Fausto Cardella, il sostituto procuratore incaricato di indagare sulle stragi del ’92, ha ricordato che la borsa di Paolo fu trovata abbandonata, quasi con noncuranza: “All’interno c’era sicuramente un’agenda marrone, di quelle appartenenti ai carabinieri. C’era poi un’agenda con alcuni numeri di telefono ma l’agenda rossa, di cui aveva parlato il maresciallo Canale, non c’era”. Il mistero dell’agenda rossa insomma sembra indissolubilmente legato alla mancanza: di prove, di chiarezza, di verità. Di Paolo Borsellino.

 
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Vivere con passione

Post n°267 pubblicato il 26 Giugno 2014 da cavallo140

Vivere con passione

Ho perdonato errori quasi imperdonabili, ho provato a sostituire persone insostituibili e dimenticato persone indimenticabili. Ho agito per impulso, sono stato deluso dalle persone che non pensavo lo potessero fare, ma anch’io ho deluso. Ho tenuto qualcuno tra le mie braccia per proteggerlo; mi sono fatto amici per l’eternità. Ho riso quando non era necessario, ho amato e sono stato riamato, ma sono stato anche respinto. Sono stato amato e non ho saputo ricambiare. Ho gridato e saltato per tante gioie, tante. Ho vissuto d’amore e fatto promesse di eternità, ma mi sono bruciato il cuore tante volte! Ho pianto ascoltando la musica o guardando le foto. Ho telefonato solo per ascoltare una voce. Io sono di nuovo innamorato di un sorriso. Ho di nuovo creduto di morire di nostalgia e… ho avuto paura di perdere qualcuno molto speciale (che ho finito per perdere)… ma sono sopravvissuto! E vivo ancora! E la vita, non mi stanca… E anche tu non dovrai stancartene. Vivi! È veramente buono battersi con persuasione, abbracciare la vita e vivere con passione, perdere con classe e vincere osando, perchè il mondo appartiene a chi osa! La Vita è troppo bella per essere insignificante!

Charlie Chaplin

 
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Scelte di vita

Post n°266 pubblicato il 13 Maggio 2014 da cavallo140
 

Mai stato meglio...

Giovanni era un tipo che Vi sarebbe piaciuto conoscere.

Era sempre di buon umore e non di rado aveva qualcosa di positivo da dire.
Quando qualcuno gli chiedeva come stava, la sua risposta era qualcosa come:

- "Mai stato meglio!"

Lui era un maître speciale per i suoi camerieri che lo seguivano di ristorante in ristorante conquistati dalle sue attitudini. Era un ottimista nato.
Se un suo collaboratore si trovava in una giornata no, Giovanni lo incoraggiava a vedere il lato positivo della situazione.

Incuriosita dal suo stile di vita, un giorno gli ho chiesto:

- "Non si può essere così ottimista tutto il tempo. Come fai? "

Lui mi ha risposto:

"- Nel risvegliarmi ogni mattina dico a me stesso: Giovanni, oggi hai due scelte: puoi stare di buono o di cattivo umore. Io scelgo il buon umore. Ogni volta che mi capita qualcosa di spiacevole posso scegliere di sentirmi una vittima o di imparare qualcosa dall'accaduto. Scelgo di imparare qualche cosa. Ogni volta che sento qualcuno lamentarsi posso decidere di accettare il suo reclamo o di fargli vedere il lato positivo della vita."

"- Certo ma non è poi così facile!" - ho pensato.

"- È facile." - mi rispose Giovanni.

"- La vita è fatta di scelte. Quando analizzi ogni situazione profondamente, trovi sempre una possibilità di scelta. Sei tu a scegliere come reagire davanti ai fatti. Sei tu a scegliere come le persone potranno influire sul tuo umore. Scegli tu come vivere la tua vita."

Ho valutato quanto dettomi da Giovanni, mi ricordavo di lui ogni qualvolta dovevo fare una scelta.

Anni dopo, seppi che una mattina Giovanni commise l'errore di lasciare aperta la porta di servizio nel retro, così fu assalito dai rapinatori. Tenuto in ostaggio, mentre cercava di aprire la cassaforte, con la mano tremante per il nervosismo, fece inceppare la combinazione. I malviventi colti dal panico, finirono per sparargli e lo colpirono. Fortunatamente Giovanni fu trovato in tempo per essere soccorso e portato in ospedale. Dopo 18 ore di chirurgia e settimane di trattamenti intensivi, fu dimesso ma gli rimasero nel corpo frammenti delle pallottole che lo colpirono.

In seguito quasi per caso ho incontrato Giovanni. Quando gli ho chiesto come stava, mi ha risposto:

"- Mai stato meglio!"

Mi raccontò dell'accaduto chiedendomi:

"- Vuoi vedere le mie cicatrici?"

Mi sono rifiutato di vederle ma gli ho domandato cosa fosse passato per la sua mente durante la rapina.

"- La prima cosa che ho pensato è che avrei dovuto chiudere la porta nel retro. Allora, sdraiato per terra, in una pozza di sangue, avevo due scelte: avrei potuto vivere o morire. Ho scelto di vivere."

"- Non avevi paura?" - gli ho chiesto.

"- I paramedici sono stati grandiosi. Mi dicevano che sarebbe andato tutto bene e che io mi sarei ripreso presto. Ma quando sono entrato nella sala d'emergenza e vidi l'espressione dei medici e degli infermieri, mi terrorizzai. Nelle loro labbra lessi: "questo qui è già spacciato". Allora decisi che avrei dovuto fare qualcosa.

"- Cosa hai fatto?" - ho domandato.

"- Bene, c'era un'infermiera che faceva un sacco di domande. Mi chiese se ero allergico a qualche cosa. Le risposi: "siiii!!!!!…". Tutti si fermarono per sentire la mia risposta. Presi un po' di fiato e urlai: "Sono allergico alle pallottole." Fra le loro risate dissi ancora: "Sto scegliendo di vivere, per favore, operatemi come un essere vivo e non come un essere già morto!""

*************

Ho imparato che ogni giorno abbiamo quasi sempre la scelta di vivere pienamente, di decidere del bene e del male, di accostarci alle persone ed ai sentimenti più giusti per noi, di fare o non fare certe esperienze, di affrontare fatiche che potranno migliorarci domani e rendere dopodomani la vita ancora più utile e felice per noi e gli altri.

L'ATTITUDINE è quindi una nostra libera scelta e di conseguenza la decisione di avvicinarci o allontanarci dal TUTTO.


 
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Prima di tutto l'uomo

Post n°265 pubblicato il 17 Marzo 2014 da cavallo140
 

Non vivere su questa terra

come un estraneo

e come un vagabondo sognatore.

 Vivi in questo mondo

come nella casa di tuo padre:

credi al grano, alla terra, al mare,

ma prima di tutto credi all’uomo.

 Ama le nuvole, le macchine, i libri,

ma prima di tutto ama l’uomo.

Senti la tristezza del ramo che secca,

dell’astro che si spegne,

dell’animale ferito che rantola,

ma prima di tutto senti la tristezza

e il dolore dell’uomo.

 Ti diano gioia

tutti i beni della terra:

l’ombra e la luce ti diano gioia,

le quattro stagioni ti diano gioia,

ma soprattutto, a piene mani,

ti dia gioia l’uomo!

 

Nazim Hikmet

 

L’uomo è l’alfa e l’omega di tutte le cose, il principio e la fine ultima. Che cosa infatti si può dire o fare prescindendo dalla nostra condizione esistenziale?

Nazim Hikmet, una voce artistica straordinaria nel panorama novecentesco, ci induce a riflettere su tutto questo, e lo fa attraverso un componimento poetico che è una lettera, un invito, un ultimo appello. Un invito a non considerarci estranei, vagabondi, clandestini del e nel mondo, ma protagonisti, temporanei sicuramente, eppur sempre protagonisti.

Dunque che cosa rappresenta l’uomo per l’uomo?

Il senso di precarietà che talvolta avvertiamo, anche forte e preponderante, può farci smarrire l’obiettivo. L’obiettivo non è altro che l’uomo stesso, nei suoi punti di forza così come nelle sue fragilità. Il poeta con decisione afferma tale concetto.

Allora sminuire tutto ciò che ci circonda? Certo che no, tuttavia è importante, necessario, ineludibile comprendere come quel tutto ha valore se noi vogliamo dargliene e lo perde se scegliamo che non debba averne. Spesso però veniamo travolti dalle cose e smarriamo la rotta.

“Nuvole, macchine, libri, tutti i beni della terra” possono darci gioia,così come potrebbero scaturire in noi tristezza “il ramo che secca”, “l’animale ferito che rantola”, ma prima di tutto dovrebbero darci gioia e dolore l’uomo e i legami tra uomo e uomo.

Quanto conforto scopriamo in questi versi! Leggere che il mondo deve essere per noi la “casa del padre”, la nostra fissa dimora e l’uomo ne è principe. Il tempo che ci è toccato di vivere, infatti, così miseramente scandito dall’incertezza, dalla diffidenza non sembra di essere in grado di definirci, di darci un’identità stabile. Hikmet suggerisce a questo punto di recuperare la dimensione umana, di prediligere l’uomo, di collocarlo “prima di tutto”.

Potrebbe apparire scontata come proposta, già sentita, banale. Eppure non è così.

Nella nostra scala valoriale infatti, nella successione delle priorità l’uomo che posto occupa?

 
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