Premessa Non sono ancora le cinque del mattino, la casa è immersa in quel silenzio denso e ovattato che appartiene ancora al cuore della notte, quando il traffico in lontananza tace e l'unico suono percettibile è il respiro regolare di chi dorme nell'altra stanza o le fusa della gatta accoccolata sulla pancia. Seduto al tavolo dello studio illuminato solo dalla luce fioca del monitor, mi ritrovo a fissare il braccio dove indosso il manicotto per misurarmi la pressione, come ogni giorno fa parte del rito del risveglio. Osservo il reticolo bluastro delle vene che affiora sotto la pelle, le nocche delle mani che sembrano più spigolose rispetto a un decennio fa, un paio di minuscole macchie scure comparse da chissà dove. È una mappa topografica del tempo. È il mio corpo che, sottovoce, mi ricorda una verità ineluttabile: ho superato il vertice della parabola e adesso percorro il ramo decrescente che tende all'infinito. Inizia l'anno del Cavallo ed assieme anche la Quaresima, per molto tempo ho dedicato parole anche qui, pensieri e meditazioni per affrontare il mistero della morte. La nostra epoca ha dichiarato guerra alla morte. La nascondiamo, la medicalizziamo, la confiniamo in asettiche stanze d'ospedale. I miliardari della Silicon Valley investono fortune in criogenesi e terapie geniche nel tentativo disperato di hackerare la biologia, sognando di scaricare la propria coscienza su server inossidabili. Vorremmo vivere per sempre, lisci, perfetti, immutabili, con la stessa pelle morbida della mia nipotina da poco al mondo. Eppure, in questo silenzio notturno, sento un'assurda, profonda gratitudine per la mia data di scadenza. L'idea di un'esistenza infinita non mi trasmette pace; mi trasmette un terrore sterile. Se c'è una cosa che il tempo, lo studio e l'osservazione dei limiti mi hanno insegnato, è che l'immortalità è la morte del significato. Oggi voglio scrivere un elogio a ciò che ci preoccupa di più. Voglio tracciare una rotta attraverso l'idea di mortalità, navigando tra filosofie antiche e pietre millenarie, per capire perché la nostra fine non è un difetto di fabbrica, ma il motore stesso della bellezza. Non azzarderò, per il massimo rispetto dei pensieri personali, visioni oltre la soglia, mi basta capire il senso di questa occorrenza inevitibile della vita ed il senso preziossimo del suo inviluppo.
Il Buddhismo e la sabbia: L'Impermanenza come liberazione Se l'Occidente combatte il tempo, l'Oriente lo osserva scorrere. Nel Buddhismo, il concetto di Anicca (l'impermanenza) non è una nozione filosofica astratta, ma il fondamento stesso della realtà. Tutto cambia, tutto si dissolve, nulla permane. La sofferenza umana (Dukkha) nasce esattamente dall'attrito tra la nostra pretesa di rendere eterne le cose e la natura intrinsecamente transitoria dell'universo. Noi stringiamo i pugni per trattenere l'acqua, e piangiamo quando ci sfugge tra le dita. C'è una pratica, nel Buddhismo tibetano, che considero la più alta espressione artistica di questo concetto: la creazione del Mandala di sabbia. Per giorni, a volte settimane, i monaci lavorano chini su un pavimento, utilizzando piccoli imbuti metallici chiamati chakpur. Fanno scivolare granelli di sabbia colorata con una precisione millimetrica, dando vita a geometrie sacre di una complessità e di una bellezza abbacinanti. È un lavoro che richiede una concentrazione assoluta, una dedizione che rasenta l'ascetismo. L'osservatore occidentale guarda quell'opera e pensa a come conservarla: "Dovremmo metterci sopra una lastra di vetro", "Dovremmo fissarla con la colla". Ma il mandala non viene creato per restare. Nel momento esatto in cui l'opera raggiunge la sua massima perfezione, il mandala viene distrutto. I monaci prendono delle spazzole e, con gesti calmi e metodici, mescolano tutti i colori, cancellando settimane di fatica in pochi secondi. La sabbia grigia risultante viene poi versata in un fiume, restituita al mondo. Questa è la mortalità abbracciata. È l'accettazione che il valore di un'esperienza, di un amore o di una vita intera non risiede nella sua durata, ma nella sua intensità e nella grazia con cui sappiamo lasciarla andare. Noi siamo quel mandala. La nostra identità, le nostre conquiste, i nostri amori: tutto è disegnato con la sabbia. E la bellezza della nostra esistenza sta proprio in questa fragilità. Sapere che l'onda arriverà a cancellare il disegno non sminuisce la meraviglia del tratto, la esalta.
Il Bushido: La Spada e i Fiori di ciliegio Se per il monaco la mortalità è sabbia, per il guerriero giapponese è una lama fredda appoggiata costantemente sul collo. Il Bushido, la via del Samurai, è forse il codice etico che ha guardato la morte con la maggiore intimità nella storia umana. Nel Hagakure, il testo fondamentale redatto da Yamamoto Tsunetomo agli inizi del 1700, si legge una frase che, presa fuori contesto, suona nichilista: "Ho scoperto che la Via del Samurai è la morte. In una situazione di metà e metà, si deve scegliere la morte". Non c'è culto del suicidio in queste parole, ma una profonda igiene mentale. Il Samurai si addestra a considerare se stesso già morto ogni singola mattina. Se accetti che la tua vita è già perduta, ogni istante in più ti viene donato come un miracolo, ti liberi dall'ansia della conservazione. Non combatti per sopravvivere (chi combatte per sopravvivere è esitante, contratto, ha troppa paura di perdere), combatti per fare la cosa giusta in quel preciso istante. Il simbolo del samurai non è una roccia incrollabile, ma il Sakura, il fiore di ciliegio. Perché i giapponesi venerano così tanto la fioritura dei ciliegi? Non è solo per l'estetica. È perché il sakura fiorisce in modo esplosivo, magnifico, e poi cade nel momento esatto del suo massimo splendore, al primo soffio di vento. Non appassisce, non marcisce sul ramo aggrappandosi alla vita. Muore all'apice della sua bellezza. Un fiore di plastica non muore mai, ma non ha alcun fascino. La nostra mortalità è ciò che ci rende vivi. L'acciaio del mio Iaito, affilato fino a spaccare un capello, è la linea di demarcazione tra l'essere e il non essere. La consapevolezza di quella fine imminente aguzza i sensi: fa percepire il calore del sole sulla pelle in modo più intenso, fa assaporare il Thé verde come se fosse l'ultimo, trasforma ogni gesto in un rituale assoluto. Se fossimo immortali, rinvieremmo sempre tutto a domani. La nostra mortalità è l'unico vero motore del presente.
La Tradizione cavalleresca: Il Sacrificio e il peso del tempo Spostando il pensiero dall'Oriente al nostro continente, nell'Europa medievale, la mortalità assume un connotato leggermente diverso, intimamente legato a un concetto che oggi sembra quasi fuori moda: il Dovere. La tradizione cavalleresca europea si fonda sul rito della "Veglia d'Armi". Prima di essere nominato cavaliere, il giovane aspirante doveva passare l'intera notte da solo nella cappella, vestito di bianco in preghiera, davanti all'altare su cui erano deposte le sue armi. Niente cibo, niente sonno, solo l'oscurità, il freddo della pietra e la consapevolezza della propria miseria umana di fronte al divino. Spesso, in queste cappelle, o negli studi dei filosofi e dei comandanti dell'epoca, troneggiava un Memento Mori: un teschio nudo, poggiato accanto a una clessidra o a una candela che si consuma. "Ricordati che devi morire". Perché questa insistenza macabra? Perché, ancora una volta, senza mortalità non può esserci virtù. Rifletto su cosa sia il coraggio e da qui traggo ispirazione per la canzone di sottofondo che è in primis una poesia di Yeats scritta in memoria di Robert Gregory, figlio di Lady Gregory,maggiore dell'aeronautica e quindi cavaliere del Cielo. Cos'è il coraggio se non si può morire o essere feriti in modo permanente? Se la mia vita fosse un videogioco in cui posso ricaricare la partita all'infinito, rischiare il mio corpo per salvare qualcun altro non sarebbe un atto di eroismo, ma una banale transazione. Il cavaliere sa di avere un tempo limitato, sa che le sue ossa si romperanno e la sua carne sanguinerà. È proprio perché la sua vita è unica e finita che offrirla in difesa dei deboli assume un valore sacro. La cavalleria è l'arte di dare un peso specifico alla propria mortalità. Ancora di più, questo si applica all'amore e alle relazioni umane. Quando decido di dedicare un'ora del mio tempo a una persona che amo, le sto donando qualcosa di inestimabile: un frammento della mia esistenza che sta scivolando via e che non mi verrà mai restituito. Se il mio tempo fosse infinito, il mio dono non varrebbe nulla. L'amore puro, quello cavalleresco, è tale proprio perché si fonda su un'economia della scarsità. Io ti dono i miei giorni contati, e tu li accogli.
L'Arte del Costruire: Pietre che invecchiano con dignità Questa filosofia del limite non si applica solo all'anima, ma anche alla materia. Prendo in prestito un concetto dal mondo dell'architettura e dell'ingegneria: l'Arte del Costruire. Oggi costruiamo scatoloni di vetro e acciaio inossidabile progettati per rimanere uguali a se stessi. I rendering tridimensionali dei nostri edifici ci mostrano strutture asettiche, senza ombre, senza sporco. Quando questi edifici moderni iniziano a subire l'ingiuria del tempo, quando il silicone si stacca e il metallo si opacizza, ci appaiono semplicemente vecchi, degradati, tristi. Hanno fallito il loro intento di immortalità. Guardiamo invece a come si costruiva un tempo. I Romani, i costruttori delle cattedrali gotiche, i maestri d'ascia. Costruivano sapendo perfettamente che la materia è sottomessa al tempo. E usavano materiali che sapevano invecchiare. Pensiamo a un arco in pietra o in laterizio. L'arco è una struttura intrinsecamente tesa. Le pietre sono spinte l'una contro l'altra dalla gravità; è la forza stessa che vorrebbe farle crollare (il peso) a tenerle insieme, culminando nel concio di chiave. Un muro di pietra viva, un tetto in cotto, una pavimentazione in legno massello: queste cose non sono immortali. Assorbono l'acqua, si macchiano, si corrodono. Ma, nel farlo, acquisiscono quella che gli esperti chiamano "patina del tempo". Un casale di quattrocento anni, con l'intonaco scrostato che rivela la tessitura dei sassi sottostanti, con il tetto leggermente imbarcato sotto il peso dei secoli, non ci appare "degradato". Ci appare maestoso. Ha un'anima. Ha inglobato la sua stessa mortalità diventando un organismo vivente che dialoga con la pioggia, con il sole, con le generazioni che lo hanno abitato. Costruire un'opera destinata a sopravviverci non significa costruire qualcosa di eterno, ma qualcosa capace di decadere con dignità, diventando una rovina romantica (e istruttiva) per chi verrà dopo di noi. È il passaggio del testimone. Se l'edificio non potesse morire, non racconterebbe alcuna storia.
La Cultura italiana: Convivere col Vulcano Ed eccoci all'approdo finale di questa lunga riflessione: noi. L'Italia. C'è un motivo profondo per cui la nostra terra ha prodotto la massima espressione del Rinascimento e, al contempo, coltiva una malinconia latente. Noi italiani siamo un popolo che ha costruito la sua intera identità danzando sul bordo dell'abisso. La nostra cultura è la sintesi perfetta tra la gioia di vivere e la consapevolezza della fine. Non c'è luogo in Italia in cui la morte non sia costantemente intrecciata con la vita più vibrante. Penso a Napoli, una città di una vitalità caotica, rumorosa, viscerale, che vive letteralmente alle pendici e dentro le propaggini di uno dei vulcani più pericolosi del mondo. I napoletani camminano sopra le rovine di Pompei ed Ercolano, sanno che tutto può finire in una nuvola di cenere incandescente da un momento all'altro. E qual è la reazione? Non è la disperazione, non è il fatalismo inerte. È l'urgenza di vivere. È l'esaltazione del caffè bevuto bollente, dell'amore passionale, dell'ironia feroce. Penso a Venezia, una città costruita sull'acqua, un miracolo ingegneristico che sta lentamente sprofondando. Come ho avuto modo di dire la bellezza di Venezia è indissolubilmente legata alla sua agonia. È un teatro magnifico che sa che il sipario, prima o poi, calerà per sempre a causa dell'alta marea. Noi italiani non nascondiamo la morte. La celebriamo. I nostri cimiteri sono musei a cielo aperto. Le Catacombe dei Cappuccini a Palermo mostrano i morti non come entità astratte, ma come membri della comunità vestiti a festa. Le nostre feste religiose mescolano continuamente sacro e profano. A novembre, per i Morti, nella mia regione si preparano dolci che si chiamano "Piade dei Morti". Mangiamo il senso della morte, la addolciamo, la metabolizziamo. Siamo il popolo che, nei pranzi della domenica, alza il calice di vino rosso e brinda dicendo: "Alla salute nostra, e di chi non c'è più". In quel semplice gesto, in quel bicchiere sollevato sopra una tovaglia macchiata di sugo, c'è tutta l'accettazione della nostra natura effimera. I morti siedono a tavola con noi. Sono la radice invisibile della nostra allegria.
Conclusione Torno a fissare le mie mani in questa stanza silenziosa. Il Thé è ormai freddo nella tazza. Ho smesso di cercare la perfezione in me stesso, perché la perfezione appartiene alle divinità, non agli uomini transeunti. I capelli bianchi che si moltiplicano, le cicatrici che porto addosso, i dolori articolari quando il barometro scende: non sono fallimenti, sono il mio personale kintsugi, le linee d'oro che tengono insieme i cocci del mio vissuto. Essere mortale non è una condanna, è l'unico vero privilegio che mi è concesso. È il bordo del foglio che ci permette di disegnare qualcosa che abbia un senso. È la raffica nelle narici che mi costringe a respirare profondo. Oggi, mentre il cielo fuori dalla finestra inizia a schiarirsi e il mondo dei vivi riprende a fare rumore, perché la vita fa sempre rumore, mi alzo e vado a sciacquare la tazza. Un nuovo giorno sta iniziando. Sarà imperfetto, sarà faticoso e, inesorabilmente, mi porterà un passo più vicini alla data. Ed è proprio per questo che non voglio perdermi neanche un minuto di questo meraviglioso, inevitabile naufragio. Godspeed!
Un Aviatore irlandese prevede la sua morte - W.B. Yeats, Branduardi
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