Filosofia&Esistenza

La filosofia è l'esser coscienti d'essere, d'esserci; è il continuo progettarsi per essere ciò che si è il più autenticamente possibile, scegliendosi sempre nella propria libertà, facendosi liberi, senza attendere di diventarlo.

 

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CHI SARÀ IL PROSSIMO?

Ogni sistema ha cercato di mettere
a tacere chiunque abbia tentato
- in qualche modo - di cambiare
le cose. Da una croce o da dietro
le sbarre di una cella però,
la sua voce ci è giunta lo stesso.

... Chi sarà il prossimo?


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La scommessa

Post n°102 pubblicato il 04 Ottobre 2007 da brokenheart74dgl
 

Un ringraziamento ...
a tutti coloro che in questa mia assenza dal mondo virtuale del web, hanno continuato a scrivermi, anonimi e non, facendomi sentire la loro presenza. Mi scuso per le mancate risposte, ma questi quasi cinque mesi di silenzio non sono stati solo pubblici, ma anche privati,  interiori. Chi già frequentava il mio blog - ma spero anche chi è capitato in esso per caso - conosce, attraverso i miei scritti, quell'antinomia che contraddistingue il mio essere; quella contraddizione che è parte costitutiva di me, da me inscindibile; quel conflitto che, nella sua apparente ambivalenza, nella sua concreta dicotomica ossimericità, da luogo ad una unità, a quella totalità che è il mio esistere, il mio esserci nel mondo: me stesso. Un me stesso in cui convivono, al medesimo tempo - ed ecco la contraddizione a cui accennavo - coraggio e paura, forza e fragilità, certezza e dubbio. Questo sono io: un silenzio che parla tacendo; una forza d'animo immensa che si lascia travolgere da una fragilità altrettanto sconfinata; una determinatezza che si frammenta di fronte ad un'emotività iperbolicamente indeterminata e contingente; un'illusione che si crede con tutta se stessa reale finquando non si scontra con il reale stesso, illudendosi poi, e ancora, che quest'ultimo sia quello vero, per scoprire poi in esso null'altro che un'ulteriore illusione. Questo sono io, o almeno questo io credo di essere. Credo, certo, non "so". Se conoscessi me stesso in ogni più intima parte e in modo totale; se ogni parte di me stesso mi venisse "magicamente" svelata; se io avessi un'immagine completamente esaustiva, senza più lati oscuri del mio essere, sarei una "cosa" che, essendo totalmente "in sè", piena di sè, giacerebbe cristallizzata nella sua pienezza marmorea. Una cosa che, privata di quel vuoto, di quell’assenza sempre presente, di quell'arcano mai totalmente svelabile, di quel nulla che attende d'essere riempito, non sarebbe spinta dall'esigenza di colmarsi per poi svuotarsi nuovamente, non genererebbe la curiosità della continua ricerca, perchè mancante della possibilità stessa di progettarsi in sempre nuove scoperte e quindi d'esistere. Come si può riempire uno spazio già saturo di sè?

Certo è il fatto che proprio in questo nulla costitutivo della mia - come di ogni - coscienza, in questo vuoto d'essere che mira sempre a colmnarsi, senza però mai riuscirci - il che significherebbe cessare d'esistere - una continua lotta imperversa: è la lotta senza fine, - infinita, perchè in quanto contraddittoria, irrisolubile - fra la ragione e la passione, fra la razionalità e l'emotività.
Ed ecco dunque, la causa di questa mia assenza: l'arruolamento negli eserciti che in me continuamente combattono per la supremazia, per il potere. Eserciti, perchè di entrambi io sono contemporaneamente un gendarme: arruolato fra le fila di quello che sembra più in difficoltà: ora fra le fila dell'esercito della ragione, quando questo si trovi sul punto di essere annientato da quello dell'emotività; ora fra quelle dell'esercito dell'emotività, quando è quest'ultimo ad essere in pericolo di venir sopraffatto dal primo.
Stremato da questo conflitto – la cui breve e sporadica tregua è vanificata dalla complessità delle esperienze del vissuto – di tanto in tanto mi ritiro dal mondo, sperando di sottrarre i due eserciti, e quindi me stesso, dalle scintille che da esso provengono. Scintille che spesso non sono che semplici petardi inoffensivi, ma che, alle falangi in pace precaria dentro di me, appaiono come ordigni provocatori, attentati, capaci di riaccendere di nuovo lo scontro apparentemente terminato ma, in realtà, solo momentaneamente sospeso.
Aihimè, so però, che in questo mio tentativo di evitare una guerra intestina fuggendo dal mondo; che in questo sottrarre il mio essere a possibili faide ulteriori, onde evitare il dolore che di ogni guerra è conseguenza inevitabile, altro non ottengo che un’esito inverso -  e un dolore, una sofferenza -  assai peggiore di quello che mi ero preposto: quello stesso dolore, la medesima inquietudine che logora il fuggiasco il quale, impegnato con tutto se stesso a sfuggire ai suoi persecutori, non si accorge che il nemico dal quale egli fugge, altro non è che se stesso e che proprio questo evitare la sua cattura, questo fuggire continuo dalla sua possibile prigionia è l’unico vero ostacolo, il solo vero attentato alla Libertà più autentica ed originaria che all’uomo è concesso d’avere: quella di mettersi in gioco, di rischiare esponendosi nell’esistenza. Esporsi è rischiare: rischiare di patire, ma anche di esser felici. Rischiare è scegliere di essere liberi, certo liberi di poter soffrire, ma anche liberi di poter gioire. Essere liberi è aprirsi alla possibilità di lasciar venire incontro così come il tedio e il dolore, anche la serenità e il gaudio.
Esporsi, dunque, è rischiare scegliendo di essere liberi per la possibilità di incorrere, esistendo fra le innumerevoli possibili sofferenze, in una - seppur remota, improbabile, infinitesimale -  possibilità di essere, se non felici, perlomeno sereni. Una possibilità di non-sofferenza, per quanto minima, ridotta, piccola, limitata, dubbia è pur sempre una possibilità per la quale vale la pena mettersi in gioco. Meglio il rischio, la possibilità di poter soffrire, ma anche di poter esser felici aprendosi al mondo o, ritirandosi da questo,  nell’illusione di non soffrire ulteriolmente, condannarsi ad una sofferenza certa che ha esiliato ogni possibilità di una possibile felicità?
Parafrasando la celebre scommessa pascaliana: nel secondo caso, non rischiando la nostra certezza (di soffrire), perdiamo tutto (la possibile felicità) e non guadagnamo nulla (restiamo nella nostra sofferenza); nel primo caso invece, rischiando sulla possibilità (di poter soffrire, ma anche di poter essere felici), possiamo guadagnare tutto (essere felici), ma non perdiamo niente (al massimo ci teniamo quella sofferenza che già avevamo).
D'altronde in qualunque caso, scegliere dobbiamo, non possiamo esimerci dal farlo proprio perchè esistiamo e qualunque scelta faremo - anche il non scegliere - sarà una nostra scelta.

 
“Sí, ma scommettere bisogna: non è una cosa che dipenda dal vostro volere, ci siete impegnato. Che cosa sceglierete, dunque? Poiché scegliere bisogna, esaminiamo quel che v'interessa meno. Avete due cose da perdere, il vero e il bene, e due cose da impegnare nel giuoco: la vostra ragione e la vostra volontà, la vostra conoscenza e la vostra beatitudine; e la vostra natura ha da fuggire due cose: l'errore e l'infelicità. La vostra ragione non patisce maggior offesa da una scelta piuttosto che dall'altra, dacché bisogna necessariamente scegliere. Ecco un punto liquidato. Ma la vostra beatitudine? Pesiamo il guadagno e la perdita, nel caso che scommettiate in favore dell'esistenza (...). Valutiamo questi due casi: se vincete, guadagnate tutto; se perdete, non perdete nulla. Scommettete, dunque (…)”

 (B. Pascal, Pensieri)

M.
P.

 
 
 
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