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Un blog creato da malenamil il 12/10/2005

mi querido

viaggio nell'anima di Buenos Aires

 
 

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DIABOLICO TANGO

Dal  15 ottobre 2012 in libreria

il giallo edito da Eclissi

DIABOLICO TANGO

di Bruna Bianchi

 

 

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MERCEDES SOSA CANTA GRACIAS A LA VIDA

 

BENTORNATO TANGO

"L'essenza del tango sta nel suo carattere di musica di quartiere, di marginalità.

Il tango lo canta sempre un poeta impegnato. Anche se i tanghi non hanno un contenuto esplicitamente politico, tutti i tanghi sono impegnati perchè sono politicamente scorretti. E oggi lo sono ancora di più, in questi tempi dove la sconfitta, la povertà e l'emarginazione mostrano il loro essere effetto politico. Il tango è scorretto, trasgressivo, e per questo è tornato. In questi tempi di vigliaccheria davanti alle incertezze, questa musica aiuta ad affrontare l'angoscia, a fare riflettere su noi stessi, sul nostro domani.

Dove suona un tango, si stabilisce una complicità di spazio, tempo ed emotività. E questo è il mistero dell'universale. L'energia del linguaggio al di là della lingua, il rito, la corporeità. E' il mistero che ci unisce e ci separa".

(Adriana Varela, cantante di tango)

 

FOTOTANGO

immagine
 

TANGUEANDO

“El tango, hijo tristón de la alegre milonga, ha nacido en los corrales suburbanos y en los patios de conventillo.
En las dos orillas del Plata, es música de mala fama. La bailan, sobre piso de tierra, obreros y malevos, hombres de martillo o cuchillo, macho con macho si la mujer no es capaz de seguir el paso muy entrador y quebrado o si le resulta cosa de putas el abrazo tan cuerpo a cuerpo: la pareja se desliza, se hamaca, se despereza y se florea en cortes y filigranas.
El tango viene de las tonadas gauchas de tierra adentro y viene de la mar, de los cantares marineros.

 

ESIBIRSI AL SALÒN CANNING È UN MUST

 

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C'ERANO UNA VOLTA..JAVIER Y GERALDINE

 

LA DANZA DELL'UNIVERSO

"LOS PLANETAS GIRAN, HAY UN SISTEMA EN EL UNIVERSO QUE ES CIRCULAR Y EL GIRO, LOS ATOMOS TAMBIEN ESTAN GIRANDO SOBRE SI MISMOS Y A LA VEZ EN ORBITA CON OTROS, Y TODO ESTA VIBRANDO Y GIRANDO, TODO ES CIRCULAR Y REDONDO. Y PARA MI EL TANGO COMO DANZA ES ESO"

 

IL MAESTRO PUGLIESE AL COLÒN NEL 1985

 

 

PRESENTO IL MIO GIALLO

Post n°718 pubblicato il 28 Novembre 2012 da malenamil
 

 
 
 

Scrivere un giallo

Post n°717 pubblicato il 19 Novembre 2012 da malenamil
 

Tutto è cominciato da una storia vera. Una donna di nome Anna Re ricoverata in ospedale a Mantova per la prima volta nella sua vita. Aveva una settantina d'anni e niente di grave: una colica renale. Ma nel computer quel nome non risultava perché se l'era inventato. Alcuni mesi dopo, in una milonga di Milano, mi ha colpito un particolare, come se qualcuno me l'avesse sbattuto sotto gli occhi proprio perché lo vedessi. Era inverno, le giornate corte, il cielo grigio e l'aria fredda. Da molto tempo avevo voglia di scrivere qualcosa che non fosse un articolo di giornale, nè seguire un'indagine di qualche misterioso omicidio. Ho pensato: cosa scrivo? Un racconto? Un romanzo? Ma no. Se l'indagine mi cattura così tanto e da così tanti anni, non posso che scrivere un poliziesco. Si scrive di quello che si conosce e io conoscevo piuttosto bene il delitto. Sono una giornalista vecchio stampo, di quelli che tentano, già il primo giorno, di rispondere alla quinta W del giornalismo anglosassone: perché è stato ucciso? Le cinque W sono regole che si insegnano sempre meno e se si insegnano vengono dimenticate alla svelta. La quinta W, why, nella cronaca nera è una domanda che spesso resta tale anche per le forze dell'ordine o per la magistratura. E' il cosiddetto movente, quello che scatena un odio così feroce da fare superare il limite biblico del non uccidere. Caino ha ucciso Abele per gelosia. Ma cosa ha scatenato in lui la gelosia fino a fargli provare l'impulso di eliminare il fratello? Nei tanti casi di omicidio che ho seguito per lavoro, ho incontrato molti Caino e pochi Abele, nel senso che tra vittima e carnefice c'era sempre un legame particolare, intimo, inconscio, quasi destinato a sfociare in qualcosa di cruento. Ho studiato, in particolare, le dinamiche familiari perché mi sono occupata per diversi anni di omicidi in famiglia. Cè stato un anno, invece, in cui ho seguito cinque casi di omicidio dove le vittime erano tutte donne e gli assassini tutti uomini, o per lo meno, quasi tutti, perché uno di questi è stato assolto e perciò o non è davvero l'assassino o non ci sono prove per ritenerlo tale. Indagare sul male mi ha costretto a fare un percorso che comincia dalle evidenze (le tracce possiamo chiamarle) e termina con il perché l'avrebbe fatto. Nel 2000 ho incontrato il tango argentino e la prima cosa che mi ha colpito sono state appunto le dinamiche relazionali. Per molte persone, il tango è un ballo difficile da apprendere e una musica difficile da interpretare e riconoscere (il familiare un-due-tre). Il suo fascino sta proprio in questa sfida di ritornare con la memoria ancestrale a qualcosa che ci appartiene (così come Caino e Abele) eppure nascosta in qualche meandro del cervello e della pancia (il secondo cervello, quelo emozionale). Ballare tango fa battere il cuore, a volte in modo imbarazzante. E' come se fossimo costretti a denudarci facendo ascoltare all'altro, fisicamente e non con la mediazione delle parole, chi siamo davvero. Mescolare il delitto con il tango è stato un azzardo? Una trovata letteraria? Direi di no. A fine '800, sul Rio della Plata, gli uomini si azzuffavano fisicamente perché non avevano neppure una vera lingua in comune e per di più erano piuttosto ignoranti. Questo crogiuolo di genti immigrate, ospiti di un paese appena nato, non ballava di certo il valzer viennese con dame che si sventagliavano! Anzi, le dame le vedeva, forse, con il binocolo puntato sull'arrivo delle navi dall'Europa, in quella prima classe fatta di sogni irraggiungibili ai più. A loro, neri e bianchi, restavano bricioline da sgranocchiare, conflitti sociali paurosi, ordini cui obbedire, regole da rispettare, fatiche sovrumane da sopportare, vita in comune indesiderata, un po' come nelle carceri sovraffollate di oggi. Nel poco tempo libero perciò bevevano, sognavano, cantavano e si menavano di brutto. Oggi a Caminito, quella bella cartolina turistica dove si mangia guardando ballerini di tango, non c'è un proprietario di ristorante, di chiosco o di qualsivoglia attrazione turistica che non abbia un bel pistolone nel cassetto. A fine '800 c'erano i coltelli. Per difendersi, esattamente come oggi. E perciò il tango, nato tra uomini, non poteva che avere anche quell'aspetto diabolico che ha dato il nome al mio giallo.

Così ho deciso di fare una scaletta iniziale, un tardo pomeriggio di novembre, scrivendo su un foglio a quadretti nomi e caratteristiche, fisiche e psicologiche, dei personaggi che avrebbero dovuto rappresentare il bene e il male. Strada facendo le storie si sono intrecciate con la Storia e con la sofferenza universale, sulla quale possiamo chiudere gli occhi,  non i conti.

Il giallo è rimasto nel cassetto diversi anni, un po' come le pistole di Caminito. L'anno scorso un amico di vecchissima data l'ha letto e mi ha scritto una mail: va assolutamente pubblicato. Ha cominciato a rimetterci le mani perché aveva alcune incongruenze, anche letterarie, alcuni errori, anche linguistici, e io l'ho lasciato fare senza essere però convinta che ilo suo giudizio sarebbe stato anche quello dei potenziali lettori. Pochi mesi dopo son andata, coem ogni anno, a Buenos Aires e stavo uscendo quando sulla porta di casa, a pianterreno, mi trovo davanti un bel ragazzo sorridente che mi chiede un'informazione. Non sapendogli rispondere, l'ho invitato ad entrare e controllare sul mio computer l'indirizzo che cercava. Siamo usciti insieme e abbiamo rinunciato ai rispettivi appuntamenti per chiacchierare, incuriositi l'uno dall'altra. E' così che gli ho raccontato del mio giallo rimasto nel cassetto, tra Milano e Buenos Aires, passando per la ricerca dell'identità e il mistero del dolore universale. Mi ha detto: va assolutamente pubblicato. Mesi dopo, stavo partendo per una breve vacanza e ho deciso di mandare una mail a un editore di gialli. In venti righe ho scritto la sinossi, cioè il contenuto del mio manoscritto. Cinque giorni dopo, in partenza per rientrare a Milano ricevo una mail dall'editore: avevo cento manoscritti da leggere sulla scrivania, ma quando ho letto quella sinossi la curiosità mi ha fatto leggere il file. In cinque ore l'ho finito. Venga che firmiamo il contratto: lei ha scritto un vero giallo.

Ps: Diabolico tango è edito da Eclissi.

 
 
 

La malinconia rabbiosa

Post n°716 pubblicato il 11 Novembre 2012 da malenamil

Gli argentini sono un popolo fondamentalmente malinconico. A differenza dei brasiliani, anche quando festeggiano, ballano o cantano, non trasmettono allegria. A differenza dei brasiliani, però, hanno una creatività invidiabile, una capacità di inventare, trasformare, inserirsi anima e corpo in ogni situazione, bella o brutta che sia. Si dice che siano eccessivi come gli italiani e che da noi appunto abbiano ereditato (e conservato) una certa propensione all'entusiasmo e al carattere sanguigno. E' una caratteristica che si nota in alcune occasioni, quali la partita di calcio o il dopo partita, le discussioni politiche nei forum o l'esplosione di collera verso situazioni intollerabili , come, ad esempio, gli omicidi criminali e quelli a sfondo politico, i grandi "apagon", cioè le interruziini di corente che lasciano mezza città al buio e senz'acqua, fatto successo giusto tre giorni fa, giusto quando la spazzatura non veniva raccolta da 5 giorni e il termometro segnava 35 gradi. La rabbia esplode improvvisa e alza la voce, le scritte sui muri si moltiplicano di colpo, aumentano gli incidenti stradali per eccesso di velocità o  litigi furibondi tra passeggeri e autisti sui collettivi. E' come se un popolo piuttosto pacifico e sottomesso, si fosse imrpvvisamente stancato di obbedire e subire. Gli argentini (tutti) subiscono molto: dalla burocrazia alle attese spasmodiche, dalle file agli aumenti, dalla paura dei furti e delle aggressioni per strada anche di giorno alla difficoltà di pensare il futuro per sè e i propri figli. Molti di loro se la prendono con gli immigrati che, vero, stanno riempiendo il paese a colpi di 1000 entrate al giorno. Provengono da altri paesi più poveri dell' America Latina, così come è accaduto da noi una ventina d'anni fa. Per un popolo che non ha mai digerito i nativi nè tantomeno li ha difesi, considerandoli una razza inferiore (così come hanno fatto gli spagnoli 400 anni prima), l'immigrazione del "diverso" ha creato nuove forme di razzismo, più o meno in tutte le classi sociali.  A questi ultimi vengono addossate tutte le colpe: o sono criminali, o non lavorano e vivono di sussidi pagati dagli argentini (attraverso il governo). Storia già vista in Europa.

La malinconia però ha a che fare con il carattere e il carattere con la storia, in un certo senso unica, dell'Argentina. Se li sentiamo più vicini a noi non è solo per una questione di sangue che scorre nelle nostre e nelle loro vene (almeno per metà): gli argentini hanno nostalgia del passato molto più di noi, e, molto più di noi, cercano questo passato perché non riescono a vedere alcun futuro. E' uan sorta di rifugio, insomma, di un popolo collocato anche geograficamente lontanissimo. Diventa così più facile capire perchè Cristina KIrchner stia tentando di portare l'Argentina ai vecchi tempi, quelli in cui era il granaio del mondo, quelli in cui richiamava braccia e menti per costruire non tanto la felicità, quanto piuttosto l'orgoglio del potere. Una sorta di riscatto dall'essere confinati laggiù pur provenendo dall'Europa. Ora, il modello del governo non è più l'Europa ma uno squisitamente argentino.

Bisogna sapere però che in Argentina la malinconia che da sempre l'attanaglia è una specie di culla in cui tutti si riconoscono: tutti hanno subito furti o rapine, tutti convivono con l'inflazione, tutti vedono la forte sperequazione tra ricchi e poveri, tutti hanno patito violenti eventi dale varie dittature alla corruzione evidente dei vari governi. La malinconia nasce in genere dal non riuscire a cambiare le cose, è una sorta di rassegnazione che subentra dopo lotte inutili, speranze soffocate e, peggio ancora, dalla visione costante delle tragedie: treni che deragliano in città, discoteche che bruciano ragazzi vivi, ragazzi uccisi dalle guardie del corpo dei sindacati ferroviari, tanto per citarne alcune degl ultimi anni, quelli del post corallito. Certo la malinconia viene da molto lontano ed è una struttura mentale che si autoalimenta in un circolo vizioso. Dalla malinconia della maggioranza nasce però anche la rabbia della minoranza. Quando la rabbia esplode può diventare molto aggressiva. La Argentina non è un paese con un numero alto di suicidi, sta però diventando un paese con un numero alto di omicidi, anche familiari. E' come se stesse per saltare un tappo che ha schiacciato per anni e anni un popolo che non si è ribellato in massa nemmeno alle dittature nè ha "risolto" il senso  di colpa verso i loro figli uccisi. L'Europa e l'Italia in particolare, con la liberazione del '45 hanno messo un punto fermo decidendo il futuro. l'Argentina questo processo non l'ha mai compiuto. Quello che sa accadendo oggi sono due schieramenti contrapposti, uno certamente più forte perché ha l'appoggio governativo, l'altro incapace di trovare un leader perché troppo diviso, troppo impaurito e perciò debole. I movimenti giovanili di sinistra che sono fermi ai nostri anni '70, oltre ad essere divisi in mille rivoli e organizzazioni (così come da noi negli anni '70), non riescono a fare il salto di qualità, indecisi se tradire il  patriottismo che permea tutta la Argentina per un modello socialista in cui non riescono (e forse non possono) riconoscersi: Russia, Cina, Cuba? La maggor parte è appunto troskista e marxista, piuttosto lontani dalla realtà delle società attuali.

Resiste, senza che nessuno ne tessa le lodi, la solidarietà, che in Argentina è veramente forte e non necessariamente legata alla Chiesa cattolica. La cooperazione è un modello nato dopo la crisi economica, che ha salvato moltissime aziende in bancarotta. In ogni barrio di Buenos Aires, ma anche in altre città, i poveri vengono silenziosamente aiutati dalla classe media che spende tempo e denaro per loro. L'aiuto della classe media ai poveri è però ben differente da quello del governo che offre sostegno economico mensile. Una storia significativa è quella dei seguaci del medico Maradona che nella poverissima provincia di Formosa  (è morto da pochi anni)  ha dedicato la sua vita ai nativi, lottando contro tutti: da Peron a Videla. I seguaci della sua opera offrono ospitalità alle madri di bambini affetti da leucemia e altre malattie da contaminazione ambientale, perché possano effettuare cure nella capitale e poi tornare nella provincia di residenza: paga tutto la gente del quartiere, quello della Chacarita.

 

 
 
 

La terza via dell'Argentina

Post n°715 pubblicato il 10 Novembre 2012 da malenamil

Ai giornali italiani non interessa più quello che succede in Argentina. Eppure la protesta contro il governo di Cristina Fernandez è un fenomeno politico e sociale piuttosto rilevante e forse nuovo. Sui numeri della manifestazione che ha coinvolto anche le comunità di argentini che vivono all'estero, Italia compresa, ci sono ovviamente discordanze: il numero che a mio parere potrebbe essere quello più vicino alla realtà è intorno alle 800.000 persone. Gli argentini in patria sono 40 milioni e, di questi il 54 per cento ha votato l'attuale presidenta per la seconda volta un anno fa. Quando è stata rieletta, però, Cristina, aveva dalla sua l'onda emotiva della morte del marito Kirchner, avvenuta nel 2010, e una novità: la nascita della Campora, una sorta di gruppi di sostegno ispirati a un peronista, ex presidente di transizione, e capitanati dal figlio di Cristina e Nestor. La Campora è formata per lo più da giovani che, come sta accadendo in tutto il mondo, sono tornati a fare politica con la differenza però che in Argentina i giovani della generazione degli anni '80 sono stati decimati dalla dittatura. Al vederli la prima volta, durante i funerali di Kirchner del 2010, mi avevano colpito per il loro pianto a dirotto davanti alla Casa Rosada. Li ho rivisti a due anni di distanza, nei centri allestiti per loro dal governo e sparsi un po' in tutti i quartieri, ma soprattutto in San Telmo e vicino al Congresso (avenida Rivadavia). L'impressione che mi hanno fatto è stato un ricordo incancellabile: i fanatici leghisti sostenitori di Bossi. Certo è un paragone azzardato perché in realtà questi giovani sono militanti a tutti gli effetti e credono fermamente nel peronismo e in parrticolare nel Fronte della Libertà, partito della presidenta fondato da suo marito Nestor. La politica argentina è estremamente complessa e non potrebbe che essere contradditoria data la sua particolare storia riassunta in duecento anni, cioè da quando ha sconfitto gli spagnoli e ottenuto l'indipendenza.

Il cacerolazo organizzato per la seconda volta in due mesi da voci dell'opposizione, in particolare quella del giornalista Lanata, fondatore del giornale pagina 12, è stato definito e contrastato a suon di slogan piuttosto forti, uno dei più ricorrenti è stato questo: è un fronte di destra golpista. Quelli più morbidi hanno tacciato i manifestanti di contrapposizione al governo per interessi personali da difendere, cioè non pagare le tasse, portare i capitali all'estero e in una parola essere capitalisti e oligarchi o per lo meno sostenitori di vecchi governi liberisti. Probabilmente è vero che molti manifestanti non vogliono pagare le tante tasse imposte sulle proprietà o sui viaggi all'estero, nè vogliono sottomettersi alle restrizioni sull'acquisto di moneta straniera per poter viaggiare liberamente o acquistare beni provenienti dall'estero. E' anche vero però, osservando meglio chi sono questi manifestanti, che rappresentano la parte della società argentina più aperta e nel contempo più spaventata di venire rinchiusa in Sudamerica con regole latinoamericane protezionistiche da un lato e dall'altro senza spiragli per il futuro. Se si guarda indietro di 10 anni si ritrova il corralito e una manifestazione di altre cacerolas davanti al Congreso, il 21 dicembre del 2001: la polizia in quell'occasione ha ucciso 19 manifestanti. E storia talmente recente che non basta, nemmeno a Cristina Kirchner, rassicurare il popolo sostenendo di aver pagato tutti i debiti esteri (non però quelli del default, verso gli italiani compresi) e di averree raggiunto un Pil da fare invidia all'Europa e ai paesi emergenti. Secondo i dati ufficiali l'Argentina si colloca al quinto posto in America Latina e al 23esimo nel mondo. Un'ottima escalation se i dati fossero reali e confutati e se l'inflazione interna non fosse vicina al 30 per cento. Le restrizioni imposte dal governo hanno fatto arrabbiare dunue quella parte di società che certamente ha interessi, ma ha anche bisogno di lasciarsi defintivamente ale spalle il pericolo costante del default, l'ansia di non sapere dove vivere (gliargentini fanno avanti e indietro con Italia e Spagna per assicurarsi un futuro da qualche parte) e di avere una moneta ballerina a differenza del dollaro e dell'euro che sono invece piuttosto stabili nonostante la crisi delle due monete. Certo nn si può pensare che un popolo abituato a comprre dollari e pagare in dollari le case, in quanto moneta rifugio ufficialmente riconosciuta per decenni, da un giorno all'altro possa fidarsi di una moneta, il peso, che appunto slo dieci ann fa è diventato di colpo carta straccia. La presidenta dal canto suo ha le idee piuttosto chiare, anche se, va detto, prosegue nella politica iniziata dal marito senza averne la stessa forza e deve compensare le sue mancanze con un'aggressività che viene definita, a volte non a sproposito,da "montoneros".  Di certo ha fomentato l'aggressività negli argentini, da un lato dall'altro. Prova ne è la difesa a spada tratta che i suoi sostenitori compiono da alcuni mesi (e non certo tutti della Campora) con argomentazioni affatto politiche  economiche, piuttosto invece patriottiche e di vago ricordo castrista. L'Argentina è indubbiamente alla ricerca di una terza via che non è nè il liberismo americano nè il comunismo di Cuba. Prende esempio da Chavez, ma anche dal Brasile e si conforma a un modello americano di consumismo e appiattimento culturale ben visibile nei programmi televisivi e nell'insegnament scolastico. La propaganda, parola che a noi mette i brividi perché ricorda periodi oscuri della nostra storia, non lascia  nulla di intentato: i libri scolastici hanno riesumnato Evita, ai ragazzi delle scuole pubbliche è stato donato un notebook ciascuno, gl spettacoli artistici del fine settimana sono gratuiti, il volto della presidenta troneggia ovunque e il futbol per tutti ha permesso di controllare quella grossissima fetta di popolazione che, più degli italiani se possibile, resta incollata alla tivù per le partite vedendo in sottoimpressione messaggi pro K. La legge dei media che entrerà in vigore il 7 dicembre, se da un lato voleva giustamente fare piazza pulita della concentrazione dell'infornazione televisiva, dall'alltro la riconcentra nelle sue mani, senza però nessuna garanzia visto che l'opposizione in Argentina è praticamente senza potere. Il modello, apparentemente democratico,sembra piuttosto dettato da una ricerca spasmodica di fare quadrare il cerchio,che però resta cerchio, dell'economia. Se ppi parliamo di diritti civili ne vediamo delle belle: mentre in poche ore è stata approvata la legge per i gay che non costava nessuna vera rottura politica, quella sull'aborto, una vera piaga in Argentina, non riesce a fare un passo avanti perché proprio la presidenta non la vuole, confermando il suo appoggio alla Chiesa che, se ben ricordiamo, è la stessa che ha appoggiato la dittatura. La delinquenza è aumentata. Ed è di vario tipo. Va dal narcotraffico che ora ha forti cartelli argentini mescolati con quelli colombiani fino al microcrimine perpetrato da bande organizzate (anche non argentine) e da giovani argentini non necessariamente poveri. Ogni 5 minuti in capitale viene rubato un cellulare che viene poi rivenduto in canali ufficiali (negozi bene in vista su strada). Sul fronte delle opere strutturali non è stato fatto niente: i treni sono carcasse pericolose, gli autobus pure. I campi coltivan soya e prodotti trasgenici, con orgoglio della presidenta che li sostiene e li diffonde. Chi  è stato in Argentina recentemente si è accorto che neppure la carne è buona coe un tempo: i campi in cui le mucche pascolavano libere si sono via via ristretti e gli allevamenti stanno modificandosi di pari passo. Frutta verdura sono belli a vedersi e insapori al gusto. Quante vitamine contengono? Le distanze enormi costringono oltretutto a far viaggiare i camion con prodotti ancora acerbi. C'è un capitolo a parte che riguarda le medicine: con la restrizione sulle importazioni e il privilegio dei prodotti nazionali, l'Argentina si ritrova senza droghe base, quelle che non si possono produrre se non si fanno grandi investimenti tecnologici. Conseguenza ovvia è che mancano medicine anche salvavita di cui invece dispongono lEuropa e gli Usa con i quali la Kirchner non intende avere relazioni commerciali.

Questo stato di cose aiuta a spiegare la spaccatura degli argentini di cui si è visto solo un assaggio l'8 novembre. Nessuno vuole ritornare ai governi precedenti, ma questo lascia intravedere persino l'incapacità di sostenere l'idea che lo muove: il socialismo di peronista memoria.

 
 
 

Buenos Aires o Italia?

Post n°714 pubblicato il 28 Ottobre 2012 da malenamil

Mi scrivono in tanti e fanno tutti la stessa richiesta: mi dia consigli per lasciare l'Italia e andare a vivere a Buenos Aires. A volte hanno vent'anni, altre quaranta. Tutti lasciano intravedere tra le righe delle loro mail, più che la ricerca di un luogo dove lavorare, quello dove vivere meglio che in ITalia.

Io mi chiedo: ma chi conosce l'Italia conosce altrettanto l'Argentina? Sembra una storia già vista (e mal vissuta) da nostri antenati emigrati nelle Americhe in cerca di fortuna (economica) o di sopravvivenza (quando nelle Americhe si trovava lavoro e in ITalia no).  Alla prima motivazione oggi si sostituisce una più pratica e moderna: qui si sta male, là si sta meglio. Alla seconda invece si affidano solo vaghe speranze, certi che qui è difficile trovare lavoro e là chissà, forse no.

Alla base di tutto però c'è lo scontento: dell'immobilità dell'Italia, della noia del già visto, della politica e dell'economia che rispecchiano, insieme, il tempo oscuro che stiamo attraversando. Che è anche tempo di difficoiltà di rapporti e di spiragli di speranza.

L'Argentina non è la Mecca. Non è l'America. E' il Sudamerica con un'inflazione irrefrenabile (per scelta governativa), con un conflitto sociale (e perciò politico ed eocnomico) elevatissimo, con modelli americani più che europei, con miti che non muoiono mai al punto da far pensare, a noi che che non ne abbiamo, che siano persino ridicoli. Peròn, Evita, Che Guevara, l'Italia della dolce vita, le confiterie di Parigi, le Malvinas, i Beatles, gli U2, tutto messo nello stesso piatto della nostalgia (malata) per un passato destinato a non tornare più.  Molti argentini giustificano il loro appoggio all'attuale governo con una parola: prima si stava peggio. Anche noi stavamo peggio in tempo di guerra, eppure è un paragone che nessun italiano fa mai quando vuole avventurarsi in un discorso di attualità politica.  L'Italia è nelle sabbie mobili, ma l'Argentina ha la testa voltata indietro che è forse peggio. 

A Buenos Aires, se si hanno molti soldi, si può vivere relativamente bene. Relativamente perché bisgona guardarsi le spalle, oltre che dai rapinatori (che abbiamo anche noi) anche dai vicini di pianerottolo e dalla cameriera. Avere un ipad a Buenos Aires ed esibirlo è ad alto rischio di vita. Da noi ancora no. Anche da noi le strade delle grandi città pullulano di poveri e questuanti, ma i poveri e i questuanti di Buenos Aires sono un coltello conficcato nel cuore: sono stracci buttati lì, abandonati, derelitti che ti guardano senza vederti. I bambini lavorano e li vedi ogni girono e ogni notte. Spingono carretti pesantissimi appena hanno raggiunto un po' di forza nele braccia, o camminano su e giù per i vagoni del metrò appoggiandoti sulle gambe qualcosa da comprare. Non sono schiavi: sono poveri figli di poveri.

Anche da noi c'è la prostituzione delle ragazze. A Buenos Aires però le prostitute sono ragazze rubate mentre aspettavano il collettivo, violentate e drogate e spesso, quando ormai inservibili, uccise. Ne scompaiono 600 ogni anno in tutta l'Argentina.

A Buenos Aires gli spettacoli sono gratis. Gratis i festival della musica e della danza. Le offerte di svago sono così tante che non riesci a vedere tutto e ti dispace da morire, Da noi c'è poco e quel poco è quasi sempre a pagamento. Però da noi non c'è il voto di scambio: ti faccio divertire in cambio della tua sottommissione.

Noi abbiamo la mafia, l''ndrangheta e la camorra. Anche a Buenos Aires c'è la mafia sudamericana e oltre a quella ci sono le bande armate, la spartizione dei territori per la droga e le armi, dei 48 barrios della città solo una decina sono considerati vivbili. Per strada puoi vedere ragazzi con la pistola in mano (alla Chacarita, non alla Boca), ci sono case occupate nella maggior parte dei barrios, c'è miseria, miseria nera e delinquenza cattiva. La polizia ha paura a intervenire e se non ha paura è perché è corrotta.

La nostra polizia mi chiede di aprire il trolley a mano nel transfer da Buenos Aires perchè ho un oggetto sospetto rilevato dal monitor: era un pacchetto di cerealitas (crackers).

Gli argentini preotestano sempre. Cortano (interrompono) le strade principali quasi ogni giorno, manifestano davanti alla casa presidenziale quasi ogni giorno, ti impediscono di arrivare al lavoro o in ospedale, o chissà dove puntuale quasi ogni giorno (che sommato al ritardo dei treni è già un consistente ritardo), ma non ottengono mai niente. La loro libertà è la protesta. Poi li schiacciano come vogliono e loro si lasciano schiacciare. Su una cosa sono inflessibili: la coda di quattro auto in fila ai caselli autostradali. Allora sì che lì suonano tutti i clacson pur di farsi aprire e passare senza pagare. Noi restiamo allibiti. E perché non dovrebbero pagare il pedaggio? Perchè non ci deve essere fila è la risposta. In realtà nn vogliono pagare e stop. E' che sono abituati a pagare caro e salato il cibo (mentre la nostra inflazione consente di mangiare e magari fa rinunciare ad altro, la loro toglie anche il cibo di bocca), a pagare quasi nulla i mezzi pubblici (che ovviamente sono ad alto rischio di morte e infatti spesso uccidono), a rinnciare alle vacanze e ai viaggi all'estero decisamente costosi per le tasche della maggioranza.

Gli argentini festeggiano tutto. Dai vivi ai morti, ricordano date come computer. E mentre festeggiano pagano ristoranti, fanno regali, si scambiano messaggi al cellulare.  Il dia de la madre è talmente sacro che se non fosse di domenica dovrebbero dichiararlo un'ulteriore festività nazionale.

Ogni tre mesi ci sono tre giorni di festa tutti attaccati per gentile concessione presidenziale (e del governo). Si viene pagati e non si lavora. Bello, no?  E cosa si fa in vacanza? Si spende, ovvio.  E si ringrazia la benevolenza del governo verso i sudditi.

Prendere il metrò o i collettivi nelle ore di punta è un incubo. Attendere un autobus è un incubo: a volte ne passano tre di fila, a volte uno ogni 50 minuti. E il peggio è che non hai scelta: o il taxi o il bus. Gli argentini aspettano senza fiatare, rigorosamente in file serpentine sul marciapiede. E mentre rispettano le regole delle file ovunque, in silenzio assoluto, litigano sul calcio e sulla politica arrivando quasi a darsi coltellate.  Fanno impressiione: sembrano dottor Jackill e mister Hide.

Noi siamo sempre arrabbiati, loro sono sempre malinconici.  Cos'è meglio se non c'è una via di mezzo che sarebbe l'ideale?

Noi (nei giorni feriali) camminiamo piuttosto velocemente e andiamo da un posto all'altro, loro occupano tutti i marciapiedi a tre corsie e non ti lasciano passare perché vanno in giro come lumache, guardano le vetrine, chiacchierano e se ne fregano degli altri che devono passare perché hanno un sacco di tempo e sono talmente tanti che non capisci mai chi lavora davvero e produce un Pil così alto come viene enfaticamente annunciato.

Loro si vestono come vogliono, mescolano colori impossibili, si baciano dove vogliono e ballano come vogliono. Noi dobbiamo rispettare clichè, siamo mal visti, dobbiamo sopportarele occhiatacce e non possiamo uscire in ciabatte. Ma almeno abbiamo gusto anche quando indossiamo un bel niente.  E non ci baciamo col dentista solo perchè ci apre la porta dello studio. Non ho mai pres tanti baci come a Buenos Aires. All'inizio mi piaceva, adesso mi dà un po' fastidio. Ma perchè devo prendermi il  bacio da tutti gli sconosciuti solo perché sono ferma a fumarmi ua sigaretta davanti a una porta d'entrata di un corso?

Buenos Aires o Italia?

 

 

 

 
 
 

Il tango nel cuore

Post n°713 pubblicato il 26 Ottobre 2012 da malenamil

Quando Nicolàs mi ha sorriso, dopo un bel tango ballato insieme, e mi ha detto què linda caminata tenès, mi sono passate davanti agli occhi le immagini di tutti questi anni trascorsi a orsservare, ascoltare, provare.  Ho camminato tanto con gli argentini.  E tanto da sola, sul porfido sbilenco delle strade del colonialismo spagnolo, sulle piastrelle rotte dalle radici degli alberi dai fiori viola, schivando sacchi di spazzatura rotti dai cartoneros, affrettandomi per non essere schiacciata dalle auto o dai collettivi sule curve o sulle strisce pedonali, fermandomi ad osservare una vetrina bizzarra, un personaggio bizzarro, un bambino coi pantaloni rotti e le mani sporche che chiamava mamma una ragazza poco più che adolescente.  Ho affrettato il passo e sono caduta sul marmo di una banca in calle Florida, ho aiutato a rialzarsi da terra un vecchio col Parkinson e trascinato anche i miei piedi con i suoi per toglierlo dal mezzo di una strada piena di auto frettolose di ripartire al verde del semaforo. Ho camminato lenta, rapida, sincopata o sospesa seguendo il ritmo di Troilo e di Pigliese, di Piazzolla e di D'Arienzo.  Ho girato intorno a tanti Nicolas, Manuel, Oscar, Juan, Javier e Julio inseguendo i loro piedi. Ho cambiato direzione mille volte, per non incrociare gli sguardi acuti e immobili di quella banda di chicos incazzati della vita altrui, forse più fortunata, forse più sfortunata della loro. Ho sbagliato direzione mille volte, camminando inutilmente per cuadras che non dovevo percorrere per giungere a destinazione. Ho ascoltato lo strepitio degli uccelli e ilk latrare dei cani, il miagolio dei gatti e il muto pianto dei bambini che vendono immagini spiritose sulla linea B. Li ho osservati camminare avanti e indietro cento volte a paso cadenzato, senza mai attaccarsi a un appiglio come invece fanno tutti. Ho dovuto tenere l'equlibrio cento e cento volte sui collettivi che sfrecciano per la città con la pancia piena di esseri umani senza parole.

Quando Dante ha ballato con me, mi ha sorriso: bailas re bien! Vos tambien, gli ho risposto contenta che me lo avesse detto un altro ballerino professionista, e stavolta non un amico che  mi definisce "grosa", importante, davanti ai suoi amici, come l'amoroso Nicolàs. Dante me l'ha voluto spiegare meglio: se sento che la donna c'è, che partecipa, che balla con me, io ballo bene.

Ho ballato tanto con gli argentini, perché gli argentini sono come ragazzini in cerca di qualcosa che non troveranno mai, dispettosi e seducenti, capricciosi e arroganti, umili e orgogliosi. Si danno poco, quanto basta. Sanno condividire quel poco che a loro basta e che, forse, basta anche a te.

 
 
 
 
 

Ana e l'abbraccio

Post n°711 pubblicato il 16 Ottobre 2012 da malenamil

Ana è seduta di fianco a me al Beso. Ha un sorriso contagioso e un bel po' di cose da dire contro. Le persone critiche a me piacciono. Perciò, tra un invito e l'altro che non rompe affatto la bella intimità tra nuove amiche,  spiega perchè, a 27 anni, vestita da tangonuevista, siede in mezzo a gente grande in abito predisposto a una sala tradizionale come è il Beso della domenica. La spiegazione mi ricorda le parole dei principianti di tutto il mondo che devono affermare le stesse cose che afferma il loro maestro. Sostiene che milonguear è abbracciare proprio con quel tipo di abbraccio lì, chiuso. Ad alcune donne piace molto perché le rende più sensuali e abbandonate all'uomo. Ma quali sono quelle donne? Io sono una di quelle, ma solo alla domenica. Alla domenica al Beso va bene, gli altri giorni no. Perchè anche questa domenica a Buenos Aires è stata una bella giornata trascorsa al parco di Palermo, in un enorme pic nic tra italiani e italo-argentini prima, due ore di ascolto rapito di chistarristi straordinari all'ex Esma e un'ora sul collettivo di sera, insieme a decine di bimbetti addormentati tra le braccia della mamma o del papà. Ogni domenica qui ci sono cose belle da fare e da vedere, non come in Italia. E allora al Beso si va a farsi coccolare prima di andare a letto stanchi morti della lunghissima giornata, da uomini che non sono ballerini e non hanno tante pretese di piacere. Se ci riescono bene, sennò sono educati e basta. Il Beso è una milonga circolare che restringe verso il centro gli abbracci e li riporta all'esterno addosso alle persone sedute. Il segreto dell'armonia che si respira al Beso è proprio contenuto nella milonga-abbraccio. E il segreto dello star bene sembra proprio essere l'armonia. Il caos può essere interessante e perfino energetico, ma a lungo andare costringe il cuore ad accelerare. Ana non ha le idee ancora chiare sull'abbraccio perché non lo sperimenta quanto me da tanti anni e, soprattutto, è troppo giovane per interpretare i dettagli. E' ben difficile dire, in Argentina, che il tango sia abbraccio. Sarebbe riduttivo, nonostante sia la prima cosa che si fa incontrandosi in pista e la più difficile da imparare soprattutto per noi europei così poco attratti dalla concessione totale all'altro.  Poi, a un certo punto, capita di distinguere l'abbraccio contenitore da quello marcatore, quello affettuoso da quello seduttivo, quello creativo da quello intimo.  Non ho mai ballato con un argentino che ballasse come un altro. Che facesse gli stessi passi (benchè nel tango siano codificati per tutti), le stesse pause, gli stessi cambi di peso. Nè ho mai trovato un argentino che interpetasse D'Arienzo come un altro, e si dovrebbero vergognare quelli che definiscono la sua musica una marcetta.  E' inevitabile confrontare gli europei o anche altre nazionalità che si incontrano a Buenos Aires, con i portenios. Un francese non marcava affatto pur essendo bravino nei passi e nel ritmo musicale. Cioè non abbracciava. Gli argentini nella milonga rispettano le regole più che per la strada: si scusano, proteggno la donna, la invitano senza darle manate sule spalle o piazzandosi davanti alla sua faccia. Ma mentre ballano dimenticano tutto. Niente regole. Il tango è improvvisazione, è libero, è come ognuno lo sente, è come nasce con quella compagna lì, proprio quella, che va ascoltata per forza, altrimenti si esce dalla musica, dal giro della milonga, dall'armonia del ritmo di note e cuori che silenziosamente battono. Così gli argentini vivono il tango, quella musica di tango con quella ballerina, in quella milonga, esattamente quel giorno. Non c'è mai un giorno uguale all'altro anche nella stessa milonga. Alla Malcom, ogni sera c'è una diversa gestione e benchè il locale sia lo stesso, cambia tutto. La disposizione dei tavoli, le luci, la gente, la onda...Una trasformazione totale che quasi non te la fa più riconoscere. Un ragazzo me l'ha spiegato in due parole secche e precise: la gente fa la milonga, non il contrario.

 
 
 

La foto simbolo della deriva

Post n°710 pubblicato il 14 Ottobre 2012 da malenamil

Si sa che c'è l'inflazione, perciò si aumentano i salari. Si sa che aumentano i salari, perciò ogni sei mesi si aumenta l'affitto. Si sa che c'è criminalità, perciò ci si prepara a perdere il cellulare, i soldi, la borsa o l'auto. Si sa che i collettivi (bus pubblici) guidano male e veloci per rispettare le tabelle di marcia, perciò si avvisa prima di prenderli che si potrebbe morire. Si sa che attendere un collettivo può voler dire restare in mezzo alla strada anche un'ora con vento e freddo, perciò non si prendono appuntamenti. Si sa che gli argentini sono traditori perché machisti, perciò le donne sole aumentano a dismisura. Si sa che i treni pubblici mozzano la testa contro i pali a chi sta appeso fuori perché dentro non trova posto e non respira nemmeno, perciò si lascia prendere il treno agli sfigati che non possono permettersi un altro mezzo.

Buenos Aires è peggiorata. La povertà è un grande sacco aperto, la città è rabbiosa, la conflittualità alle stelle. La politica divide come il futbol, ma di politivca qui si muore. L'Istat (Indec) continua, imperterrito, a sostenere che una famiglia di 4 persone puà mangiare con 700 pesos al mese. Ci ho provato: mangiando due empanadas al giorno e nient'altro, spendo 9 pesos, e sono già fuori dai  6 che sostiene l'Istat argentino per ben 4 persone.

L'ignoranza e la sottomissione sono dei poveri come dei ricchi.  L'Argentina non è più un pezzo d'Europa, nemmeno culturalmente.

 
 
 

Questa è Buenos Aires

Post n°709 pubblicato il 14 Ottobre 2012 da malenamil

Collettivi a rischio

 
 
 

I giovani tornano al tango

Post n°708 pubblicato il 06 Ottobre 2012 da malenamil

Le milonghe d Buenos Aires quest'anno sono piene di giovani. I turisti si contano sulle dita di due mani, colpevole la crisi economica che ci attanaglia in Europa e la super inflazione di qua, che non consente più di prendere taxi come bombon o mangiare bisteccone al ristorante. I giovani argentini hanno scoperto che il tango è bello. Prendono lezioni, si buttano nella mischia e fanno gruppo sociale. Invece di affogarsi nei cocktail degli happy hour, che fanno? Ballano tango! Provo una tenerezza infinita al vederli invitare, timidamente, una straniera, sperando che non balli tanto bene come un'argentina e che se ne voli via senza sbandierare in giro giudizi. A Milonga 10 mi ha invitata un ragazzo d 18 anni che balla da sei mesi. Al sentire  l'età mi è scappato: mi amor! come mi scappa con Milena che di anni ne ha 12 e mi chiama tia. Milena mi ha eletta spontaneamente sua zia senza secondi fini, senza civetteria, senza pensarci su. La parola mi amor ora mi esce dalla bocca con facilità anche in Italia. Non è una parola da dedicare agli uomini, bensì ai bambini. Gli argentini giovani sono bambini che ti invitano come uomini, si mettono la gommina nei capelli, si rasano le tempie e si lasciano scendere un delizioso codino sulle spalle. Se gli chiedi se sono felici ti dicono sì sono felice con un'onestà che ti lascia senza parole.  Riempiono le milonghe di sorrisi raggianti, ballano agili e spinti in avanti, attendono che il tuo piede si posi bene a terra per farti ruotare sul loro piede incrociato all'indietro. Inventano giochi di piedi e tempi inrterpretando il tango secondo il loro umore. A vent'anni sono felici, a 24 già cominciano a preoccuparsi del lavoro che non trovano. Allora cursano, cioè vanno al yoga, a fotografia, a teatro, a tango. Fanno corsi di ogni tipo, incamerano sapere tecnico, nozionismo, esperienza e intanto stanno insieme. Quando decidono di misurarsi in una milonga è perché si ritengono all'altezza degli adulti e stanno con loro per essere accettati da tali. Nella fotografia invece restano bambini. Non osano uscire dal circuito protetto degli amici, degli album da mostrare (agli amici), dei giornali politici di barrio. Se proproni loro un vero servizio fotografico se la fanno sotto e si tirano indietro. Per fare il salto devono crescere, viaggiare, uscire dal ghetto del barrio e degli amici del barrio. Il concetto di barrio a Buenos Aires è ancora forte e si tramanda di generazioni in generazioni così come il peronismo. Un avvocato, in milonga, ha interrotto il tango per raccontarmi la storia della sua famiglia cominciando dal bisabuelo materno, scendendo all'abuelo materno, al padre e ripartendo dal bisabuelo paterno fino in basso. Il tutto per dirmi che i nonni erano peronisti e perciò lui "sigue" fervente ammiratore di Cristina. Nelle milonghe si parla di politica come ovunque a Buenos Aires da qualche mese. Due schieramente opposti come il Boca e il River si fronteggiano ogni giorno e con sempre maggiore cattiveria. Nell'ambiente del tango i giovani se ne fregano della politica e anche del calcio. Sono la generazione che non saprà cosa fare dopo la scuola e sarà costretta a  studiare anche se non gliene frega niente, molto più indietro degli indignados spagnoli e lontani anni luce dalle proteste dei nostri precari. I ragazzi sono tornati al tango quasi senza rendersi conto che è un ritorno al passato. Ne hanno modificato in parte la struttura sociale, criticano aspramente le dure regole del cabeceo y mirada dei tradizionalisti senza però annullare quella cortesia cavalleresca che resta tipica della milonga portenia: se la sieda è libera tocca alla donna e non all'uomo, si invita anche con  la voce ma non ci si avvicina più di tanto, non si toccano mai le braccia, non si interrompe mai una donna che sta parlando con un'amica, non si invita una donna che sta parlando con un uomo. Sono le regole del rispetto ben inculcate nell'Argentina che fa la fila in tutti i luoghi, con regole di una durezza dittatoriale da far paura. Mi è insopportabile la ribellione degli italiani così come la sottomissione degli argentini. In fondo, due facce della stessa medaglia. Certo, la loro sottomissione mi fa gioco consentendomi dialoghi continui su qualunque cosa mi incuriosisca (e sono tante): avrò sempre una risposta a ogni domanda.

 
 
 

Buonanotte Buenos Aires!

Post n°707 pubblicato il 06 Ottobre 2012 da malenamil

Gastòn ha labbra carnose e morbide come la maggior parte degli argentini: sembrano disegnate da un artista. Mi sono chiesta se è una certa discendenza africana, la stessa del tango candombe, la responsabile di questa eredità preziosa. Si capiscono tante cose quando si osservano i dettagli. Bocche, mani, occhi. La bellezza è qualcosa che ha a che fare con l'armonia, ancora una volta l'armonia che vedo in certi tanghi abbracciati senza possibilità di distacco nemmeno nel giro. Il tango in una parola? Mi hanno risposto in tre, senza pensarci su: abbraccio, passione, divertimento. Gli italiani avrebbero risposto sensualità quasi all'unisono. Interessante questa distinzione di linguaggio che dipende dai luoghi dove vivono le persone e dai modelli cui s riferiscono ogni giorno. A Buenos Aires il cambio di direzione fa parte della vita quotidiana. Ad esempio; oggi un collettivo ha deciso che quella strada era trafficata e ne ha presa un'altra lasciando tutti pensierosi, eppure pronti (per forza) a cambiare direzione. Sarà una strada più lunga, ma sarà diversa. Noi avremmo strepitato, telefonato ai giornali, caricato video su you tube... infatti quando ho visto un autista passare col rosso alle 5 del pomeriggio in piazza Italia mentre sorseggiava il mate e quando lo posava messaggiava al cellulare, ho pensato di scattare una foto e metterla su you tube. Sono europea tra sudamericani sottomessi e strafottenti della vita altrui più che delle regole, non riesco a non protestare e a spingerli a ribellarsi,. Che diamine! Qui da semrpe si uccidono persone come fossero moscerini per poi lasciare che madri e padri innalzino cartelli col volto dei figli morti ammazzati. Nelle milonghe dove si balla strettini se non si ha fantasia si può solo stare fermi aspettando che gli altri si muovano per primi. E così si inventa, ci si spost,  si sopporta, ci si scusa sapendo che l'errore lo rifarai anche tu tra un momento e perciò perché arrabbiarsi? Con l'inflazione al 25 per cento, se non ti inventi cosa cucinare con pochi soldi sei fritto. Ora il concetto di improvvisazione mi è sempre più chiaro. Le case che c'erano un anno fa sono sparite ed è sparito pure mezzo murales, quello della 9 de julio angolo avendida de Mayo perché infastidiva il proprietario di un albergo. Credo che quel murales sia stato, dopo Caminito, la fotografia più ricorrente nel web per tutti i turisti del mondo. Bè; rassegnatevi come ha fatto l'artista che l'aveva dipinto (oltretutto gratis) per amore della sua città. A San Telmo sono sorti due hotel di 20 piani che tolgono persino la vista del cielo. Certe cose, chissà perché, qui le fanno con una fretta incredibile. Tirano giù vecchi conventilos, sbaraccano persone, annientano la storia in meno di tre mesi e poi torni a camminare in Santa Fè, per quelle stesse baldose dove camminavi nel 2004 e ti cade dentro il piede come allora. Buenos Aires mi sembra ogni anno più caoitca, più sporca e più arrogante che mai. Se non avesse quel filo invisibile da seguire nella notte, quel teatro continuo, quelle facce da osservare, quelle bellezze da sognare, quel cielo mio dio che cielo ha questa città, ecco, se non fosse per questo filo da seguire dove conduce -. e non lo sai mai - sarebbe una città da dimenticare, lasciare nel suo pozzo oscuro e miserabile. Ma non ce la si fa. Buenos Aires è bocche carnose da baciare e vecchi da soccorrere in mezzo alla strada, è ragazze sottomesse e donne rabbiose. E' sud d'Italia e di Spagna, del peggiore, quello di paese, chiuso in se stesso e con pretese di eleganza esteriore. Entri nella più grande libreria del SudaAmerica e nessun commesso sa dirti se esiste un editore di gialli in Argentina. Nemmeno la commessa che vende le scarpe del tango sa dirti se puoi pagarle in anticipo con arreglo o senza arreglo e deve telefonare tre volte e si sbaglia lo stesso. Poi ti dice: no se enoje conmigo!

Buenos Aires è una città che ispira e mentre lo fa ti droga. Ti sbatte in faccia tutto quello che siamo, o che avremmo voluto essere o che forse saremo domani. Belli, storpi, malati, morti, dimenticati, idolatrati, poveri, abbadonanti, muti, ignoranti, solidali, ribelli...mai felici però, perché la felicità non può trovare posto nel salisce ndi di questo paese destinato a vivere di malinconia. Buenos Aires accetta tutto, bastona tutti, coccola tutti e castiga con la cattiveria che le deriva dal diritto di essere una città-madre. Non è affatto un paradosso che a comandare sia una donna che usa il bastone e la carota. Proprio come Evita, despota e ammaliatrice.

Sono tornata.

 
 
 

Sentiva solo la musica e il battito del suo cuore...

Post n°706 pubblicato il 28 Settembre 2012 da malenamil
 

Il mio libro" alt="LIBRO" />

 

 
 
 

DIABOLICO TANGO

Post n°704 pubblicato il 27 Agosto 2012 da malenamil
 

Una donna è stata vista in una milonga di Porta Romana, a Milano. All'alba del giorno dopo, il suo cadavere viene ritrovato nell'androne di casa sua con una ferita mortale nella tempia. Un giornalista indaga sull'omicidio e subito scopre che quella donna risulta morta sotto i bombardamenti della scuola elementare di Gorla del 1944. Il viaggio per scoprire la verità e l'assassino incominciano dal tango, portano in Argentina e ritornano a Milano, nella stessa milonga.

Il giallo di Bruna Bianchi "Diabolico tango", edito da Eclissi,  sarà nelle librerie il 15 ottobre. Acquistabile anche on line dal sito

www.eclissieditrice.com

Bruna Bianchi è giornalista. Ha seguito i casi di Cogne, Garlasco, le Bestie di Satana, l'omicidio di Lloret de Mar, la scomparsa degli otto italiani a Los Roques e numerosi altri. Balla tango dal 2000 e, sul tango e l'Argentina, ha scritto numerosi articoli. Questo è il suo primo libro.

 
 
 

Mis emociones 2010 AUGURI

Post n°703 pubblicato il 27 Dicembre 2010 da malenamil

 
 
 

La Buenos Aires che ho visto

Post n°701 pubblicato il 20 Novembre 2010 da malenamil

 
 
 

Il viaggio è finito

Post n°700 pubblicato il 14 Novembre 2010 da malenamil

Dopo sei anni, il viaggio nell'anima di Buenos Aires è concluso.

 

Se quedan en mi corazon para siempre mis amigas queridas, mis chicos, mis amores, mis nenas, el tango que vivì, la gente que encontrè, el cielo que me hablò.

 

Grazie a chi ha viaggiato con me.

 
 
 

Gli argentini e noi

Post n°699 pubblicato il 03 Novembre 2010 da malenamil

L'occhio indagatore è sempre di parte, va detto. Alla milonga di Practica X che da poco si è trasferita il martedì sera al Viejo Correo di Parque Centenario, basta chudere gli occhi e si sogna, ma anche tenendoli aperti si sogna lo stesso. E' surreale il luogo, la musica, la gente. C'è quel silenzio che aiuta a farsi rimboccare le coperte, lasciarsi cullare e forse dormire. E' un sonno vigile, pieno di energie, o nel tango moderno si cadrebbe in due. L'atmosfera di questa culla di Buenos Aires (e forse mondiale visto il gran numero di turisti) ) che acquieta mentre seduce, è una magia che non si ripete in tutte le milonghe. Sa rimettere i piedi per terra, strano a dirsi, dopo una caduta impressionante (stavolta vera) a peso morto in calle Florida, un'ora nell'ospedale pubblico argentino (sempre meno di quello italiano) controlli severi e accurati e nessun peso sborsato, nemmeno il ticket. Vedo Marco di Milano e sono contenta. Gli italiani sanno ballare meno bene degli argentini, sentono meno la musica, non ti stringono in abbracci profondi, ma non hanno maschere.  Marco è particolarmente buono e trasparente e in confronto agli argentini è nudo.  Gli argentini  raccontano storie che non vorrei sentire ogni giorno e le devo ascoltare. Gli argentini domandano di te e parlano di sè senza le maschere del pudore che aiutano a manenerci integri gli uni e gli altri, e, invece, indossano sempre quelle della tragedia sotto pelle. 

 Vedo sputi per terra ogni dove e ogni dove vedo gesti di cavalleria. Sento commenti alle donne per la strada e vedo incertezze e assenze nelle comunicazioni per la strada.  Nei locali antichi i camerieri e i proprietari sono attenti e cortesi all'eccesso, in quelli moderni o centrali la maleducazione impera, il cliente è uno di passaggio come in tutte le grandi città. Tutti danno informazioni e si baciano ad ogni incontro, ma nel metrò pieno i loro sguardi perdono l'umanità che avevano un attimo prima.  Il dolore in Argentina è plateale, contagioso, porta agli inferi anche se non ci vuoi andare. Non è dolore dell'immigrazione, nè dell'economia ballerina. E' qualcosa di profondo che non mi azzardo a spiegare. Si è visto per la morte di Kirchner. Come una ferita incomincia a gocciolare a poi sanguinare copiiosamente, così i i visi dei giovani si sono rempiti di lacrime senza un perchè logico.  Si piange grazie ai miti che muoiono, si celebrano miti nuovi per poter piangere.  Il peggio è che questo dolore collettivo non ha nome collettivo o se ce l'ha non viene mai dichiarato. La libertà di stampa che abbiamo noi durante uno scandalo del Presidente qui se la sognano, o forse non sanno nemmeno di non averla. L'Argentina sembra fatta di un popolo bambino che gioca col tango o col pallone, ruba la marmellata e chiede scusa, si lascia derubare e chiede aiuto alla mamma e al papà, così ben rappresentati simbolicamente in questi giorni dal matrimonio Kirchner. E' morto un padre, viva la madre. Se Cristina aveva perso voti ora li avrà riconquistati.  Il nostro presidente del Consiglio fa  battute sul sesso e ride in diretta tv, questa presidente piange la sua vedovanza in diretta tv. Il protagonismo è un'arma affilata. Qui continua a far sanguinare ferite e a riprodurle negli altri, da noi genera solo una grande incazzatura.

 

 
 
 

Per chi suona la Campana

Post n°698 pubblicato il 31 Ottobre 2010 da malenamil

Io a Campana

 

A Campana, 80 km da Buenos Aires, per conoscere finalmente

il paese di nascita del mio maestro di tango Alejandro

 
 
 

Lutto per forza

Post n°697 pubblicato il 29 Ottobre 2010 da malenamil

Una milonga sì, altre dieci no. Da due giorni e fino a sabato sera non si sa quale milonga sarà aperta. I tre giorni di lutto nazionale scattati ieri per la morte dell'ex presidente Kirchner hanno mostrato anche un'altra faccia del tango in Argentina e degli organizzatori delle milonghe. Di avvisare nemmeno se ne parla. Qualcuna mette un bigliettino scritto a mano davanti alla porta e lo vedi solo quanto sei arrivato lì, qualcuna apre (sì, ma quale?) fregandosene sia del lutto nazionale che impone di non fare feste pubbliche (ma le strade sono piene di ragazzi che si scolano bottiglie in mezzo alle solite montagne di spazzatura) o perchè non sono peronisti o perchè si fregano le mani facendo più del tutto esaurito. Facebook serve solo per tempestare con annunci di lezioni e show, non certo per avvertire di non pagare il taxi per andare fino a lì e poi dover tornare indietro senza nemmeno capire perchè non si balla tango (è pure una musica un po' da cimitero, a me sembra adatta anche alla circostanza) . Martedì sera, per il Censimento del giorno successivo, le milonghe erano chuse per legge. Una sola era aperta: Milonga 10. Davanti alla porta c'erano 150 persone che facevano i turni per ballare (è una stanza quadrata, un club di barrio) dopo aver fatto il giro dele altre, tutte chiuse in rispetto alla legge. Mercoledì, a digiuno di tango, altra proibizione e stavolta per tre giorni, cosicchè fanno quattro in tutto. I turisti che son venuti fin qui per 15 giorni hanno preso la batosta, gli organizzatori delle milonghe che di turismo vivono non hanno incassato il becco di un quattrino. Questo paese è sempre più strano. Annuncia il 9 per cento di disoccupazione (cioè meno dell'Italia che oggi segnala l'11), piange per un ex presidente che ha trasformato eroe in un giorno (ovviamente dopo morto),  rispetta le regole del lutto, quelle del censimento con arresti domiciliari per un giorno e mezzo, niente guadagni per i negozi e i ristoranti in un normale giorno feriale, fa stare a casa i ragazzi da scuola per due giorni (il secondo per permettere agli addetti al censimento, quasi tutti insegnanti, di riposarsi dalla fatica), non fa una grinza di fronte al degrado, ai poveri che ficcano le mani nei sacchetti della spazzatura ogni santa sera davanti ai loro occhi, convive coi ladruncoli e coi ladroni (ho visto, personalmente,  due scippi in tre giorni), accetta tutti gli aumenti senza battere ciglio e se chiedi loro il perchè ti rispondono sempre, ma proprio sempre, questa è l'Argentina. Oppure ti dicono di guardare in casa tua che hai Berlusconi e le sue puttanelle. Tutti dicono in coro di non leggere il Clarin che spara solo stupidaggini e non puoi leggere la Nacion perchè anche quella è del Clarin (e anche molto più conservatrice e bigotta) e quando speri di trovare in Pagina 12  qualche critica costruttiva leggi anche lì che Kirchner è stato un grande presidente e quindi  zitti tutti. Strano, prima che morisse solo il 30 per cento lo gradiva. Ieri viene fuori che in Argentina ci sono 9 milioni di cani con padrone e non so bene dove sia stato ricavato il dato ma lo prendo per vero (per la fonte da cui arriva) e per il numero imprecisato di cacche che evito di pestare per la strada ad ogni passo che faccio. Tutti i miei amici e conoscenti posseggono un cane o anche due. Qui dicono che è una moda, che agli argentini piace pettinarli, lavarli e portarli in giro per farsi vedere con la razza all'ultimo grido. Mantenere un cane costa. Quanto guadagna allora un terzo degli argentini che possiede il cane? La media degli stipendi è valutata in 2200 pesos ma con questi soldi, e con affitto da pagare, non si fa una grande vita. Il carrello della spesa settimanale è almeno di 300 pesos. Per uscire al venerdì sera e al sabato  vanno in un soffio almeno 150 pesos. Il cellulare è caro come il fuoco: con 60 pesos (30 di carica e 30 regalati) si mandano sms per 15 giorni ma se si parla a voce la ricarica dura due giorni. I furti più comuni qui sono quelli dei cellulari ai ragazzini che ovviamente ce li hanno. Tutti sanno che verranno rivenduti nei negozi dell'usato (a centinaia qui) e naturalmente il sistema funziona perfettamente: furto e riacquisto, magari dallo steso venditore. In una  capitale che non sa nemmeno tenere puliti i giardinetti davanti alla casa del governo, che dice bugie e le alimenta, che finge di essere europea ed è definitivamente sudamericana, non ci si deve aspettare proprio niente. Nemmeno di venire qui a ballare tango.

A milonghe chiuse io ho passato due serate straordinarie: la prima con un gruppo di ragazzini di barrio, conosciuti casualmente per la strada. Dopo due ore di divertentissime chiacchiere e di Fernet e Coca e Gancia e Sprite condivisi, ho scoperto che Diego, 17 anni, era fratello di Fernando Sanchez, il ballerino che è attualmente in giro per l'Europa e amico da anni. La seconda con otto tanghi memorabili ballati a piedi scalzi con Adrian, bello, giovane, bravo, casualmente incontrato nel salone di tango del Dandy (chiuso), dove stavo bevendo un tè con Amalia.

 
 
 
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SU DI ME

Sono nata e vivo a Milano. Giornalista professionista dal 1989, lavoro come dipendente in Italia per un gruppo di tre quotidiani e sono specialista di crimini familiari, ricerca di scomparsi e indagini di cronaca nera nazionali e internazionali. Ballo tango argentino dal 2000. Il mio primo soggiorno a Buenos Aires è del 2004. Ho condotto ricerche sulla storia dell'immigrazione in Argentina e della nascita del tango. Sono stata intervistata in diretta alla radio di tango 2x4 (2008), alla radio culturale de la Ciudad del Gobierno di Buenos Aires (2009) e alla radio dell'Università de La Plata (2004). I post scritti a Buenos Aires sono frutto originale delle mie ricerche, quelli scritti dalll'Italia attingono da varie fonti, principlamente quotidiani argentini.

 

BUENOS AIRES VIDEO

 

LA DANZA DELL'UNIVERSO

"El tango es una danza poderosa porque es armònica con el movimiento del sistema en el que estamos inmersos. Es la danza de Shiva, la danza che le da forma al mundo y el mundo le da la forma a esa danza. Tiene todos los elementos: el hombre, la mujer, al yin y el yang, lo circular, el abrazo"

 

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FIGLI D'ARTISTA: ARIADNA Y FEDERICO NAVEIRA

 

MALENA, LUCIO DE MARE-HOMERO MANZI 1941

Malena canta el tango como ninguna
y en cada verso pone su corazón.
A yuyo del suburbio su voz perfuma,
Malena tiene pena de bandoneón.
Tal vez allá en la infancia su voz de alondra
tomó ese tono oscuro de callejón,
o acaso aquel romance que sólo nombra
cuando se pone triste con el alcohol.
Malena canta el tango con voz de sombra,
Malena tiene pena de bandoneón.

Tu canción
tiene el frío del último encuentro.
Tu canción
se hace amarga en la sal del recuerdo.
Yo no sé
si tu voz es la flor de una pena,
só1o sé que al rumor de tus tangos, Malena,
te siento más buena,
más buena que yo.

Tus ojos son oscuros como el olvido,
tus labios apretados como el rencor,
tus manos dos palomas que sienten frío,
tus venas tienen sangre de bandoneón.
Tus tangos son criaturas abandonadas
que cruzan sobre el barro del callejón,
cuando todas las puertas están cerradas
y ladran los fantasmas de la canción.
Malena canta el tango con voz quebrada,
Malena tiene pena de bandoneón.

 

EN LA CALLE

 

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ACADEMIA DEL TANGO

 

FOLKLORE ARGENTINO: ZAMBA Y CHACARERA

 

DOS POR TANGO