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Scido nel Mondo: 3 Febbraio - San Biagio Santo Patrono di Scido

Post n°36 pubblicato il 03 Febbraio 2013 da romeo.eugenio
 

 

San Biagio Vescovo e martire

S. Biagio

Il martire Biagio è ritenuto dalla tradizione vescovo della comunità di Sebaste in Armenia al tempo della "pax" costantiniana. Il suo martirio, avvenuto intorno al 316, è perciò spiegato dagli storici con una persecuzione locale dovuta ai contrasti tra l'occidentale Costantino e l'orientale Licinio. Nell'VIII secolo alcuni armeni portarono le reliquie a Maratea (Potenza), di cui è patrono e dove è sorta una basilica sul Monte San Biagio. Il suo nome è frequente nella toponomastica italiana - in provincia di Latina, Imperia, Treviso, Agrigento, Frosinone e Chieti - e di molte nazioni, a conferma della diffusione del culto. Avendo guarito miracolosamente un bimbo cui si era conficcata una lisca in gola, è invocato come protettore per i mali di quella parte del corpo. A quell'atto risale il rito della "benedizione della gola", compiuto con due candele incrociate. (Avvenire)

Poco si conosce della vita di San Biagio, di cui oggi si festeggia la memoria liturgica. Notizie biografiche sul Santo si possono riscontrare nell’agiografia di Camillo Tutini, che raccolse numerose testimonianze tramandate oralmente. Si sa che fu medico e vescovo di Sebaste in Armenia e che il suo martirio è avvenuto durante le persecuzioni dei cristiani, intorno al 316, nel corso dei contrasti tra gli imperatori Costantino (Occidente) e Licino (Oriente).
Catturato dai Romani fu picchiato e scorticato vivo con dei pettini di ferro, quelli che venivano usati per cardare la lana, ed infine decapitato per aver rifiutato di abiurare la propria fede in Cristo. Si tratta di un Santo conosciuto e venerato tanto in Occidente, quanto in Oriente. Il suo culto è molto diffuso sia nella Chiesa Cattolica che in quella Ortodossa.
Nella sua città natale, dove svolse il suo ministero vescovile, si narra che operò numerosi miracoli, tra gli altri si ricorda quello per cui è conosciuto, ossia, la guarigione, avvenuta durante il periodo della sua prigionia, di un ragazzo da una lisca di pesce conficcata nella trachea. Tutt’oggi, infatti, il Santo lo si invoca per i “mali alla gola”.
Inoltre San Biagio fa parte dei quattordici cosiddetti santi ausiliatori, […]                      
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Scido nel Mondo: in prossimità del 3 Febbraio.

S.Biagio

 

La festa e il culto di San Biagio a Scido.

"Il culto di San Biagio", era in passato uno dei più diffusi sia in Oriente che in Occidente. La festa, da noi è celebrata il 3 febbraio.
Sono tante le manifestazioni di devozione che riguardano il Santo Vescovo e Martire e in gran parte legate ad episodi della sua vita. In Italia, San Biagio è considerato un taumaturgo ed è noto soprattutto per il suo potere di combattere le malattie della gola che rimanda al noto miracolo della spina di pesce (il Santo avrebbe liberato un bambino da una spina di pesce che lo stava soffocando) e all'orazione che il martire avrebbe pronunciato prima di morire, con la quale chiedeva a Dio di risanare da queste malattie chiunque l'avesse pregato in suo nome.

A Scido, le usanze più diffuse sono l'imposizione sulla gola di due candele incrociate, l'unzione della gola con olio benedetto e la distribuzione soprattutto di pane e dolci benedetti, che trovano testimonianza un po' ovunque.

In passato, l'organizzazione dei festeggiamenti in onore di San Biagio era affidata ad un gruppo di persone, chiamato "Comitato organizzatore", era preceduta dalla "novena" e dalla raccolta "casa per casa" di fondi a sostegno delle spese per la festa ed era diffusa l'usanza di una " banda musicale" che accompagnava la processione per le vie principali di Scido con canti tipici dialettali, di cui rammento solo le prime strofe: "San Biasi veniva di Francia cu 'na spata e cu 'na lancia", diversamente da quanto i libri di storia attribuiscono riguardo alle origini Bizantine di San Biagio.

La festa è caratterizzata dalla centralità che assume la Santa Messa, nel corso della quale il sacerdote benedice il pane offerto portato dal comitato e dai fedeli. Chiude il rito della benedizione della gola effettuata dal sacerdote mediante le candele incrociate e la distribuzione ai presenti del pane benedetto fino a tarda sera.

 

La processione S.Biagio

Le foto sono pubblicate nel gruppo di Facebook: Scido nel Mondo

 

 

 

 
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Scido nel Mondo: Felice Soffrè

Post n°33 pubblicato il 13 Novembre 2012 da romeo.eugenio
 

Lapide ai Caduti

 

Il nostro viaggio intorno a Scido, dalle origini ai giorni nostri, non può continuare senza dedicare una pagina ad uno degli scidesi eccellenti. Anche se conteso con Delianuova, dove nacque nel 1861, Felice Soffrè era di famiglia scidese.

Diede alla nostra terra uno straordinario contributo culturale dedicandosi sin da giovane alla poesia e alla scrittura. Colpito da cecità e con problemi all'udito, fu costretto ad interrompere ogni attività scolastica, però con la voglia di fare, insita nella indole delle persone straordinarie e con l'aiuto di amici e familiari riuscì a lavorare lo stesso e portare a termine molte opere e pubblicarle.

 

Ecco cosa scrisse Rocco Liberti nel suo libro: Scido, Santa Giorgia, Cuzzapodine - Laruffa Editore, di Felice Soffrè, nato a Delianuova il 22 giugno 1861 e morto a Scido, l' 8 ottobre 1927.

<<Vera tempra ardente di squisito verseggiatore e anima d'artista, si formò in quel clima di acceso liberalismo che ancora caratterizzava gli anni immediatamente susseguenti alla conquistata indipendenza della patria. Già avanti negli studi, prometteva una conclusione lusinghiera di essi, quando la fortuna volle sfacciatamente voltargli le spalle. Indebolitisi i delicati organi dell'udito e della vista, fu ben presto costretto ad interrompere ogni attività scolastica.

Consacratosi, quindi, tutto alla poesia, cominciò presto a pubblicare sulle riviste regionali in voga la sua produzione lirica.  In breve diede alle stampe ben cinque volumetti: Primi versi (1884), Primole (1892), Versi (1900), Fragili (1908), Ultime foglie (1920).

Questo il commento del Pascoli ad una raccolta di liriche del Soffre, per la quale scrisse una Prefazione:

C'è del bello e del buono in questi versi; e, qual più qual meno, questi carmi mostrano una felice natura e un ingegno e cuore ben disposti a quella contemplazione serena e severa, che si chiama poesia>>.

Villa Soffrè - Scido

 
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Scido nel Mondo: “un po’ di storia”

Toponomastica di contrade vicine al paese di Scido:

 

"Pedia" o Appedia = da amSéa = pero = terreno a vocazione fruttifera;

"Pera" = da mèra = al di là = terreno oltre i l fiume

"Zervo" = da C,epvó = mancino = posto a lato sinistro;

"Melesseria" = da iiéXo = ape = vespaio; luogo di allevamento delle api;

"Lago" = da Xayój" = lepre = nascondiglio di lepri;

"Catananzi" = da /oaxavayicri = costringere

 Scido- Sentiero di campagna

La storia è istitutrice di vita per tutti; ma solo gli alunni attenti ne assorbiscono la lezione: vivere nel cuore della vita di oggi; carichi dell'esperienza di ieri; protesi alla speranza del futuro; alieni dalle frequenti insorgenze autoritarie.

Alla Gioventù scidese, un invito : osservare lo Stemma del proprio Comune nei suoi eloquenti simboli: BILANCIA = Giustizia; SPADA = Dignità; MAZZA Autonomia (insegna dei Magistrati). L'attenta riflessione su di essi rischiari di vivida luce l'avvenire e indirizzi, sui sentieri della giustizia, della dignità e della libertà, ciascuno, consapevolmente responsabile del comune destino. (Santo Rullo)

 

Lo stemma di Scido

 

Storia di Scido: "MONDO GRECO"

Da: "SCIDO CAMMINO DI UNA COMUNITA' " -dal Medio Evo ad oggi- Autore Don Santo Rullo- GANGEMI ED.

Dal sec. VI d.C. in poi, forse anche prima, noi fummo greci e tali restammo per oltre un millennio. La gente che abitava queste terre parlava l'idioma greco; pregava in lingua greca; venerava Santi greci: Biagio, Nicola, Elia, Fantino...; celebrava in rito greco la liturgia, che si mantenne tale, ufficialmente, fino al 29 marzo 1480, quando venne soppressa da un Vescovo greco, Anastasio Calceopulo2; era governata da Pastori greci: nel 1339, il Vescovo di Oppido, Gregorio, in una dichiarazione inviata al papa e alla Curia Apostolica in Avignone, affermava che Oppido era greca da sempre ed "era solita" essere governata da vescovi greci. A Scido e paesi d'intorno, rito e dialetto greco si mantennero più a lungo che altrove. Il Barrio, parlando di Scido, Pedavoli, Iorghia, Cozzopodine, Sitizano, Lubrichi, scriveva nel 1571: ''Questi villaggi sono greci e celebrano Messa in lingua e rito greco; ma nei discorsi quotidiani, si servono della lingua latina e greca'. Il Marafioti scriveva, nell'anno 1600, che il greco si conservava in vari luoghi di queste diocesi e, in alcuni, anche il rito: "Cosoleto... Pedavoli, Scido, Yeorghia, Lubrichi, Sitizano... nella maggior parte di questi si parla in lingua greca. Mons. Andrea Canuto, Vescovo di Oppido, nel 1602, attestava: "In questa Diocesi, molti sono i paesi, ossia Casali, greci. In detto anno, il rito greco era seguito ancora, il G. B. Marzano ritiene che i l greco sia stato parlato in Calabria senza interruzione, dal periodo magno-greco a tutto il Medio-Evo: "Ho opinione che il greco idioma nelle Calabrie sia stato quasi continuamente parlato dai tempi della Magna Grecia fino al sec. XVI dell'Era Volgare" (da "SCRITTI", Laureana di Borrello, 1992, p. 298). Con lui è Gerard Rohlfs che difende la "continuità della lingua greca in Calabria Meridionale fin dai tempi antichi" ("Le Due Calabrie", p. 62; e "La grecità in Calabria", in "Arch. Stor. per Cai. e Lue", 1932, p. 26). Di parere contrario è J. Gay: "Au temps de Cassiodore cornine au temps de Saint-Gregoire le Brutium est un pay purement latin, et rien ne prouve l'usage du grec" (da '"Italie Meridionale et l'Empire Byzantin", Pars, 1904, p. 10).

Anche P. Russo afferma che la Calabria, completamente latinizzata dalle colonie disseminate dovunque da Roma, ritornò greca con l'arrivo dei Bizantini nel sec. VI ("Storia della Chiesa in Calabria", Soveria Mannelli, 1982, p. 113). Sembra che un sottofondo di greco, a livello popolare, sia sempre esistito dalla diffusione della lingua greca, sec V i l i a.C, alla conquista romana, sec. I l i a.C. Al greco si sovrappose, non si sostituiti i l latino. I Bizantini, conquistando la Calabria (a. 553 d.C), imposero, per oltre 500 anni, l'idioma greco, rafforzando quel fondamento di grecità esistente, nella diocesi di Oppido, da due preti greci che certamente servivano comunità greche. E probabile che fossero della nostra zona, la Costa Magra, dove la lingua greca resistette ancora per alcuni lustri. Il Vicario del Vescovo oppidese, Scipione Sartiano, Abate di Oppido, il 15 Marzo 1563, attestò che Giovan Battista Vocisano del Casale di Scido, e Giovan Lorenzo Monaco e Minico Richichi del Casale Pedavoli, della terra di S. Cristina, in Diocesi di Oppido, erano Chierici e Diaconi greci di "epistola et evangelio" e vivevano "more graecorum" (J. Mazzoleni "Fonti per la Storia della Calabria nel Viceregno 1503-1734", Napoli 1968). Non sappiamo altro; ma è nteressante essere informati che i tre, nel 1563, erano giovani Diaconi, erano nativi di Scido e di Pedavoli, erano greci e vivevano secondo i costumi greci.

Nel 1613 era rimasto un solo prete greco che, nella celebrazione della Messa, usava pane azimo, alla maniera della liturgia latina, e visse fino al 1627, lasciando moglie e figli. Nella Cattedrale di Oppido, in occasione della solennità dell'Annunciazione di Maria, si leggeva e cantava in linguagreca l'Epistola e il Vangelo e ciò fino all'anno 1627. L'anima della nostra cultura è greca. Culto, devozione, arte, architettura, portano l'impronta greca. Il 70% dei nomi della popolazione e il 71% dei toponimi sono greci e solo il 17% dei nomi di persona e il 25% dei nomi di luogo sono di erivazione latina8 . Un elevatissimo numero di vocaboli della lingua viva scidese ha etimi greci, modificati dal tempo e modellati dalla pronunzia locale. Non poche località rurali, attorno al paese, vengono denominate ancora con termini prettamente ellenici. La semantica dei numerosi vocaboli, che designano persone e luoghi legati all'abitato di Scido, può offrire a ricercatori abbondante materia di studio e d'indagine e gradite sorprese. Le particolarità fonetiche della parlata scidese (predominanza della lettera delta (d), dell'ipsolon (i) al posto dell'epsolon (e), dell'ou(u) invece di omicron (o), del doppio ZZ(zz), caratteristiche proprie del dialetto storico), confermano la tesi che i Greci, stabilitisi sulle nostre terre, provenivano, quasi con certezza, dalla Calcedonia, la colonia greca sul Bosforo, quasi di fronte a Bisanzio, e l'idioma importato era quello dorico.Il cordone ombelicale, che legò nel passato la Calabria alla Grecia, non venne mai spezzato. I rapporti con l'Oriente si mantennero attivi e fecondi più che con Roma. L'incontro con la potenza della città tiberina si dimostrò deleterio per la Calabria e i cinque secoli di dominazione romana tra ipiù infausti della sua storia. Anche Cicerone testimoniò l'abbandono e l'impoverimento della alabria: "Magna Graecia, quae nunc quidem deleta est", 'la Magna Grecia che al presente è abbandonata' (Epistola a Lelio). Al contrario la conoscenza e le comunicazioni con la Grecia arricchirono la regione culturalmente ed economicamente e le portarono splendore in campo civile ed ecclesiastico. Quanto di grande e di bello era stato prodotto nelle età precedenti, si trovò espresso splendidamente nella Magna Grecia dove fiorirono ingegni universali: Pitagora (Crotone), Archimede (Siracusa), Ibico (Reggio), Stesicoro (Metauro), Senocrito (Locri), Nosside (Locri); e poi Eschilo, Erotodo, Platone, Senofane che, al cospetto di questo mare e di queste colline, produssero i l meglio della loro creazione.

Ai nostri giorni la Calabria è conosciuta nei cinque Continenti per un capolavoro greco (i Bronzi di Riace), rinvenuto nel fondo delle sue acque.

Nei secoli IX-XI uno stuolo di Santi italo-greci, con la vita e l'insegnamento, diede prestigio e onore a questa terra. Dimorando nelle nostre contrade, o attraversandole di frequente (Palmi, Melicuccà, Delianuova, S. Cristina, Mammola), lasciarono semi di santità e fecondarono, con la loro opera, il seme della Parola divina, sparso nei cuori.

Calamitosi eventi, dopo la partenza dei Greci, precipitarono la popolazione nel baratro della desolazione; ma non riuscirono a cancellare quel filone di cultura classica, di cui era imbevuta, che, qual fiume sotterraneo, attraversò le oscure epoche storiche che seguirono, mostrando, di tanto in tanto, qualche sprazzo luminoso della sua presenza (Baarlam, Leonzio Pilato, Pietro Vitali, Sirleto, Telesio, Campanella...) e che sarà pronto a irrompere ancora gagliardo, appena le future condizioni ambientali gli saranno favorevoli.

Cognomi di origine greca:

Macrì (ifiaK-pv) = lungo;

Malacrini (QieXaxewó) = bruno;

Papaleo (nana Xewis) = prete Leo;

Romeo (pupiaio) = greco;

Scordo (afcópSof) = aglio;

Sofo {(TCXpÓ) = sapiente;

Spanò (onavóì) = sbarbato;

Spasari (Canavapri) = portaspada;

Tripodi (rpLnóSù) = treppiedi;

Zerbi (Ceppò) = mancino;

Managò (jiavaxó) = solo;

Glottologismi greci nella lingua dialettale del popolo:

Bovalàci  /3ovPaXàKLOis /3ov /3aXo = chiocciola

Canna Kavva = canna

Cannata KavaTa = vaso da bere

Catarràtu KarappaKLTJ = botola

Carcariàri KacKaplCcó = lo schiamazzo della gallina

Ceramìda tcepaplSiov = tegola

Ciliari icaXéù = rotolare

Catòju Karàyeio = pianterreno

Còcciu KÓKKO = acino, seme

Còcculu KÓKKClXo = teschio, pignolo

Cudùra KOvXXovpa = pane a ciambella

Curìna KOpVVT = cima, interno della lattuga

Cuzzuràpunu KOVICÓ, e Spenavov = falce

Folìa pùìXia = nido

Gurna yovpva = vasca, fosso

Mpaticàri epnareù epinarucepu = calpestare

Maja fiayeia = incantesimo

Micciu  nvXTì's = lucignolo, punta

Naca vav mica = culla

Muccu = flùCa = naso

Pappù nannov = nonno

Piria nvpà = calore, fuoco

Pitta nrjTTa néaaai = focaccia, cuocere

Pirùni Wf]pOVUL = bruscolo, piolo

Scifu OKVcfr'lOV = trogolo

Trocciulu TpóxiXov = rotella, carrucola

 
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Scido nel Mondo: Saluti dalla Piana

il "come eravamo ",

l'impegno a ricercare e ricostituire sulla scorta di labili

tracce un passato ed una identità che esprima il senso di

una comune appartenenza, di un identico vivere e sentire, di

aspirazioni e lotte quotidiane condivise.

E' quanto Saro Battista e Raffaele Leuzzi condividono con noi in una raccolta di originali cartoline e fotografie commentate in affascinanti pagine del loro libro " Saluti dalla Piana" edito da Barbaro Editore. Un'opera di grande valore didattico e culturale che scaturisce dalla mente di chi vive o ha vissuto intensamente le origini della propria terra, ne rivendica gli usi e i costumi custodendo gelosamente l'originalità di chi solo ha radici in una terra spesso dimenticata dallo Stato ma non per questo seconda a nessuno.

 

Di seguito la prefazione del libro di Cosimo Antonio Calabrò (Presidente Amm.ne Prov.le di Reggio Calabria) e la ricostruzione di qualche immagine, ormai un lontano ricordo.

Prefazione

L'interesse crescente degli studi di storia sociale o il

favore che incontra la cosiddetta "historia minor" nel

ricostruire minuziosamente fatti ed eventi locali di epoca

anche recente, e di cui esiste memoria a volte solo nella

tradizione orale, costituisce un elemento importante nel

quadro di un recupero delle radici storiche per un piccolo

municipio o una più vasta comunità territoriale contraddistinta

da caratteristiche o fattori ambientali e culturali

omogenei.

Lo sforzo lodevole che nasce dall'idea di "raccontare"

agli altri o ai posteri la propria storia, il "come eravamo ",

l'impegno a ricercare e ricostituire sulla scorta di labili

tracce un passato ed una identità che esprima il senso di

una comune appartenenza, di un identico vivere e sentire, di

aspirazioni e lotte quotidiane condivise, ha preservato

dall 'oblio avvenimenti, luoghi e personaggi importanti per

il nostro cammino a ritroso nel tempo fino alle origini,

documentate e documentabili, di un susseguirsi di

generazioni intimamente legate da vincoli di identità

territoriale e culturale.

Fenomeni dolorosi, ad esempio come l'emigrazione o i

terremoti, che hanno sradicato o annientato intere

comunità, non altrimenti avrebbero potuto essere documentate

se non attraverso notizie o immagini che rendessero

viva testimonianza della tragedia vissuta. Ma altrettanto

può dirsi per avvenimenti favorevoli o gioiosi, per iniziative

di cui la piccola comunità locale è andata orgogliosa e che

col tempo, attraverso la narrazione orale e familiare,

possono risultare fortemente deformati, minimizzati o

ingigantiti.

Il lavoro paziente di Raffaele Leuzzi e Saro Battista si

iscrive, a buon titolo, in questa cornice di ricerca per

documentare in un 'area territoriale circoscritta, la Piana, le

caratteristiche salienti di una identità "fisica", che

attraverso le cartoline panoramiche o gli scorci di

monumenti e di chiese, corredate dal commento di poeti e

prosatori, affida un messaggio di vita, fa affiorare

l'emozione dei sentimenti, l'ansia del vivere quotidiano, la

nostalgia di cose perdute, in una pennellata di genuina autenticità.

 

 

Saluti dalla PianaL'orologio di Scido

La proprietà delle immagini è degli autori, Leuzzi- Battista 

 
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Scido nel Mondo: la "Piazzetta", un tuffo nel passato!

'orologio della piazzetta

Quando la visione non c'è più e si vuol descrivere un posto ormai rimasto solo un ricordo, testimonianza del tempo che passa, non c'è modo migliore per catturare la curiosità di chi legge, che vedere tramite le parole, una "foto cartolina" che molti hanno vissuto percorrendola centinaia di volte su e giù: "la piazzetta"!

Nino Germanò, nel suo libro Schidon, ha descritto così "l'orologio della piazzetta", luogo di ritrovo per giovani e meno giovani negli anni sessanta:

«...lateralmente c'è il campanile, nel cui ripiano più alto è collocato l'orologio,

al di sopra delle campane, che suonano le ore, mezzore ed i quarti, con la replica.

Al mattino di buonora, suona «centu botti» per la sveglia, che poi ripete

a mezzogiorno e prima dell'ora di scuola.

Ogni sera, mastru Cicciu u forgiaru sale la scaletta per dare la

corda (caricare l'orologio) facendo sollevare i màzzari, che provocano col

peso il movimento.

Sia la chiesa che il campanile sono privi d'intonaco,

sicché passeri e rindùni vi nidificano nei buchi, svolazzando e riempiendo

l'aria di pigolìi e di strida».

Da Schidon - 1870 / 1930 - di Nino Germanò, Edito da Nuove Edizioni Barbaro- Delianuova (RC)

 
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Scido nel Mondo: Nino Germanò - Medico,Scrittore-

Dott. Nino Germanò

Il medico Germanò, uomo colto e intelligente, integerrimo professionista e valente scrittore, lascia alla comunità scidese un saggio di vera e propria cultura che affonda le sue radici nella "calabresità" più ricca di tradizioni, usi e costumi della nostra Terra. Amante delle espressioni dialettali, ormai in disuso da anni, ci fa riscoprire le originalità dialettali e tanti vocaboli che per decenni hanno accompagnato il "nostro modo" di parlare distinguendoci dai limitrofi dialetti di Delianuova e Santa Giorgia antagonisti, si fa per dire, di sempre.

Da Schidon, cronache e usanze (1870 - 1930) edito da: Nuove Edizioni Barbaro di Caterina Di Pietro - Delianuova (R.C.)

<pappalùne» (15), che alligna particolarmente nella zona e paesi circostanti.

Nelle colline più basse, specie nei terreni sabbiosi, si sono reimpiantati, con viti americane, i vigneti distrutti dalla fillossera; nelle vallate sorgono noccioleti, intercalati con piante di noci. Ma l'albero che meglio alligna e sviluppa è l'olivo, che ricopre quasi l'intero territorio, al di sotto della zona boscosa, e si espande verso i comprensori vicini e per tutta la zona della Piana, con alberi secolari che superano i venti metri di altezza e producono dei piccoli frutti ovali, che in piena maturazione divengono neri e lucidi.

Poiché la bacchiatura risulta dannosa alla produzione e difficile la sgrappatura, a causa della mole ed altezza, la raccolta avviene gradualmente alla caduta per terra, a cominciare dagli ultimi giorni di dicembre sino a fine aprile e talvolta ai primi di maggio. Purtroppo, quando la mosca olearia, con successive invasioni, scava la polpa, la produzione si deteriora, si produce olio di mediocre qualità, che diventa ancora più scadente se le olive non vengono molite subito e si depositano, pressandole dentro «i zimbùni», che sono dei cassoni di due metri quadrati per due di profondità, ricavati dividendo con tramezzi di tavole un vano del frantoio; usanza successivamente abbandonata e sostituita con il deposito delle olive, a cumuli, su dei ripiani. Nelle colline sovrastanti il paese, a media altezza, gli olivi cedono ai castagneti, i cui frutti nsertì(1 6) , liberati dai ricci, vengono venduti a Oppido,Palmi e nella Piana, freschi o bolliti, oppure infornati, dopo essere stati marangiati(17) al sole. In parte, le "nserte" vengono marrunàte (1 8) , tenendole in acqua, spesso sostituita, per quindici giorni, e poi asciugate finché trasudano, ed eliminando quelle mmahagnate(19), riposte al fresco ed al buio, mantengono lo stato di freschezza; mentre le castagne curce(20), la cui pellicola è difficile a levare quando sono crude, se di piccola dimensione o cuzzicuse(21),vengono date in pasto ai maiali o altre bestie, le grosse si consumano facendo "pastidi" (caldarroste) o lessate. Quando, nel novembre, dopo la caduta d'ihjani(22) , le foglie passano dal verde alla tinta rossastra dell'autunno, le colline, in alto del paese, sembrano ricoperte di un immenso manto di oro antico. Quasi accanto sorgono i boschi di castagneto ceduo, querce ed elei, sostituiti, più in alto, dai faggi e dagli zappini, che sono una varietà locale del pino>>.

 

15 Fagioli di Spagna. 16 Di albero innestato.   17 Messi a seccare. 18 Conservate allo stato fresco. 19 Deteriorati, guasti. 20 Da castagno selvatico. 21 Bacate. 22 Ricci. 

 

 

Via P. Romei - Scido -

 
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Scido nel Mondo: qualche dettaglio su S.Giorgia

Post n°28 pubblicato il 27 Settembre 2012 da romeo.eugenio
 

L'incontro tra natura e cultura è uno dei dati principali della Storia, partendo da qui si può desumere che il potere della natura può essere modificato ma non cambiato. Esso è in perfetta sintonia con l'ignoto che, modifica a suo piacimento vita ed eventi.

Se alcuni si sono rassegnati all'idea che il destino sia segnato, voglio esorcizzare quella paura che l'evento può suscitare; avverto la necessità di analizzare questa tematica senza soffermarmi alla  semplicistica rappresentazione di una storia locale, ma cercando di trarne il maggior profitto utile da raccontare o da mostrare.

Alla base di tutte le ricerche c'è, sicuramente, un percorso che inizia e finisce, per ogni essere umano e per ogni luogo.

Ecco quel che risulta, ancora, di S.Giorgia. 

<< lo Zerbi ha scritto nel 1876, senza far capo ad un sia pur

minimo logico appiglio, ma invero molto pomposamente secondo

il suo consueto stile e in pratica senza dir niente di particolare,

che Santa Giorgia, casale di S. Cristina, venne «Fabbricato, in seguito

delle ultime incursioni saracinesche, sui fastigi di una valle,

i cui borri son bagnati da fiume lento e melmoso». Quindi, traendo

il tutto dal Gualtieri, che aveva pubblicato la sua opera nel

1630, nonché dallo stesso chiosatore settecentesco del Barrio,

Tommaso Aceti, ha aggiunto che il nome originario del paese fu

Eraghìa, parola greca che vuol dire «sacrosanta» e che esso cominciò

ad essere chiamato Georgia dall'anno 1628, avendo addizionato

al primo appellativo quello dell'omonima santa, che ne sarebbe

divenuta così la Patrona >>.

...era un centro urbano di tutto rispetto coi suoi 397

abitanti e, pur se ugualmente in soggezione a S. Cristina, risultava

sopravanzare il vicino Scido, che ne contava invece 316 e, a loro

volta, Lubrichi e Sitizano, che ne denunziavano un ancor minor

numero.

DIANO PARISIO, Constitutiones Synodales, Romae . Resoconto

inviato dall'Ordinario vescovile alla Santa Sede nel 1670

Memorie storiche di Scido S. Giorgia Cuzzapodine - Rocco Liberti - Editore Laruffa 1990

 
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Scido nel Mondo - Santo Rullo - Scido - Cammino di una Comunità

IL PAESE

Chi dalla Piana di Gioia Tauro sale verso le vette dell'Aspromonte, nella direzione Delianuova-Carmelia, incontra, quasi all'improvviso e inatteso, l'abitato di Scido, adagiato su un largo e verde ripiano tra le giogaie della catena appenninica. Umile, modesto, nascosto, lo si vede solo quando si è pervenuto nelle vicinanze delle case, oppure guardando in giù dalle grigie sporgenze del costone montano, mentre si sale verso Iunco o Carmelia. La cittadina di Scido, silenziosa e tranquilla, è ubicata nella Valle del Duverso, tra dense e vaste distese di ulivi secolari, a 456 m. sul livello del mare, in una delle tante conche che frastagliano le estreme propaggini dell'Aspromonte, rivolta verso Nord, con alle spalle i tre monti Iunco, Petronà, Carmelia.

Qualche palazzo ostenta ancora uno stile settecentesco, quando i l paese viveva sotto il gioco feudale di famiglie principesche e baronali. Se fino all'inizio del 1600 Scido era un semplice "Borgo", nel corso del secolo divenne "Casale" e quindi nel 1800 "Comune"; oggi è una simpatica e operosa "Cittadina". La Strada Statale n. 112, che l'attraversa tutta da Sud a Nord, dà all'abitato vivacità e movimento. Insieme ad acque fresche ed abbondanti, a un clima mite e sereno, il paese offre a chi lo visita un senso di riposo e di distensione e a chi si ferma una piacevole e indimenticabile permanenza.

 

LA GENTE

La popolazione è cordialmente accogliente ed ospitale; attiva e intraprendente; semplice negli usi e costumi; amante del lavoro e dell'avere; guardinga da chi tenta di sfruttarne la fiducia. Accoglie con entusiasmo i forestieri. Attaccata sentimentalmente al passato, non ama cambiare con facilità il vecchio con il nuovo. Aborre la violenza; predilige le maniere dolci e sfumate, non impegnative; con fine sentimento di delicatezza, sa esimersi dagli impegni, senza esplicitamente rifiutarsi; vive in placito atteggiamento di vita pratica, nella persuasione che i doveri sono da adempiere "quando si può".

Costretta ogni giorno a posare lo sguardo su l'ulivo, che fa splendida corona al paese, si sente da esso rappresentata ed ad esso assomigliata.

L'ulivo è infatti il segno emblematico della sua esistenza; l'immagine delle sue qualità di popolo sobrio e parsimonioso; il simbolo dei suoi difetti. Quanto si predica dell'ulivo, può essere riferito, per analogia, agli Scidesi.

ALBERO buono, con le sue olive che ornano la tavola, la sua drupa densa di olio nutriente, i l suo legno pregiato atto ai mobili di lusso e ai pavimenti distinti...

 

Estratto da: Scido – Cammino di una comunità – Autore Santo Rullo – Casa Editrice Gangemi

 
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Scido nel Mondo: Don Santo Rullo

Post n°26 pubblicato il 10 Settembre 2012 da romeo.eugenio
 

Notizie e fatti attendibili valorizzano il lavoro di ogni studioso, soprattutto quando si tratta di dati storici reperibili tramite la ricerca di documenti nei musei e nelle biblioteche di ogni ordine e grado e di testi scritti da chi ci ha preceduto, ora in possesso, solo, di alcune case editrici.

Ho affrontato, fino ad oggi, e con molta cautela, temi riguardanti le origini del nostro comune, soffermandomi di rado sugli abitanti di Scido, sugli antenati e le loro origini e su tutto ciò che contribuisce alla genesi di un paese: dalla cultura alle antiche tradizioni e alla religiosità, dalla sommità di scritti e manoscritti alla ricerca di antiche usanze e di lavoro che nel tempo tendono sempre a scemare o addirittura scompaiono...

 

Uno degli uomini che ha contribuito (assieme a tanti altri che citerò in seguito nel mio blog e per argomenti) è don Santo Rullo, originario di Piminoro, una piccola frazione di Oppido Mamertina, egli visse a Scido e fu parroco dell'unica parrocchia, San Biagio, per circa quarantadue anni.

La chiamata al Cielo di don Santo Rullo, avvenuta il 6 febbraio di quest'anno, lascia un vuoto incolmabile fra cittadini e fedeli e porta con sé un pezzo della storia di Scido di quest'ultimi decenni.   

Si riporta, di seguito, parte del discorso pronunciato da S.E. Rev.ma Mons. LUCIANO BUX Vescovo Emerito della diocesi di Oppido-Palmi, al Ritiro diocesano del Clero di marzo 2012, ricordando don Santo Rullo...  

<<Studioso colto e diligente ricercatore (fu anche bibliotecario e archivista diocesano), comunicatore capace di farsi leggere anche dai meno dotati culturalmente. Ma soprattutto fu prete per i nostri tempi e i nostri luoghi. È stato un prete "libero", come egli stesso afferma, dai condizionamenti di luoghi, persone, eventi. La libertà l'ha vissuta nell'adesione del suo cuore alla Parola di Dio e alla Croce di Gesù>>.

 

Ed ecco alcune significative righe che, don Santo Rullo, scrisse nel Suo "Testamento spirituale" ai fedeli di Scido:

<<considero grazia del Padre essermi trovato in mezzo a voi e aver goduto della vostra vicinanza e della vostra umana ricchezza. (...)

Ogni volta che mi sono assentato da Scido, ho desiderato di rientrare al più presto, attirato da una forza occulta e indecifrabile.

Mi sono proposto di non chiedere mai nulla, neppure l'offerta della Messa quando è venuta a mancare con frequenza. Avevo nel cuore l'aspirazione di fare di voi una famiglia di Dio, creando desideri di Dio e reciproci fraterni rapporti umani. Non ci sono riuscito. (...)

Si è detto che ero severo, ma a me non sembra severità la richiesta di fedeltà agli impegni battesimali con Dio e a un amore "concreto" a Gesù Liberatore che concretamente ci ha amato. Era mio desiderio aiutarvi ad essere utili a voi. Avevo l'ambizione di fare di voi cristiani coerenti, lontani da ogni forma di esibizionismo e di ipocrisia. (...)

Ho notato in voi con dispiacere ma anche con comprensibile sentimento di umana debolezza, la paura di esporvi al rischio di una vita diversa.

È ciò che il Signore aspetta da noi: una vita diversa.

Non vi chiedo scusa o perdono perché non ho mai pensato o voluto offendervi. Non ho nulla da perdonare perché non ho mai ricevuto offese, forse qualche incomprensione dovuta al mio carattere. (...)

La Parola di Dio rende veramente liberi e dona le ali alle deboli forze dell'uomo. Rendetevi liberi!

Il mio invito è non temere di incamminarvi verso la strada (il Cristianesimo è "Via") che conduce alla "Vita Nuova", inserendovi in Cristo.

Fate della Domenica il punto focale della vostra settimana e la fonte del ristoro di ogni giorno, contro l'anemia debilitante dello spirito e il buio delle incertezze che vi circondano. (...)

Il pensiero finale è la richiesta di una preghiera, che io frequentemente ho fatto a Dio per voi. Chiedete al Padre che dimentichi il bene che avrei potuto fare e non lo ho fatto per incuria, il male che avrei potuto evitare se fossi stato più vigilante e accorto e lo ho compiuto con assiduità.

Il sacerdote deve essere puro, integerrimo, immacolato, raggiante di luce, affascinato dalle limpide altezze. Io non lo sono stato.

Abbiate pietà voi e perdonatemi. Domandate pietà al Dio pieno di misericordia, che ci vuole "perfetti e misericordiosi", ma è anche pronto a perdonare. Questa unità di preghiera, forse ci riunirà tutti nella casa del cielo, a contemplare, a godere, a cantare, in eterno>>.(Acqua Viva Notizie. Marzo 2012).

                                                                                                                                                                                                                                  

Scido, Chiesa di S. Biagio

 
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Scido nel Mondo: SCHIDON

Leggendo Schidon - cronache e usanze - (1870 - 1930), di Nino Germanò, scrittore e medico condotto di Scido per oltre quaranta anni, si evince che il significato del nome così come descritto nel post n. 21 del 30 luglio di questo blog, ha ben altro significato, forse, più attendibile di quanto, Rocco Liberti, storico calabrese, ha scritto sul suo libro: "Scido-Cuzzapodine-S.Giorgia".

Tale tesi, è sostenuta in Schidon, opera fine e deliziosa, scorrevole nella lettura e curata nei particolari dialettali, nei fatti e negli eventi squisitamente storici (Edito da Nuove Edizioni Barbaro della Sig.ra Caterina Di Pietro di Delianuova -RC- ).

"Se voi sapiri chi paisi è chistu, novi misi di nvernu e tri di friscu".

Scido anni '20 - Corso Nuovo -

Foto copertina

SCHIDON

<<Scido, adagiato su un triangolo pianeggiante, con l'apice rivolto verso il nord, è circondato da colline, che man mano si elevano più in alto, in forma di anfiteatro aperto verso il mare, la cui vista è impedita dalla collinetta di Cendria.

Per la sua posizione, alle falde dell'Aspromonte, grande accumulatore di nubi, il clima risulta condizionato, soggetto a notevoli precipitazioni atmosferiche, sicché i compaesani, esagerando, sogliono dire: Se voi sapiri chi paisi è chistu, novi misi di nvernu e tri di friscu.  Il comprensorio è diviso dal territorio circostante da due fiumare che d'inverno talvolta diventano torrenti rovinosi e, d'estate avanzata, spesso si riducono a ruscelli che scorrono mormorando tra le rive. La fiumara di levante, alimentata da vari affluenti, denominati, a seconda della zona dove scorrono. Cresarini o Pirijàci, si congiunge poi con l'altra che proviene da ponente, e riunisce altri piccoli corsi che portano il nome di Petrara o Pietragrande, ed ambedue defluiscono nel Duverso che, ingrossato da altri affluenti, sotto il nome di Petràce, va a sboccare nel mare nei pressi di Gioia Tauro.

Sebbene nulla sinora sia venuto alla luce su le sue origini, Schidon o Schedon viene riportato nella Theòtokos de agia - Agathé (Oppido) nel periodo tra il 1050-1065*, e in Tourma des Salines dans le thème de Calabrie nel secolo XP; un agios Fantinos tou Schedou risulta nell'anno 1097 nel Syllabus graecarum membranarum.

Il nome del paese, di evidente origine greca, equivale a «diviso», poiché deriva dalla radice greca schid (in latino scindo), che ha significato di separazione**, e corrisponde alla sua posizione delimitata dalle due fiumare. Se vuoi sapere le caratteristiche di questo paese: nove mesi d'inverno e tre di fresco>>.

Brigantaggio in Calabria post

Il Brigantaggio in Calabria, post unità d'Italia

 

*Cfr. A. Guillou, Biblioteca Apost. Vaticana, 1972.

**Cfr. Bonazzi: Prontuario delle radici predicative in Dizionario greco italiano.

Nuove Edizioni Barbaro, Delianuova (RC). 

 
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Scido nel Mondo: c'era una volta Cuzzapodine

Resti di Cuzzapodine  (1)

                                                                                                                                                                                                       

 

Tra le realtà ubicate nel territorio dell'antica diocesi di Oppido, va annoverato un piccolo nucleo, Cuzzflpòdine o Cozzopòdinì.

Antico casale di Santa  Cristina d'Aspromonte, abbandonato intorno al 1715 Cozzopodine era una località, ora priva di abitanti, tra Scido e S. Giorgia.

L'origine del paesino è, probabilmente, da assegnarsi all'epoca della dominazione bizantina, mentre il nome potrebbe derivare dalla famiglia Cozzòpodi, così chiamata poiché un suo esponente sarà stato marcato dal vistoso difetto dello zoppicare. Il primo documento che viene a rendere nota l'esistenza del paesetto è il regolamento della confraternita del SS. Sacramento, che rimonta al 18 gennaio del 1576 e fa riferimento ad un Casalis Cosopodij. Successivamente, con la relatio ad Limina del vescovo Canuto dell'anno 1603, Cozzopodeni risulta menzionato quale villaggio di Santa Cristina unitamente ad Apedavuli, Parachorio, Scido, Iorya e Lubrichi.

In una posteriore relatio, quella del 1666, dovuta a Mons.  Paolo Diano Parisio, Cozzopòdono, che appare abitato da appena una decina di anime, è definito angustum, perciò ristretto, meschino, ma, all'epoca, aveva ancora un suo parroco nella persona di D. Pietro Condidorio. Vi si trovava anche una chiesa semplice, che, per altro verso, conosciamo consacrata alla Pietà.*

Resti di Cuzzapodine  (2)    

                                                                                                                                                

Nell'anno 1715, nel primo resoconto trasmesso a Roma da Mons. Giuseppe Maria Perrimezzi si afferma ancora che a Cuzzoponode abitavano sei individui, ma in quello del 1738 vi è un preciso riferimento ad una borgata totalmente distrutta, con una chiesa parrocchiale, il cui beneficio curato si conservava in modo non ufficiale, ma soltanto apparente.  Altri ricavati dalle tante documentazioni dicono molto chiaramente che Cuzzapòdine, ancora in sul finire del sec. XVI, doveva essere un borgo, se non di grandi proporzioni, almeno non del tutto trascurabile e che esso andò man mano spopolandosi per tutta la prima metà del secolo susseguente. I l motivo più plausibile della sua fine, per come abbiamo accertato direttamente, va ricercato sicuramente in due direzioni: la non buona posizione del sito, quasi un anfratto, e l'estrema vicinanza a S. Giorgia ed a Scido, che, tempo dietro tempo, hanno dovuto attirarvi i sempre più scarsi terrazzani.

 

*ASV, Relationes ad Umina, vescovo P. Diano Parisio, a. 1666 ff. 127v-128. AVO, Fase Confraternite

Per le notizie storiche, dati e riferimenti sono state consultate le seguenti Opere:

-Rocco Liberti, Memorie storiche di Scido S.Giorgia Cuzzapodine, La Ruffa Editrice 1990                                                                           

                                                                                                         

 
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Scido nel Mondo: S.Giorgia

Post n°23 pubblicato il 05 Agosto 2012 da romeo.eugenio
 

S.G. Chiesa baraccata                                                                                                                         

[Santa Giorgia, frazione di Scido, ormai ridotta a una borgata con circa venti abitanti, affonda le sue radici, in epoche lontane.

Zerbi ha scritto nel 1876, che Santa Giorgia, casale di S. Cristina, venne «fabbricato, in seguito delle ultime incursioni saracinesche, sui fastigi di una valle, i cui borri son bagnati da fiume lento e melmoso». Quindi, traendo il tutto dal Gualtieri, che aveva pubblicato la sua opera nel 1630, nonché dallo stesso chiosatore settecentesco del Barrio, Tommaso Aceti, ha aggiunto che il nome originario del paese fu Eraghìa, parola greca che vuol dire «sacrosanta» e che esso cominciò ad essere chiamato Georgia dall'anno 1628, avendo addizionato al primo appellativo quello dell'omonima santa, che ne sarebbe divenuta così la Patrona.

In verità, nessuna santa ha mai portato il nome di Giorgia, tantomeno essa è stata in un certo periodo consacrata protettrice del piccolo villaggio. I l termine Georgia od un suo similare è riscontrabile in atti pubblici da assai più antica data di quella offerta dallo storico molochiese nel suo famoso e farraginoso Leggendario e la prima denominazione del paese, come vedremo appresso, fu tutt'altro che Eraghìa!

Nel 1972 il Guillou, dando alle stampe la traduzione di atti greci riguardanti la diocesi di Oppido a suoi primi albóri, ha dato un grosso contributo alla conoscenza delle origini dei paesi della circoscrizione, ma in più d'un caso, non essendo egli del posto e non riuscendo perciò informato appieno della toponomastica dei vari luoghi, non ha potuto offrire quei lumi, che, meglio di lui, sarebbe stato più competente a dare uno studioso autoctono. E come non è stato capace di decifrare l'evidente «Spitzanon» (Sitizano), un centro abitato assai vicino a «Dapidalbon» (Pedavoli) ed Skidon (Scido), così non si è fatto venire l'intuizione che «Avarìa», villaggio nominato unitamente a «Boutzanon» (Buzzano, oggi Castellace), potesse essere accostato a Santa Giorgia, il cui nome popolare tradizionale non è quest'ultimo, bensì Vorija.

Nel 1053, secondo quanto recita l'atto che ne tratta, Orso, figlio di Anna, discendente da Teodoro Damalènos e da Giovanna Mestritzena, faceva omaggio alla chiesa cattedrale di S. Agata (Oppido) di alcuni beni familiari ubicati ad Avarìa ed a Boutzanon chiamati rispettivamente Mestritzena e Lychnos. Il Guillou, che, come abbiamo detto prima, non ha saputo a chi far riferimento per il primo paese, ha pensato che il relativo toponimo fosse di matrice araba e lo ha raccordato ad una località dove vi sono pozzi o ad un abitato avaro e ha tradotto Mestritzena per «cucchiaio di legno»; ma, in verità, entrambe le concezioni semantiche così prospettate si rivelano di poco aiuto ai fini di stabilire un qualche possibile nesso tra le varie denominazioni appioppate a torto o a ragione al cennato villaggio. Non ha portato ad un apprezzabile risultato neanche l'intervento pur autorevole del Rohlfs, che nel suo noto dizionario toponomastico non ha registrato la voce Avarìa ed al posto di Vorija ha presentato invece Vorìa, ch'è tutt'altra cosa, oltre ad aver indicato Jorijia quale contrada di Molochio. Il celebre dialettologo tedesco, rifacendosi al Barrio, fa derivare sia Jorijia che Georgia dalla voce greca gheorghìa, equivalente di terra coltivata; ma, se per il secondo caso possiamo dire ch'egli abbia azzeccato in pieno, non è così per il primo.

A rompere un plurisecolare silenzio interviene un incartamento di parte aragonese del 1466, una vera e propria Platea, nella quale appaiono presenti unicamente Jorgìa e Sido (evidentemente, S. Giorgia e Scido), due nuclei, che recano entrambi la qualifica di casali di Santa Crispina (Santa Cristina).

Poche notizie per oltre centotrenta anni, ma in una relazione officiata da Mons. Canuto nel 1603 a Roma, si dava comunicazione che  accanto ad Apedavuli, Parachorio, Scido, Lobrichi e Cozzopodini, villaggi tutti soggetti a S. Cristina, fa capolino Iorya, che si ritrova nella loro medesima condizione, infatti, il primo atto che gratifica il piccolo centro col nome di Santa Georgia rimonta al 1608 e proviene dall'"Archivio vaticano".

 Maria SS della Catena

Il 1783 rappresentò per Santa Giorgia, un paese che dava spesso dei punti allo stesso Scido in fatto di abitanti, il massimo della progressione, ma anche l'inizio della parabola discendente a causa di quell'irreparabile tremendo moto tellurico passato alla storia come Grande Flagello.

Di quanto accadde in quel 5 febbraio ad uomini e cose son piene le cronache, ma pure nelle carte documentarie che si conservano nella Curia Vescovile di Oppido.

Nel 1796 Antonino Galimi, che si professava «Sindaco dell'infelice Popolazione del Casale di S. Giorgia», comunicava all'autorevole rappresentante del potere centrale, marchese di Fuscaldo, che il suo paese «fu rovinato dal noto Flagello» e che di 660 anime il Pignatelli, nella visita che vi fece, ne venne a riscontrare appena 336. Ma già nel 1785 il parroco canonico Filippo Moscatello aveva inviato la sua brava relazione al vescovo affermando che delle 564 anime registrate in gennaio 1783 erano venute a perdersene ben 215, delle quali 144 per il terremoto e 71 «coll'Epidemia seguita nello stesso anno», per cui era stato d'uopo verificare allora soltanto l'esistenza di 349 individui.

Che il disastro, cui il paese era andato incontro, avesse scosso ogni minima, considerazione nei suoi riguardi da parte delle alte sfere, è comprovato in modo lampante da una lettera che il predetto marchese inviò all'Ordinario diocesano sotto la data 21 gennaio 1797. Ecco quanto quegli tenne a dire nell'occasione senza peli sulla lingua:

«Dal Sindico di S.a Giorgia mi è stata rimessa l'annessa Perizia, per la riedificazione di quella Chiesa. Vedrà, che occorrono non meno di Ducati 2.450. Quel paese non vale tanto».

Lo sfascio provocato dal crudo inatteso evento non rimase certo circoscritto ai primi fatti perché, come lamentato da altre popolazioni, le sue conseguenze si fecero sentire ancora per moltissimo

tempo. Possiamo, anzi, addirittura affermare che il Grande Flagello inferse a S. Giorgia un colpo a dir poco mortale, dal quale non si risolleverà mai più].

S. Giorgia La nuova chiesa par

Per le notizie storiche, dati e riferimenti sono state consultate le seguenti Opere:

Rocco Liberti, Memorie storiche di Scido S.Giorgia Cuzzapodine, La Ruffa Editrice 1990

 
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Scido nel Mondo: viaggio storico intorno a Scido.

Post n°22 pubblicato il 01 Agosto 2012 da romeo.eugenio
 

                                                                                                                                                     

In alcuni documenti si evidenzia che, in una vasta zona di territorio a noi conosciuta, esistevano oltre a Scido altri centri abitati: Pedavoli, Sitizano e Sinopoli. Per quel che risulta, Scido era a suo tempo un paese nel quale si riscontravano pochi abitanti, meno di trecentocinquanta (circa 320) ed aveva quale capoluogo S. Cristina. La popolazione era raggruppata in una circoscrizione parrocchiale intitolata a S. Biagio. Risulta ancora, che erano presenti altre tre chiese intestate a S. Maria del Soccorso, S. Caterina e S. Nicola e che la popolazione era superiore, seppur di pochi abitanti, a Lubrichi e Sitizano, che ne avevano rispettivamente 233 e 299, ma ancora inferiore a quello che poi diverrà una sua frazione, vale a dire S. Giorgia, che ne contava 397.

Nel 1670 si rivelerà un minimo incremento, con Scido, che denunzierà la presenza di 318 abitanti , a fronte dei 260 di Lubrichi (+ 27) e dei 449 di S. Giorgia (+ 52). Nel 1675 invece il vescovo Ragni segnalerà per Scido un numero di 350 individui (+ 32) e per S. Giorgia e Lubrichi un calo di - 18 e - 49.

Quale spiegazione si può dare al diverso altalenare della popolazione nei tre casali menzionati? Che tutto probabilmente sia imputabile alla grave carestia del 1672, che così pesantemente venne a colpire il territorio della Piana, ma in modo non uniforme.

Nel 1699 il vescovo del tempo relazionava a Roma che la popolazione scidese ascendeva a 300 unità e che 10 era il numero degli ecclesiastici, che la servivano. Però, appena pochi anni dopo, nel 1702, lo stesso ne denunziava una cifra maggiore, 362, anche se i sacerdoti si erano ridotti a 5 e faceva capolino un sol chierico. Nel 1705 le anime toccavano la cifra record di 440 con in più 6 sacerdoti e 4 chierici, ma nel 1715 si scendeva a quota 420.

Nel 1711 Scido, assieme agli altri casali, tentò un colpo gobbo contro la madre-patria, S. Cristina. Cercò, cioè, di affrancarsi dal giogo feudale, che lo voleva prono a quella città e, facendo a meno di atti pubblici e unilateralmente, si staccò di fatto dal capoluogo, ma l’azione dovette risultare effimera se in appresso il paese si presentava nell’identica soggezione.

La relatio del 1738 di Mons. Vita rivela per Scido nientemeno che una popolazione contata in 550 unità, comprendendosi nel numero anche 11 sacerdoti e 2 suddiaconi. È mai possibile una così smisurata crescita in appena 23 anni dall’ultima rilevazione conosciuta? Molto probabilmente, nell’occasione si voleva dire 450! Questa ipotesi ha un suo validissimo appoggio nel fatto che nel 1772 Mons. Spedaliere verrà a porre l’accento proprio su 450 anime, inclusi 12 cappellani e 2 chierici.

 

 

 

Notizie storiche, dati e riferimenti sono stati desunti dalle seguenti Opere:

-Memorie storiche di Scido-S.Giorgia-Cuzzapodine. Autore Rocco Liberti- Casa Editrice La Ruffa

-Archivio Segreto Vaticano (ASV), Congr. Cotte., nlatiaus ad Limala, Oppiden, 598 A; vescovi A. Canuto, a. 1596 f. 432, 1603 f. 3”; G. Ruffo, a. 1607 f. 426; P. Diano Parisio, a.  1666 f. 128; V. Ragni, a. 1675 f. 177 v.; B. Fili, a. 1699 f. 132v, a. 1702 ff. 132-132v, a. 1705 f.

200v; G.M. Perrimezzi, a. 1715 f. 205v.

-Archivio Vescovile Oppido (AVO). ASV, Relatioms ad Umina, vescovi L. Vita, a. 1738 f. 259; N. Spedaliere, a. 1772 f. 360.

 

 

 
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Scido nel mondo : il nome, le origini, l’economia.

Post n°21 pubblicato il 30 Luglio 2012 da romeo.eugenio
 

Scido - Via V. Emanuele

Skidon, scheggia di legno, toponimo di origine bizantina, risponde al nome di Scido.

Anche se da verificare, pare che il nome prenda origine dai dintorni boschivi e dalle attività della sua popolazione che da secoli è stata legata esclusivamente alla lavorazione del legno. Non necessariamente, il nome, è da ricercare in altre direzioni, anche se pareri autorevoli sostengono che il nome appartenga ad un etimo diverso: skytos (coperto, nascosto).  Poiché le attività, che fino a pochi anni fa rappresentavano la maggiore risorsa del comune su cui si basava l’economia del luogo, risultassero legate alle attività di falegnameria, alla realizzazione di sedie di ogni ordine e grado e alla lavorazione del ciocco per la fine realizzazione di pipe, riteniamo che la prima ipotesi possa essere la più accreditata.

Scido appartiene alla provincia di Reggio Calabria e dista 68 chilometri da Reggio, capoluogo della omonima provincia e fa capo alla diocesi di Oppido Mamertina. Alla diocesi di Oppido dedicheremo, in seguito, un apposito capitolo.

Scido conta 1.047 abitanti e ha una superficie di 17,7 chilometri quadrati per una densità abitativa di 59,15 abitanti per chilometro quadrato.

Sorge a 456 metri sopra il livello del mare. Il comune di Scido ha registrato nel censimento del 1991 una popolazione pari a 1.152 abitanti. Mentre nel censimento del 2001 ha censito 1.047 abitanti, registrando quindi nel decennio 1991 - 2001 una variazione pari al 9,11% in meno.

Gli abitanti sono distribuiti in 366 nuclei familiari con una media per nucleo familiare di 2,86 componenti.

Non risultano attualmente , nonostante le dichiarazioni in  premessa, attività industriali. La forza lavoro occupata in aziende di servizi è pari al 30,25%. Altre 20 attività di servizio con 61 addetti pari al 37,65% e 6 attività amministrative con 52 addetti pari al 32,10% della forza lavoro occupata (dati ISTAT).

P.zo Zamp.- P.za 24 Maggio

 
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Scido nel mondo: Mesogaia - I° Concorso di Fotografia

28 Luglio 2012

I° Concorso di Fotografia

DELIANUOVA: Viaggio fotografico nei

 paesi di Mesogaia (Oppido Mamertina-

Cosoleto-Delianuova- S.Cristina

d’Aspromonte-Scido)

(da MESOGAIA.IT)

 
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Scido nel mondo: la Biblioteca

Post n°19 pubblicato il 18 Luglio 2012 da romeo.eugenio
 

La biblioteca comunale “Paolo Greco” ubicata in Via Roma, nell’antico palazzo Ruffo (1875), appartenuto ad una delle più antiche nobili famiglie del Regno di Napoli, da anni, è stato acquisito e ristrutturato dal Comune di Scido. La biblioteca raccoglie un ingente patrimonio di grande valore storico e culturale costituito da… LEGGI TUTTO

 

Palazzo Ruffo 

 

 

All’interno del Palazzo Ruffo , inoltre, si possono ammirare gli affreschi, dipinti nel 1988 dall’artista Scidese Gaetano Zampogna raffiguranti la vita rurale, una campana di bronzo (1950)...

 

Gaetano Zampogna

 

 

 
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Scido nel mondo: Cenni storici

Post n°17 pubblicato il 08 Luglio 2012 da romeo.eugenio
 

Scido - Chiesa di S. Biagio

 

Chiesa San Biagio

Le origine della chiesa di Scido sono da collegarsi alla invasione degli Arabi, avvenuta nell’anno 951 d.c. e alla distruzione di Taureana, capoluogo della piana.
Gli abitanti, terrorizzati, cercavano rifugio nascondendosi verso l’interno boscoso.

Per completare la lettura clicca qui.  Immagini e documenti sono di proprietà del sito web di Scido.

 
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Scido nel mondo: lo scopo del blog

Post n°16 pubblicato il 05 Luglio 2012 da romeo.eugenio
 

L'orologio della piazzetta

 

Non è mai stata sottovaluta l’importanza delle immagini e delle dichiarazioni pubblicati in questo blog. I documenti e le immagini sono frutto di ricerche nelle varie biblioteche e delle gentili concessioni dei siti web che in qualche modo affrontano problematiche e tradizioni culturali della nostra terra di Calabria. Non sempre la Calabria è descritta negli aspetti socioculturali che merita, anzi, spesso è oggetto di discriminazioni a causa di fatti malavitosi che nulla hanno a che vedere con la stragrande maggioranza dei calabresi residenti e sparsi nel mondo.

E’ intenzione di chi scrive, con la dovuta modestia, scavando nelle antiche origini, ridare a questi luoghi spesso abbandonati dai media e mai generosi con la Calabria, la giusta collocazione e la giusta dimensione storica e culturale. Decine di migliaia di calabresi hanno abbandonato la propria terra d’origine per migliorare la propria vita poiché non sempre è possibile avere il privilegio di lavorare e costruire il proprio futuro laddove è congeniale e ti appartiene.

Non saranno affrontate problematiche inerenti politiche amministrative locali; è compito di chi amministra ed è preposto alla governance! Precisazione dovuta per sgombrare il campo da eventuali malintesi e/o incomprensioni. L’unico scopo della nascita di questo blog è l’amore che ogni calabrese ha dentro di sé per la propria terra e le proprie origini, anche se a volte sarebbe preferibile sentire il suono dell’organetto della tarantella alla musica di ben altro tipo!

 
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Scido nel mondo: pellegrinaggio al Santuario di Polsi.

In estate, dopo la mietitura e la vendemmia, nei primi giorni di settembre... comincia il pellegrinaggio al Santuario della Madonna di Polsi o di Santa Maria della Montagna, luogo mistico nel comune di San Luca che ha origini bizantine. La leggenda vuole che nel secolo XI, nel posto dove ora sorge la Chiesa, sia stata rinvenuta da un pastore, una strana Croce di ferro, tutt’oggi conservata nel Santuario. A questo miracoloso rinvenimento si fa risalire l’origine del monastero che fu, per alcuni secoli, sotto la cura dei monaci dell’ordine di San Basilio Magno.

La Chiesa si presenta in stile Barocco. L'altare è in marmo policromo del 1737; la statua della Madonna, scolpita nel roccia tufacea, risale alla metà del '500.

 

Il fatto:

i nostri antenati raccontano che in pellegrinaggio al Santuario di Polsi ci si recava a piedi camminando e cantando percorrendo sentieri di montagna per molte ore, poiché bisognava attraversare parte della montagna che divide Scido da San Luca in Aspromonte.

 

Ecco come Corrado Alvaro descrive Polsi, e nessuno meglio di lui, che tra quei boschi, tra l’ombra rassicurante delle fronde odorose è nato e cresciuto, riuscì a coglierne la vera essenza.
“Camminando tra quegli alberi, tra i sentieri pietrosi lastricati di storia non si può non pensare al passato, a chi prima di noi si è recato in questo luogo di culto, carico di sogni, speranze e certamente problemi, nella speranza che una grazia divina magicamente li risolvesse”.

 

Si fa di tutto per onorare la Regina della festa… quindi, non solo brutti ricordi d’illegalità ma sane tradizioni storiche, religiose e culturali.

A tutt’oggi però, nonostante le ricchezze possedute, il Santuario e la piazza circostante del tutto fatiscenti, sono abbandonati a se stessi e ci si chiede come mai, non ci siano iniziative per rimettere in sesto un patrimonio di così inestimabile valore?

 

 

Alcune immagini, documenti e testimonianze sono di proprietà del sito www.gambarie.com

e del sito www.nuovirumori.it

 

 
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