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Ascari: I Leoni d' Eritrea. Coraggio, Fedeltà, Onore. Tributo al Valore degli Ascari Eritrei.

 

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L'Ascaro del cimitero d'Asmara.

Sessant’anni fa gli avevano dato una divisa kaki, il moschetto ‘91, un tarbush rosso fiammante calcato in testa, tanto poco marziale da sembrare uscito dal magazzino di un trovarobe.
Ha giurato in nome di un’Italia che non esiste più, per un re che è ormai da un pezzo sui libri di storia. Ma non importa: perché la fedeltà è un nodo strano, contorto, indecifrabile. Adesso il vecchio Ghelssechidam è curvato dalla mano del tempo......

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« Storia. Anni 1852-1885. ...Messaggio #43 »

Storia. Anni 1852-1885. Parte seconda.

Post n°42 pubblicato il 11 Agosto 2008 da wrnzla

Fonte Testi: Cronologia.Leonardo.it

Storia. Anni 1852-1885. Parte seconda.

ECCIDIO DELLA SPEDIZIONE BIANCHI
INTERPELLANZE SUL MASSACRO DEL BIANCHI
LA POLITICA COLONIALE - OCCUPAZIONE DI MASSAUA
MISSIONE FERRARI-MAZZINI - DISCUSSIONE PARLAMENTARE SULLA POLITICA AFRICANA - DIMISSIONI DEL MINISTERO

Il Governo italiano -non era solo Carducciano- e non voleva la politica delle grandi avventure e si accontentava delle imprese piccine. Di aver messo il piede nella baia di Assab non si era, in verità, scontenti e qualche piccola somma in più di quanto era stato stabilito il Parlamento era disposto a concedere. Intanto si eseguivano nella colonia alcune costruzioni, vi si mandava un ispettore del Genio civile per compilare il progetto di un porto, si negoziava felicemente con una compagnia nazionale di navigazione per ottenere una corrispondenza mensile in certe stazioni e quindicinale in altre, tra Assab, Aden e l'Italia; s'inviavano missioni diplomatiche al re d'Abissinia e allo Scioa; si rinforzava la sorveglianza costiera, affidata ad un presidio stanziato permanente, con l'invio di un'altra nave; si facevano propositi di reprimere la tratta degli schiavi nel Mar Rosso; si negoziava con il sultano d'Aussa e ci si preoccupava della sorte di Massaua che si temeva di vedere restituita (dagli inglesi) all'Abissinia.

Nel dicembre del 1884, essendosi sparsa la voce che la "spedizione BIANCHI" (che era già scampata al massacro Giulietti nel'81) era stata trucidata, fu presentata in proposito un'interrotazione dagli onorevoli CARPEGGIANI e GATTELLI, ai quali però MANCINI rispose (22 dicembre) che il Governo non sapeva nulla circa la sorte di quella spedizione. La notizia era purtroppo vera. Nei primi dell'ottobre, mentre da Makallè tentavano di raggiungere Assab, GUSTAVO BIANCHI e i due suoi compagni MUNARI e DIANA erano stati trucidati dai Dankali ai pozzi di Tio nel territorio del sultano del Birù.

Il 1° gennaio, sul giornale "Il Diritto" d'ispirazione governativa, per la prima volta in modo aperto, si dichiaravano le intenzioni del governo di intraprendere una politica di espansione coloniale.
La notizia destò scalpore; ma nello stesso articolo, si giustificava questa scelta, per bilanciare quella "frenesia" che stava portando le maggiori potenze europee a nuove conquiste territoriali. E si affermava che "...l'anno che stava nascendo avrebbe deciso le sorti dell'Italia come grande potenza.
Queste intenzioni non erano casuali: pochi giorni prima, il 22 dicembre con gli inglesi c'erano stati degli accordi (che leggeremo più avanti).

Il nuovo "massacro Bianchi" aveva enormemente commosso l'Italia, e si cominciò a reclamare a gran voce una esemplare punizione. Alla Camera, nella seduta del 15 gennaio 1885, l'on. BRUNIALTI interrogava MANCINI "intorno all'assassinio di Gustavo Bianchi e compagni ed ai provvedimenti che intendeva prendere per far rispettare in Africa il nome e gli interessi d'Italia", e, svolgendo la sua interrogazione, esprimeva il timore che al contegno troppo remissivo del Governo in seguito al "massacro Giulietti" fosse da attribuirsi la causa del nuovo eccidio.
Rispose in quella stessa seduta MANCINI dicendo che il Governo aveva sconsigliato a Bianchi l'impresa per quella via pericolosa, e che tuttavia, avuta notizia dell'eccidio, aveva fatto i suoi passi diplomatici presso il re d'Abissinia e il sultano d'Aussa affinché facessero luce sulla sorte dei viaggiatori italiani e ne punissero gli assassini; e infine, che "...aveva provveduto alla spedizione di un presidio militare in Assab, che avrebbe elevato il prestigio italiano in quelle regioni e avrebbe ricercato i modi per infliggere una punizione agli assassini del Bianchi".

Infatti, nei primi dell'anno '85, "era già stato" costituito e salpò da Napoli il 17 gennaio, un "corpo di spedizione" verso il Mar Rosso, comandato dal colonnello TANCREDI SALETTA; 1500 uomini, suddivisi in un battaglione di bersaglieri, una compagnia di artiglieria da campagna, un plotone del Genio, drappelli dei vari servizi, zappatori e telegrafisti. Il "Corpo" si era imbarcato al molo fra gli applausi della popolazione. A Saletta era stato consegnato il seguente messaggio: "L'Italia vi affida l'onore della sua prima spedizione in Africa, e voi e i vostri Mille, emuli di quelli di Marsala, dimostrate a quei barbari che l'Italia è veramente civile, all'Europa che è potente, al mondo che è grande".(Ma andavano veramente nel Mar Rosso?)

Il 25 gennaio del 1885, a spedizione partita, proseguì e iniziò alla Camera lo svolgimento d'interpellanze sui criteri e gl'intendimenti del Governo in fatto di politica coloniale. Parlarono l'on. DE RENZIS che lodò il ministero della Guerra per l'allestimento della spedizione, ma si mostrò scettico sull'azione delle navi da guerra italiane nel Mar Rosso, perché le maggiori, non potevano passare il canale, e dubbioso sui benefici commerciali della colonia di Assab, sostenendo che "...l'Italia aveva bisogno di una colonia agricola nel Mediterraneo non nel Mar Rosso"; l'on. DI CAMPOREALE, più o meno disse le stesse cose del De Renzis; l'on. PARENZO che accennò "...all'ignoranza dell'Italia in materia di colonizzazione" e si dichiarò contrario all'impianto di una colonia agricola in Assab; e l'on. OLIVA, il quale chiese quali fossero "gli intendimenti" del Governo intorno ai modi di efficacemente provvedere alla tutela dell'attività coloniale degli italiani, specialmente nelle regioni africane, e "quali i suoi intendimenti" nell'eventuale necessità d'occupazioni territoriali per la tutela degli interessi coloniali d'Italia.

Lo svolgimento delle interpellanze continuò nella seduta del 27. L'on. CANZI dichiarò di non aver fiducia nell'azione del Governo, ne criticò la politica coloniale debole e incerta, consigliò che fossero occupati i luoghi dov'era avvenuto l'eccidio Giulietti e si disse "contrario all'occupazione di vaste zone costiere nel Mar Rosso pur essendo favorevole all'impianto di piccole stazioni commerciali in varie parti del mondo.
Rispose a tutti gli oratori MANCINI. Sostenne che:
"…nella politica coloniale vi è la base della prosperità economica delle nazioni marinare, specie quando queste non possono impedire l'emigrazione, che è utile dirigere verso contrade su cui sventola, tutrice degli interessi nazionali, la bandiera italiana"; e aggiunse che "di fronte all'attività delle potenze europee in Africa, l'Italia non poteva rimanere inoperosa"; pertanto "…il Governo italiano crede di poter intraprendere una modesta e circospetta politica coloniale, non avventurosa ma entro certi limiti e sotto determinate condizioni, vale a dire quando è dimostrata l'utilità economica e politica di una qualsiasi iniziativa coloniale; quando non si offendono i diritti acquisiti di altri Stati; quando si concorre all'attività privata e commerciale del popolo italiano, senza invadere il compito delle private utilità e che l'azione governativa si deve restringere nel campo delle funzioni proprie dello Stato, cioè a preparare, facilitare e rimuovere ostacoli, proteggendo all'ombra della bandiera italiana e tutelando efficacemente gl'interessi creati dal lavoro dei nazionali all'estero".
Dichiarò infondato il timore che l'azione nel Mar Rosso distogliesse il Governo dal Mediterraneo. Concluse invocando l'appoggio e la fiducia della Camera: "…nel momento in cui il Governo assumeva la responsabilità di una modesta politica coloniale che poteva essere all'Italia sorgente di gloria e di prosperità".

La discussione continuò nella seduta del 28. l'on. DE RENZIS non si mostrò soddisfatto delle dichiarazioni del ministro degli Esteri; l'on. DI CAMPOREALE prese atto invece di queste dichiarazioni e disse di volerne aspettare la conferma dai fatti; l'on. PARENZO disse di non credere all'utilità di colonie commerciali, perché se "erano insignificanti sarebbero state inutili, se importanti sarebbero andate a benefizio del commercio di altri". L'on. OLIVA invece lodò le dichiarazioni, l'attività e l'indirizzo politico di Mancini; l'on. CANZI aggiunse, che il Governo doveva agevolare lo spirito d'iniziativa privata e si congratulò con il ministro degli Esteri su quanto aveva detto circa il Mediterraneo; mentre CRISPI pur non disapprovando, sostenne che "...nel Mediterraneo vi doveva esser posto per tutti e che una politica diversa (di rinuncia) sarebbe stata fatale all'Italia".

La spedizione militare italiana nel Mar Rosso (che sopra abbiamo visto già costituita ai primi di gennaio e partire il 17) e intorno alla quale erano state chieste spiegazioni al ministro degli esteri, era stata provocata (o abilmente suggerita), oltre che dal desiderio di tutelare in Africa il prestigio italiano, dalle offerte dell'Inghilterra di intervenire in quel mare.
L'Inghilterra, assalita nel Sudan dall'insurrezione mahdista, aveva prima chiesto l'aiuto dell'Abissinia, con la quale aveva, per mezzo dell'ammiraglio HEWETT, concluso un trattato (Aden, 3 giugno 1884). Con questo gli inglesi cedevano all'Abissinia il territorio dei Bogos, appartenente all'Egitto e assicuravano il libero transito delle merci abissine nel porto di Massaua. Ma essendo stato di breve durata l'aiuto abissino, l'Inghilterra in ottobre si era rivolta all'Italia, spingendola all'occupazione di Massaua (distogliendola così -dissero i maligni- dal Mediterraneo).
Infatti il 22 dicembre dello stesso 1884, l'Inghilterra non con un "trattato" ma con un "accordo", assicurava all'Italia il "disinteresse" britannico nel caso di un'occupazione italiana di Massaua.
Mancini dirà poi, che quest'accordo era "una comunione cordiale d'interessi e di vedute". Cioè nulla di scritto.

La vera mèta della spedizione si tenne segreta e si volle far credere che quel migliaio di soldati fosse diretto ad Assab per punire l'eccidio del Bianchi. Il 25 gennaio, l'ammiraglio CAIMI, comandante le navi italiane nel Mar Rosso, fece occupare la baia di Beilùl da, un centinaio di marinai della "Castelfidardo"; il 5 febbraio giunse a Massaua il "Gottardo" con il corpo del colonnello SALETTA, il quale prese in nome dell'Italia possesso della città senza che la modesta guarnigione egiziana opponesse resistenza (gli inglesi pur protettori degli Egiziani non si mossero. Avevano altre mire).

Solamente la Turchia, la Russia e la Francia sollevarono proteste per l'occupazione di Massaua, ma le proteste non ebbero seguito e SALETTA, si mise a fortificare la città, poi estese l'occupazione a Moncullo e Otumbo.
Il 12 febbraio salpò per Massaua un secondo scaglione formata da 42 ufficiali e 920 uomini di truppa; e un terzo scaglione di 1600 uomini comandati dal generale AGOSTINI RICCI salpò il 24 febbraio e giunse in Africa nei primi di marzo.
Ad Assab fu messo a presidio una compagnia di soldati; il 10 aprile fu occupata Arafali in fondo alla Baia di Zula, quindi occupate Archico, le isole Hanachil, Meder, nella baia di Amfilè, e la baia di Edd.

L'occupazione di Massaua non era sicuramente gradita al Negus d'Abissinia, che vedeva nell'azione italiana un ostacolo alla sua aspirazione di assicurarsi uno sbocco al mare. In base al trattato HEWET (del 3 giugno 1884) lui fece occupare Cheren e il paese dei Bogos. Dal canto suo il Governo italiano, per calmare le apprensioni abissine, mandò la missione FERRARI-NERAZZINI con ricchi doni del re d' Italia e una lettera, in cui fra l'altro si affermava:
"Ci preme di assicurare la Maestà Vostra che tutti i vantaggi, che la Gran Bretagna e l'Egitto avevano assicurato a Massaua e all'Abissinia saranno da noi scrupolosamente mantenuti e, se le circostanze lo consentiranno, saranno anche accresciuti. Però è nostro intendimento, quando piaccia a Vostra Maestà, di farci conoscere il suo gradimento sull'invio di una apposita missione, con l'incarico non solo di confermare solennemente ciò che sta scritto a tale riguardo nel trattato stipulato dalla Maestà Vostra il 3 giugno 1884 con quei due Stati, ma altresì di negoziare ulteriori accordi che potrebbero essere di comune profitto".

Tutti questi fatti (missione, occupazione, accordi, promesse vaghe) furono oggetto di varie interpellanze alla Camera. Il 17 marzo, l'on. BOVIO, svolgendo una sua interpellanza, lodava il Governo per l'avvicinamento dell'Italia con l'Inghilterra, che sarebbe stata assai più utile ed efficace alleata nostra di quel che fossero state le potenze centrali, e chiedeva quali "accordi" fossero stati presi con i governi inglese e abissino; l'on. SOLIMBERGO interrogava il ministro degli Esteri sull'equipaggiamento delle truppe inviate in Africa, e se "...l'azione italiana si collegasse con quella inglese nel Sudan e se l'occupazione di Massaua fosse temporanea o, come si augurava, definitiva e preludio di una penetrazione nei dintorni"; l'on. DI SAN GIULIANO "...dubitava che la nuova colonia potesse dare uno sbocco all'emigrazione italiana, si diceva scettico sui risultati che il nostro commercio avrebbe conseguito nell'interno dell'Africa, e sosteneva che bisognava tenere alto il prestigio del nome italiano e stringere amicizia con l'Abissinia non inimicizia"; l'on. TOSCANELLI infine si associava ai precedenti oratori per quel che riguardava gli accordi con l'Inghilterra e l'Etiopia, però consigliava l'occupazione del Cheren e l'accrescimento del presidio di Massaua.

MANCINI dichiarò che "...l'Italia occupando Massaua, occupava tutto il territorio che potesse costituire il suo raggio d'azione; che si erano prese tutte le misure per impedire sollevazioni ed incursioni; che le relazioni tra l'Abissinia e l'Italia erano ottime"; e infine soddisfatto di ciò che aveva detto e sostenuto, pregò la Camera d'inviare un saluto affettuoso ai soldati che primi, dopo un quarto di secolo dalla costituzione del regno, avevano portato la bandiera italiana in Africa (qualcuno rimembrava Scipione o le aquile imperiali).

La discussione continuò il 18 marzo e si chiuse con un saluto del presidente della Camera all'esercito e all'armata che rappresentavano l'Italia sulle coste del Mar Rosso (che erano però fuori da quei "confini naturali della più grande nazione latina" che il poeta Carducci stava manifestando nell'incipiente culto della guerra e delle armi; con non poca influenza sulla "molto prossima" cosiddetta "megalomania Crispina".

Altre interpellanze sulla politica coloniale e sulle occupazioni africane furono svolte alla Camera il 6 maggio del 1855 dagli onorevoli Di CAMPOREALE, CAIROLI, BRANCA, DO RENZIS, che parlarono dell'occupazione abissina di Cheren, delle spese non lievi sostenute per l'Africa, della riluttanza del Governo nel dar notizia sull'azione africana, e della incompatibilità della nostra presenza a Massaua con la sovranità egiziana.
MANCINI affermò che "le occupazioni nel Mar Rosso non erano dannose o pericolose o inutili, che le spese non erano state cosi forti come si pretendeva", e dichiarò che, "occupando Massaua, il Governo aveva voluto iniziare una modesta impresa coloniale per aprire un nuovo campo al lavoro ed all'industria italiana, che non esistevano impegni con l'Inghilterra bensì una comunione cordiale d'interessi e di vedute, che lui, infine, "avrebbe seguita una politica coloniale proporzionata alle forze della nazione e si sarebbe dimesso se fosse prevalso il concetto di una politica in "grande stile" o di "misere vedute".

La discussione prosegui il giorno dopo e vi parteciparono OLIVA, MAURIGI, DE ZERBI, e CRISPI, il quale disse che l'acquisto di Assab era una triste eredità della Destra e che se fosse dipeso da lui l'Italia sarebbe andata in Egitto nel 1882, ma poiché era andata nel Mar Rosso, "ora doveva restarci".
Parlarono inoltre FORTI, BONGHI e il COSTA che affermò che "...l'Italia lavoratrice non voleva una politica coloniale e invitò il Governo "…a richiamare le truppe dall'Africa"; De RENZIS, invece preoccupato "temeva e vedeva la possibilità di una guerra pericolosa con l'Abissinia". Infine l'on. PARENZO svolse il seguente ordine del giorno: "La Camera deplora la mancanza, nell'indirizzo di politica estera, di una conveniente energia e di una preparazione corrispondente ai suoi propositi"; CORDOVA svolse quest'altro allarmante o.d.g.: "La Camera deplora la politica coloniale aggressiva del Governo e... lo invita a fortificare le coste, le spiagge e i porti dell'Italia meridionale e della Sicilia".

Altri ordini del giorno svolsero gli onorevoli BACCARINI e PANDOLFI; nel primo "…la Camera invitava il Governo a non impegnare ulteriormente gli interessi politici e finanziari del paese senza esplicita approvazione del Parlamento"; nel secondo la Camera confidava che il Governo avrebbe sostenuto "con energia l'onore della nostra, bandiera e gli interessi nazionali".
MANCINI espose le ragioni che lo avevano indotto a non accettare l'intervento in Egitto e si disse convinto di aver fatto gl'interessi del paese; respinse l'accusa di avere inviato truppe senza aver chiesto il consenso del Parlamento; riaffermò che, "...l'Italia nel Mar Rosso e in Africa non doveva rimanere inoperosa ed inerte, senza, alcun beneficio economico e senza esercitare una legittima influenza politica nella soluzione della questione d'Egitto, alla tutela del cui territorio concorreva. Disse infine, che "altre volte lui aveva accennato agli studi che si facevano, affinché altre terre, meritevoli di diventar sede di colonizzazione italiana, potessero per vie legittime essere forti e prosperose sotto la protezione dell'Italia. Terminò chiedendo alla Camera un voto di fiducia che desse autorità e stabilità alla politica iniziata dal Governo.

Anche DEPRETIS ritenne opportuno prendere la parola per difendere il ministro Mancini e concluse il suo breve discorso dicendo che il voto doveva essere preciso e dato a tutto il Gabinetto dal momento che il ministro degli Esteri aveva agito in pieno accordo con esso. Parlarono ancora CRISPI, BONGHI, TOSCANELLI, BACCARINI, PARENZO; e COSTA presentò il seguente ordine del giorno: "La Camera, convinta che la politica coloniale iniziata dal Governo non corrisponde né ai concetti di vera civiltà né a quei principi di diritto e di giustizia per cui l'Italia si rivendicò a nazione, invita il Governo a richiamare dall'Africa i soldati colà inviati e a rivolgere le sue mire a sollevare le classi più numerose e più povere in Italia".
TAJANI invece presentò un ordine del giorno di fiducia al Governo, che fu accettato dal Depretis e approvato l'8 maggio 1885, dalla Camera con 180 voti favorevoli, 97 contrari e 7 astenuti.
La spedizione a Massaua fu dunque approvata! E come disse Crispi, "doveva restarci".

Nella seduta del 21 maggio la Camera, dietro ordine del giorno della Commissione del bilancio, approvava le proposte di maggiori stanziamenti per le spedizioni africane; il 1° giugno, avendo fin dall'11 aprile il ministro della Guerra chiesto che si iscrivesse nel progetto di legge per spese straordinarie la somma di 2 milioni al capitolo approvvigionamenti di mobilitazione per l'esercizio 1884-1885, la Camera approvava questo stanziamento. Il giorno dopo il ministro della Guerra presentava il disegno di legge Autorizzazione di spesa per i distaccamenti militari del Mar Rosso, chiedendo un maggiore assegno di 2 milioni; il 6 giugno a nome della commissione generale del bilancio l'on. GANDOLFI presentava la relazione favorevole e il 13 giugno il disegno veniva approvato con 139 voti contro 89.

Nella seduta del 16 giugno, discutendosi alla Camera il bilancio di previsione del ministero degli Esteri per l'esercizio 1885-1886, l'on. SORMANI-MORETTI chiese se il Governo "...voleva insistere nella politica di espansione e dichiarò di ritenere in alcuni casi più utile e dignitoso sapere rifare la via percorsa, per evitare danni o pericoli maggiori che prima non si erano potuti calcolare o prevedere. MANCINI dichiarò che nessun avvenimento, dopo l'ultimo voto della Camera, era successo che poteva indurre la Camera stessa ad alterare la linea di condotta dell'Italia in Africa; quanto all'avvenire, affermò che il Governo non avrebbe fatto passi nuovi senza l'approvazione del Parlamento. Il 18 giugno, terminata la discussione, il bilancio fu approvato con 163 voti contro 159. Troppo esiguo il voto per poter stare in piedi il governo.

Nella seduta successiva il Depretis annunziava alla Camera che, in seguito alla votazione del giorno precedente il Gabinetto aveva dato le dimissioni.
Il 23 giugno il Re incarica ancora DEPRETIS a formare un nuovo ministero, che il 29 giugno 1885, costituisce con il ritiro di MANCINI, assumendo lui temporaneamente il ministero degli Esteri (assieme al ministero degli Interni). Gli Esteri andrà poi il 6 ottobre a CARLO FELICE NICOLI DI ROBILANT, già ambasciatore a Vienna.
In Africa l'espansione italiana continua con delle nuove occupazioni, e la reazione dei locali provoca una nuova tragedia.

... è il periodo piuttosto critico per l'Italia, per gli Italiani, per il ministero, anche se si sono fatti accordi, trattati, e promesse

...è il periodo dal 1886 al 1887

 
 
 
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...Dunque tu vuoi essere ascari, o figlio, ed io ti dico che tutto, per l'ascari, è lo Zabet, l'ufficiale.
Lo zabet inglese sa il coraggio e la giustizia, non disturba le donne e ti tratta come un cavallo.
Lo zabet turco sa il coraggio, non sa la giustizia, disturba le donne e ti tratta come un somaro.
Lo zabet egiziano non sa il coraggio e neppure la giustizia, disturba le donne e ti tratta come un capretto da macello.
Lo zabet italiano sa il coraggio e la giustizia, qualche volta disturba le donne e ti tratta come un uomo...."

(da Ascari K7 - Paolo Caccia Dominioni)

 
 
 
 

 
 
 
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