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Ascari: I Leoni d' Eritrea. Coraggio, Fedeltà, Onore. Tributo al Valore degli Ascari Eritrei.

 

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L'Ascaro del cimitero d'Asmara.

Sessant’anni fa gli avevano dato una divisa kaki, il moschetto ‘91, un tarbush rosso fiammante calcato in testa, tanto poco marziale da sembrare uscito dal magazzino di un trovarobe.
Ha giurato in nome di un’Italia che non esiste più, per un re che è ormai da un pezzo sui libri di storia. Ma non importa: perché la fedeltà è un nodo strano, contorto, indecifrabile. Adesso il vecchio Ghelssechidam è curvato dalla mano del tempo......

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Gli ascari e l' avventura italiana.

Post n°245 pubblicato il 26 Marzo 2009 da wrnzla

Gli ascari e l' avventura italiana.

Qualche anno fa, durante una delle riprese di fuoco dell' intermittente guerra tra Etiopia ed Eritrea, caso classico di popoli confinanti che si odiano, arrivò dall' Asmara una notizia che suscitò un minimo di commenti e anche di emozioni, rispetto al massimo di disinteresse mostrato dagli italiani verso la loro ex colonia. Diceva che il comando militare eritreo stava creando nuovi battaglioni, che sarebbero stati chiamati Battaglioni Ascari, con riferimento non casuale alle truppe di colore mercenarie quando l' Eritrea era una colonia, impiegate in battaglia dagli italiani durante cinquant' anni con risultati straordinari. Risuscitando questo nome glorioso (l' aggettivo è di fonte africana, non mio) il comando eritreo pensava di riportare nell' animo dei soldati moderni quella fierezza e quella irriducibilità anche davanti a un nemico superiore per uomini e mezzi, che erano state due delle molte qualità militari degli ascari. Non era difficile, all' Asmara o anche altrove, incontrare fino ai primi anni '80 qualche vecchio ascaro, sopravvissuto alla pessime strategie degli ufficiali italiani, alle carestie e alla fame. Erano sempre loro, vecchi dignitosi, che ti fermavano davanti all' albergo o al caffè Roma, mormorando la parola «taliano» e tirando fuori, da sotto la futa, un mucchio di carte oramai semicancellate e inservibili, che dovevano costituire, per quel che si capiva, la corrispondenza con la burocrazia italiana per ottenere una miserabile pensione. Ma non era questa la vera ragione dell' incontro, anche perché credo che quei poveretti, nel tentativo di farsi pagare una pensione del genere, avranno sperimentato qualcosa di simile a una discesa negli inferi. In realtà volevano solo conoscerti in quanto «taliano», e mostrare che non si erano scordati di noi e per provarlo, elencavano, uno di seguito all' altro, vocaboli italiani, tra i quali, quasi sempre, compariva il nome proprio di Gasparini, uno dei migliori governatori che l' Eritrea abbia mai avuto. Gli ascari erano tutti mercenari, ma faceva un certo effetto misurare quanto era grande ancora il loro affetto per un paese che li aveva fregati, per dirla in chiaro. Perché l' Italia, partecipando alla seconda guerra mondiale dalla parte sbagliata, aveva fregato prima di tutti se stessa e poi anche gli ascari eritrei. Nel bene e nel male, noi eravamo i meno adatti, per una serie infinita di ragioni, a gestire i paesi d' oltremare, quando gestivamo già male il nostro, sperando di far nascere dal nulla un' organizzazione, un costume, una mentalità che non avevano mai fatto parte della nostra tradizione. Questa illusione, così antistorica, di diventare in poco tempo una potenza coloniale saltando tutte le scuole e frequentando solo corsi serali, nemmeno tanto buoni, si dissolse in tre giorni, dal 9 all' 11 dicembre 1940 in una località dell' Africa Settentrionale chiamata Sidi el Barrani, quando le truppe italiane, disposte sul terreno in modo tatticamente demenziale da Graziani, furono travolte dall' attacco anglo-coloniale guidato dal generale Archibald Wawell, che costò all' Italia quasi 40.000 prigionieri, 237 pezzi di artiglieria e 73 carri armati, e questo fu solo l' inizio. Eppure l' impero inglese non era perfetto e da tempo stava dando segnali non equivoci ed emettendo scricchiolii e qualcuno in India diceva che era l' ora di farla finita col dominio inglese ed era seguito da masse deliranti. Me se un paese, come ad esempio l' Italia, si era fisso in capo l' avventura coloniale con notevole ritardo, l' unica cosa da fare era: seguire il modello e invece di credere ciecamente alla propaganda di un ex giornalista che non si era più aggiornato - a ogni piè sospinto il duce ripeteva che gli inglesi erano diventati molli per troppa ricchezza - bastava mandare qualche funzionario del ministero delle colonie a Londra per un week-end, saltando il sabato fascista, a prendere appunti su come la Perfida Albione avesse aumentato in misura impensabile le dimensioni del suo esercito, servendosi delle migliori truppe di colore del mondo, che aveva prima sconfitto e poi arruolato. Gli inglesi hanno sempre avuto lo straordinario talento di entrare in un numero incredibile di guerre e di vincerle, mandando gli altri a combattere. Prima, quando non c' era ancora l' impero, gli irlandesi, gli scozzesi e i gallesi (ma gli ufficiali erano sempre inglesi), poi tutti i guerrieri con i quali avevano fatto conoscenza al di là dei sette mari e di cui avevano sperimentato tutta l' audacia e la resistenza, inquadrandoli in formazioni regolari e rendendoli consapevoli dell' immenso onore di essere ora al servizio di Sua Maestà Britannica. Da tempo immemorabile i bambini d' oltre Manica erano stati abituati a giocare con soldatini che avevano facce colorate: i sikh, i rajaputi, i gourkha, i dayaki, i maharatti, i malesi, gli egiziani, i sudanesi, i maori. E quando i bambini crescevano, andavano in colonia a prendere il contatto con «the real stuff», i veri soldati di colore, che potevano anche odiare i loro arroganti padroni, ma la loro ambizione era di passare per un inglese o almeno di averne le maniere (non solo gli snob, ma ancora oggi persone del calibro di Naipaul). E ne conserveranno, oltre alle divise eleganti e ai calzoni corti, i modi irritanti, l' abominevole taglio dei capelli e la bacchetta di bambù, simbolo di un limitato ma sicuro comando. E naturalmente, anche parte della mentalità. Gli unici nativi ai quali Londra impedì di combattere sotto i colori della Union Jack erano i più gagliardi di tutti: si chiamavan Zulù, avevano fisici che ricordavano il Lotar dei fumetti che girava in coppia con Mandrake, erano capaci in una giornata di trotterellare per sessanta, settanta chilometri attraverso le colline del Transvaal, presentandosi poi in battaglia ancora freschi e minacciosi come sempre (i «muli» di Mario, i legionari romani veterani di molte battaglie, a suo tempo avevano marciato compiendo la stessa distanza, ma a passo veloce e con un carico molto superiore). E nella seconda metà dell' Ottocento avevano annientato un corpo di spedizione inglese in un posto chiamato Isandhlwana e solo gli intrighi interni ai clan riuscirono ad impedire che i loro «impies», i temibilissimi battaglioni con i colori bianchi e neri, spazzassero via le giubbe rosse dagli altopiani ad ovest del Nataal con la loro celebrata tattica a tenaglia. Non c' è mai stato nulla che gli inglesi abbiano ammirato più del coraggio fisico, ma il costume degli Zulù di non fare prigionieri era eccessivo anche per il loro cinismo strategico degli inglesi. Da noi l' italiano medio, a meno che non avesse parenti che vivevano oltremare, raggiungeva solo una conoscenza molto approssimativa e superficiale delle colonie, essendo normalmente interessato al paesello natio e al campanile e, come viaggi, al giro della propria stanza o intorno alla propria seggiola. Spesso confondeva i reparti regolari con quelli irregolari, gli zaptiè - carabinieri neri - con i doubat, gli spahis - che pure andavano a cavallo - con le truppe cammellate. Gli inglesi nominavano con evidente disinvoltura tutte le loro più grandi sconfitte coloniali - la ritirata della colonna inglese da Kabul, quando un solo europeo riuscì a raggiungere Jalalabad, l' annientamento di quasi due reggimenti bianchi a colpi di cannone, all' inizio delle guerre sikhs - sapendo naturalmente di aver vinto alla fine le guerre (ma non erano poi tanto sportivi, e se trovavano qualcuno più abile di loro, come il leggendario colonnello Paulus von Lettow Vorbeck, che riuscì a non farsi mai prendere, portandoli in giro per i laghi e le boscaglie del Tanganyka durante la prima guerra mondiale, cercavano di ignorarlo nei libri di storia). Da noi invece c' era stata Adua, e bastava pronunciare questo nome in pubblico per avvertire un lutto profondo e quasi fisico, come qualcuno che stesse tirando un telo nero sopra di noi. I militari dovevano certamente avere informazioni più dettagliate, per quanto non sarei così sicuro, e si era visto di peggio nel passato. Ma il loro settario, angusto, spirito di corpo era così forte che molti tendevano a svilire qualsiasi cosa uscisse fuori dei ranghi e non avesse l' impronta sabauda o fascista. Un fare anche altezzoso, fatto passare per nobiltà di sentire che gli veniva pe li rami, abbandonato di colpo quando si trattava di arraffare i meriti e le conquiste altrui. Durante tutto il Risorgimento i garibaldini, anche dopo aver conquistato il Regno delle due Sicilie nella gloriosa maniera che sappiamo, vennero sempre trattati da pezzenti, con rare eccezioni. I Savoia arrivarono al punto di lasciar partire Garibaldi da Napoli senza che nessuno di quei supponenti ufficiali piemontesi andasse a stringergli la mano mentre saliva su una barchetta diretta a Caprera portandosi dietro le solite sementi, salutato solo dalle navi inglesi in rada che si schierarono immediatamente, come per fare ala all' amatissimo eroe, cominciando a sparare salve in suo onore. Seguendo questa linea, gli alti comandi coloniali in Africa tennero nei riguardi degli ascari un atteggiamento che definirei una variabile dipendente: se ne servivano in tutte le occasioni, sempre più consapevoli di non poter fare a meno di loro; ma qualsiasi apprezzamento pubblico dipendeva dall' umore degli ufficiali in loco, dal grado di razzismo dei generali rimasti a Roma, dai giochi e dalle gelosie interne e da una serie di fattori del tutto indipendenti dal comportamento degli ascari. Il mito degli ascari nacque quasi per sbaglio in occasione di Adua. Nel telegramma inviato al governo in cui raccontava, a modo suo, la catastrofe, il generale Baratieri, scaricando tutte le colpe sui nostri soldati, aveva indirettamente fatto l' elogio degli ascari eritrei. Era un atto assolutamente intollerabile per gli alti comandi italiani, che manovrarono subito per far scrivere ai giornali l' esatto contrario. Ma nelle colonie qualsiasi ufficiale che avesse comandato reparti indigeni era consapevole della grande superiorità degli eritrei, come combattenti, rispetto ai soldati italiani. Non solo gli ascari erano naturalmente coraggiosi, audaci e spesso feroci. Ma avevano dalla loro la conoscenza del terreno e un fisico cresciuto a queste quote, insieme ad un' estrema mobilità dovuta all' assenza di salmerie e di bagagli, con l' eccezione di un sacchetto leggero di tela infilato da un bastone, che portavano sulla spalla. Erano frugali, resistenti alla fame e alla sete - ma non al freddo - e in tutto e per tutto costituivano delle truppe scelte. A volte poteva essere imbarazzante il confronto con i coscritti italiani, che sbarcavano a Massaua, con catenine al collo, santini nel portafogli e la faccia verde per il mal di mare, ed era una pena vederli muovere con il fiato corto e tanta goffaggine tra le ambe. Per alcuni decenni si svolse tra Roma e l' Eritrea una recita a soggetto, in cui il Governo cercava di risolvere ogni problema insorto in colonia con una spedizione di soldati di leva, che nessuno all' Asmara voleva. Ed è rimasto celebre un telegramma inviato da Ferdinando Martini, considerato uno dei migliori coloniali che abbia mai avuto l' Italia, dopo aver saputo che il governo aveva intenzione di effettuare una di queste spedizioni senza il suo consenso: «Primo bersagliere imbarcato a Napoli e diretto a Massaua, governatore dell' Eritrea s' imbarcherà prima nave a Massaua diretta a Napoli». Una delle ragioni non dette dell' impiego degli ascari era totalmente opportunistica. Quando moriva un soldato italiano, magari per malattia o per un incidente, la sua morte provocava un seguito di lamenti, indignazione, richieste di indagini ed eventualmente di rimozioni, mentre gli ascari potevano defungere a battaglioni interi e in Italia tutto questo aveva un' eco molto più limitata. Quando scoppiò la seconda guerra mondiale gli ascari si erano dimostrati talmente insostituibili che l' arruolamento era stato allargato da tempo ad altre etnie simili, come gli yemeniti e gli ahmara. Ed è deprimente accorgersi come i comandi italiani, che avevano a disposizione delle truppe di colore non eccellenti, ma le migliori che si potessero trovare in Africa, le abbiano impiegate malamente, molto al di sotto delle loro capacità. La scelta del Duca d' Aosta di arroccarsi in cima alle ambe, giustificata dalla scarsezza di mezzi e di munizioni che gli impedivano la mobilità, assomiglia molto ad una mossa suicida. A distanza di oltre cinquant' anni dalla fine della guerra in Africa orientale si capisce meglio che l' andamento disastroso della campagna era dipeso dal fatto che il nostro comando aveva una conoscenza limitata delle guerriglia (mai nessuno che avesse letto il libro di Liddell Hart, il famoso esperto militare inglese, sulla guerriglia in Arabia e su T. E. Lawrence, mai nessuno che avesse studiato le tattiche e gli inganni inventati da von Lettow in Tanganyka). Solo Amedeo Guillet, di cui abbiamo già parlato nelle puntate precedenti, e pochi altri, avevano capito che in una regione accidentata come quella dell' Africa Orientale, le possibilità della guerriglia erano infinitamente superiori a quelle di azioni come vengono insegnate dai manuali. Anche se il comandante-diavolo, come veniva chiamato Guillet, dava della guerriglia un' interpretazione forse troppo eroica, guidando cariche impossibili di cavalleria contro le postazioni anglo-indiane, commentate più tardi con enorme ammirazione dagli storici inglesi. Ma che avevano corso il rischio di finire come la carica della Light Brigade a Balaklava (conosciuta in Italia come «Carica dei Seicento»). Tutto questo avveniva a guerra già conclusa, senza alcuna speranza di cambiare le sorti di un conflitto già deciso. Ed è abbastanza significativo del carattere degli eritrei che le formazioni di Guillet, chiamate «Bande Amhara a cavallo», in realtà erano composte in maggioranza da giovani eritrei. E tra loro c' erano degli ascari che avevano combattuto fino alla fine. E che invece di tornare a casa si erano arruolato sotto il comandante-diavolo, per i soldi, ma anche perché avevano molto amor proprio e ci tenevano a fare una bella figura con gli amici italiani. (3- continua) - STEFANO MALATESTA

 
 
 
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Medaglia d'oro al Valor Militare alla Memoria.

 

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.... Racconterà di un tempo.... forse per pochi anni, forse per pochi mesi o pochi giorni, fosse stato anche per pochi istanti in cui noi, italiani ed eritrei, fummo fratelli. .....perchè CORAGGIO, FEDELTA' e ONORE più dei legami di sangue affratellano.....
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A DETTA DEGLI ASCARI....

...Dunque tu vuoi essere ascari, o figlio, ed io ti dico che tutto, per l'ascari, è lo Zabet, l'ufficiale.
Lo zabet inglese sa il coraggio e la giustizia, non disturba le donne e ti tratta come un cavallo.
Lo zabet turco sa il coraggio, non sa la giustizia, disturba le donne e ti tratta come un somaro.
Lo zabet egiziano non sa il coraggio e neppure la giustizia, disturba le donne e ti tratta come un capretto da macello.
Lo zabet italiano sa il coraggio e la giustizia, qualche volta disturba le donne e ti tratta come un uomo...."

(da Ascari K7 - Paolo Caccia Dominioni)

 
 
 
 

 
 
 
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