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Ascari: I Leoni d' Eritrea. Coraggio, Fedeltà, Onore. Tributo al Valore degli Ascari Eritrei.

 

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L'Ascaro del cimitero d'Asmara.

Sessant’anni fa gli avevano dato una divisa kaki, il moschetto ‘91, un tarbush rosso fiammante calcato in testa, tanto poco marziale da sembrare uscito dal magazzino di un trovarobe.
Ha giurato in nome di un’Italia che non esiste più, per un re che è ormai da un pezzo sui libri di storia. Ma non importa: perché la fedeltà è un nodo strano, contorto, indecifrabile. Adesso il vecchio Ghelssechidam è curvato dalla mano del tempo......

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†Gli ASCARI.

Post n°16 pubblicato il 30 Luglio 2008 da wrnzla
Foto di wrnzla

Gli ASCARI.

Gli ascari eritrei al servizio
dell’Italia nascono nel 1888 ad opera del generale Antonio Baldissera,
poi soprannominato dagli ascari ambesà (in lingua amarica leone; - il
leone è forse l’elemento più frequente nell’iconografia dei reparti
dell’A.O.I., rappresentato su cartoline e medaglie). Inizialmente
vengono arruolati soltanto 4 battaglioni, con forza media di circa 800
uomini, di cui 15 ufficiali italiani e 40 graduati indigeni. Il
battaglione è su quattro compagnie e la compagnia su 2 mezze compagnie
di 4 buluc ciascuna. Il buluc è un “plotone” di circa 25 uomini, unità
tattica minima. Sin dall’inizio si tende a conservare la terminologia
militare turca, retaggio del governo egiziano. I battaglioni sono per
breve periodo riuniti in reggimento; l’ordinamento reggimentale mal si
confà tuttavia alle truppe coloniali e si torna al battaglione come
massima unità base. Successivamente vengono arruolati altri quattro
battaglioni.
Gli ascari sono impegnati da subito nella difesa (e nel tempo
stesso nell’espansione) della colonia, in una serie di operazioni di
polizia e combattimenti di più vasta scala (campagne contro i Dervisci
nel 1890-1896, conquista del Tigrai, 1894-1896). Nei combattimenti gli
ascari, talora appoggiati dalle altre unità coloniali o da bande
irregolari, hanno quasi sempre ragione di avversari numericamente assai
superiori grazie alla disciplina, all’addestramento ed all’armamento.
Gli eventi precipitano nel 1894: l’attrito con gli Abissini per
il Tigrai porta il Negus Menelik, il cui potere era ormai consolidato
in tutta l'Etiopia, ad intraprendere un’offensiva generale contro la
colonia italiana, della quale vuole bloccare l’espansione. La campagna
culmina nei disastri dell’Amba Alagi e di Adua.
All’Amba Alagi, nel dicembre 1895, il maggiore Toselli dispone,
tra regolari (tra cui il IV battaglione al completo) e bande, di circa
1.800 uomini con 4 piccoli cannoni. Le sue forze sono decisamente
inferiori all’armata di ras Makonnen, ma gli sono stati annunciati
rinforzi: Il comando dispone successivamente il ripiegamento di Toselli
e lo spostamento dei rinforzi: inspiegabilmente, la modifica degli
ordini non gli giunge e Toselli si attesta a difesa. Attaccata all’alba
del 7 dicembre, la linea italiana cede verso il mezzogiorno; si tenta
di resistere con una retroguardia per permettere il deflusso dei
feriti, ma anche la retroguardia è travolta ed il maggiore è ucciso.
1.500 dei suoi uomini sono caduti, gli altri sono quasi tutti feriti ma
riescono ad arrivare al forte Macallé. Le perdite abissine sono stimate
intorno a 3000 uomini.
Ad Adua, il 1° marzo 1896, l’avanzata italiana, ordinata dal
governo per ragioni politiche di prestigio ed eseguita controvoglia dal
generale Baratieri che ha inizialmente optato per una strategia
difensiva di fronte a forze alquanto superiori, termina in un disastro
di proporzioni ancora maggiori. Manovrando in modo scoordinato a causa
della scarsa conoscenza del terreno, di false informazioni sul nemico e
di carte topografiche completamente errate, le brigate italiane sono
attaccate una dopo l’altra senza potersi vicendevolmente appoggiare e
vengono letteralmente sommerse dal numero dei nemici, una metà dei
quali si stima armata di fucili a retrocarica.
Le perdite sono di circa 6.300 caduti, circa 500 feriti e circa
1.900 prigionieri su una forza complessiva del corpo d’operazioni di
14.500 uomini, a fronte delle perdite abissine di circa 10.000 morti e
7.000 feriti su una forza complessiva effettivamente impiegata di circa
110.000 uomini (la forza totale a disposizione del Negus in seguito
alla chiamata alle armi è superiore). Gli ascari danno un pesante
tributo di sangue: circa 2.000 cadono sul campo; a circa 800 fatti
prigionieri il Negus vengono mozzate la mano destra ed il piede
sinistro, la punizione dei traditori. L’etnia dominante abissina
infatti considera l’Eritrea ed i suoi abitanti un proprio naturale
dominio: ancora un secolo dopo Adua gli Eritrei hanno dovuto combattere
una guerra sanguinosa per vedere riconosciuta dall’Etiopia
l’indipendenza del proprio paese.
Dopo la battaglia di Adua il generale Baldissera viene nuovamente
inviato in colonia per riorganizzare la difesa. Egli avanza con i
reparti a disposizione in attesa di rinforzi a ristabilire la frontiera
per intimidire il Negus e guadagnare tempo. Il Negus è tuttavia
preoccupato dal movimento italiano in quanto le scorte di viveri erano
già prossime all’esaurimento alla vigilia di Adua (ciò che gli Italiani
allora ignoravano) e le risorse delle terre occupate dal numeroso
esercito erano pure consumate. Come conseguenza vi furono morti per
carestia ed epidemie (problema frequente in guerra, ma non sempre
evidenziato nei testi storici; esempio ne sono diverse campagne
napoleoniche in Europa). I prigionieri italiani furono tuttavia sempre
nutriti in quanto possibile moneta di scambio. Con l’esercito ancora
numeroso (l’inviato italiano nel campo maggiore Salza stimava in base
al numero di tende la presenza di 70.000 guerrieri) ma affamato e
debilitato Menelik ed i ras non ritennero di poter fare fronte alle
truppe di Baldissera, che rinforzate, riequipaggiate, vettovagliate ed
ansiose di prendersi la rivincita avanzavano su Adigrat: gli Abissini,
che sull’onda dell’entusiasmo avevano intimato la resa ai presidi
italiani, si sottrassero dunque allo scontro. Infatti nella colonia
eritrea al 6 marzo l’esercito è forte di circa 26.000 uomini; al 4
maggio il totale è salito a 43.000 uomini, dei quali 4.900 ascari e
1200 armati delle bande.
Il disastro di Adua aveva provocato tuttavia la caduta del
governo Crispi: il nuovo governo Di Rudinì non volle correre rischi e
pertanto non approfittò della situazione favorevole per riprendere il
terreno perduto ed aprì trattative con il Negus, impedendo ulteriori
movimenti offensivi; Baldissera riferisce a Roma sulle trattative,
comportanti per un esito favorevole l’arretramento del confine della
colonia, ed evidenzia per contro la situazione favorevole alle armi
italiane. In un telegramma del 13 febbraio riporta che “vedesi viveri
dentro tende (del campo abissino) ma non abbondanti”; due settimane
dopo il Negus deve far eseguire le razzie sempre più lontano per
approvvigionarsi e deve promettere agli armati di spostare il campo in
un paese più ricco. Il governo firmò infine un trattato con Menelik
riconoscendo la piena indipendenza dell’Etiopia ed il vecchio confine
sulla linea Marem-Belesa. Il Negus rinunciava ad attaccare nuovamente
la Colonia, cosa che nel breve termine non gli era comunque possibile,
e di fatto aveva nella colonia una zona cuscinetto di fronte a
eventuali mire espansionistiche inglesi o francesi. Il generale
Baldissera, disilluso, lascerà per sempre l’Eritrea e con lui diversi
degli ufficiali che avevano contribuito alla creazione dei reparti
coloniali.
La campagna di Adua è un caso emblematico della controproducente
influenza politica sulla condotta di operazioni militari, una volta
iniziate le ostilità.
Il numero dei battaglioni eritrei aumentò negli anni successivi.
Nel 1910 in seguito a lotte intestine per il controllo dell’impero
etiopico 35.000 guerrieri abissini di ras Uoldeghirghis si avvicinarono
al confine. Fu ordinata la mobilitazione ma la colonia non fu
effettivamente minacciata.
Gli ascari furono impiegati in Africa settentrionale sino alla
fine degli anni ‘20 (sino ad 8 battaglioni contemporaneamente) nel
lungo periodo di conquista della Libia, che non potè dirsi completa
sino al 1931. La “ribellione” in Cirenaica fu in realtà l’ultimo
periodo di una continua resistenza delle tribù; dirà infatti un capo
senussita venuto a sottomettersi: “Non dire però che io ero ribelle
perché mai prima di oggi mi ero sottomesso al governo ed anzi l’ho
sempre combattuto”. I battaglioni eritrei ebbero tuttavia spesso una
parte non di primo piano in quanto il tipo di guerriglia presupponeva
l’impiego di reparti molto mobili.
I battaglioni eritrei presero parte all’invasione dell’Abissinia
per un totale di battaglioni inquadrati in due divisioni eritree.
La prima divisione eritrea si distinse nella battaglia dell’Ascianghi.
In seguito alla conquista dell’Etiopia furono arruolati altri
battaglioni, non solo tra gli eritrei ma anche tra le popolazioni delle
terre conquistate. Il problema principale nell’organizzazione dei nuovi
reparti fu l’ignoranza da parte di molti ufficiali italiani di lingua
ed usi degli uomini che venivano a comandare, e di quadri affidabili.
Pertanto come graduati (ed in minor misura come uomini di truppa)
furono spesso utilizzati in battaglioni galla e di altre etnie veterani
dei battaglioni eritrei.
La gerarchia dei battaglioni nella versione definitiva
comprendeva il uachil (appuntato), il muntaz (caporale), il buluc-basci
ed il buluc-basci capo (sergenti), lo scium-basci e lo scium-basci capo
(marescialli).
L’organizzazione definitiva dei battaglioni coloniali comprendeva:

- 1 compagnia comando, su un plotone comando, un plotone servizi ed un plotone salmerie

- 3 compagnie fucilieri, ciascuna su 2 mezze compagnie di 3 buluc

- 1 compagnia mitraglieri, su tre plotoni di tre squadre (9 mitragliatrici)

La forza complessiva teorica era di poco superiore ai 1000 uomini:
ma i battaglioni nella maggior parte dei casi non raggiungevano tale
forza.
Nel secondo conflitto mondiale gli ascari eritrei dettero prova
di grande abnegazione e resistenza. Abituati a combattere avversari
che, come loro, erano prevalentemente appiedati ed armati di fucili e
mitragliatrici, si trovarono in difficoltà di fronte a mezzi corazzati
e reparti meccanizzati, bombardamenti di artiglieria prolungati ed
attacchi aerei.
Di fronte al fuoco di armi leggere non esitavano ad avanzare allo
scoperto ed avvicinarsi per lo scontro all’arma bianca. Scrisse un alto
ufficiale in un rapporto dopo la conquista della Somalia britannica:
“Le forti perdite sono da attribuirsi alla deficienza di condotta.
(...) Quando si tratta di rischiare la pelle sono ammirevoli. Ma quando
si tratta di ragionare, sfruttare il terreno
Le diserzioni tuttavia furono complessivamente poche e si
verificarono alla fine della campagna, quando il crollo dell’Impero era
evidente e gli ascari si preoccupavano di raggiungere i propri villaggi
per difendere le famiglie dalle rappresaglie degli abissini. Dove gli
ascari potevano giovarsi del terreno ed affrontare gli inglesi fanteria
contro fanteria, come nella difesa di Cheren, contennero a lungo il
nemico eseguendo a fianco di granatieri, bersaglieri ed alpini numerosi
contrattacchi alla baionetta.
A titolo di esempio del comportamento degli ascari eritrei si
cita uno dei più vecchi battaglioni, il IV° “Toselli”, ricostituito
dopo il disastro dell’Amba Alagi.
Inquadrato nella prima divisione eritrea durante la battaglia dell’Ascianghi
Il battaglione nel 1940 faceva parte della brigata Lorenzini.
Durante la Battaglia di Agordat (), in assenza degli ufficiali
italiani, i sottufficiali eritrei organizzano un contrattacco, coronato
da successo, contro la per liberare una banda irregolare che, isolata,
stava per essere travolta. Il battaglione ripiegò su Cheren dove
costituì la riserva. La notte tra il la fanteria indiana riuscì a
sbucare nella piana di Cheren. Gli ascari del IV°, con la cavalleria
eritrea ed altri reparti, furono destinati al contrattacco. Secondo una
testimonianza gli ascari svolsero la fascia distintiva nera e la
avvolsero intorno ai fucili “per bagnarla del sangue dei nemici”. Il
contrattacco alla baionetta, coordinato con gli altri reparti, ebbe
pieno successo e prolungò la resistenza di Cheren.


 
 
 
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- Perchè viva il ricordo degli Ascari d'Eritrea caduti per l'Italia in terra d'Africa.
- Due Medaglie d'Oro al Valor Militare alla bandiera al corpo Truppe Indigene d'Eritrea.
- Due Medaglie d'Oro al Valor Militare al gagliardetto dei IV Battaglione Eritreo Toselli.

 

 

Mohammed Ibrahim Farag

Medaglia d'oro al Valor Militare alla Memoria.

Unatù Endisciau 

Medaglia d'oro al Valor Militare alla Memoria.

 

QUESTA » LA MIA STORIA

.... Racconterà di un tempo.... forse per pochi anni, forse per pochi mesi o pochi giorni, fosse stato anche per pochi istanti in cui noi, italiani ed eritrei, fummo fratelli. .....perchè CORAGGIO, FEDELTA' e ONORE più dei legami di sangue affratellano.....
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A DETTA DEGLI ASCARI....

...Dunque tu vuoi essere ascari, o figlio, ed io ti dico che tutto, per l'ascari, è lo Zabet, l'ufficiale.
Lo zabet inglese sa il coraggio e la giustizia, non disturba le donne e ti tratta come un cavallo.
Lo zabet turco sa il coraggio, non sa la giustizia, disturba le donne e ti tratta come un somaro.
Lo zabet egiziano non sa il coraggio e neppure la giustizia, disturba le donne e ti tratta come un capretto da macello.
Lo zabet italiano sa il coraggio e la giustizia, qualche volta disturba le donne e ti tratta come un uomo...."

(da Ascari K7 - Paolo Caccia Dominioni)

 
 
 
 

 
 
 
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