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Sin Miedo

blog ad alto tenore tanguero

 
 
 
 
 
 

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Inviato da: felipelcid
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che bello! cos'e' l'inizio di una storia che...
Inviato da: ninabau
il 10/04/2007 alle 19:12
 
ciao.... sto ricominciando a ballare un po' piu'...
Inviato da: ninabau
il 19/03/2007 alle 16:51
 
devi andare sull'altro blog per capire
Inviato da: felipelcid
il 28/02/2007 alle 00:27
 
ti succede solo con Anna, oppure balli solo con lei?...
Inviato da: ninabau
il 26/02/2007 alle 19:09
 
 
 
 
 
 
 
 

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el palacio

Post n°39 pubblicato il 08 Febbraio 2012 da felipelcid
 
Tag: tango

Una signora trincerata dietro un tavolo della fine del settecento sormontato da uno spesso vetro, dalla sua barricata di depliant di stage, negozi di scarpe on line, offerte di scuole e nuovi corsi di tango, ci chiede se siamo soci.

 Annuiamo e paghiamo i 6 Euro di ingresso. Attraversiamo la sala che si apre alla sinistra. Ogni stanza comunica direttamente ad un altra, attraverso una porta, non ci sono corridoi, non ci sono disimpegni. Sui soffitti personaggi stranamente abbigliati sono impegnati in battute di caccia, altri ancora sommariamente vestiti narrano di tempi in cui molti dei avevano i vizi e le virtù degli uomini.

Un divano, dal rivestimento in broccato verde teso dalla imbottitura rinnovata di recente semicoperto da cappotti e stivato sotto le sue gambe di varie paia di scarpe, ci suggerisce di calzare quelle custodiamo nei sacchetti dall'aroma dei paesi del sud.

Jap mentre allaccia le sue guarda attraverso la porta che lascia vedere le coppie che già ballano. Io sono pronto in un attimo, osservo che Jap invece aggiusta le stringhe con cura, ma la musica mi attira come i topi del suonatore di flauto di Handersen. Varco la soglia, che le ragazze sono alle prese con gli ibvisibili buchi dei cinturini che avvolgono le caviglie. Ho fretta di vedere chi c'è.

La riconosco subito:

bionda che sfoggia il suo stile appilado col maestro dai capelli brizzolati e i movimenti misurati. Il suo braccio sinistro, il cui omero poggia sull'omero del destro di lui, è sospeso. Sembra rapita. eccoSaverio che malgrado la sua statura invita sempre le ragazze giovani e più alte, possibilmente formose sperimentando per primo come eseguono gli ochos. Ma c'è Anna! E cosa ci fa qui! Mi vede e fa un cenno discreto con gli occhi neri, ricambio. Solo chi ci avesse fissato avrebbe potuto

 cogliere il nostro saluto. Balla con quel tipo un po' spaccone che sfoggia la capigliatura lunga e un po' lunga, il pizzetto curatissimo, le scarpe perennemente bicolore stile inglese. Lei è precisa nei passi, anche quando lui è un po' scomposto, con le gambe arcuate, forse per l'ansia di seguire la musica.

E c'è Marzia, minuta e dall'asse sicuro, ha imparato a giocare con le note attraverso movimenti dei piedi tra un appoggio e l'altro. Le sue caviglie dialogano con le note. E ci sono anche un paio di autisti di autobus, forti di mulinare le braccia per indurre all'ocho ragazze che nulla hanno del TIR. Molte donne e qualche uomo attendono, guardano e parlano, occupando una fila di sedie interrotta  da un camino di marmo e dalle finestre aperte sui balconi dalle righiere bombate.

Il brano terminò che il maestro dai capelli raccolti in una coda che superava le spalle, fece appena in tempo per tornare alla console, per lanciare la cortina.Lei si presentò con la voce melliflua e squillante: -Emiliano, ma quanto tempo che ti fai vedere? Ho saputo che non sei stato bene! Mi sono preoccupata!--Tutto bene solo un attacco di allergia.-

-Ma come? A cosa? queste allergie! Però sei sempre abbronzato.-

-Ah bhè, lavorando all'aperto, si fa presto ad abbronzarsi. Anche tu non scherzi!

- Sono appena tornata

da Buenos Aires. Un mese intero. Poi sono dovuta tornare, ed ora è

difficile ballare qui, non ci sono più abituata. (Di sarli???) Mi piace questa, fammi ballare!

-Ma non erano gli uomini ad invitare?

-In argentina è un altra cosa, l'altra volta non mi hai neppure salutato!

-Ma quando?

-Alla Rosa Scarlatta! Ora fai finta di non ricordarti.

- Veramente!!! E' quando sono stato male, comunque forse è meglio ballare...  #XXV – Il palazzo II

Mi era passata la

voglia di ballare, contavo i secondi che finisse quel brano. Ballavo

scolasticamente, a tempo, i passi misurati. E finì il brano finalmente!

La cortina fu provvidenziale. Mi dileguai rapidamente, congedandomi con

un cortese “grazie”, e mi diressi al tavolo delle bibite. Alcune caraffe

 erano colme di liquidi colorati, bottiglie di acqua e surrogati della

Coca Cola coperte di rugiada. Un piccolo totem di bicchieri di plastica

si ergeva accanto ad un pennarello rosso, che suggeriva di segnare il

proprio nome sui bicchieri. Un tributo ecologista. Mi versai un

bicchiere d’acqua, a scanso di equivoci allergici. La musica, dalla

stanza accanto, arrivava attenuata. Una giovane coppia discuteva con i

bicchieri in mano.

-Dobbiamo provare i passi dello stage, altrimenti non li puliremo mai!

- Sì che li

proviamo, ma non in milonga. E’ impossibile, cerco di proporli ma in

parte, una sequenza intera come allo stage impossibile da rifare. Non

c’è spazio.

-Ma se non li proviamo non riesco a memorizzarli.

-Ecco, vedi non puoi memorizzarli, per questo una volta su quattro, se va bene riesce.

- cosa vuoi dire?

- Che se cerchi di farli a memoria non possono riuscire mai.

- Ma certo, ci sono

milioni di alternative come faccio a capire cosa mi vuoi far fare? E poi

 quando fai i lapis muovi anche il busto e questo mi confonde!

- allora niente adorni! Che studiamo a fare sempre le stesse cose?.

-Non dico questo, dico che dobbiamo provare.

-Però se proviamo le

 sequenze e le riproponiamo c’è il rischio che andiamo a memoria, di

fare le cose meccanicamente. E non è lo spirito del ballo.

-E io non voglio fare le cose meccanicamente, dobbiamo provare per capire perché certi movimenti non ci riescono.

- Ma questo è un valz!

Lui le porse il braccio lei vi appoggio il suo, si allontanarono verso la porta da cui proveniva la musica.

 

Avevo visto Emiliano ed alla prima cortina avevo ringraziato con un sorriso, ma già

lo cercavo nella sala. Non ci vedevamo da un bel po’ e volevo salutarlo.

 In sala di lui, non v’era traccia. Andai nella sala dei divani sotto i

quali si erano raccolte le scarpe che non sapevano ballare. Due coppie

cercavano di fare ballare quelle avevano ai piedi, provando passi nuovi.

 No, non c’era neppure lì. Che fosse andato già via? No, impossibile.

Ah, la sala delle bevande! Dietro l’angolo, eccolo, l’avevo trovato.

–Emiliano, Emiliano!-

 
 
 

come el cachafaz o quasi/2

Post n°38 pubblicato il 03 Febbraio 2012 da felipelcid

Milonga! De mis amores!!

Se il tango è una

camminata la milonga è la corsa e prendiamo a zigzagare tra le coppie

una sorta di furore atletico, di energia che si esprime in movimenti

rapidi, serrati. Come l’abbraccio della milonga per trasmettere

immediatamente il movimento da un corpo all’altro.

Giri, cambi di direzione repentini , quando l’ultima nota arriva sento il suo respiro e un sorriso si dipinge sui nostri volti.

-Ma che combini non quei piedi, non si possono guardare!

-E tu non li guardare, a dire il vero ogni tanto inseguono le note per conto loro. E qualche volta li lascio fare.

La puñalada. Il

ciccione nella milonga è forte, come fa ad essere così agile e così

grasso allo stesso tempo, lo guardo con la coda dell’occhio, al limite

del mio campo visivo.

Terminata la tanda

decido che è il caso di prendere qualcosa da bere. Acqua ovviamente, le

gare sono vicine, e poi l’alcol altera le percezioni e l’equilibrio

quando si balla.

-ciao come stai?

-bene e tu?

-Tutto a posto, e tua sorella?

Mi giro e quella

ragazza mora alta, i capelli legati in una coda di cavallo, muta

espressione repentinamente, sbianca in volto, urla: Ciccio, Ciccio!

Qualcuno urla:- fermate la musica, Ciccio sta male, un medico, un medico.

Ciccio, che per me è

 il ciccione, si accascia sulla sedia. Perde dei liquidi. Lo sostengono.

 Ecco un medico, e un altro ancora. Gli controllano il polso. Viene

chiamata l’ambulanza. In quei venti minuti di attesa, qualcuno si cambia

 le scarpe e va via, altri restano seduti. Alcune ragazze alle le mani

sul volto, quasi a voler trattenere le lacrime. Altri ancora si girano

da un’altra parte, mentre c’è anche chi si accalca vicino, curioso di

osservare quello che accade.

Le sirene annunciano l’arrivo dell’ambulanza, la barella fa la sua comparsa dalla porta di sicurezza.

Trasferiscono Ciccio

 dalla sedia alla barella. Non è cosciente. Hanno perso il battito.

Massaggio cardiaco, ventilazione, massaggio cardiaco, l’addome enorme si

 contrae. Questa volta sono in molti a rivolgere lo sguardo verso le

pareti della sala.

Il medico scuote il capo e stende un lenzuolo sul corpo.

Come Benito

Blanquet, nella milonga, poco prima ballava e poi, un minuto dopo non

c’era più. Visi increduli, niente musica. Commenti, chi era e chi non

era, stava male, aveva subito un intervento, ora si stava riprendendo.

Bevevo un po’ troppo, non si perdeva uno stage, il tango era uno dei

motivi per resistere. Arrivano la moglie e i figli con le nuore. Scene

di disperazione, inattesa, inconsolabile. Una amico arrivato con lui

alla milonga risponde alle domande degli agenti.

La nostra presenza

non interessa, esco insieme ad altri. Fuori curiosi cercano di sbirciare

 i motivi per cui l’ambulanza illumina di blu intermittente le pareti

dei palazzi. Ragazzi e ragazze dai pantaloni a vita bassa a mostrare

piercing ombelicali ed elaborati disegni tribali sulla pelle

distrattamente passano, qualcuno scatta una foto col cellulare. Il

rumore delle parole in cui si confondono accenti e idiomi del mondo si

fa spazio tra il borbottio di qualche motorino. #XIV Episodio – Una serata tranquilla

 La sala era stranamente deserta.

 -     Alessia, forse siamo arrivati troppo presto!

 -          Forse, effettivamente sono appena le 10, ci sarà molta gente ancora a cena.

 -          No, non sono a cena questa sera c’è l’anticipo di serie A, partita di cartello, in molti saranno attaccati ai televisori.

 -          Che facciamo? Sfruttiamo la  sala e proviamo qualcosa dell’ultimo stage?

 -          Approvato! Si va di “frumbolate”!

 -          Ah,

 un neologismo! Emiliano, io mi cambio le scarpe. - E si sedette alla

vicina poltrona, sciogliendo i stretti dentini di plastica della

cerniera degli stivali. La fitta trama delle calze si diradava lasciando

 intravedere le dita con e unghie smaltate di scuro, per poi stringersi

nuovamente alla caviglia. Aprì il sacchetto bordeaux, estrasse le scarpe

 nere con una fila di strass lungo il passante al certo e sistemò

accuratamente la cinghietta che avrebbe stretto alla caviglia da lì a

poco. Calzò

 

la destra. E cercò il foro della cinghietta, e ripetè la stessa

operazione con la scarpa sinistra. Si alzò, aveva una aria fiera, i

tacchi erano tali che ora era più alta di me.

Ballammo

il primo tango respirando profondamente, l’abbraccio era come il

bandoneon ora stretto ora largo, per lo più camminando, cercando le

misure dei passi. Il brano finì.

 Iniziò un vals.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

-      Dai Emiliano, proviamo, quel passo che abbiamo fatto all’ultimo festival?

 -          Quale?

 -          Quello della lezione di Esteban e Claudia! Te lo ricordi?

 -          Sì, più o meno… Si trattava di cogliere il tempo debole nel tre quarti del vals.

 -          Mi dovresti fare fare un passo dalla terza posizione e poi cambiare direzione e invitarmi suggerendomi due ocho par adelante.

 -          Mi ricordo, vediamo si sale.

 

 

 

 

 

 

 

E iniziarono a provare sfruttando lo spazio, poi Emiliano iniziò a inserire delle variazioni sullo schema che avevavo imparato.

-Dai emiliano, aspetta facciamolo ancora un paio di volte.

-Va bene, va bene, e che questo brano mi piace, mi sono distratto.

Provavano

ancora una volta e poi ancora, concentrati sul quello che facevano e

cercando di entrare con quel movimento nella musica.

Intanto entrarono nella sala altre persone, alcuni curiosi si fermarono a guardare.

Iniziò una cortina, un vecchio brano degli anni ’70 e smisero di ballare

-Io direi che potremmo bere qualcosa

-Sì, ci riusciva.

-Estaba saliendo…

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Al bancone, altre due persone parlavano con la barista tatuata.

 -          Questa sera c’è tango, se volete restare…

 -          Ma che significa “tango” solo tango non cambiano mai musica?

 -          Tango, ballano, cinque minuti è bello poi due palle! Ma io qui ci lavoro.

 -          Vabbe’, e poi non c’è ancora nessuno.

 -          Arrivano dopo, e per farli andare via bisogna spegnere la musica.

 -          Scusa, vi interrompo solo per sapere se avete qualcosa anche ma mangiare oltre che da bere.- si intromise Emiliano

 -          No, da mangiare solo patate fritte in busta.

 -          No grazie, per me un cocktail analcolico a base di agrumi e per te Alessia?-

 -          Un bicchiere di vino rosso

 -          Aperto

 ho del Nero d’Avola- fece la barista girandosi verso la parete mentre

già versava il contenuto dei brick allineati sul bancone.

 -          Va bene.

 -          Ma voi da quanto ballate? Siete maestri- disse timidamente la ragazza che fino a un attimo prima parlava con la barista

 -          Non siamo maestri e io ballo da tre anni, Alessia da quattro vero?- Emiliano si voltò verso Alessia in cerca di consenso

 -          Sì da quattro, ma il primo anno è stato molto tormentato.

 -          Ed è difficile?

 -          No, è un ballo popolare, nasce come ballo popolare per tutti.

 -           E’ vero se puoi camminare puoi anche ballare il tango.

 -          Bello! però e come si inizia?

 -          E’ meglio seguire un corso, anche se una volta si imparava guardando gli altri

 -          Ma

 in Argentina un tempo tutti ballavano e si ballava in famiglia e i

fratelli o le sorelle più grandi insegnavano ai più piccoli, oppure i

genitori ai figli

-          Qui è meglio prendere lezioni, si impara prima e meglio

-          E quanto tempo ci vuole?

-          Dipende

 da quanto tempo ci dedichi e quanto vai a ballare, oltre alle doti

naturali. Io ho cominciato a ballare dopo 3 mesi che prendevo lezioni

una volta

 

la settimana. Quando siamo stati in grado di camminare e di cambiare

direzione per non sbattere con le altre coppie, il maestro disse che

potevamo andare alla milonga.

 -          Bello. E dove si fanno lezioni?

 -          Facile basta che chiedi al signore che c’è alla consolle, lui tiene un corso per principianti e ti darà tutte le informazioni.

 -          Ecco il cocktail e il bicchiere di vino- bruscamente irruppe la barista.

 -          Grazie!

Bevo, ha

un buon sapore è fresco e forse un po’ troppo dolce. Alessia sorseggia

il suo vino. La ragazza che chiedeva informazioni convince quello che

sembra il fidanzato verso la consolle dove il musicalizador annuncia una

 tanda di tanghi.

 -          Mi concede questo ballo? – mi piace fare questa parte un po’ galante

Alessia non si lascia sfuggire l’occasione- E’ un piacere!- il tutto davanti alla barista che fa finta di nulla.

Mentre

balliamo arrivano Anna, e anche gli Uruguagi insieme all’ispettore

Dalbino. Quest’ultimo mi fa un cenno di saluto che ricambio con un

piccolo movimento del capo. Entrano in pista altre persone, tra cui

anche il gruppo della scuola di tango di quella maestro che predilige

una impostazione un po’ più da spettacolo che da milonga. Ogni tanto

esagerano con ganchos e boleos alti, anzi qualcuno li vede come il fumo

negli occhi. Ci sono molte signore non giovanissime, ma molte sono

simpatiche ed è divertente ballarci. Finito il brano aspettiamo che

fluisca la prima frase musicale e poi riprendiamo a ballare. Ancora la

pista è libera e proviamo alcuni giri con sacadas. Sorridiamo entrambi

perché vengono fuori naturalmente. Entrano nella sala due amici di

Alessia vestiti di nero, uno Franco è un grosso e ci mette un sacco di

energia quando balla, l’altro smilzo è più attento alla sua chioma che

alle melodie. Alessia lascia per un attimo l’abbraccio per salutare lo

smilzo. Il ritmo dettato da Juan D’Arienzo  si interrompe.

 -          scusa Emiliano, vado a salutare una persona- Alessia è distratta dai nuovi arrivi

 -          Va

 bene a dopo- e intanto inizia un altro tango il musicalizador annuncia

un vecchio brano cancion di Tita Merello, e io vado a bere il cocktail

lasciato sul tavolo.

 Mi porto dietro il bicchiere per andare a parlare con Anna: - ciao, come va?

 -Bene,

bene, il prossimo venerdì organizziamo alla Galleria. In dicembre

ricorrono i cento anni dalla nascita di Osvaldo Pugliese e vorremo

organizzare una serata al mese dedicata al Maestro questa sera c’è un

musicologo che inquadrerà l’evoluzione musicale nel tango di Pugliese.

 -          Che

 bello, spero che non risulti pesante, ogni volta in occasioni del

genere se si parla molto qualcuno rumoreggia perché vorrebbe ballare.

 -          Prima o poi bisognerà cominciare a capire quello che si balla. Da dove viene questa musica. Non ti pare?

 -          Hai ragione. Verrò a sostenere l’iniziativa

 -Milonga!!! E bhe’ io a questa tanda con te non rinuncio! – mentre appoggiavo il bicchiere oramai quasi vuoto.

 Per ballare il tango bisogna abbracciarsi, un gesto

riservato nella vita solo agli amici o ai parenti stretti, agli amanti,

ai compagni di squadra quando si conquista qualcosa, ai reduci una

qualche disavventura, nel tango si abbraccia per ballare. Molti

tangueros terminano le loro email con abrazos. E nella milonga

l’abbraccio il più delle volte è stretto, perché i ritmi serrati

incalzanti della milonga impongono movimenti repentini una comunicazione

 immediata tra i ballerini e via! Lo so che ogni volta che ballo una

milonga con Anna mi si stampa un sorriso più che accennato sul volto.

Zigzaghiamo tra le altre coppie inanellando controtempi. Ma dopo poco ho

 strane sensazioni, prurito, all’inguine, alle braccia, sento le

pulsazioni troppo alte. Rallento, vado a tempo. Respiro male, malissimo.

 Finisce il brano.

 
 
 

come el cachafaz o quasi

Post n°37 pubblicato il 30 Gennaio 2012 da felipelcid

Ultima sera di fumo

in milonga, fino alla mezza notte si può fumare. Dopo si deve smettere.

E’ quello che mi dice la ragazza sistemata dietro al tavolo che funge da

 ingresso e cassa allo stesso tempo, Grazie Sirchia una cosa buona l’hai

 fatta mi ripeto tra me e me.

-         Sì, ma quant’è questa sera?

-          Cinque euro. E allora mi raccomando si può fumare solo fino a mezza notte.

-         Ah, io non fumavo prima e penso neppure ora.

 

 

 

Supero la tenda di velluto pesante che sostituisce un porta che forse non c’è mai stata e le note di Tomo y Obligo

 mi accolgono in quell’ambiente un po’ buio, con quei quattro pilastri a

 delimitare la pista, intorno oltre i pilastri sedie e tavoli recuperati

 da cantine e magazzini, tutte diverse nessuna appaiata al tavolo, una

vecchia bici sospesa per aria, e un balcone in alto dove osservare senza

 essere osservati.

-Ciao

-Ciao!

Un bacio di quella

ragazza dai capelli neri, un cenno alla animatrice del tango in questa

città. E’ bello, è come entrare a casa e salutare tutti. Il ciccione se

la crede e non saluta mai. Eppure una volta ci hanno anche presentati,

macchè è come se ci fosse una sorta di competizione. Tra di noi solo le

donne che ci condividono come partner, è come se ci incontrassimo per

loro tramite. Vabbè, ecco delle sedie libere sulla destra, mi seggo, mi

cambio le scarpe. Slaccio quelle che ho ai piedi, mentre ma musica

continua, il richiamo è più forte. Estraggo le scarpe da tango dalla

busta, che reca il logo di una ditta giapponese specializzata in scarpe

sportive, le appoggio al pavimento. Zapatos de tango, alle prime lezioni

 mi sembravano così piccole, così aderenti ai piedi, ora camminano con

me, ovunque vada. Allaccio la prima scarpa e poi la seconda con cura,

come quando devo correre, alcune volte non sono soddisfatto e allora la

slaccio di nuovo, sistemo il calzino, regolo le stringe. Riallaccio,

pronto.

Trenzas! nella

versione di Fernandez Fierro! E con chi la ballo. Anna, ci siamo

salutati un attimo fa. E’ dall’altro lato della sala, la guardo.

Ricambia il mio sguardo, un cenno e mi avvio verso di lei. L’abbraccio

il mio petto contro il suo seno, respiro, il profumo muschiato e

gentile. … trenzas, seda dulce de tu trenzas

Poche coppie, si

balla bene, mi concentro sulla musica sull’enfasi che il cantante fa

gravare su alcuni versi, cerco di sottolinearli nel movimento dei nostri

 corpi, imprimere la dinamica sui toni del bandoneon e poi lasciare

spazio ai suoi adorni. Finiamo con una finta mordida e contrapposti,

speculari. La musica si spegne e l’abbraccio si scioglie, ci guardiamo,

rinvenendo da una forma di trans.  Mal Arreado, si inizia ancora…

Alla fine del brano termina anche la tanda, la coppia si divide.

Vado a salutare Alessia.

-Ma è un secolo che non ti si vede.

-E sì, non ci sono stato.

-Sempre in giro tu, non ti si sta dietro.

Carlos Santana in Coraçon espinado riempie il chiacchierare della sala.

-Balli la salsa?

-No, rispetto la cortina, la prossima tanda non prendere impegni… mi raccomando!

 
 
 

Il maestro

Post n°36 pubblicato il 24 Gennaio 2012 da felipelcid
 

 

Una strada privata, accanto al distributore di carburante. Il cartello avverte che i posti sono esclusivamente riservati ai condomini. Una porta rivestita di similpelle trapuntata verde scuro è malamente illuminata. Scuola di danza, in ottone lucido.

Proviamo ad aprire. E’ aperto, un disimpegno e un’altra porta di fronte, chiusa. A destra una aperta, la sala. All’inizio un tavolo con una signora bionda, portabiti addossati alla parete fino al soffitto. A sinistra il parquet lucido, chiaro, vasto, tavoli e sedie lungo la parete. Negli angoli opposti la console del musicalizador e il bar.

Doveva essere uno stabilimento, una fabbrica, è enorme, il soffitto è tanto alto che si potrebbe giocare a pallavolo. Alle pareti quadri, no sono fotografie. Fotografie di maestri in esibizioni. I tavoli sembrano liberi in massima parte, ma i più recano un biglietto che riporta con grafia sbrigativa “riservato”. Ecco alcuni amici: siamo allievi della stessa maestra. Prendiamo posto. Ognuno estrae le scarpe dalle sacche che recano numeri di telefono di Buenos Aires e uno strano odore di vernici.

Il maestro è già arrivato ma non è in sala, si percepisce l’attesa e la tensione.Per alcuni è il tango stesso per altri, alcuni sono scettici ma che vorrà dire “tango senza passi”. Eccolo in fondo alla sala, un uomo magro che sembra più alto di quanto non sia. Incede non cammina, camicia e pantaloni da taglio classico, rigorosamente in nero. Spiccano le scarpe lucide e l’anello il cui oro circonda una pietra nera quadrata. E la maestra, molto giovane, anch’essa si distingue per il portamento e un’onda di capelli castani sciolti, fluenti. E’ magra ma muscolosa di danza, il ventre piatto sottolineato dall’abito nero aderente. Gli applausi, un po’ timidi, danno il benvenuto quando uno che era vicino all’ingresso prende la parola: -Diamo il benvenuto al maestro Carlos Gavito e Maria Plazaola-. L’applauso si fa scrosciante. Gavito con un cenno con la mano e scuotendo un po’ la testa invita a smettere:  - Buona sera, espero compriendes español? sono molto contento di essere  a Italia in questa bella città. Siamo qui per el tango e allora iniziamo. Ponemos dos tangos y bailamos. Si capisce-

Insomma balliamo noi e Gavito ci osserva, un grande professionista che osservaei dilettanti impacciati e intimiditi. Io mi concentro sulla musica e su Ines con lei abbiamo partecipato a più di uno stage, c’è un gran feeling e siamo molto amici, è sempre divertente ballare con lei. E’ un tango che non conosco forse di D’Arienzo. Non siamo i soli ad essere impacciati. Gavito si avvicina e mi dice di alzare la testa, di stare dritto col busto, con le mani modifica la mia postura.

Ad un altro dice un’altra cosa, ma sono troppo concentrato su quello che mi ha  detto per prestare attenzione su quello che mi accade intorno. Maria controlla e corregge le ragazze. Finisce il tango e Gavito:- Uno mas.

Ne inizia un altro, lo conosco ma non ricordo né il nome né l’autore, sembra sempre dell’epoca d’oro del tango della guardia vieja.

Ancora suggerimenti coppia per coppia. Interrompe la musica. 

-         El tango es…

Si sente un vociare in fondo alla sala, sembra un alterco un po’ strozzato. Tutti  si girano. La coppia appena entrata smette di discutere, vanno subito al tavolo più vicino e si cambiano le scarpe. Gavito è infastidito, ma riprende il filo dei suoi pensieri e ricomincia:- el  tango es energia, una energia interior, che si sente che si vede. Quando vado in milonga yo dico yo baile, io ballo! Se non sento questa energia è inutile andare a la milonga, sto a casa. Ha  il viso magro, sofferente, ma da come si muove si avverte quell’energia. Ed ecco abbraccia Maria e iniziano le note del tango di prima. Apertura, un passo, un singolo passo che riempie lo spazio. Maria segue  quei movimenti aggiungendo grazia e presenza fisica. Le note sono sottolineate da movimenti precisi, misurati, facili, lineari, naturali.

Alla fine del brano il silenzio è spesso, tangibile.

Gavito lo infrange: -Visto? Sentite il tempo? Chi ha detto che per ogni battuta si deve fare un passo? Che significa? Se così fosse potremmo prendere tutti i cd de ciento aňos e buttarli, e balliamo con i tamburi. Mira

Lo dimostra con lo stesso brano. Ne viene fuori una interpretazione piatta ma armonica, chissà in quanti ci accontenteremmo di quella “banalità”. Poi di nuovo il “suo” tango fatto di dinamiche dei due corpi, aderenti tra loro e alla musica. Inconsuete barridas, caleçitas, l'uomo gira intorno alla donna, poi molinos in cui è la donna a girare intorno all’uomo. Sembra ancora più semplice, più naturale, senza sforzo. Fluiscono dentro le note di quel tango sconosciuto. Tutti, ancora  guardare, a osservare. Quello sembra concentrato ai movimenti dei piedi, la ragazza in jeans aderenti sembra registrare ogni adornos di Maria.

 E il maestro ci sorprende ancora una volta, e decide che dobbiamo camminare. Proprio dietro di noi con inconfondibile accento etneo:- Ma chi vinnimu pi caminari? Ma cu je’ chistu? 

E’ quello che era entrato litigando in ritardo allo stage, ed eccolo di nuovo a distrurbare.

 - Avete mai visto i cammelli ballare tango? E allora poque caminas asì? - commenta il maestro, ed imita una ondeggiante andatura.

Tante lezioni eppure appena si tratta di camminare, ecco un branco di impediti. Ma nessuno desiste, ognuno si impegna ancora di più.

 

 

Incredibile ha scomposto una delle dinamiche eseguite in tante piccole sezioni e le ha fatte rifare a ciascuno. Riesce più o meno a tutti, sembra distante il momento che non sembravamo in grado di camminare.

Ora la mostra di nuovo segno che la lezione è al termine. Di nuovo disegnano traiettorie sul pavimento, suggerimenti delle note. Eleganza ed energia.

Appena scemano gli applausi raccomanda: Energia si no tienes energia, no tienes nada.

Applausi ancora, e il solito personaggio:-Ma chi lezione fu, senza capiri nenti, ma manco uno che traduce?

 -         dai lascia stare

 -         Ma chi lassu stari! Una lezione a camminare come un principiante.

 Il giovane uomo che prendeva le presenze della lezione successiva, resta sorpreso dal diretto attacco che viene dall’ombra del vulcano.

-         Ma che dice, il maestro decide…

 -         Chi decide? Io paavu chi soddi!

 -         Mi scusi, dobbiamo iniziare l’altra lezione, si accomodi in segreteria.

 

-  Lo sai come lo chiamano quello a Catania?

-  Come?

-  Rummulo? Si rummulo perché rummulia, borbotta, non c’è volta che non abbia da ridire.

 

 

 
 
 

per tre minuti è l'uomo o la donna della vostra vita

Post n°35 pubblicato il 19 Gennaio 2012 da felipelcid

 il tango è il tango, sto cercando di applicare uno dei consigli della mia maestra che una volta disse:-In quei tre minuti chi avete tra le braccia, uomo o donna, è l‘uomo o la donna della vostra vita, finito il tango finito tutto.

 
 
 
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immagine lo que pasò a Zancle