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Un blog creato da malenamil il 12/10/2005

mi querido

viaggio nell'anima di Buenos Aires

 
 

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BENTORNATO TANGO

"L'essenza del tango sta nel suo carattere di musica di quartiere, di marginalità.

Il tango lo canta sempre un poeta impegnato. Anche se i tanghi non hanno un contenuto esplicitamente politico, tutti i tanghi sono impegnati perchè sono politicamente scorretti. E oggi lo sono ancora di più, in questi tempi dove la sconfitta, la povertà e l'emarginazione mostrano il loro essere effetto politico. Il tango è scorretto, trasgressivo, e per questo è tornato. In questi tempi di vigliaccheria davanti alle incertezze, questa musica aiuta ad affrontare l'angoscia, a fare riflettere su noi stessi, sul nostro domani.

Dove suona un tango, si stabilisce una complicità di spazio, tempo ed emotività. E questo è il mistero dell'universale. L'energia del linguaggio al di là della lingua, il rito, la corporeità. E' il mistero che ci unisce e ci separa".

(Adriana Varela, cantante di tango)

 

FOTOTANGO

immagine
 

TANGUEANDO

“El tango, hijo tristón de la alegre milonga, ha nacido en los corrales suburbanos y en los patios de conventillo.
En las dos orillas del Plata, es música de mala fama. La bailan, sobre piso de tierra, obreros y malevos, hombres de martillo o cuchillo, macho con macho si la mujer no es capaz de seguir el paso muy entrador y quebrado o si le resulta cosa de putas el abrazo tan cuerpo a cuerpo: la pareja se desliza, se hamaca, se despereza y se florea en cortes y filigranas.
El tango viene de las tonadas gauchas de tierra adentro y viene de la mar, de los cantares marineros.

 

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LA DANZA DELL'UNIVERSO

"LOS PLANETAS GIRAN, HAY UN SISTEMA EN EL UNIVERSO QUE ES CIRCULAR Y EL GIRO, LOS ATOMOS TAMBIEN ESTAN GIRANDO SOBRE SI MISMOS Y A LA VEZ EN ORBITA CON OTROS, Y TODO ESTA VIBRANDO Y GIRANDO, TODO ES CIRCULAR Y REDONDO. Y PARA MI EL TANGO COMO DANZA ES ESO"

 

 

Renata, morta per nostalgia

Post n°387 pubblicato il 20 Novembre 2009 da malenamil

Renata Toscano stava tornando a casa in auto in un'area residenziale di Wilde, a una decina di chilometri da Buenos Aires, in direzione di Lanus, dove benestanti e villa miserias si toccano fino quasi a confondersi. Tre ragazzi hanno cercato di fermarla per rapinarla e lei, d'istinto, ha cercato di sgommare via. Uno di loro gli ha sparato una pallottola in faccia e Renata, architetto 48enne, figlia dell'ex vicedirettore di Tribuna italiana, è morta. I tre ragazzi sono stati presi e forse uno di loro è uno dei poveri che Renata aiutava nel suo tempo libero.

Renata era profondamente cattolica, come tutta la sua famiglia. Suo padre, originario di Acireale, era emigrato a Buenos Aires e lì ha diretto il giornale italiano per molti anni fino a quando, nel 2001, la crisi economica argentina ha fatto rientrare la famiglia in Italia. Renata ha lavorato per due anni a Roma, in uno studio di un architetti, ma appena l'Argnetina ha cominciato a rialzarsi ci è voluta tornare. La nostalgia della sua terra era troppo forte.

La sua famiglia, la madre e le sorelle continueranno ad aiutare i poveri e hanno già perdonato chi ha tolto la vita a Renata. La gente del barrio ha levato scudi di protesta e chiesto alla polizia e al governo maggiore sicurezza.  Nessuna di queste proteste sortirà effetto, nemmeno se dovessero uccidere altre dieci Renata nei prossimi giorni.

Commentavo questa aggressione mortale con l'amico Eduardo, cui nemmeno un mese fa hanno rubato il cellulare sotto casa, a Pompeya, puntando un'arma addosso. Non era un povero, mi ha spiegato, era in auto e drogato fino al midollo. In quella casa e in quella via che mi apèreva tranquillissima, ci sono stata anch'io un mese e mezzo fa, da sola e di sera. Con Eduardo si parlava di criminalità argentina e non mi aspettavo da lui il commento sentito molte altre volte:  Buenos Aires non è meno sicura di altre città del mondo. Eduardo è un'anima pura, un rivoluzionario, un pacifista e anche un collega. Da lui non mi aspettavo che dicesse: negli Stati Uniti si fanno stragi nelle scuole per noia, in Spagna si dà fuoco per noia a un clochard, qui si uccide per il paco, la droga a basso costo, il problema è l'aukento della violenza nel mondo. 

Anche lui, come altri che insistono a difendere l'indifendibile e a negare la realtà che pure hanno sotto gli occhi tutti i giorni, resta arroccato su posizioni illogiche. Perchè? Per vincere la paura dei giorni e delle notti a venire a Buenos Aires, probabilmente.

Il livello del crimine in America Latina ha una storia totalmente differente da quella americana o da quella russa o da quella europea. Negli Stati Uniti le armi vengono vendute con i panini da Mc Donald, in Argentina ho visto cartelli nelle metropolitane contro l'uso delle armi e la pericolosità di tenerle in casa.  A Buenos Aires si possono trovare armi da comprare ma il governo non incentiva l'acquisto e chi le detiene compie un reato (come da noi).

I nostri drogati di eroina degli anni '70-80 rubavano ma non sparavano in faccia alla gente per la droga. Gli attuali consumatori di cocaina, i giovani e i giovanissimi, non aggrediscono a colpi di fucile per una dose.  Le aggressioni e le sparatorie non sono così frequenti al di fuori della criminalità organizzata nemmeno se si è in crisi d'astinenza.

Uno degli episodi che mi aveva colptio di più è avvenuto pochi giorni prima che partissi per Buenos Aires, nel barrio di Barracas: un autista ha perso un dito della mano per aver rifiutato di cedere il portafogli con 50 pesos a un gruppo di ragazzi, probabilmente drogati.

L'aggressione cui ho assistito alla Boca è stata particolarmente violenta perchè la ragazza rifiutava di cedere la borsa. E' stata trascinata a terra e picchiata e anche il fidanzato di lei è stato picchiato e preso a calci. Erano due argentini a passeggio il sabato pomeriggio vicino a Caminito. Ovvio che non avrebbero potuto avere molti soldi da spendere, eppure sono stati scelti come vittime anche se non erano turisti imbecilli con una borsa a penzoloni nella mano e la telecamera nell'altra.

L'aggressione criminale ha un fondo di disumanità, di disprezzo della vita umana, una sorta di occhio per occhio dente per dente. Una voglia di rivalersi sulla vittima del momento dove la rapina è solo una scusa perchè la vera volontà è fare del male a chi ha di più, chi ostenta di più, chi osa farsi sberleffi di loro, i derelitti. Che non sempre sono poveri o ai margini della società. A volte ci si mettono da soli ai margini e intanto Renata l'italiana che poteva vivere bene in Italia, ha pagato con la vita il suo amore per l'Argentina di cui conosceva esattamente ogni vena diabolica.

 
 
 

I bambini dicono la verità

Post n°386 pubblicato il 19 Novembre 2009 da malenamil

Poco tempo fa su un giornale c'era una pagina intera su come fare a cambiare vita, riuscendo a spendere poco e lavorare di meno. A parte il fatto che il poco non era poco e quindi l'articolo si rivolgeva a classe sociale medio-alta che doveva solo dimezzare mega-entrate, la cosa più interessante dell'articolo era il concetto dell'attesa per preparare la fuga. Imparare a spendere poco per vivere con poco, questo è il vero piano di fuga. Chi vuole restare può sempre sognare e spendere per continuare a sognare. 

A un certo momento della vita, non importa l'età o la classe sociale, scatta qualcosa dentro. Una certa insofferenza che prima era leggera e poi sempre più forte e ogni volta che si tornava da un viaggio aumentava.  Capita più spesso alle persone sole e a quelle che restano sole perchè non sentono intorno a loro la vita, ma capita anche a chi si sente spaesato a casa sua senza una ragione apparente.

Si può viaggiare molto o riempirsi di cose da fare per colmare l'insofferenza.

Al prossimo distacco fisico però si ricomincia. Oggi un collega mi ha raccontato una cosa curiosa. Sei anni fa è andato in Argentina in viaggio di nozze: uff, ci ho messo un sacco di tempo a rientrare coi piedi e la testa in Italia.

Non balla tango, è felicemente sposato, ha un buon lavoro e vive in una città comoda.

La psicanalisi ha insegnato a guardarsi dentro e stasera mi chiedo se non sia il caso di guardare fuori.

Fuori vedo Ezequiel seduto al tavolo fatto di ruote di carro del conventillo di Caminito che mi racconta la sua vita e io che gli chiedo: cosa posso fare? E lui: niente. Lui che parla di quello che non ha e io che gli chiedo cosa posso fare perchè l'abbia. E lui che risponde: niente. Ezequiel ha 13 anni e l'anno scorso mi pareva falso come Giuda e astuto come una volpe. Quest'anno mi è parso un bambino che spiega perchè glielo chiedo, e non chiede perchè sa che non serve a niente.

Ezequiel ha capito perfettamente che io ho scelto di tornare in Italia.

 

 
 
 

Il benessere e il malessere

Post n°385 pubblicato il 15 Novembre 2009 da malenamil

Stavo aspettando il treno in una stazione senza capostazione e senza biglietteria. C'era un ragazzino biondo che fumava una sigaretta seduto da solo su uno scalino addossato al muro. C'erano due donne romene che mi hanno chiesto una sigaretta e c'era una nebbiolina umida, fastidiosa e tetra. C'era silenzio, il sabato pomeriggio, e nessun bar aperto e nessuna persona in giro. Ero digiuno da dieci ore e non c'era nessuno che vendesse un panino. C'era l'attesa del treno che non arrivava mai, nell'unico binario che si dividono quelli che vanno da un lato e quelli dall'altro e nessun luogo dove vanno è un luogo ameno. Avevo appena visto due corpi stesi sulla terra di un bosco, in riva al lago, e avevo pensato che il lago è bello quando c'è il sole e non la nebbia. Ero corsa verso la stradina che portava a quel bosco quando un gruppo di uomini con gli occhi sbarrati mi ha raccontato che ha visto cadere l'elicottero, un minuto prima. I miei piedi volavano come due mesi fa alla Boca e Maximiliano mi tratteneva.. non andare, è pericoloso. Vamos, vamos. E io ero andata lo stesso dalla ragazza distesa a terra, lasciando la sua stretta.

Avevo paura alla Boca di Buenos Aires e non ho ce l'ho in Italia. Ma no so nuotare nel lago sprofondato nella nebbia e non so nuotare nemmeno nel mare cristallino al largo dove vedevo, lontano dalla mia sponda, ma vicino all'altra, bolle galleggianti e contavo i minuti passare. Sono arrivati poliziotti, carabinieri, vigili del fuoco, soccorritori del 118. Guardavano il lago e i suoi gorgoglii. Un lago senza confne tra acqua e cielo, grigio come il passaggio tra la vita e la morte. A un certo punto, venti minuti dopo, è arrivato un canotto dei vigili del fuoco ed è stato gonfiato a mano. La camionetta l'ha immerso in acqua con sette manovre e a un certo punto uno dei signori che stavano lì a guardare con la faccia scura e le mani in tasca per il freddo ha alzato la voce nel silenzio: andateneve a casa.

Ero appena stata per ore davanti alla casa di una donna cui hanno tolto la vita e le mani. Ho visto le sue mutande appese al filo, l'ultima sua intimità violata in un pomeriggio novembrino nella zona del benessere, delle villette, dei ministri , degli assessori e dei sindaci leghisti, delle ronde per la sicurezza e degli affari ventennali della l''ndrangheta. Dei morti ammazzati per gioco e per noia, per vendetta e per soldi.

Un signore anziano è corso su per il viottolo del bosco in riva al lago con la faccia rossa e mi ha gridato addosso: ha chiesto aiuto, ha chiesto aiuto!

Li hanno stesi sul prato bagnato, il pilota e l'imprenditore, e li hanno coperti con un telo bianco.

 

 
 
 

Meglio le emozioni di niente

Post n°384 pubblicato il 13 Novembre 2009 da malenamil

Un mese dopo il mio rientro da Buenos Aires non riesco a rientrare in Italia.  E' che la mia vita qui stava sfumando anche prima e anche prima di partire sapevo di non lasciare qualcoa che mi avrebbe dato la voglia di ritornare.

Non è tutto bello a Buenos Aires. E' una città dove si fatica a vivere, dove si ha paura dei furti, delle rapine e delle aggressioni. E' una città sporca, inquinata, rumorosa. Molti argentini sono affabili e gentili, altrettanti sono maleducati ed egoisti e forse non ti aiuterebbero mai esattamente come fanno gli italiani se sei in difficoltà. La politica è insopportabile tanto quanto la nostra, la morale è immorale, le contraddizioni sono talmente evidenti che ti ricordano costantemente che sei in Sudamerica e non in Europa. Spostarsi in città è faticoso e in confronto i nostri mezzi pubblici e le vie di comunicazione sono una meraviglia. I treni sono impraticabili, gli scioperi ti costringono a cambaire programmi in continuazione, cambiare un biglietto aereo è un'impresa che ti fa perdere un giorno intero. L'acqua del Rio della Plata ha un colore marrone inguardabile per noi abituati a certi azzurri intensi e cristallini. Il cibo è sempre lo stesso anche se te lo cucini da solo. Gli uomini infastidiscono le donne ovunque e le donne sono definite isteriche perchè non sanno quello che vogliono. La povertà ti stringe lo stomaco, i bambini ti spezzano il cuore, il senso di impotenza che ti prende è talmente profondo da farti piangere. Nel tango i codici sono faticosi e antichi e ti costringono a un'attenzione continua. A Buenos Aires non ci si rilassa mai. La città è diventata cara nonostante il cambio favorevole dandoti sempre l'impressione di poter spendere quello che vuoi e a conti fatti ti inganna come una sirena.   Il clima è ballerino, ora freddo ora troppo caldo e non sai mai come vestirti. Le connessioni internet fanno letteralmente schifo.  Non sei libero di girare con una cinepresa o una macchina fotografica al collo, non sei libero di andare dove vuoi di notte nemmeno col taxi perchè a volte persino il tassista ti importuna. E gli argentini hanno una capacità incredibile di raccontarti violenze allucinanti subite che alla fine temi addirittura di ritenerle normali e di non scioccarti più. Il senso di disagio che si prova a Buenos Aires, ingannati dall'italianità imperante, è decisamente più forte di quello che si prova qui. E le menzogne stendono veli sull'incapacità d comunicare profondamente e umanamente. La forma non manca mai, ma la sostanza fatichi a trovarla. L'amore lo vedi e lo respiri ovunque ma ti lascia sempre il dubbio  che sia a tempo, come gli alberghi a ore di cui è piena la città. L'invidia per l'Europa ti fa sospettare anche degli amici e non riesci mai a pensare che qualcuno sia sincero con te.

Eppure io non riesco a tornare da lì. E' lì il mio pensiero, lì la mia anima, lì il mio amore, lì il mio dolore e la mia gioia. Sono lì le mie più belle risate, lì le mie lacrime più ricche di significato, lì i miei abbracci più caldi, lì i miei occhi più curiosi, lì la mia vera identità. Lì io mi sento quella che sono.

Drammi, inquietudini, contraddizioni, nostalgie, gioia e dolore.  Buenos Aires ci somiglia profondamente, è la parte più vera di noi, che ci piaccia o no.

La razionalità mi fa dire che non ci vivrei, e ancora la razionalità mi fa dire che è meglio vivere di emozioni piuttosto del niente.

 
 
 

Talenti annegati nell'alcol - los alcolicos del tango

Post n°382 pubblicato il 07 Novembre 2009 da malenamil

La depressione c'era già prima, prima di ballare tango. La voglia di cancellarla con una dipendenza c'era già prima, prima di ballare tango.

Mi si spezza il cuore al vedere certi talenti argentini rovinarsi con le proprie mani che impugnano la bottiglia come un'arma mortale. Il loro viso si rovina, si ingrossa il ventre, cambia repentino l'umore. La loro vita vuelve en drama.

Quando ballano li vedi innamorati e un attimo dopo già non sanno più come fare a sostenere il peso di questo amore che dà responsabilità di coppia, di pubblico, di vita futura.

Quando insegnano li vedi innamorati ancora  e da questo amore che azzera la fatica, ne ricevono soldi mai visti prima per comprarsi cose mai avute prima. Ricevono  applausi per essere ballerini quando i loro genitori e i loro insegnanti o i loro vicini di barrio non li consideravano che pibe senza oro.  Noi li vediamo abili e loro vedono se stessi saltimbanchi. Noi siamo certi del loro passato normale e spesso il passato di un argentino è qualcosa che noi non riusciamo neppure a immaginare.

Li chiamano in Europa senza sapere neppure chi sono. Ma loro sì, loro sanno chi sono. Il curriculum a noi dice tutto, in Argentina non dice niente. Chi vale lo si vede a occhio nudo, di giorno e di notte, nei giorni e nelle notti a venire.

Mentre seducono per raggiungere alte vette, vivono notti di alcool e chiacchiere vuote, sguardi vuoti e amici fasulli. Si misurano con chi è arrivato in alto e sanno fare solo quello: ballare tango, mettersi in mostra, offrire i loro servigi in cambio di qualcosa con molto valore aggiunto, affetto e gloria compresi.

Questi grandi idoli creati ad immagine e somiglianza europea, sono l'espressione di una Buenos Aires che tira l'alba non facendo nulla. Che dorme fino alle 2 del pomeriggio e attende sera per riubriacarsi di ombre e sogni di gloria.

La loro depressione si confonde con la tristezza del tango, i loro gesti si scambiano per profondità dell'anima e buona educazione, le loro parole in una lingua armoniosa risuonano perfette. Finchè non leggi una loro mail o ascolti un trito e ritrito discorso sulla nascita del tango.  Il loro corpo apparentemente regalato in un abbraccio caldo è inchiodato alla croce del loro passato torbido. Torbida la birra che bevono, torbide le parole che escono dai loro corpi fragili e impauriti da un'identità che ancora van buscando

Me despido, ha lasciato scritto, il tango me vuelve alcolico.

 
 
 

Hasta luego Buenos Aires

Post n°381 pubblicato il 29 Ottobre 2009 da malenamil
 

Arrivederci Buenos Aires

 
 
 

Addii

Post n°380 pubblicato il 27 Ottobre 2009 da malenamil

La despedida, i saluti della partenza per me, che vivo in Italia, hanno un tempo infinito. Cominciano tre giorni prima e non finiscono più. Vado da Marco, alla milonga Maldita. Sono già sospesa nell'aria ventosa di Buenos Aires nè qui nè lì, quasi senza corpo. Mi sento un'emigrante che non ha luogo e di colpo non ha i piedi su nessuna terra. Quello che mi lega qui, quello che mi lega lì. Il vento è così diverso stasera. L'abbraccio di Marco è un ritorno indietro nel tempo, i primi tempi a Buenos Aires quando tutto mi pareva fantastico e terribile, desiderato e respinto, pauroso e insopportabile. L'abbraccio di Marco mi acquieta e colma la distanza del passato. Alejandro appare nel buio ai piedi della scalinata e dice parole senza senso. Ecco, questa è la Buenos Aires della notte con i suoi personaggi disfatti che tendono tranelli con voce musicale e occhi disperati. Me despido de vos, del amor, del miedo, del dolor. Me ne vado dove il vento non mi trascini via nella notte dimenticando che ho una vita altrove.

Non vado dai miei ragazzi. Ci penso, cammino intorno alla fermata del collettivo. Ezequiel mi ha confessato con voce piccola che la sua famiglia è distrutta e lui non riesce a sopravvivere e lo deve fare per tutti, anche per gli zii e i cugini. Mi ha raccontato che quando era piccolo lo portavano all'ospedale perchè era denutrito da morirne. Si fa così in Argentina. I bambini poveri a un certo punto arrivano lì, entrano, li ricoverano, li tirano su con medicine, flebo, pappine. Li rimettono in piedi di qualche chilo e si ricomincia. Ezequiel mi ha detto: no, io non ti lascerò anche quando avrò 14 anni. Maximiliano mi ha detto ti amo e poi mi ha lasciata prima di compierli. Così ho incontrato i baci di Josè nella calle Corrientes e la rosa di Alejandro in plaza Dorrego.

Non vado dai miei ragazzi. I miei ragazzi sono persi nella delinquenza dell'isla Maceil, nel torpore mafioso della non vita, nei colpi di pistola della morte annunciata. Solo Ezequiel esce ancora dall'isola, Maxi ci è rientrato per non uscirne mai più. Ha compiuto 14 anni.

Addio Milena, mia tenera e coraggiosa bambina. Mia bellissima e dolce cucciolina che cresce anno dopo anno. Addio Patricia, il tuo abbraccio mi trapassa il petto, stavolta lo sento che non riesci a farti una risata delle tue.

Addio Javier, la tua mano che sfiora la mia, ci vediamo l'anno prossimo, è un film d'altri tempi. Al posto della banchina del treno c'è la scalinata della milonga e io non ho il fazzoletto e tu hai occhi troppo tristi anche per baciarli.

Addio camerieri gentili, addio voci cantalenanti, addio medialunas e parillas succulente.

Addio tango che sei solo qui e in nessun altro luogo. Addio onda che trascina, addio cielo basso e infinito.

Addio Calle Corrientes con le tue luci colorate della notte, addio Obelisco che sfavilli bianco nel mezzo.

Addio mia amata Buenos Aires.

Al controllo del passaporto il poliziotto mi guarda e capisce. Non c'è nemmeno bisogno di spiegare cosa lascio qui, chi lascio qui. Mi consola e forse vorrebbe abbracciarmi anche lui, se potesse farlo: la esperamos, que vuelva pronto

 
 
 

Guardo e vedo

Post n°379 pubblicato il 27 Ottobre 2009 da malenamil

Guardo occhi chiusi e  braccia delicate lungo la spalla, guardo inviti silenziosi e aspettative altrettanto silenziose, guardo la tenda rossa che si apre per vedere chi c'è stasera, guardo gambe accavallate e vestiti neri di pizzo, guardo piedi che sorvolano la pista, guardo occhi stretti in un sorriso celato, guardo piccole chiacchiere, sussurri, moine. Guardo gli occhi di lei che si illuminano alla chiamata, quelli di lui che si illuminano alla risposta affermativa, guardo la musica che gira in tondo, serena, armoniosa, e tutto fluisce lento, in un tempo lontano, quasi fermo.

Vedo dentro le mani che si tengono non troppo strette la vita di ognuno, vedo il dolore dimenticato dentro il giro di valzer, vedo la voglia di stare insieme, questi tre minuti, insieme pivotear, insieme respirar, insieme consegnarsi corpo a corpo, stretti ma non troppo, vicini quanto basta, faccia contro faccia, sorriso contro sorriso, occhi chiusi contro occhi bassi. Vedo la pista sollevarsi verso il cielo, la vedo uscire dalla rete nascosta delle milonghe portene. Fuori il rumore, il collettivo che frena e sbuffa, la gente che aspetta in coda. Dentro questa musica lieve, amica e amata. Me voy un ratito alla milonga a vedere  Buenos Aires che vive un'altra vita da più di cento anni.

 
 
 

Il tamburo del cuore

Post n°378 pubblicato il 24 Ottobre 2009 da malenamil

Lo sguardo fugge via dai tamburi che suonano alla domenica pomeriggio al parque Centenario. Man mano che fanno il giro del parco è il battito del cuore a modificarsi senza che quasi ci sia accorga. Non ci si accorge neppure di avere il sorriso sulle labbra e i pori aperti a ricevere le sensazioni. I tamburi entrano sotto, i loro colpi ritmici ti gettano in un'epoca ancestrale. Sono uruguayani e suonano per festeggiare la domenica di libertà, così come a Montevideo si usava fare a metà ottocento e anche dopo, quando i negri, domestici nelle case dei ricchi, si ritrovavano per fare festa tutti insieme nelle strade. Suoni d'Africa, suoni di liberazione, suoni liberatori. C'è orgoglio e fierezza anche nei ragazzi, e nelle tante ragazze, che suonano con una bravura spettacolare. Io li vedo per la prima volta ma chi va tutte le domeniche al parco di Caballito solo per vederli passare me lo rivela con altrettanto orgoglio: sono tutti gruppi bravissimi, più d'uno, tutti di suonatori straordinari. Le donne, che ballano davanti ai suonatori, sono giovani ragazze e ti aspetteresti i neri, a ma i neri non ci sono più e la tradizione continua coi bianchi e i giovani, ablissimi suonatori di ritmi da coscienza collettiva.

Nel suono del candombe cerco il ritmo della milonga e non lo sento. Nè vedo movenze che ad essa possano assomigliare. Mi colpisce, soprattutto, questa potenza che ha il ritmo del cuore e del sangue. Nè più veloce, nè più lento. Dopo mezz'ora di ascolto, ti senti più libero e leggero, come se tutta la sporcizia sia uscita dalle vene.

 
 
 

Tocà candombe

Post n°377 pubblicato il 24 Ottobre 2009 da malenamil
 

Candombe

 
 
 

Se la rapina fa spettacolo

Post n°376 pubblicato il 24 Ottobre 2009 da malenamil

Pioveva piuttosto forte quando sono entrata nel mercato pubblico di fine secolo di Primera Junta, la piazza che rappresenta il vero centro geografico di Buenos Aires. Caballito, con la sua Rivadavia di 9000 numeri è considerato un barrio-non barrio, un po' borghese e un po' proletario, un po' antico e un po' moderno, un po' residenziale e un po' plebeo. Primera Junta, fermata del subte, è la piazzetta dove c'è il simbolo di Caballito, una veleta con cavallo che, si dice, era su una pulperia e da lì nacque il nome. La veletta col cavallino non c'è, spostata chissà dove, è rimasta l'asta vuota.

All'uscita dal mercato di carne e pesce continua a piovere. Vedo due furgoni delle televisioni e mi avvicino per chiedere ai colleghi argentini cos'è successo. Hanno appena rapinato un ragazzo e loro sono già qui. Caspita, meglio di noi italiani, penso, qui sono veramente sulla notizia. Il fatto in realtà è stato poco cruento ma molto curioso. Il ragazzo appena rapinato ha 25 anni, è vestito coi jeans, un giacchettino da pochi pesos, l'aria dimessa ed è pure bassino. Per conto di una radio cittadina era fermo sul mariciapiede all'angolo della piazza e regalava ai passanti delle spillette di pubblicità appunto della radio per cui lavora. Sono passati due in moto, l'hanno affiancato e intimato: dacci tutto quello che hai, o ti spariamo. La pistola non gliel'hanno mostrata ma lui ha subito consegnato il cellulare e i pochi soldi che aveva con sè. Poi ha offerto in diretta la notizia alla sua radio. Sulla frequenza della radio c'era anche il canale televisivo che ha sentito la notizia ed è corsa lì ad intervistarlo. Molta altra gente, sentendo radio o tv sapeva del fatto accaduto, in fondo una che delle tante rapine che avvengono ogni giorno  a Buenos Aires, ma stavolta la notizia era lui: il giornalista ragazzino un po' straccione, così come ha commentato il collega in diretta pur di stabilire che, avete visto, capita a tutti, anche a chi non ha un puto peso.  Il ragazzino, sorridente a fatica, ha ammesso nel microfono: è la decima volta che mi rapinano. Sembra proprio un barbone, hanno pure commentato i testimoni facendo sì con la testa, e forse hanno ragione: alla decima volta che ti portano via tutto e sei un lavoratore precario, barbone lo diventi per forza.

 
 
 

Rapina in diretta

Post n°375 pubblicato il 24 Ottobre 2009 da malenamil
 

Rapina e show

 
 
 

Il cieco

Post n°374 pubblicato il 23 Ottobre 2009 da malenamil

Un ragazzo cieco, forse dalla nascita, entra in metropolitana. Ha un bastone per farsi strada nella carrozza semivuota della tarda mattinata. Vende un paio di calze e lo annuncia con enfasi come tutti i venditori. Attori nati che da noi farebbero un successone in tv. Nessuno compra nè si muove e lui resta fermo un po', poi si dirige verso la fine della carrozza e si appoggia con la faccia allo stipite di legno, cioè voltando le spalle a tutti, e lì resta. Tutti lo guardano con aria compassionevole e preoccupata. Un signore a un certo punto si alza e gli tocca il braccio: chico, sei contro un muro, qui la carrozza finisce. Silenzio. Si alza un altro signore e la scena si ripete. Mi muovo anch'io mentre stanno aprendo le porte e siamo quasi al capolinea: ti aiuto a scendere, vieni, gli dico toccandogli il braccio. Tutto tace. Una ragazza che osservava la scena dall'inizio, di fronte agli sforzi inutili di passeggeri ormai in stato d'ansia, annuncia a voce alta: non è solo cieco, è anche sordo.

 
 
 

Ernestino

Post n°373 pubblicato il 22 Ottobre 2009 da malenamil
 

Hasta siempre comandante!

 
 
 

A casa di Che Guevara

Post n°372 pubblicato il 22 Ottobre 2009 da malenamil

Mi è venuto da piangere al sentire Santa Clara, la canzone che cantavo durante i cortei della metà degli anni '70. Che Guevara era morto e sepolto, Cuba era un mito delle nuove generazioni cui facevo parte e tutti noi sognavamo un mondo migliore. A dirla tutta, io sognavo di andare a vivere in America Latina e fare la maestra elementare dei poveri e guarda un po' se la vita alla fine non mi ha portato dai ragazzi poveri dell'America Latina.  La casa di Che Guevara bambino e adolescente è ad Alta Gracia, venti chilometri da Cordoba. E' una giornata calda, con un odore di terra secca e aspra nell'aria, il clima asciutto che il piccolo Ernesto doveva respirare per combattere la sua asma. Qui l'avevano portato i suoi genitori da Rosario, dov'era nato, per aiutarlo a guarire. Natalia ed io prendiamo il bus che ci porta  in questo delizioso paesino semi-deserto, dove in giro si vedono seicento e case basse degli anni '40, vicino a case moderne, ma tutte villette con giardino, come se fossimo negli Stati Uniti.  La casa di Ernestino, così come lo chiamava la sua tata, si riconosce dal grande manifesto di lui adulto, icona ben nota a tutti, e da lui ragazzino, seduto con le gambe ciondolanti sul parapetto della casa. Dentro è un museo di fotografie che non avevo mai visto prima. Ci sono i suoi fratelli, i suoi genitori, lui ragazzino. C'è la sua storia bella e tragica, dalla Poderosa al corpo sul legno duro della scuola in Bolivia dove è stato ucciso. Due documentari mostrano i video girati dal padre negli anni '40. Ascolto parole che per la prima volta mi sembra di udire. Il mito che tutti abbiamo conosciuto in qualche modo, è per me oggi una persona. Neppure il film "I diari della motocicletta" mi aveva presentato un Ernesto Guevara detto il Che, con un volto così umano. Che sia stato contestato e idolatrato senza saperne alla fine molto, è una delle leggi della lontananza. Lontani da un paese (l'America Latina), lontani da un'epoca (gli anni '60) che hanno iniziato a scombussolare il mondo intero. E che, per me, saranno irripetibili. Da Cuba alla Bolivia per liberare l'America Latina, dice la voce narrante del documentario, lasciando il simbolo Santa Clara a un uomo di potere come era Fidel Castro. E si è ritrovato con 18 guerriglieri e pallottole nel corpo.

La casa di Che Guevara è altamente simbolica, per chi legge altri simboli nelle cose che vede: qui lui studiava da medico, qui lui ha cominciato a pensare (attaccatissimo alla madre) ad aiutare i poveri. Qui, Ernestino era un ragazzino che avrebbe potuto vivere bene, in una famiglia borghese, e invece ha seguito i rumori dell'inquietudine interiore che altro non è se non la voglia di conoscere.  Stando fermi non si conosce niente.

 

 
 
 

Cafè con nostalgia

Post n°371 pubblicato il 21 Ottobre 2009 da malenamil

Bar di Boedo

 
 
 

El ultimo aplauso

Post n°370 pubblicato il 20 Ottobre 2009 da malenamil
 

Bar del Chino: l'ultimo applauso

 
 
 

L'ultimo applauso

Post n°369 pubblicato il 20 Ottobre 2009 da malenamil

Abbiamo una bambina in auto e l'auto è pure scalcagnata. Sono le tre di notte e ci siamo completamente perse nel barrio di Pompeya, al confine col puente Alsina e con una delle villa miseria di Buenos Aires. Milena vuole andare a casa ma Patricia no, ha deciso che vuole vedere il bar del Chino. Se non fosse che a Patricia voglio un sacco di bene, quella notte l'avrei strangolata quando ha detto, sempre con quel tono normale di chi ti sta dicendo oggi ho mangiato frittata: potrebbero anche mettersi in quattro o cinque davanti all'auto. Milena, sul sedile di dietro, imbaccuccata nel suo montgomery che si stringe di più al collo quando ha paura, chiedeva per favore di andare a dormire e Patricia, sua mamma, aveva deciso d vivere un'avventura portena. Se non fosse che adoro il suo spirito d'avventura che supera di gran lunga il mio (credevo fossse impossibile..) avrei detto a sua figlia di metterle le mani al collo e stringere per farla fermare.

Mi piaceva da morire avere quel brivido di paura nella notte. Abbiamo visto facce brutte, persone strane e gruppi fuori da un boliche e crepare che ci fosse un poliziotto. Crepare anche che trovassimo la via del bar del Chino. Lei ci voleva andare per rivederlo dopo anni. Adesso è cambiato, i cantanti di allora ci vanno come ospiti, il Chino  è morto e sulla gloriosa storia di questo bar di tango ci hanno fatto un film.

Io non so come mai il bar del Chino sia sempre pieno di gente ad ogni spettacolo visto il luogo in cui si trova. Io avrei avuto paura ad andarci anche in taxi e forse l'avrebbe avuta anche il tassista, ma gli argentini (e anche i turisti) quando hanno deciso di mangiare bene, vedere un bello spettacolo e sentire delle belle voci cantare ci vanno e basta.

Finalmente l'abbiamo trovato, in una via deserta e con venti centimetri d'acqua al lato marciapiede, che a scendere dall'auto ho dovuto fare un salto per non finirci dentro. Stavano chiudendo, lo spettacolo era finito, gli ultmi rimasti erano i cantanti e gli affezionati. Siamo entrate, noi tre, e io ho tirato fuori subito la macchina fotografica. Mi si sono avvicinati in quattro o cinque, salutandomi come fossi una di famiglia andata a trovarli.  La cantante mi ha chiesto di dov'ero sentendomi parlare: brasiliana? No, italiana. Mi si è buttata addosso e con le lacrime agli occhi mi stringeva forte da spezzarmi le ossa. Bella donna, un sorriso magnetico. Prendo quest'abbraccio inatteso e lei spiega: mio padre era italiano. Non è l'unica figlia di italiani a Buenos Aires ma tanto trasporto affettivo ancora non l'avevo visto. Forse era morto, forse era legatissima a lui. Sicuramente io ero uno strumento che faceva risuonare antichi abbracci. Tutti vogliono parlare con me, mostrarmi i quadri alle pareti, spiegarmi. Sono una piccola famiglia di barrio, a dispetto dei prezzi del locale che, rimodernato, mi sembra rovinato e troppo turistico e anonimo nonostante gli sforzi. Ai tempi del Chino era genuino, i suoi cent'anni li dimostrava tutti, i cantanti erano voci di barrio, voci di tango per amore del tango. Sulla parete c'è il manifesto del film uscito a luglio a Berlino. Ho avuto la fortuna di vederlo nei tre giorni che è stato proiettato, in lingua originale coi sottotitoli in tedesco. In quella sala, oltre a me e Laura, c'erano solo tedeschi. Ho pianto un'ora e mezza, da tanto mi ha commosso. Si capisce che qualcosa che scompare per sempre è da piangere.

Quando ho visto il manifesto del film, che non è mai uscito in Argentina pur essendo argentino (misteri delle case di priduzione e distribuzione) ho chiesto ai presenti (tutti uomini) di mettersi in posa facendo l'applauso. Non ci potevo credere: l'hanno fatto senza fiatare, felici di farmi piacere. Nessuno mi ha chiesto chi ero, nè dove sarebbe finita quella foto e io ci penso ancora al bar del Chino di quella notte, così diverso dai bar italiani. 

 

 

 
 
 

El Chino

Post n°368 pubblicato il 20 Ottobre 2009 da malenamil
 

Bar El Chino

 
 
 

Me enamorè de vos

Post n°367 pubblicato il 19 Ottobre 2009 da malenamil

Me enamorè de tus silencios, de tus palabras, de tu forma de mirarme. De la rosa que me compraste, luz roja en la noche de un bar en plaza Dorrego. Me enamorè de tu tristeza, de tu ser diferente, de tu ser nervioso. No sè porquè. Mi dijste no sè porque.

Me enamorè de tu piel, dulce como la miel, suave como la crema, negra como el chocolate.

Me enamorè de vos una noche de primavera en Buenos Aires

 
 
 
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LA DANZA DELL'UNIVERSO

"El tango es una danza poderosa porque es armònica con el movimiento del sistema en el que estamos inmersos. Es la danza de Shiva, la danza che le da forma al mundo y el mundo le da la forma a esa danza. Tiene todos los elementos: el hombre, la mujer, al yin y el yang, lo circular, el abrazo"

 

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MALENA, LUCIO DE MARE-HOMERO MANZI 1941

Malena canta el tango como ninguna
y en cada verso pone su corazón.
A yuyo del suburbio su voz perfuma,
Malena tiene pena de bandoneón.
Tal vez allá en la infancia su voz de alondra
tomó ese tono oscuro de callejón,
o acaso aquel romance que sólo nombra
cuando se pone triste con el alcohol.
Malena canta el tango con voz de sombra,
Malena tiene pena de bandoneón.

Tu canción
tiene el frío del último encuentro.
Tu canción
se hace amarga en la sal del recuerdo.
Yo no sé
si tu voz es la flor de una pena,
só1o sé que al rumor de tus tangos, Malena,
te siento más buena,
más buena que yo.

Tus ojos son oscuros como el olvido,
tus labios apretados como el rencor,
tus manos dos palomas que sienten frío,
tus venas tienen sangre de bandoneón.
Tus tangos son criaturas abandonadas
que cruzan sobre el barro del callejón,
cuando todas las puertas están cerradas
y ladran los fantasmas de la canción.
Malena canta el tango con voz quebrada,
Malena tiene pena de bandoneón.

 

EN LA CALLE

 

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