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Ascari: I Leoni d' Eritrea. Coraggio, Fedeltà, Onore. Tributo al Valore degli Ascari Eritrei.

 

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L'Ascaro del cimitero d'Asmara.

Sessant’anni fa gli avevano dato una divisa kaki, il moschetto ‘91, un tarbush rosso fiammante calcato in testa, tanto poco marziale da sembrare uscito dal magazzino di un trovarobe.
Ha giurato in nome di un’Italia che non esiste più, per un re che è ormai da un pezzo sui libri di storia. Ma non importa: perché la fedeltà è un nodo strano, contorto, indecifrabile. Adesso il vecchio Ghelssechidam è curvato dalla mano del tempo......

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Storia. Anni 1895-1896. Parte Prima.

Post n°58 pubblicato il 18 Agosto 2008 da wrnzla

Fonte Testi: Cronologia.Leonardo.it

Storia. Anni 1895-1896. Parte Prima.
GUERRA AFRICA - RINFORZI - BATTAGLIA ADUA - CRISPI CONTENSTATO

CONCENTRAMENTO ITALIANO AD ADIGRAT ASSEDIO DI MAKALLÈ - AIUTI DELLA FRANCIA A MENELICK - RINFORZI ITALIANI IN ERITREA - MOVIMENTI DELLE TRUPPE ITALIANE ED ETIOPICHE - DEFEZIONE DI RAS SEBATH E DI AGOS TAFARÌ - COMBATTIMENTO DI SEETÀ E DI ALOQUÀ - DIMOSTRAZIONE DI ADÌ CHERAS - IL GENERALE BALDISSERA NOMINATO GOVERNATORE CIVILE E MILITARE DELL' ERITREA - COMBATTIMENTO DI MAI MARET - CONSIGLIO DI GUERRA DEL 27 FEBBRAIO 1896

CONCENTRAMENTO ITALIANO AD ADIGRAT
ASSEDIO DI MAKALLÈ


Il mattino dell'8 dicembre il generale ARIMONDI decise di ripiegare su Edagà Amus presso Adigrat, ma non avendo il tempo di sgomberare e distruggere il forte di Enda Jesus, a Makallè, vi lasciò a presidio il III battaglione Indigeni comandato dal maggiore GALLIANO e nel pomeriggio partì per Edagà Amus, dove giunse la sera del 10 dicembre.
Intanto il generale BARATIERI, appresa la tragica notizia del combattimento dell'Amba Alagi, ordinava lo sgombro di Adua, chiamava alle armi tutti gli uomini validi e si recava ad Adigrat e quindi ad Edagà Amus.
GALLIANO aveva sotto di sé, oltre che il III Indigeni, una compagnia dell'VIII battaglione, una batteria da montagna, due plotoni del genio, un distaccamento del treno e alcuni carabinieri, in complesso 20 ufficiali, 13 sottufficiali, 176 soldati italiani e 1150 ascari; con questi erano presidiati il villaggio e il forte di Enda Jesus e un piccolo ridotto, poco distante, su un'altura a nord-est. La costruzione del forte Enda Jesus non era ancora terminato, aveva viveri appena per tre mesi e grano-orzo per uno, mancava di foraggi e legna (siamo in pieno dicembre) ed era privo di acqua, che doveva essere attinta a due sorgenti fuori della fortezza.

Appena assunto il comando, il maggiore GALLIANO iniziò i lavori per completare le fortificazioni, sgomberare il campo di tiro e costruire difese accessorie e serbatoi, ordinò che fossero raccolti foraggi e legna ed entrò in trattative con ras MAKONNEN, mentre numerose orde abissine si andavano raccogliendo intorno a Makallè preparandosi ad un assedio ad oltranza e tagliando così le comunicazioni con Adigrat.
Il 20 dicembre ras Makonnen tentò un attacco che fu respinto; il 23 in una sortita ordinata da Galliano per fare provviste la centuria Giusti fu assalita dagli Scioani, che dovettero ritirarsi con gravi perdite; il 7 gennaio del 1896 giunse MENELIK con il grosso del suo esercito e sferrò un furioso attacco; la gran guardia del forte di Enda Jesus fu ritirata e il presidio del ridotto, dopo un'eroica resistenza e aver fatto saltare in aria l'opera fortificata, rientrò nel forte, che resistette valorosamente per tutto il giorno respingendo gli assalti nemici.
Le incursioni si ripeterono più furiose durante la notte e nei giorni 8 e 9. Il giorno 8 gli Abissini riuscirono ad occupare le sorgenti d'acqua, che nella notte del 10, dopo un'intera giornata di combattimenti, furono riconquistate, ma nuovamente abbandonate la mattina dell'11.
Quello stesso giorno un attacco generale del nemico fu coraggiosamente respinto e con tali perdite per il nemico che questi rimase il giorno successivo in stallo; poi il 13 e il 14 attaccò ancora, ma fu ancora impavidamente respinto dagli italiani.

Dopo questi inutili attacchi gli Abissini rinunziarono a prendere il forte con la forza e si limitarono ad azioni di artiglieria e a sorvegliare i pozzi, nella certezza che, prima o poi, avrebbero capitolato per sete. La situazione degli assediati, infatti, per la mancanza d'acqua era molto critica e BARATIERI, che la conosceva, era entrato in trattative, per mezzo del cav. FELTER, con il Negus Menelick.
I negoziati portarono ad un accordo per il quale a GALLIANO, che il 14 era stato promosso tenente colonnello per merito di guerra, era data facoltà di cedere il forte, ottenendo da Menelick di potere uscire con armi e bagagli e raggiungere Adigrat.
Il 18 gennaio MAKONNEN tentò un ultimo assalto, ma fu respinto; il 19 Galliano ebbe notizia dell'accordo, il 21, dopo un consiglio di guerra, i patti furono accettati e il 22 il presidio - che durante l'assedio aveva avuto una trentina di morti ed una settantina di feriti - uscì dal forte con armi e bagagli e con l'onore delle armi e andò ad accamparsi presso le truppe di ras Makonnen.

Nel frattempo il Governo italiano trattava con l'Inghilterra per ottenere la facoltà di sbarcare a Zeila un corpo di truppe, che, minacciando l'Harrar, influissero sulla condotta di ras Makonnen. L'Inghilterra concesse tale facoltà, ma alla condizione che le truppe non si fermassero a Zeila, per non dispiacere alla Francia, con la quale, nel febbraio del 1888, il Governo inglese aveva stipulato un accordo che stabiliva l'indipendenza (Sic!) dell'Harrar.
Inoltre lord Salisbury dichiarò che alla Francia dovevano esser date, possibilmente dallo stesso Governo italiano, comunicazioni soddisfacenti sul passaggio delle truppe.
Sia per quest'ultima singolare pretesa, sia per l'accordo anglo-francese che l'Italia ignorava, a Roma avrebbero dovuto riflettere a lungo.

AIUTI DELLA FRANCIA A MENELICK
RINFORZI ITALIANI IN ERITREA

Della facoltà di sbarcare a Zeila ovviamente non se ne fece nulla; né del resto era dignitoso per l'Italia (Crispina!) fare simili comunicazioni alla Francia, che, con Menelick, faceva di tutto per favorirlo, permettendo che armi e munizioni di sua fabbricazione giungessero per Obock e Gibuti in Abissinia, come molti documenti comprovano, fra cui una lettera del capitano Luigi Canovetti, scritta alla madre alcuni giorni prima del tragico combattimento dell'Amba Alagi: "I nostri nemici sono armati di fucili francesi e sono provvisti di cartucce della medesima origine: è penoso, è grave. La nazione francese ne risponderà davanti a Dio e agli uomini".

Mentre pendevano le trattative con l'Inghilterra, il Governo italiano, accortosi della gravità del pericolo che incombeva sulla colonia, sebbene BARATIERI avvertiva di non avere modo di assicurare il vettovagliamento, con un'incredibile superficialità, provvedeva a mandare rinforzi. Undici battaglioni di fanteria, due di bersaglieri, uno di alpini e cinque batterie da montagna oltre numerosi quadrupedi, sbarcarono a Massaua dal 25 dicembre al 27 gennaio; altri rinforzi, e cioè sette battaglioni di fanteria, uno di bersaglieri, una batteria da montagna, due batterie a tiro rapido, una di mortai someggiabili di 9 cm. e due compagnie treno, sbarcarono tra il 20 gennaio e il 12 febbraio e tre giorni dopo sbarcò a Massaua il colonnello PITTALUGA con un battaglione di fanteria, una batteria da montagna, una compagnia del genio, una di sussistenza ed un'ambulanza della Croce Rossa, che dovevano sbarcare ad Assab per raggiungere l'Aussa e difendere quel sultanato dall'invasione scioana.
Poi…altri rinforzi costituiti da nove battaglioni di fanteria, due di bersaglieri, due batterie da montagna, una compagnia del genio, tre ospedali da campo, un'ambulanza della Croce Rossa e una sezione di sanità, sbarcarono a Massaua tra il 26 febbraio e l' 8 marzo; cioè… quando la tragedia di Adua si era ormai già conclusa.

Con questi invii, ormai la tattica del governo italiano era improvvisamente cambiata; da difensiva era ormai sostanzialmente offensiva; ma era una tattica sciagurata, per il semplice motivo che avveniva in grave ritardo; quando ormai nel frattempo gli Etiopi non solo avevano allestito un esercito di centomila uomini, ma erano pure discretamente armati dalla Francia; ed avevano ad Addis Abeba, osservatori russi che indubbiamente non erano lì a mangiare banane come turisti.
Infine finora l'azione italiana era stata sciagurata, perché non esisteva un piano di guerra prestabilito.

MOVIMENTI DELLE TRUPPE ETIOPICHE
DEFEZIONE DI RAS SEBATH E DI AGOS TAFARÌ
COMBATTIMENTI DI SEETA ED ALEQUA

Il 7 gennaio 1896, l'esercito abissino al comando di MENELICK attacca il forte di Macallè, che difeso dal maggiore GALLIANO, lui e i suoi uomini sono catturati.
Poi il 24 gennaio l'esercito etiopico, forte di oltre 100.000 uomini, quasi tutti armati di fucili, mosse da Dolo, preceduto dall'avanguardia con la quale marciavano in testa gli uomini di Galliano, e giunta questa avanguardia ad Aibà, il 30 gennaio, gli italiani furono spinti sulle linee italiane, eccettuati il comandante, otto ufficiali e un sottoufficiale, trattenuti come ostaggi e restituiti dopo quattro giorni, durante i quali MENELICK li usò come trofei e sfilò con l'esercito per Hausien, dirigendosi poi verso Entisciò.

La mossa del Negus minacciava l'aggiramento di Edagà Amus e l'invasione della Colonia per la frontiera indifesa del Mareb o del Belesa. Per coprire la Colonia dall'invasione, il governatore ordinò "un cambiamento del fronte da sud verso ovest, dal fronte verso Makallè al fronte verso Adua con Adigrat punto d'appoggio per la manovra".

Il movimento, iniziato il 1° febbraio, fu compiuto il 3; quel giorno le truppe italiane si schierarono fra Mai Gabetà ed Entisciò. In seguito ad una ricognizione offensiva eseguita il 5 con un battaglione Alpini, uno Indigeni e parte delle bande, il 7 gennaio tutto il corpo d'occupazione occupò le alture di Tucuz, schierandosi con la brigata Indigeni del generale ALBERTONE (6 battaglioni indigeni, 2 batterie da montagna, 2 batterie a tiro rapido e le bande del capitano BARBANTI) a sinistra, la Brigata Dabormida (6 battaglioni bianchi, 1 indigeno e il battaglione di M. M.) a destra, la Brigata Arimondi (6 battaglioni bianchi e 6 batterie da montagna) al centro, la Riserva (6 battaglioni bianchi) a Tucuz; l'avanguardia a Tzalà, da dove il giorno prima gli Abissini si erano ritirati verso la conca di Gandaptà.

Il giorno stesso in cui avveniva lo spostamento delle truppe italiane, dietro richiesta di MENELICK, avveniva un abboccamento tra il maggiore SALSA, sottocapo di Stato Maggiore, inviato dal Baratieri, e ras MAKONNEN, plenipotenziario del Negus. Questi proponeva la pace alle seguenti condizioni: ritorno degli Italiani ai confini stabiliti con il trattato di Uccialli e stipulazione di un nuovo trattato; ma il governatore, "in base alle istruzioni ricevute da Roma", chiedeva la riconferma dell'articolo 17 del trattato di Uccialli, il riconoscimento dei territori occupati fino alla linea Adua-Adigrat e l'occupazione temporanea di Makallè e l'Amba Alagi.
A Roma probabilmente non erano a conoscenza che MENELICK, aspettava la risposta con 100.000 uomini armati ai suoi ordini, pronti ad un suo cenno a muoversi ; ed essendosi ovviamente MENELICK rifiutato alle condizioni poste da Roma, le trattative furono interrotte il 12 febbraio.

Subito, il giorno dopo, il 13 febbraio, l'esercito abissino avanzò schierato a battaglia verso le linee italiane, ma poi subito retrocedette sulle posizioni di partenza, poi dirigendosi verso Adua.
Quella stessa notte ebbe luogo la defezione (nelle file italiane) di ras SEBATH e il degiacc AGOS TAFARL con le loro bande, che poi si gettarono tra il corpo operante e il forte di Adigrat.

Allo scopo di assicurare le comunicazioni tra il forte e le truppe, dietro ordine di BARATIERI, il colonnello FERRARI, comandante la piazza di Adigrat, mandò il capitano MOCCAGATTA con 200 italiani e 150 indigeni ed Atebei sul Mai Mergas e un distaccamento indigeno sul colle di Seetà. Moccagatta, nella notte dal 13 al 14, fu attaccato dai ribelli e costretto a ritirarsi; sorte peggiore ebbero il giorno dopo il tenente CISTERNI e il tenente DE CONCILIIS, mandati successivamente, l'uno con 70 (!) italiani, l'altro con 35 (!), a rioccupare la posizione. L'insignificante gruppo ovviamente fu accerchiato da orde impressionanti e quasi interamente fatto a pezzi..

Il giorno 15 il capitano MOCCAGATTA, appresa la notizia che dal colle di Seetà i ribelli muovevano verso il colle di Alequà, dov'era un presidio italiano composto da indigeni, a rinforzarlo inviò il tenente CIMINO con 100 ascari e, durante la notte, come scorta di un convoglio, il tenente NEGRETTI con 70 soldati italiani. All'alba del 16 i ribelli attaccarono il colle di Alequà, s'impadronirono facilmente del convoglio e distrussero il drappello italiano.
I pochi superstiti ripararono ad Adigrat. II capitano Moccagatta, giunto sul posto a combattimento finito, fu a sua volta assalito, e dato il numero soverchiante dei ribelli dovette ritirarsi.

Avuta notizia di questi combattimenti, il generale BARATIERI mandò il maggiore VALLE con il VII Battaglione Indigeni a rioccupare Seetà, e il capitano ODDONE con due compagnie a disimpegnare Moccagatta con il quale riuscirono a scacciare il nemico da Alequà. Allora gli etiopi, pur aumentati di numero, si ritirarono a Debra Matzò facendo insorgere le popolazioni a tergo del corpo operante e per far fronte a questa nuova spiacevole situazione fu necessario mandare a Mai Maret il colonnello STEVANI con un battaglione di cacciatori, due di bersaglieri e una batteria e trasferire da Adi Ugri ad Adi Caiè il colonnello DI BOCEARD con tre battaglioni.

Nonostante queste misure più o meno valide, la ribellione popolare incitata dagli etiopi, rendeva ancor più grave la difficoltà dei mezzi logistici e il generale BARATIERI "decise di ripiegare con tutte le forze" ad Adi Caiè. Ma il 21 febbraio l'esercito abissino andò ad accamparsi nella conca di Adua, lasciando un corpo nel vallone di Mariam Sciavitù, fece occupare da un distaccamento il passo di Gasciorchè sulla via del Mareb e inviò una forte colonna in esplorazione verso Gundet.
A BARATIERI parve che il nemico con questa mossa (che invece mirava a distogliere gli Italiani dal ripiegamento) minacciasse la Colonia, priva di difese da quel lato.
Abbandonata, pertanto l'idea di ripiegare, BARATIERI stabilì di tagliare (ingenuamente o in buona fede) a MENELICK la via di Adi Qualà e Godefelassi e il 24 febbraio (ce lo racconta lui stesso) fece avanzare...

"...la massima parte del corpo di operazione, per una dimostrazione offensiva verso Gundapta al di qua e al di là dello sperone di Adi-Cras e sullo sperone stesso. La colonna di destra (brigata Dabormida) mosse dal colle di Zalà e per la conca di Guldam venne ad occidente del monte di Adi-Cras, presso il villaggio di Adi-Cras, dove si congiunse con la colonna di sinistra formata dalla brigata Indigeni; mentre la colonna centrale (generale Arimondi) presso il monte di Adi Cras costituiva la riserva. Le nostre truppe stettero in posizione fino a notte inoltrata; poi si ritirarono nei loro accampamenti avendo visto molto lontano stormi di nemici" (da "Memorie d'Africa" di Baratieri).

IL GEN. BARATIERI RADIATO - IL GEN. BALDISSERA
COMBATTIMENTO DI MAI MARET
CONSIGLIO DI GUERRA DI BARATIERI DEL 27 FEBBRAIO

Tre giorni prima, il 21 febbraio 1896, in un consiglio di ministri, si era stabilito d'inviare in Eritrea altri 5 battaglioni di fanteria, 4 di alpini, 2 di bersaglieri, 4 batterie e 1 compagnia del genio, agli ordini del generale HEUSCH e di sostituire il BARATIERI, che pareva non avesse un piano di guerra prestabilito. La scelta cadde sul generale ANTONIO BALDISSERA. Ma questa sostituzione doveva rimanere segreta e, infatti, il (fidato) generale LAMBERTI, vicegovernatore dell'Eritrea, aveva ricevuto ordine d'intercettare qualsiasi telegramma, che informasse BARATIERI della sua destituzione. Il 23 febbraio ANTONIO BALDISSERA, in incognito, si era imbarcato a Brindisi sopra un piroscafo inglese.

Intanto nella colonia, le operazioni di guerra continuavano. Il 25 febbraio, il colonnello STEVANI, alla testa di due battaglioni bersaglieri, di due compagnie del XVIII battaglione d'Africa, di due compagnie, del VII Indigeni e di una, batteria, muoveva da Mai Maret verso Debra Matzò e sorprendeva e disperdeva il campo di ras Sebath.
Quel giorno stesso BARATIERI dava notizia al Ministero della vittoria e comunicava etiche anche che le orde di ras Alula, ras Mangascià e ras Oliò si erano ritirate dal Mareb; ma da Roma CRISPI telegrafava:

" Codesta è una tisi militare, non una guerra; piccole scaramucce sulle quali ci troviamo sempre inferiori di numero davanti al nemico; sciupio di eroismo senza successo. Non ho consigli da dare perché non sono sul luogo; ma costato che la campagna è senza un preconcetto e vorrei fosse stabilito. Siamo pronti a qualunque sacrificio per salvare l'onore dell'esercito e il prestigio della Monarchia".

Aggravatesi le condizioni logistiche ed avendo anzi l'Intendenza dichiarato di non poter più assicurare il vettovagliamento, la sera del 27 il generale BARATIERI (sempre ignaro della sua destituzione) riunì sotto la sua tenda i generali di brigata ARIMONDI, DABORMIDA, ALBERTONE, ELLENA e il capo di Stato Maggiore colonnello VALENZANO e, dopo avere esposto "le condizioni inquietanti del vettovagliamento" e avere accennato "ad una possibile ritirata", disse: "Non vi chiamo ad un consiglio di guerra perché la responsabilità della decisine sarà sempre mia: vi chiamo ad aprirmi l'animo vostro, come nelle ordinarie occasioni di manovre; e vi chiamo a darmi le consuete informazioni circa le condizioni delle truppe".(Baratieri, ib.)

Senza che il governatore la lasciasse intendere, tutti e quattro i generali, ragionando con serena calma, espressero il loro parere per l'offensiva. BARATIERI chiuse la riunione con queste parole: "Il consiglio è animoso, il nemico è valoroso e disprezza la morte; com' è il morale dei nostri soldati?". "Eccellente !" risposero tutti i comandati di brigata. Allora il governatore li congedò, dicendo "Attendo ulteriori informazioni da informatori che devono arrivare dal campo nemico: dopo averle ricevute, prenderò una decisione".(Baratieri, ib.)

 
 
 
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A DETTA DEGLI ASCARI....

...Dunque tu vuoi essere ascari, o figlio, ed io ti dico che tutto, per l'ascari, è lo Zabet, l'ufficiale.
Lo zabet inglese sa il coraggio e la giustizia, non disturba le donne e ti tratta come un cavallo.
Lo zabet turco sa il coraggio, non sa la giustizia, disturba le donne e ti tratta come un somaro.
Lo zabet egiziano non sa il coraggio e neppure la giustizia, disturba le donne e ti tratta come un capretto da macello.
Lo zabet italiano sa il coraggio e la giustizia, qualche volta disturba le donne e ti tratta come un uomo...."

(da Ascari K7 - Paolo Caccia Dominioni)

 
 
 
 

 
 
 
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