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Referendum

Post n°288 pubblicato il 17 Aprile 2016 da cavallo140
 

10 buoni motivi per VOTARE SÌ al referendum di DOMENICA 17 APRILE

VOTANDO SÌ

diamo una scadenza certa alle concessioni di petrolio e gas in mare entro le 12 miglia dalla costa. La vittoria del referendum cancellerà l’ennesimo regalo fatto alle compagnie petrolifere grazie all’approvazione della Legge di Stabilità 2016, che permette loro di estrarre petrolio e gas nei nostri mari entro le 12 miglia, senza alcun limite di tempo. Se vince il SI, sarà ripristinata la norma precedente che prevede una scadenza temporale per ogni concessione. VOTANDO SÌ non rinunciamo a una risorsa strategica. Il contributo delle attività estrattive entro le 12 miglia sono pari al 3% dei nostri consumi di gas e meno dell’1% di petrolio: quantitativi ridicoli per i nostri fini energetici, a fronte di rischi incalcolabili. Un contributo energetico che è abbondantemente compensato dal calo dei consumi in atto e che non comporterebbe alcun aumento di importazione. Se vince il SI, il popolo italiano dirà che questo gioco non vale la candela. VOTANDO SÌ ci riappropriamo del nostro mare. Attualmente, solo le compagnie petrolifere che operano entro le 12 miglia godono del privilegio di concessioni a tempo indeterminato. Nessuna concessione di un bene dello Stato può essere affidata a un privato senza limiti di tempo, come prevede anche la normativa comunitaria. Se vince il SI, sarà ripristinata la data di scadenza delle concessioni e il bene pubblico resterà tale. VOTANDO SÌ diamo più forza alle fonti rinnovabili, già oggi concrete. Le energie rinnovabili coprono il 40% dei consumi elettrici del nostro Paese. Le rinnovabili sono sempre più efficienti e rappresentano la prima voce di investimento nel mondo. Ad esempio, incentivando il biometano, potremmo ricavare una quantità di gas 4 volte maggiore a quello estratto nei mari italiani entro le 12 miglia. Se vince il SI, potremo finalmente puntare sulle rinnovabili e non più sulle fossili. VOTANDO SÌ diminuiamo i rischi e abbiamo garanzie sulla dismissione degli impianti. Non dare scadenza temporale alle concessioni vuol dire anche lasciare nel mare piattaforme e pozzi a tempo indeterminato. Questo aumenta di molto il rischio di incidenti. Se vince il SI, avremo la garanzia che le compagnie, una volta scaduta la concessione, smantellino piattaforme, pozzi e tutte le infrastrutture, come previsto dalla legge. VOTANDO SÌ cancelliamo i privilegi di cui godono le lobby petrolifere. Il 70% delle concessioni produttive oggetto del referendum non paga le royalties, perché estrae un quantitativo minore della franchigia prevista dalla legge. Il risultato è che nulla è versato nelle casse dello Stato. Se vince il SÌ, elimineremo questi privilegi e non continueremo a “svendere” il nostro mare. VOTANDO SÌ fermiamo le trivellazioni ancora consentite nelle 12 miglia dalla costa. Oggi nel nostro Paese non è possibile ottenere nuovi permessi per trivellare entro le 12 miglia. Ma nulla impedisce che, nell’ambito delle concessioni già rilasciate e attualmente senza scadenza, siano installate nuove piattaforme e perforati nuovi pozzi, come nel caso delle piattaforme VegaB nel canale di Sicilia e Rospo Mare in Abruzzo. Se vince il SI, elimineremo il pericolo di nuove trivellazioni entro le 12 miglia. VOTANDO SÌ creiamo altra occupazione nel settore energetico, quello rinnovabile e dell’efficienza. Non sarà il referendum a mettere a rischio i posti di lavoro del settore di estrazione di petrolio e gas, comparto già in crisi da tempo: il 35% delle compagnie petrolifere sono già ad alto rischio fallimento, visto il crollo del prezzo del petrolio. Se vince il SI, possiamo dare gambe alle rinnovabili, raggiungendo i risultati della Germania con 400mila occupati nel settore. VOTANDO SÌ diamo un contributo alla lotta ai mutamenti climatici. Alla COP21 di Parigi dello scorso dicembre, il Governo italiano - insieme ad altri 194 paesi - ha sottoscritto uno storico impegno a contenere la febbre della Terra entro 1,5 gradi centigradi, dichiarando fondamentale l’abbandono dell’utilizzo delle fonti fossili. Se vince il SI, “almeno” il popolo italiano sarà coerente con questo impegno. VOTANDO SÌ difendiamo il nostro diritto a decidere sulle scelte importanti del nostro Paese.

 
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Lettera a Me stesso

Post n°287 pubblicato il 26 Dicembre 2015 da cavallo140
 

LETTERA DI NATALE AI GENITORI

doni

Una volta che avrete letto questo non sarete mai più gli stessi: il segreto della vita è in queste poche righe.

Dopo aver attirato l’attenzione degli utenti con la frase introduttiva di rito che preannuncia alternativamente eventi nefasti nel caso non si legga l’articolo, oppure conoscenza assoluta leggendolo, posso tranquillamente tediare i lettori con questioni molto più banali come i regali di Natale.

Ci siamo : il Natale è arrivato e fra pochi giorni i nostri figli potranno svegliarsi e celebrare il rito dell’apertura dei regali. Scartare pacchi e pacchetti, fingere di leggere le dediche nei biglietti che li accompagnano, proprio come chi li ha scritti ha finto di credere che qualcuno li avrebbe letti. Chi non vorrebbe vedere il sorriso illuminare il volto del proprio bambino, mentre scopre sotto la carta luccicante proprio il regalo che sognava?

Certo, quei regali, quei pacchetti, quegli incartamenti, i fiocchi e i nastri hanno un prezzo, ma d’altronde quale genitore non sarebbe lieto di spendere qualche soldo in più per poter realizzare un sogno del proprio figlio?

Purtroppo il vero prezzo di certe cose non ha nulla a che vedere con il denaro: al compleanno, come a Natale o in qualsiasi altra ricorrenza, decidendo se fare o meno un regalo, ci sembra di adempiere un dovere morale ma in verità stiamo compiendo una scelta. Oppure no. Certo, possiamo rimetterci al luogo comune, al sentire collettivo che impone la celebrazione di qualsiasi evento attraverso il regalo, e così vedere quei sorrisi che ci fanno sentire dei bravi genitori, fieri di noi stessi. Oppure possiamo decidere di esercitare una scelta, cioè valutare autonomamente il senso di una ricorrenza e scegliere in che modo celebrarla: se considerarla l’occasione per elargire un oggetto materiale o dei soldi, oppure per “trasmettere” qualcosa.

La verità è che, anno dopo anno, ricorrenza dopo ricorrenza, regalo dopo regalo, non soltanto perpetuiamo degli stereotipi, ma trasmettiamo dei valori a chi ci sta intorno e in particolare ai bambini: la delusione nel non ricevere regali alle feste dipende soltanto dal fatto che siamo stati abituati ad averne. Le nostre aspettative possono essere innate oppure indotte: è indubbio che nessuno di noi riterrebbe di aver subito una lesione per non aver ricevuto un regalo al compleanno se abitasse in un’isola remota i cui abitanti non conoscono il significato del termine “regalo”, né di quello “compleanno”.

Nel lamentare la crisi dei valori e l’eccessivo attaccamento ai soldi o la corruzione riusciamo soltanto a vedere sintomi superficiali nei comportamenti altrui, ma non ci rendiamo mai conto che siamo proprio noi, giorno dopo giorno, azione dopo azione, a perpetuare e ad accrescere quei mali che affermiamo di detestare e di combattere. Ma in che modo, per esempio, combattiamo l’avidità e il materialismo? Dimostrando a quelli che ci circondano che è fondamentale avere soldi e poter comperare regali, ma, soprattutto, educando i nostri figli ad associare oggetti o somme di denaro a qualsiasi ricorrenza, dal buon voto a scuola al Natale, dal compleanno all’onomastico.

Il più bel regalo che potrete fare i vostri figli per questo Natale e per tutti quelli a venire sarà il vostro impegno per un mondo migliore, e con il termine “migliore” non intendo dire dal mio punto di vista, ma dal vostro stesso punto di vista: un mondo che non ha bisogno di annientare l’ambiente per ricavarne inutili oggetti ed effimeri profitti economici, che non si deve avvelenare con le radiazioni per poter far fronte alla produzione industriale, dove le persone non dedicano le proprie vite ad accumulare cose, non compiono atti illeciti per avere più soldi, non misurano il bene e i sentimenti in base a chi dà di più.

Certo, occorre coraggio per poter far fronte agli occhi tristi del proprio bambino, che sente racconti di regali eccezionali dai propri compagni di scuola, ma quanti più di noi sapranno farsi carico di questo, tanto meno assurdo e isolato sarà un simile comportamento.

Ad un’analisi superficiale questo invito potrà sembrare cinico, ma a volerlo guardare più in profondità si potrà comprendere che l’alternativa non è quella tra il crescere dei bambini felici e sereni, poiché circondati da regali, e il crescerli tristi e isolati perché non ne hanno mai ricevuti: l’alternativa è tra il renderli schiavi di abitudini e aspettative da cui probabilmente non riusciranno mai più a emanciparsi, costretti a cercare la felicità effimera in quei pochi istanti in cui avvertiranno il senso di possesso, e il garantire loro la libertà di essere anziché avere.

Forse, se pensassimo alla rinuncia a quei facili appagamenti momentanei come a un baratto con la serenità che soltanto le scelte consapevoli possono garantire nella vita delle persone, non ci sentiremmo dei genitori disamorati nel bandire il concetto stesso di regalo, bensì degli adulti responsabili capaci di farsi carico e di sopportare anche su di loro quei microscopici sacrifici che possono garantire enormi vantaggi.

Insomma, per questo Natale (e per i prossimi) decidiamo con cura cosa vogliamo donare ai nostri cari: la dipendenza da un sistema autodistruttivo, celata dietro alla rassicurante adesione alle consuetudini, oppure il seme di un pensiero che li renderà liberi?

 
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IL BALORDO

Post n°286 pubblicato il 01 Novembre 2015 da cavallo140

Nel Paese dei Balordi

Il Balordo (descrizione: figura mitologica con il corpo di asino, il volto come il fondo schiena e con i denti da vampiro).

Questo essere
si ferma all’apparenza, adora tutto ciò che viene messo in vetrina. Ascolta, annuisce senza mai avere un parere personale, ama lo show ma soprattutto il reality, il nutrimento principale del Balordo; ogni giorno cerca di saziare la sua sete in una realtà creata ad hoc da un sistema di comunicazione pilotato.

Il Balordo segue in maniera maniacale il fatto del momento propinato, ama la crudezza della cronaca nera e spesso sente il bisogno di approfondire, di recarsi nel luogo del delitto per vedere di persona, per nutrirsi e, solo dopo aver saziato la propria indole curiosa, per giudicare, muovendosi sempre e comunque con un gregge che varia di momento in momento, ma sempre composto dalla stessa specie.
Nei periodi di magra si nutre del menù classico e si limita ad osservare una casa, 24 ore su 24, una fattoria o barbie di plastica con individui colti, ma forse poco intelligenti, o semplicemente abbagliati dalla possibilità di entrare nel mondo del Balordo, un’isola o altro.

Il Balordo non riesce a vedere le maschere, o le vede dove non ci sono. Lascia che la propria attenzione venga catturata da una parte, per permettere al sistema di fare dell’altro.

Il Balordo vive in un territorio che si avvale di uno strumento di governo molto ben collaudato: “Panem et circenses”, in questo modo, questo essere mitologico, non si scandalizzerà se l’altro sistema usato, la democrazia, viene minato nelle sue fondamenta.

Il Balordo è in grado di difendere la propria libertà, palesa, infatti, la propria indignazione quando vengono imposte “tessere” che limitino il suo accesso al “colosseo moderno”, scatenando azioni di guerriglia urbana.

Il Balordo vive in un territorio variegato, all’interno di uno stato fatto a stivale, non si indigna dei propri rappresentanti al governo, né si pone il dubbio sul loro modo di fare. Al Balordo, basta andare in vacanza, magari accendendo un nuovo mutuo, sognare macchine grosse o donne costruite con vistose protesi siliconiche, per il Balordo, l’importanza sta nella forma e non nella sostanza.

In terra italica, vive anche un altro essere in via d’estinzione, l’idealista (spesso confuso come “comunista” dalla maggioranza). L’idealista viene allontanato dal Balordo che lo offende usando termini come: sfigato o “tipo out”.

Il Balordo è facile identificarlo, veste alla moda, solo abiti griffati, esibendo enormi “brand” su petto, sedere (quello dietro, simile comunque al volto), cintura ecc… agli altri Balordi poco importerà se il proprio simile abbia acquistato tali abiti a rate o meno, l’importante è ostentare e fare parte del gregge, soprattutto dimostrare di essere “in” (per non essere confuso con gli idealisti).

 

A napoli in un autobus affollato entra un balordo che armato di coltello si avvicina ad una signora " signo' questa e una rapina! Datemi i soldi!" la signora risponde" mamma mia giovanotto mi avete fatto paura, pensavo che eri il controllore!"

 

 
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L'odio..sentimento naturale

Post n°285 pubblicato il 20 Agosto 2015 da cavallo140

L'odio

 

Love turns into Hate, but why

 

Bierce affermava “L’odio è il sentimento più appropriato di fronte all’altrui superiorità”,
mentre Cicerone, riportando una citazione di Ennio, diceva “Si odia chi si teme”,
Cesare Pavese ne Il mestiere di vivere, scriveva “Si odiano gli altri, perché si odia se stessi”.

Fermandomi a riflettere su questi aforismi cerco di capire perché mai l’uomo provi un sentimento così logorante soprattutto per se stesso e se è vero che lo riversiamo su chi sentiamo essere superiore a noi.

Il prof. Vittorino Andreoli, direttore del Dipartimento di Psichiatria di Verona, afferma in una sua lezione che:
“L’odio è un legame tra un individuo ed un altro. E’ quindi simile all’amore e, in quanto tale, altrettanto intenso. Se nell’amore una persona sente di aver bisogno dell’altra fino a pensare di non esistere senza di essa (…) nell’odio la persona odiata occupa lo spazio mentale (…) Amore e odio sono quindi dei legami tra due persone che spesso risultano interscambiabili (…) Esso ha certamente degli effetti sconvolgenti sul singolo o sulle società, ad esempio su di un popolo o su una razza, però mantiene un volto umano: è un qualcosa con cui tutti abbiamo a che fare e dobbiamo quindi imparare a conoscerlo bene per poterlo dominare”.

Primo Levi diceva “La ragione deve controllare l’odio”, ma spesse volte ci rendiamo conto che proprio dove non arriva la prima arriva il sentimento avverso che proviamo verso qualcuno o qualcosa che ci provoca dolore e che ci fa star male.

C’è chi dice che l’odio talvolta lentamente si può trasformare in amore perché in fondo sono il risvolto della stessa medaglia, ma voi siete d’accordo?

Non considerando le numerose implicazioni dell’odio, da quello razziale a quello misogino e così via e fermandomi a considerare quello che si nutre verso un parente, un collega rivale, un conoscente alcune domande ritornano nella mente:
- Per arrivare a provare un sentimento così forte bisogna essere credo molto feriti, lacerati e se si è tali come può questo sentimento trasformarsi in quello opposto?
- E se scambiamo per odio quello che in realtà è solo rancore, indignazione, insofferenza?
- Si può dire di odiare solo quando si arriva a fare del male all’altra parte?

E poi:
- Quando è lecito odiare e sentirsi apposto con la coscienza, senza avere rimorsi?

Qualche aforisma in tema che può chiarire qualche idea:
- Honoré de Balzac: L’odio senza desiderio di vendetta è un seme caduto sul granito.
- Pëtr Kropotkin: Soltanto quelli che sanno odiare sanno anche amare.
- Giuseppe Rovani: Preferisco l’odio che mi rispetta all’amore che mi insulta.
- Hermann Hesse: Quando odiamo qualcuno, odiamo nella sua immagine qualcosa che è dentro di noi.
- Tacito: E’ proprio della natura umana odiare colui che hai offeso.
- Paulo Coelho: Il Signore ascolta le preghiere di coloro che chiedono di dimenticare l’odio. Ma è sordo a chi vuole sfuggire all’amore.
- Charlie Chaplin: Credo nel potere del riso e delle lacrime come antidoto all’odio e al terrore.
- Martin Luther King: Con la violenza puoi uccidere colui che odi, ma non uccidi l’odio. La violenza aumenta l’odio e nient’altro.

 
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La vita è troppo bella

Post n°284 pubblicato il 28 Luglio 2015 da cavallo140

Ho perdonato errori quasi imperdonabili, ho provato a sostituire persone insostituibili e dimenticato persone indimenticabili. Ho agito per impulso, sono stato deluso dalle persone che non pensavo lo potessero fare, ma anch'io ho deluso. Ho tenuto qualcuno tra le mie braccia per proteggerlo; mi sono fatto amici per l'eternità. Ho riso quando non era necessario, ho amato e sono stato riamato, ma sono stato anche respinto. Sono stato amato e non ho saputo ricambiare. Ho gridato e saltato per tante gioie, tante. Ho vissuto d'amore e fatto promesse di eternità, ma mi sono bruciato il cuore tante volte! Ho pianto ascoltando la musica o guardando le foto. Ho telefonato solo per ascoltare una voce. Io sono di nuovo innamorato di un sorriso. Ho di nuovo creduto di morire di nostalgia e... ho avuto paura di perdere qualcuno molto speciale (che ho finito per perdere)... ma sono sopravvissuto! E vivo ancora! E la vita, non mi stanca... E anche tu non dovrai stancartene. Vivi! È veramente buono battersi con persuasione, abbracciare la vita e vivere con passione, perdere con classe e vincere osando, perchè il mondo appartiene a chi osa! La Vita è troppo bella per essere insignificante...! -Charlie Chaplin-

 

 
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Per non Dimenticare

Post n°283 pubblicato il 11 Giugno 2015 da cavallo140
 

"Vietato ai cani e agli italiani!"

 

Gli italiani in Svizzera oggi sono spesso presentati come un modello d'integrazione riuscita. La memoria degli uomini però è corta: fino a pochi anni fa erano in testa alla hit-parade della xenofobia.
Un'immigrazione che, come testimonia questa lunga lista di spregiativi, è stata tutt'altro che semplice.

"Alcuni decenni fa, lo straniero, il corvaccio, l'uomo col coltello era l'italiano il capro espiatorio responsabile di tutto ciò che non funzionava bene in Svizzera, che doveva solo lavorare e chiudere la bocca.
Le storie degli immigrati italiani sono spesso caratterizzate da un passato simile, fatto di povertà e a volte di soprusi, proseguite lungo un percorso sinuoso, doloroso. Storie che, comunque, si sono concluse frequentemente con la conquista di un posto al sole, guadagnato grazie "a una tenace volontà, a un lavoro accanito e al prezzo di grandi sacrifici.Infanzie rubate

Dai racconti emergono però soprattutto le pagine più buie della storia dell'emigrazione italiana in Svizzera. Come quella delle centinaia di bambini figli di stagionali (forse 5'000 all'inizio degli anni '70), che dovevano vivere nascosti, poiché in virtù del permesso di lavoro dei loro genitori non potevano risiedere, per legge, in Svizzera.

Una realtà raccontata in un toccante film del regista operaio Alvaro Bizzarri ("Lo stagionale", girato nel 1971) e vissuta anche dall'attuale senatore della Repubblica Claudio Micheloni, che alla fine degli anni '50, quando aveva tre anni e mezzo, dovette rimanere rintanato per due anni in un appartamento di Boudry, nel canton Neuchâtel.

Dal canto suo, Maria Paris, originaria di un villaggio nei pressi di Bergamo, non potrà mai dimenticare il 20 agosto 1946, data del suo viaggio in treno da Milano a Losanna. Arrivati alla stazione di Briga, tutti gli immigranti italiani furono fatti completamente spogliare in due tristi capannoni, dovettero farsi una doccia prima di essere cosparsi di DDT e passare la visita medica. Una donna incinta che rifiutava di svestirsi fu rispedita alla frontiera seduta stante.

Qualche anno dopo, la procedura del "controllo del bestiame" – come la definisce Maria Paris – dovette essere modificata: una 23enne italiana che rientrava a Neuchâtel dopo le feste di Natale prese freddo durante la visita medica a Briga e morì due settimane più tardi di broncopolmonite.

Se la vita per gli emigranti italiani non è mai stata facile, particolarmente penoso fu il periodo a cavallo tra gli anni '60 e '70, caratterizzato dalle iniziative Schwarzenbach contro "l'inforestierimento".

Anni grigi durante i quali "certe persone non hanno perso un'occasione per far sentire a noi, gli italiani, che valevamo molto meno degli altri", scrive Massimo Lorenzi, volto noto della Televisione della Svizzera romanda, nella sua prefazione intitolata in modo emblematico "Senza rancore, ma senza oblio".

Manuela Salvi, oggi giornalista alla Radio della Svizzera romanda, ricorda quando nel 1974, all'età di 14 anni, dei compagni si prendevano gioco di lei perché se l'iniziativa "Per la protezione della Svizzera" fosse stata accettata sarebbe forse stata rispedita in Italia.

A ormai quasi quarant'anni di distanza, Oscar Tosato, membro dell'esecutivo della città di Losanna, sente ancora salire la rabbia quando pensa al giorno in cui vide affisso all'entrata di una discoteca di Bienne un cartello con la scritta "Vietato ai cani e agli italiani".

Queste vicende hanno perlomeno avuto un pregio: molti emigranti e i loro figli sono stati immunizzati dal virus della xenofobia, un virus che oggi assume le forme del musulmano, del balcanico o dell'africano… Molti, ma non tutti però, come sottolinea Manuela Salvi, parlando dell'enorme buco di memoria di quegli italiani, emigrati e non, che oggi hanno paura e addirittura a volte odiano lo straniero.

Le testimonianze raccolte da Durous hanno anche il merito di far venire a galla un sentimento di impossibile appartenenza. "Un piede sull'asfalto ginevrino, un altro in Veneto, non mi sento mai veramente al posto giusto", scrive sempre Massimo Lorenzi nella prefazione.

"Un sentimento d'estraneità, che a volte mi crea un certo malessere, ma che offre sicuramente un vantaggio: sono vaccinato contro ogni forma di patriottismo ad oltranza. Né patria da amare a dismisura, né bandiera davanti alla quale prostrarmi".

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Non piangere bella se devo partire
se devo restare lontano da te;
non piangere  bella, non piangere mai
che presto, vedrai, ritorno da te.
Addio alla mia casa, addio alla mia terra
addio a tutto quello che lascio quaggiù;
o tornerò presto, o  tornerò mai
soltanto il ricordo io porto con me.
Partono gli emigranti
partono per l’Europa
sotto lo sguardo della polizia.
Partono gli emigranti
partono per l’Europa
i deportati della borghesia.
i deportati della borghesia.
Lontano chissà quanto tempo
dovremo restare finchè tornerò
le notti son lunghe, non passano mai
e non posso mai averti per me.
Ovunque fatica violenza e razzismo
ma questa violenza coscienza ci dà
consumo le mani
e mi cresce la voglia
la voglia di avere il mondo per me.
Partono gli emigranti
partono per l’Europa
sotto lo sguardo della polizia.
Partono gli emigranti
partono per l’Europa
i deportati della borghesia
i deportati della borghesia.


 
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Come due stelle

Post n°282 pubblicato il 20 Maggio 2015 da cavallo140
 

Siamo come due stelle,

così vicini, così distanti.

Illusi e sospesi come lacrime spente,

silenziose e nascoste dietro gli sguardi

per tacito accordo tra cuore ed orgoglio,

restiamo seduti a guardare la notte,

come alberi spogli nei viali d'inverno

siamo scheletri stanchi di vecchi ricordi.


Simile al vento che sferza sui pioppi

e bussa contro le imposte già chiuse,

al tiepido sole d'autunno inoltrato

cerco invisibili sfumature di sorrisi,

dietro le ombre allungate nei sospiri

In un silenzio inatteso cade una stella.

Resisto in piedi come pugile sconfitto,

aspettando la fine dell'ultimo incontro,

mi lasci nel buio d'invalicabili confini

non restano che foglie lungo il sentiero,

agitate dal vento e dai miei rimpianti,

audace sarà il futuro a venirmi incontro.

polvere+di+stelle+copy

Resisto in piedi come pugile sconfitto,

aspettando la fine dell'ultimo incontro.

 
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I RICORDI....

Post n°281 pubblicato il 07 Maggio 2015 da cavallo140
 

CI SONO DOLORI.......

Ci sono dolori che non si possono né evitare né cancellare. Esistono. Possiamo solo affrontarli, e cercare di fare di tutto affinché non ci devastino. Ma talvolta ci vuole tanto tempo. E non basta fare “come se” niente fosse successo perché la vita continui come prima. Perché, spesso, niente può più essere come prima, e si deve pian piano riuscire ad organizzare la propria vita in modo diverso. Come perdiamo una persona cara. Talvolta in maniera brusca. Talvolta in modo ingiusto e inaccettabile.

Quando una persona che amiamo se ne va via per sempre, è difficile imparare a vivere con quel vuoto profondo che si spalanca all’improvviso. E non basta semplicemente voltare pagina. Non basta ripetersi che la vita continua e che non serve a nulla piangere. Non basta imporsi di non pensarci… Quel vuoto è lì. Come una ferita profonda. Che pian piano cerchiamo di far cicatrizzare… Anche se alcune ferite non si cicatrizzano mai completamente…

Non basta premere sul tasto “cancella” per cancellare veramente tutti i ricordi che ci legano alle persone care, per distaccarsi da chi non c’è più. Elaborare la perdita è un’operazione psichica lunga e complessa. Si tratta non solo di accettare la realtà, ma anche di riconoscere veramente ciò che si è perduto, compresa la promessa di tutto quello che si sarebbe potuto e voluto vivere con chi non c’è più. Fare l’inventario di tutto quello che era stato investito, progettato, auspicato e sperato, e capire che non sarà più possibile realizzarlo.

Solo poi, si può tornare di nuovo alla vita, nonostante la sofferenza che resta quando si capisce una volta per tutte che i ricordi sono solo ricordi. Solo poi, si può amare di nuovo. E ricominciare. E riprendere a sorridere…Forse

La nostra vita è fatta in gran parte di ricordi.

 
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Pino Veneziano

Post n°280 pubblicato il 28 Aprile 2015 da cavallo140
 

Lu patruni è suvecchiu
Il padrone è di troppo
Parlu ccu viatri ca diciti sempri:
“Chiamati patri  a cu vi duna pani”
iu vi dicu ca nunn’è veru nenti,
ma siti viàtri ca  cu li vostri manu,
ci dati pani, cumpanaggiu e vinu.
Ccu lu travagghiu di li vostri vrazza,
campanu iddi ca su’ n’autra razza.

Un sulu patri avemu
ed è lu suli!
Cu li  raggi e lu so caluri 
feconda la terra, nostra matri naturali.
Tutti l’autri ‘un su’ patri,
ma su’ patruna
e lu patruni è un mali vecchiu . . .

Ci vonnu chiddi ca pigghianu pisci di lu mari;
ci vonnu chiddi chi aisanu li casi;
ci vonnu chiddi chi allevanu animali,
ma lu patruni no!
Chiddu è suvecchiu.
Parlo con voi che dite sempre:
"Chiamate padre chi vi dà pane".
Io vi dico che vi sbagliate,
siete voi che con le vostre mani
gli date pane, companaggio e vino.
Con il lavoro delle vostre braccia
campano loro che sono come un'altra razza

Abbiamo un solo padre
ed è il sole!
Con i suoi raggi e il suo calore
feconda la terra, nostra madre naturale.
Tutti gli altri non sono padri,
ma sono padroni
e il padrone è un male vecchio . . .

Servono quelli che prendono pesce dal mare;
servono quelli che tirano sù le case;
servono quelli che allevano gli animali,
ma il padrone no!
Quello è di troppo.

Io, se fossi ragazzo, gli porterei la chitarra,
lo seguirei dovunque va,
lo sentirei cantare nelle piazze.
(Ignazio Buttitta)


Ve lo ricordate Pino Veneziano?
Quello che serviva ai tavoli del Lido Azzurro?
Aveva grandi mani per suonare la sua vecchia chitarra
e una gran voce potente per cantare la storia degli ultimi della terra.
Ma come? Non ve lo ricordate?
Certo. Pino Veneziano non era famoso come Dalla o De Gregori.
Quel cameriere che lavorava a Selinunte non è apparso mai in tv con le sue canzoni.
Chi capiva il suo dialetto siciliano tagliente come un coltello? I lavoratori siciliani innanzitutto.
Altro che ipnosi televisiva!
Quando cantava la sua canzone su Piazza della Loggia diceva che gli autori della strage erano “gran figli di troia”.
Così. Semplicemente.
Nelle piazze e nelle manifestazioni regalava la sua musica che a volte diventava inno rivoluzionario.
Diceva che il padrone non serve. Senza mezzi termini.
Chissà se oggi potesse cantare di questa nuova generazione di potenti cosa direbbe.
Vogliamo scommettere? Non basterebbe il bollino rosso della censura per tenerlo a freno! 
E se anche oggi gli fosse impedito di dire la sua sulla mafia, i dittatori e i governi truffaldini attraverso i media,
anche oggi avrebbe il suo piccolo pubblico ai tavoli del Lido Azzurro
e tra un bicchiere e l’altro ci racconterebbe come vanno le cose.
Tutti quelli che hanno avuto la fortuna di ascoltarlo a Selinunte negli anni ’70
o di avere il suo unico disco - Lu Patruni è Suvecchiu - sono  testimoni
dell’esistenza di un grande autore italiano che è giunto il momento di riconoscere e far conoscere ovunque.
Allora, ve lo ricordate Pino Veneziano?
Quello che cantava ai tavoli del Lido Azzurro?
(Rocco Pollina)

 

 
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Il mondo è cambiato

Post n°279 pubblicato il 10 Aprile 2015 da cavallo140
 

 

Spesso si cerca di costruire qualcosa fuori dalla routine, non è facile. Nel corso degli anni il mondo è cambiato. Dire che le persone sono cattive è superfluo e forse neanche vero perché è divenuta la forma standard del rapporto interpersonale. Si scinde così un sistema che di fondo veniva equilibrato dal Buon Senso e dall’ Educazione se non da un sano Timor di Dio che a causa degli errori della Chiesa non è più credibile. Sconosciuti oramai questi due concetti, nel momento in cui li si identifica ad appartenenza di un umano, sembra quasi questi sia un Alieno. In effetti mi sono fatta sfuggire qualche passaggio, adesso vivo in un pianeta fatto per lo più di Corpi, Immagini Riflesse e Contraffatte che vogliono farti credere essere Umani. Che grande Ipocrisia. Cercano ciò che desiderano ma in verità dimostrano tutto il contrario di quello che sostengono.
Il Nulla…si trasforma nel contrario del Tutto. Bellezza interiore, affetto, tenerezza, confidenza, dialogo, educazione… Sono scivolate ormai nel dimenticatoio dell’ Anima, relegata a delle abitudini che non si riesce più a ripristinare. Il sovrabbondare di atteggiamenti con i quali la persona oggi si propone è l’ effetto lampante di una solitudine interiore che mostra i segni della sofferenza a causa. Divenendo così aggressivi e Giudici Scorretti.. E allora perché soffrire?.. Allora perché Amare?.. Allora perché vivere un qualcosa che si smarrisce poi nei meandri di una Coscienza Fittizia. Meglio non Essere, meglio Sembrare! Indeboliti nel carattere e nello spirito lo strumento che ci permette di essere forti o è Chimico o è Follia Aggressiva…. O si trasforma in Violenza.. Fosse solo cattiveria…Si è superata la soglia dell’ Aberrazione…. Bisognerebbe inventare un Mondo Nuovo…Questo comincia ad essere troppo marcio…E con un sorriso di cortesia.. Vado Oltre…Lì dove alloggiano i miei simili…Che per fortuna esistono ancora…

Per chi cerca di sorridere

E’ un cielo di nuvole
questo nostro mondo
che non riesce più a capire
il senso del profondo;
ho provato ha farti ridere,
eppure stai piangendo;
ho cercato di sorridere,
ma in fondo sto’ soffrendo.
Vorrei poter cambiare cio’ che porto dentro
o forse è il solo il mondo a non potermi dare tanto.
A volte mi hai guidato e non mi hai chiesto niente,
adesso che io ti vivo, son solo solamente.
Uno squarcio di sereno
sotto questo cielo,
apre gli occhi al mondo
senza piu’ quel triste velo.
Ascolta questa voce,
fammi ancora vivere,
e dona un po’ di luce
a  chi cerca di sorridere

 
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Buona Pasqua

Post n°278 pubblicato il 03 Aprile 2015 da cavallo140
 

Quest'anno un uovo di carta al posto di quello di cioccolata, che non contiene una sorpresa tangibile, come le solite sorprese spesso inutili o superflue, ma l'augurio di trovare una "sorpresa" in ogni giorno della tua vita, una sorpresa d'amore, di pace, di speranza, di gioia e serenità, da donare e da realizzare apprezzando ogni attimo, ogni emozione e ogni sentimento che il destino ti ha riservato... Buona Pasqua!

da PensieriParole <http://www.pensieriparole.it/frasi-per-ogni-occasione/auguri-di-pasqua/frase-261884?f=t:115>

 
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Autismo

Post n°277 pubblicato il 23 Marzo 2015 da cavallo140
 
Tag: S.O.S

Mi descrivo
Sono padre di un ragazzo autistico grave di 16 anni, e presidente di Autismo Treviso onlus, un'associazione impegnata in favore delle persone autistiche e delle loro famiglie in provincia di Treviso. Cari amici, abbiamo acquisito un edificio con scoperto per il nostro progetto "L'orto di San Francesco" per bambini e ragazzi autistici. Abbiamo sistemato la struttura: ci lavorano volontari e operatori professionali. Per informazioni: 3334158640
 Aiutiamo chi onestamente lavora nell'interesse della comunità.
autismo
La precocità di un intervento terapeutico riabilitativo in un bambino autistico è di enorme importanza, ma oggi, su questo punto, possiamo solo constatare la perseverante ignoranza di molti operatori del settore che ancora non hanno ben presente la differenza fondamentale che esiste tra i risultati ottenibili con un intervento precoce e tempestivo e quelli derivanti da una presa in carico riabilitativa ritardata perché differita nel tempo.

 
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Poeta Buttitta

Post n°276 pubblicato il 28 Dicembre 2014 da cavallo140
 

NUN SUGNU PUETA   
Ignazio Buttitta - Settembre 1954 - Tratto da: "Lu pani si chiama pani"

                                                                                                                               Traduzione in Italiano

Non pozzu chiànciri 
ca l'occhi mei su sicchi 
e lu me cori 
comu un balatuni. 

La vita m'arriddussi 
asciuttu e mazziatu 
comu na carrittata di pirciali.

Non sugnu pueta; 
odiu lu rusignolu e li cicali, 
lu v
inticeddu chi accarizza l'erbi
e li fogghi chi cadinu cu l'ali;
amu li furturati,
li venti chi strammíanu li negghi
ed annèttanu l'aria e lu celu. 

Non sugnu pueta;
e mancu un pisci greviu
d'acqua duci;
sugnu un pisci mistinu
abituatu a li mari funnuti:
Non sugnu pueta
si puisia significa
la luna a pinnuluni
c'aggiarnia li facci di li ziti;
a mia, la menzaluna,
mi piaci quannu luci
dintra lu biancu di l'occhi a lu voj.

Non sugnu pueta
ma siddu è puisia 
affunnari li manu
ntra lu cori di l'omini patuti
pi spremiri lu chiantu e lu scunfortu;
ma siddu è puisia
sciògghiri u chiacciu e nfurcati,
gràpiri l'occhi a l'orbi,
dari la ntisa e surdi
rumpiri catini lazzi e gruppa:
(un mumentu ca scattu!)...

Ma siddu è puisia
chiamari ntra li tani e nta li grutti 
cu mancia picca e vilena agghiutti;
chiamari li zappatura
aggubbati supra la terra
chi suca sangu e suduri;
e scippari 
du funnu di surfari
la carni cristiana
chi coci nto nfernu:
(un mumentu ca scattu!)... 

Ma siddu è puisia
vuliri milli
centumila fazzuletti bianchi
p'asciucari occhi abbuttati di chiantu;
vuliri letti moddi
e cuscina di sita
pi l'ossa sturtigghiati
di cu travagghia;
e vuliri la terra
un tappitu di pampini e di ciuri
p'arrifriscari nta lu sò caminu
li pedi nudi di li puvireddi:
(un mumentu ca scattu!)

Ma siddu è puisia
farisi milli cori
e milli vrazza
pi strinciri poviri matri
inariditi di lu tempu e di lu patiri
senza latti nta li minni
e cu lu bamminu nvrazzu:
quattru ossa stritti
a lu pettu assitatu d'amuri:
(un mumentu ca scattu!)...

datimi na vuci putenti
pirchi mi sentu pueta:
datimi nu stindardu di focu
e mi segunu li schiavi di la terra,
na ciumana di vuci e di canzuni:
li sfarda a l'aria
li sfarda a l'aria
nzuppati di chiantu e di sangu.

Non posso piangere,
ho gli occhi secchi,
e il mio cuore
è una pietra pesante.

La vita m'ha ridotto
arido e spezzato
come una carrettata di brecciame.

Non sono poeta;
odio l'usignolo e le cicale,
il venticello che carezza l'erba
e le foglie che cadono con l'ali;
amo le bufere,
i venti che disperdono le nuvole
e puliscono l'aria e il cielo.

Non sono poeta,
ma nemmeno un insipido pesce
d'acqua dolce;
sono un pesce selvatico
abituato ai mari profondi.
Non sono poeta
se poesia significa
la luna che pende
e impallidisce le facce dei fidanzati;
la mezzaluna
mi piace quando splende
dentro il bianco dell'occhio del bue.

Non sono poeta;
ma se è poesia
affondare le mani
nel cuore degli uomini che soffrono
per spremerne il pianto e lo sconforto;
ma se è poesia
sciogliere il cappio agli impiccati,
aprire gli occhi ai ciechi,
dare l'udito ai sordi,
rompere catene e lacci e nodi:
(un momento che scoppio)...

Ma se è poesia
chiamare nelle tane e nelle grotte
chi mangia poco e veleno inghiotte;
chiamare gli zappatori
curvati sulla terra
che succhia sangue e sudore;
e strappare
dal fondo delle zolfare
la carne cristiana
che cuoce nell'inferno:
(un momento che scoppio!) ...

Ma se è poesia
volere mille
centomila fazzoletti bianchi
per asciugare occhi gonfi di pianto;
volere letti morbidi
e cuscini di seta
per le ossa storcigliate
di chi lavora;
e volere la terra
un tappeto di foglie e fiori
che rinfreschi lungo il cammino
i piedi nudi dei poveri:
(un momento che scoppio!..)

Ma se è poesia
farsi mille cuori
e mille braccia
per stringere povere madri
inaridite dal tempo e dalla sofferenza
senza latte alle mammelle
e col bambino in braccio:
quattro ossa strette
al petto assetato d'amore:
(un momento che scoppio!...)

Datemi una voce potente
perché mi sento poeta:
datemi uno stendardo di fuoco
e mi seguano gli schiavi della terra,
una fiumana di voci e di canzoni:
gli stracci all'aria
gli stracci all'aria
inzuppati di pianto e di sangue.

 
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Buon Natale

Post n°275 pubblicato il 24 Dicembre 2014 da cavallo140
 

Ti auguro piccole cose
ma che siano straordinarie per il tuo cuore.
Un amico sincero.
Un abbraccio per ogni dispiacere.
Un sorriso per ogni lacrima.
Il sollievo ad ogni dolore.
Un sogno per ogni delusione
e momenti di consolazione.
Di sapere combattere con dignità.
Di non arrenderti alla prima avversità.
Di trovare nel buio della vita
una luce accesa.
Di saper ascoltare oltre al “sentire”
Di saper guardare oltre al “vedere”
Di trovare nella disperazione
la forza di continuare.
Ti auguro di saper cogliere
la bellezza delle piccole cose
di saperle vivere
di farlo intensamente.
Auguri Speciali!

 

E’ tempo di auguri, ma soprattutto è tempo per rallentare un po’, fermarsi, osservare, ascoltare, riflettere e pensare, raccogliere ad udienza le sensazioni, le emozioni.
Questo Natale fatti un bel regalo davvero: concediti del tempo per fare qualcosa che hai accantonato da tempo, non un dovere, ma una cosa che ti rende felice, che ti fa sentire vivo, che ti fa brillare. Può essere qualsiasi cosa.
Non deve essere una cosa eccezionale per il mondo, deve essere eccezionale per te.
E poi condividila con chi ami, o con chi non conosci, regalala al mondo intero, in qualsiasi modo, non importa come, e poi lascia che le persone che l’hanno accolta ti regalino le loro emozioni, ti arricchiranno.
Ama quello che fai, con passione viscerale, con sfrenata gioia, è qualcosa di contagioso e chi ti osserverà ne rimarrà incantato.
Divertiti, sogna, emozionati.
Non aver paura di essere te stesso, sei un essere unico e speciale che può brillare come una gemma al sole, brilla!
Lascia che la luce brilla nel tuo cuore si accenda forte dentro di te e irradi il mondo.
E’ Natale!
Auguri!

 
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I Dieci Comandamenti di Benigni

Post n°274 pubblicato il 21 Dicembre 2014 da cavallo140
 

Milano, ore 09:00. Da sacerdote paolino, sto iniziando la mia giornata da pastore della comunicazione nella redazione di Famiglia Cristiana. Accendo il mio computer, seleziono i programmi di videoscrittura e accedo alla mia pagina Facebook. Controllo gli umori della Rete e mi accorgo che gli utenti sono in totale visibilio. La maggior parte di loro ha visto lo spettacolo televisivo di Roberto Benigni sui Dieci Comandamenti, andato in onda ieri sera su Rai 1, e ne è rimasta entusiasta: “Ha lasciato un segno! Grandioso. I preti prendano esempio da lui! Così si comunica la gioia della fede!”, commenta Luigi, il cui post riceve oltre 400 “mi piace” e un centinaio di conferme da parte dei suoi contatti. “Benigni, è strabiliante e commovente! Un vero credente. Voglio essere come lui”, scrive Magda, al cui entusiasmo si associano quasi 600 adesioni.

 Il frizzante comico toscano ha fatto il botto. Si, non c’è dubbio. Ma l’esplosione più grande è avvenuta nei cuori di chi lo ha ascoltato. Un linguaggio semplice e scoppiettante quello usato da Benigni, ma mai banale o scontato. Una passione travolgente e genuina quella che ha trasmesso, capace di “risvegliare” le anime portandole alla radice della nostra storia. Una fede incarnata nell’oggi. Un sapiente dosaggio tra il significato profondo della relazione Dio/uomo e la stringente attualità. E che saggio di cultura! Attraverso la storia di Mosè, ha messo in contatto il messaggio eterno del nostro Padre con il cuore rassegnato dei credenti. E non solo. Pare aver riacceso scintille ormai coperte di cenere nei cuori di chi da tempo ha scelto la via della “latitanza” dalla chiesa e da Dio. La scossa, in sostanza, c’è stata. “Ma lo facciamo da sempre anche noi. Adesso non esageriamo!”, ha provato a ricordare un mio amico prete sulla bacheca di Luigi. Un’amica comune, Angela, ha risposto: “La differenza è stata lo stile. Ha detto tutto ciò che sappiamo in modo nuovo, bello, vitale, agganciato alla realtà. Dove le nostre sofferenze e le delusioni che proviamo di fronte al mondo politico e sociale hanno trovato una risposta diversa”. “I preti prendano esempio da lui”. Forse Luigi ha ragione. Roberto Benigni ci ha dimostrato come si può evangelizzare ai nostri giorni. Ha saputo valorizzare un mezzo comunicativo e di intrattenimento come la Tv per portare la “presenza di Dio” nella vita di ogni uomo e di ogni donna. Ha preso a “schiaffi”, ma con grande affetto, tutti i preti come me. Ha voluto suggerirci una via alternativa. È come se ci avesse fatto capire che non dobbiamo mai abbandonare la passione per l’annuncio della “buona novella”, e, tanto meno, sederci su ciò che crediamo aver conquistato. L’esempio di Benigni non può non interrogare il nostro modo di essere cristiani. E, allo stesso tempo, rivitalizzarlo, soprattutto di fronte all’arrivo del Natale. Sarebbe splendido se riuscissimo a dare ancora più vigore a quanto ricordato ieri sera: “Io sono il Signore Dio tuo... quel "tuo" rende il comandamento una professione d'amore di Dio

per ogni persona... Io sono tuo e tu sei mio/mia”. Una storia d’amore che non avrà mai fine.

 
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AUTUNNO

Post n°273 pubblicato il 09 Dicembre 2014 da cavallo140
 

Autunno
Autunno mansueto, io mi posseggo
e piego alle tue acque a bermi il cielo,
fuga soave d’alberi e d’abissi.
Aspra pena del nascere
mi trova a te congiunto;
e in te mi schianto e risano:
povera cosa caduta
che la terra raccoglie.
Salvatore Quasimodo

 

Immagine

Due strade divergevano in un bosco d’autunno
e spiacente di non poterle percorrere entrambe,
essendo uno solo, mi fermai a lungo
e guardai, per quanto possibile, in fondo alla prima,
verso dove svoltava, in mezzo agli arbusti.
Poi presi l’altra, anch’essa discreta,
forse con pretese migliori, perché era erbosa e meno segnata
sebbene in realtà le tracce fossero uguali in entrambe le strade.
Ed entrambe quella mattina erano ricoperte di foglie
che nessun passo aveva annerito.
Tenni la prima per un altro giorno,
anche se, sapendo che una strada porta verso un’altra strada,
dubitai di poter mai tornare indietro.
Racconterò questo con un sospiro
Tra anni e anni:
due strade divergevano in un bosco e io,
io presi la meno battuta.
Questo ha fatto la differenza.
Robert Frost, “La strada non presa

 
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Leonardo Sciascia

Post n°272 pubblicato il 16 Novembre 2014 da cavallo140

Leonardo Sciascia nasce a Racalmuto, nell’entroterra agrigentino, l’8 gennaio 1921, primo di tre fratelli. La madre viene da una famiglia di artigiani, il padre è impiegato in una delle miniere di zolfo della zona. Sciascia trascorre con il nonno e le zie la maggior parte dell’infanzia e il loro ricordo ricorrerà spesso nelle numerose interviste successivamente rilasciate dall’autore, nelle quali spiegherà anche il profondo legame con la Sicilia delle zolfare, a cui lo avvicinano il nonno e il padre.

A sei anni Sciascia inizia la scuola. Da subito affiora la sua forte passione per la storia, unita all’amore per la scrittura e gli strumenti dello scrivere: matite, penne, carta e inchiostro sono oggetto dei suoi giochi; sulla prima pagina di un quadernetto bianco il piccolo Leonardo scrive: "Autore: Leonardo Sciascia". A partire dagli otto anni si dedica intensamente alla lettura di tutti i libri che gli è possibile reperire a Racalmuto fra la cerchia dei parenti, un centinaio di pubblicazioni che riescono per un poco a placare la sua bulimia di lettura. Nel 1935 l’autore si trasferisce a Caltanissetta con la famiglia e si iscrive all’Istituto Magistrale IX Maggio, nel quale insegna Vitaliano Brancati. Lo scrittore diventerà per Sciascia un modello, mentre all’incontro con il giovane insegnante Giuseppe Granata (futuro senatore del PCI) Sciascia riconosce la scoperta degli illuministi e della letteratura americana. Per due volte rimandato alla visita di leva, la terza è considerato idoneo al servizio militare ed è assegnato ai servizi sedentari, anche se non viene richiamato alle armi. Nel 1941 supera l’esame per diventare maestro elementare. Nello stesso anno lo scrittore è assunto all’ammasso del grano di Racalmuto dove resterà fino al 1948: un’esperienza che gli permette di conoscere il mondo contadino siciliano. Nel 1944 sposa Maria Andronico, maestra nella scuola elementare di Racalmuto. Da lei Sciascia avrà le sue due figlie, Laura e Anna Maria. Pochi anni dopo, nel 1948, il suicidio del fratello Giuseppe lascia un segno profondo nell’animo dell’autore. Nel 1949 inizia ad insegnare nella scuola elementare nel suo paese. È del 1952 la pubblicazione del «primo lemma di Leonardo Sciascia» (Scalia): si tratta di Favole della dittatura, ventisette testi brevi di prosa assai studiata. Sempre nel 1952, esce la raccolta di poesie La Sicilia, il suo cuore, illustrata con disegni dello scultore catanese Emilio Greco. Sciascia vince nel 1953 il Premio Pirandello per un suo importante intervento critico sull’autore di Girgenti (Pirandello e il pirandellismo). Dal 1954 si trova alla direzione di «Galleria» e di «I quaderni di Galleria», riviste antologiche dedicate alla letteratura e agli studi etnologici. Frequenta in quegli anni la Caltanissetta di Luigi Monaco e del suo omonimo Salvatore Sciascia, ricavandone forti stimoli che si traducono in frequenti collaborazioni con diversi giornali e riviste letterarie. Nell’anno scolastico ‘57-’58 viene distaccato a Roma, al ministero della pubblica istruzione. Al suo ritorno si ristabilisce con la famiglia a Caltanissetta, ma interrompe l’attività di insegnamento per lavorare in un ufficio del Patronato scolastico. Nel 1956 esce il primo libro di rilievo Le parrocchie di Ragalpetra, a cui seguono nell’autunno del ’58 i tre racconti della raccolta Gli zii di Sicilia: La zia d’America, Il quarantotto e La morte di Stalin. Nel 1960 è pubblicata la seconda edizione de Gli Zii di Sicilia, a cui s’è aggiunto un quarto racconto, L’antimonio. Del 1961 è invece Il giorno della civetta, il romanzo sulla mafia che porterà a Sciascia la maggior parte della sua celebrità: e proprio l’impegno civile e la denuncia sociale dei mali di Sicilia saranno uno dei tratti più pertinenti per la definizione della fisionomia dello scrittore e intellettuale Leonardo Sciascia. Oltre a Il consiglio d’Egitto (1963), gli anni Sessanta vedranno nascere alcuni dei romanzi più sentiti dallo stesso autore, dedicati proprio alle ricerche storiche sulla cultura siciliana: A ciascuno il suo (1966) un libro bene accolto dagli intellettuali e da cui Elio Petri ha tratto un film nel 1967; e Morte dell’Inquisitore (1967), che prende spunto dalla figura dell’eretico siciliano Fra Diego La Matina. Nello stesso anno esce per l’editore Mursia un’Antologia di narratori di Sicilia, curata da Sciascia insieme a Salvatore Guglielmino. Lo scrittore tenterà anche di applicare al teatro la propria propensione alla scrittura fortemente dialogata, ma l’incontro/scontro con la mediazione operata dal regista gli appare come "devastatrice" dei testi e lo induce ad abbandonare il proprio impegno teatrale. Sul finire del decennio Sciascia si trasferisce a Palermo in una casa zeppa di libri e d’estate torna a Racalmuto per scrivere. Il 1970 è l’anno del pensionamento e dell’uscita de La corda pazza, una raccolta di saggi su cose siciliane nella quale l’autore chiarisce la propria idea di "sicilitudine" e dimostra una rara sensibilità artistica espressa per mezzo di sottili capacità saggistiche. Il 1971 è l’anno de Il contesto, libro destinato a destare una serie di polemiche, più politiche che estetiche, alle quali Sciascia si rifiuta di partecipare ritirando la candidatura del romanzo al premio Campiello. Tuttavia si fa sempre più forte la propensione ad includere la denuncia sociale nella narrazione di episodi veri di cronaca nera: gli Atti relativi alla morte di Raymond Roussel (1971), I pugnalatori (1976) e L’affaire Moro (1978) ne sono un esempio. Nel 1974, nel clima del referendum sul divorzio e della sconfitta politica dei cattolici, nasce Todo modo, un libro che parla «di cattolici che fanno politica» (Sciascia) e che viene naturalmente stroncato dalle gerarchie ecclesiastiche. Alle elezioni comunali di Palermo nel giugno ’75 lo scrittore è candidato come indipendente nelle liste del partito comunista: eletto con un forte numero di preferenze Sciascia si dimette da consigliere già all’inizio del 1977. La sua contrarietà al compromesso storico e il rifiuto per certe forme di estremismo lo portarono infatti a scontri molto duri con la dirigenza del partito comunista. Significativamente, quell'anno pubblicherà Candido. Ovvero, un sogno fatto in Sicilia. In questi anni aumenta la frequenza dei suoi viaggi a Parigi e si intensificano i contatti con la cultura francese, da lui sempre tenuta come essenziale punto di riferimento. Nel 1979 accetta la proposta dei radicali e si candida sia al Parlamento europeo sia alla Camera. Eletto in entrambe le sedi istituzionali opta per Montecitorio, dove rimarrà fino al 1983 occupandosi quasi esclusivamente dei lavori della commissione d’inchiesta sul rapimento Moro. In seguito a nuovi contrasti con il PCI di Berlinguer Sciascia abbandona l’attività politica, ma non rinuncia all’osservazione delle vicende politico-giudiziarie dell’Italia, in particolare per quanto riguarda la mafia. In un articolo sul «Corriere della sera» dal titolo I professionisti dell' antimafia, nel 1987 Leonardo Sciascia afferma che in Sicilia, per far carriera nella magistratura, nulla vale più del prender parte a processi di stampo mafioso. La memoria, privata e collettiva, restano però al centro della produzione letteraria sciasciana. Dalla collaborazione con la casa editrice Sellerio di Palermo origina una collana chiamata appunto "La memoria", che si apre con un suo libro, Dalle parte degli infedeli (1979), e che con le sue Cronachette festeggia nel 1985 la centesima pubblicazione. Per un ritratto dello scrittore da giovane è un’opera considerata “minore” di Leonardo Sciascia. In realtà, ci troviamo di fronte a un altro importante scritto che aiuta a cogliere l’ispirazione più profonda dell'autore, attraverso la letture di pagine e la scoperta di luoghi letterari ancora poco frequentati. Gli ultimi anni di vita dello scrittore sono segnati dalla malattia che lo costringe a frequenti trasferimenti a Milano per curarsi. Sia pure a fatica prosegue la sua attività di scrittore, mentre i continui attacchi di una sinistra opportunista e ideologizzata lo impegnano in sempre più taglienti e ironiche reazioni. Carichi di dolenti inflessioni autobiografiche sono i brevi racconti gialli Porte aperte (1987), Il cavaliere e la morte (1988) e Una storia semplice (in libreria il giorno stesso della sua morte), in cui si scorgono tracce di una ricerca narrativa all'altezza della difficile e confusa situazione italiana di quegli anni. Pochi mesi prima di morire pubblica Alfabeto pirandelliano, A futura memoria (pubblicato postumo), e Fatti diversi di storia letteraria e civile edito da Sellerio. Opere nelle quali si ritrovano le principali tematiche della produzione sciasciana, dalla "sicilitudine" a quell’impegno civile che lo aveva caratterizzato lungo tutta la sua vita intellettuale, di cui rimane una testimonianza anche nelle numerose interviste rilasciate durante tre decenni della storia nazionale italiana. Sciascia muore a Palermo il 20 novembre 1989, salutato da numerose parole di stima, fra cui quelle del grande amico Gesualdo Bufalino. Il suo corpo riposa all’ingresso del cimitero di Racalmuto.

 
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La famiglia...

Post n°271 pubblicato il 15 Agosto 2014 da cavallo140
 

C'era una volta la famiglia...

Esistono molteplici forme di famiglia, come esistono molteplici forme di unione tra le persone. Ogni famiglia ha le sue peculiarità, delle difficoltà specifiche e dei punti punti di forza.La nostra costituzione all'articolo 29, sancisce che la Repubblica Italiana riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio; ciò sta ad indicare che le leggi dello stato concepiscono esclusivamente un unico modello di famiglia, quello “classico”, formato da uno o più figli e da un uomo e una donna uniti in matrimonio.
Ma andiamo a vedere quali altre forme di famiglia esistono.Pensiamo alle famiglie monogenitoriali, nelle quali un genitore da solo, deve fare fronte all'educazione e al mantenimento dei figli. Indipendentemente dal motivo per il quale viene a mancare uno dei due genitori (separazione, divorzio, morte ...) è innegabile che le difficoltà di una famiglia di questo tipo sono innumerevoli. Ma è anche vero che in queste famiglie forse proprio grazie alla situazione particolare, si deve sapere prendere delle decisioni da soli ed essendo meno coccolati si impara prima ad affrontare le avversità della vita e a combattere per i propri diritti. Crescere in una famiglia “ristretta” quindi può fare maturare più in fretta e insegnare a vivere con responsabilità e rigore.

Ci sono poi le famiglie allargate che sono in constante aumento. Questa forma di famiglia relativamente nuova è composta prevalentemente da una coppia di genitori, i figli di precedenti matrimoni, dagli eventuali ex- coniugi e ovviamente da tanti nonni. Gli inglesi chiamano la famiglia allargata patchwork, come le trapunte fatte recuperando i pezzi di stoffa migliori di capi ormai consumati. Tanto quanto le tradizionali trapunte patchwork, la famiglia allargata per forza di cose è sempre variopinta, allegra e magari un po' incasinata.

Poi ci sono le famiglie affidatarie e le famiglie adottive. Nelle prime i bambini passano un determinato periodo di tempo con altri genitori per poi tornare alla famiglia di origine, mentre nel secondo tipo di famiglia i bambini entrano a far parte definitivamente della famiglia adottiva. Questi bambini hanno spesso due famiglie: una adottiva ed una biologica, spesso di culture diverse.

Poi ci sono quelle famiglie nelle quali i genitori hanno deciso di non sposarsi, uguali in tutto e per tutto alla famiglia classica, se non per il fatto che i due genitori non sono uniti da una unione regolamentata.

Inoltre ci sono le cosiddette famiglie arcobaleno, nelle quali uno dei genitori è omosessuale e il figlio è nato da una relazione eterosessuale precedente. Oppure entrambi i genitori sono omosessuali e i figli sono frutto di una procreazione assistita.

Alla fine di questo elenco è lecito chiedersi se una coppia senza figli non sia anch'essa da considerarsi un nucleo famigliare?

Sicuramente in questa fase storica il concetto di famiglia sta per essere rivisto e allargato anche a livello giuridico. Come è sempre avvenuto nel corso della storia, si svilupperanno altre forme di famiglia e forse altre cadranno in disuso. Una cosa è comunque certa: la famiglia contemplata dall'articolo 29 è solo una delle forme di convivenza possibili, e non per forza sempre la migliore.
A nostro parere la famiglia è il luogo dove vige la solidarietà, l'affetto e l'amore indipendentemente dal vincolo di matrimonio e dalla presenza o meno di figli.
lotta di famiglia 585x418 Lotta di famiglia
Ciò che accadrà nei mutamenti dell’idea di famiglia non ci è ancora dato di sapere, se non sforzando notevolmente la fantasia, ma l’accettazione delle varie forme di famiglia, diverse e variabili, rappresenta l’unico vero profilo di comprensione che umanamente ci appartiene .
 
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Quando Sarò Capace d'Amare

Post n°270 pubblicato il 01 Agosto 2014 da cavallo140
 
Tag: L'amore

Quando sarò capace di amare 
probabilmente non avrò bisogno 
di assassinare in segreto mio padre 
né di far l'amore con mia madre in sogno.

Quando sarò capace di amare 
con la mia donna non avrò nemmeno 
la prepotenza e la fragilità 
di un uomo bambino.

Quando sarò capace di amare 
vorrò una donna che ci sia davvero 
che non affolli la mia esistenza 
ma non mi stia lontana neanche col pensiero.

Vorrò una donna che se io accarezzo 
una poltrona un libro o una rosa 
lei avrebbe voglia di essere solo 
quella cosa.

Quando sarò capace di amare 
vorrò una donna che non cambi mai 
ma dalle grandi alle piccole cose 
tutto avrà un senso perché esiste lei.

Potrò guardare dentro al suo cuore 
e avvicinarmi al suo mistero 
non come quando io ragiono 
ma come quando respiro

Quando sarò capace di amare 
farò l'amore come mi viene 
senza la smania di dimostrare 
senza chiedere mai se siamo stati bene.

E nel silenzio delle notti
con gli occhi stanchi e l'animo gioioso
percepire che anche il sonno è vita
e non riposo.

Quando sarò capace di amare 
mi piacerebbe un amore
che non avesse 
alcun appuntamento col dovere

Un amore senza sensi di colpa 
senza alcun rimorso 
egoista e naturale 
come un fiume che fa il suo corso

Senza cattive o buone azioni
senza altre strane deviazioni
che se anche il fiume le potesse avere 
andrebbe sempre al mare.

Così vorrei amare

Giorgio Gaber

In un tempo senza ideali ne' utopia, dove l'unica salvezza è un'onorevole follia...

 
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Italia: il paese che ruba anche i sogni......

Post n°269 pubblicato il 31 Luglio 2014 da cavallo140
 

Scrivere è la mia forma di sognare Scrivere è la mia forma di sognare e faccio fatica a sognare ultimamente in questo Paese. Purtroppo non vedo più nemmeno un barlume di luce, che possa salvare l’Italia da una fine indecorosa, è un paese economicamente destinato a fallire e governato da gente incompetente, truffaldina e non scelta dal popolo. Ah il popolo… Pure quello non mi dà speranza alcuna. E’ possibile che la televisione ci abbia fatto diventare così ciechi, così ignoranti. Anche i più giovani che possono cercare notizie ed informarsi sul web non fanno altro che stare su facebook a parlare della neve e a fotografare quello che mangiano. I telegiornali non parlano di nulla, al massimo di cosa fa Belen Rodriguez, la diva della televisione italiana. E poi che importa come ha fatto ad essere così famosa, ora è Belen. Ed è questo il sogno delle ragazze italiane, essere come lei. In Italia sicuramente il fine giustifica i mezzi, tutti i mezzi… E quelli che hanno più potere sono i più sporchi e i più protetti della piramide sociale. In Italia non si può sperare nemmeno di vincere due spiccioli alle slot machine o alle scommesse, perché sono truccate e servono a fare arricchire quelli che ricchi già sono.Che sogno dovrei avere allora vivendo qua? Purtroppo sono nato onesto e mia madre mi ha inculcato quella sua maledetta bontà d’animo, non sono fatto per questo paese, qua non sarò mai nessuno. Mi piace rispettare la fila quando vado a comprare il pane e anche quando vado dal medico, pur sapendo che tutti mi supereranno perché loro hanno solo bisogno di una ricetta. Mi piace rispettare i limiti di velocità e fare attraversare la strada a una vecchietta con le buste della spesa. Non mi piace invece farmi raccomandare, chiedere lo sconto se me lo fa pagare senza fattura e avere vantaggi che non mi spettano. Non mi piace essere rappresentato da condannati, che nessuno ha votato. Non mi piace vivere in un paese incoerente, subdolo, arretrato. Stanotte vorrei addormentarmi e aspettare che nel sonno Peter Pan venga e mi faccia volare via con lui… Ma Peter non portarmi all’Isola che non c’è, sono troppo grande per stare ancora con i bimbi sperduti, mi basta che mi porti in un paese dove si possa sognare ogni mattina quando suona la sveglia.

 
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