Premessa Ci sono lettori di questo blog che non sono iscritti a Libero, non scrivono commenti, mi porgono le loro osservazioni a voce in palestra, in equipaggio o nella sala d'arme, a volte anche su Whatsapp, anche se ci siamo conosciuti su vecchie BBS che sono ricordi dei tempi che furono. Su loro sollecitazione a scrivere nuovi elogi, visto che il precedente ha avuto gradimento e sollecitato partecipazione, ne aggiungo uno nuovo. Ricominciamo:
C'è un momento preciso, solitamente intorno alle sette del mattino, in cui il mondo sembra dividersi esattamente in due categorie: chi si affanna a fare rumore e chi, nel silenzio più assoluto, da qualche ora osserva e risparmia il fiato. Ho passato gran parte della mia vita svegliandomi prima dell'alba e sentendomi in colpa per appartenere, intimamente e filosoficamente, alla seconda fazione. Sono le ore migliori della mia giornata, quelle dove il ragionamento è più fluido e dove il silenzio e la mancanza di movimento fisico mi aiuta a capire le cose. Siamo cresciuti nell'era del fare, del produrre, dell'agitarsi costante nel rincorrere il tempo. Il sudore è diventato la valuta con cui compriamo il diritto di esistere; il movimento perpetuo, anche quando inutile, è scambiato per virtù. Eppure, ho ricordi di quando seduto nel pozzetto freddo, con una tazza di Earl Grey tra le mani che fuma nell'aria gelida della prima aurora, ho guardato la scia della barca e pensato a quanto ci abbiano ingannato. Ci hanno insegnato a combattere la resistenza del mondo con la forza bruta, a spingere fino allo stremo. Ma la natura non funziona così. La natura, nella sua infinita e spietata saggezza, è profondamente, intimamente, meravigliosamente pigra. Oggi voglio tessere un elogio non dell'accidia, che è la malattia dell'anima, punita nelle acque limacciose dello Stige, ma della "pigrizia" intesa come la massima espressione dell'eleganza: il principio del minimo sforzo per il massimo risultato. È il Tao che scorre senza sforzo in un viaggio che parte dalle leggi insindacabili della fisica, attraversa le beute della chimica, risuona nell'acciaio delle spade medievali, si incarna nella nostra bistrattata cultura italiana e trova la sua apoteosi in mezzo all'oceano, quando il mondo sembra finire e l'unica via di salvezza è smettere di combattere.
Fisica ed Entropia: L'Universo non ama faticare Il mio pensiero parte dalle fondamenta del cosmo: la Fisica; se la si sa ascoltare, è un manuale di auto-aiuto per pigri intelligenti. Tutto nell'universo obbedisce al Principio di Minima Azione, formalizzato da scienziati del calibro di Hamilton e Maupertuis. Questo principio stabilisce, che la natura sceglie sempre il percorso che richiede il minor dispendio di energia nel tempo. La luce che si piega passando dall'aria all'acqua (la rifrazione) non lo fa per un vezzo estetico, ma perché calcola istantaneamente il percorso più "veloce" ed efficiente tra due punti, considerando la resistenza del mezzo. La luce è pigra. Non fa un millimetro in più del necessario. E poi c'è lei, la bestia nera di ogni ingegnere: l'Entropia. Il Secondo Principio della Termodinamica ci ricorda costantemente che l'universo tende inesorabilmente verso il disordine. Mantenere l'ordine, mantenere la rotta rettilinea, tenere in piedi una casa che vibra per il terremoto, o trovare una posizione logica agli oggetti sul mio tavolo caotico richiede una spesa continua di energia. L'errore fatale dell'uomo moderno è pensare di poter sconfiggere l'entropia a cazzotti, bruciando fatica a dismisura. Come succede nell'impiego dell'Intelligenza Artificiale che costa energie inimmaginabili per ciascun utente, persone come me che in questo modo perdono il rispetto per la Natura. Perché affannarmi a costruire, ordinare, correre, se l'intero cosmo aspira al riposo? La "morte termica" dell'universo non è forse la suprema pigrizia? Ogni atomo cerca il suo stato di energia minima. Una pallina su un crinale rotolerà sempre a valle, dove può fermarsi. Io, nel mio piccolo, mi sento come quella pallina. La mia pigrizia non è rifiuto della vita, è adesione alla legge cosmica. È smettere di risalire la corrente del fiume eracliteo per lasciarmi portare verso la foce, perché non sono un salmone. La termodinamica insegna che ad ogni azione corrisponde una dissipazione sotto forma di calore. Più ti agiti, più contribuisci al disordine generale, più ti esaurisci. Il vero maestro di fisica non è colui che spinge un masso su per la collina come un Sisifo dopato, ma colui che usa una leva, si siede, e lascia che sia la gravità a fare il lavoro sporco. La pigrizia, in fisica, si chiama Efficienza.
Chimica e Catalizzatori: L'Arte di abbassare l'asticella
Se la fisica detta le regole d'ingaggio, la chimica ci mostra come aggirarle con classe. Immaginate di voler innescare una reazione. Avete i reagenti, ma sono stabili, non vogliono saperne di combinarsi. L'approccio "muscolare", quello che ci viene inculcato dalla società del lavoro duro, suggerisce di prendere il Becher e scaldarlo a temperature infernali. Bruciare gas, spendere energia, forzare le molecole a scontrarsi violentemente finché non cedono, superando quella che i chimici chiamano "Energia di Attivazione". Poi arriva il chimico pigro. Lui non accende il becco di Bunsen. Lui prende una goccia di un'altra sostanza, un catalizzatore, e la lascia cadere nel composto. Il catalizzatore non partecipa alla reazione, non si consuma, si limita a farsi gli affari suoi, ma la sua sola presenza offre ai reagenti una "strada alternativa" in cui l'Energia di Attivazione è drasticamente più bassa. La reazione avviene a temperatura ambiente, senza sforzo, senza fiamme. Gli enzimi nel nostro corpo fanno esattamente questo. Se dovessimo digerire un pasto usando solo il calore e l'acidità, dovremmo operare a temperature che ci ucciderebbero. Gli enzimi, pigri e geniali, smontano le proteine senza che noi ce ne accorgiamo. L'intelligenza non sta nello sfondare il muro a testate, ma nel trovare la serratura giusta e girare la chiave senza fare rumore. Questo è l'elogio chimico all'inazione calcolata.
La Geometria dell'Attesa: Marozzo, Fiore dei Liberi e la Spada storica Mi sposto ora in un campo dove l'idea di pigrizia sembra un'eresia: il combattimento all'arma bianca. Se guardiamo i film di Hollywood, i duelli con la spada a due mani (la Longsword medievale) sono un trionfo di acrobazie, fendenti rabbiosi, metallo che sbatte su metallo, salti e sudore una spesa energetica folle. Ma se andiamo a leggere i veri trattati di scherma storica, come il "Flos Duellatorum" del maestro italiano Fiore dei Liberi (1409), quelli del grande caposcuola bolognese Achille Marozzo con la sua "Opera nova chiamata Duello", scopriamo una verità sconvolgente: il vero spadaccino è un risparmiatore compulsivo di energia. Nel combattimento reale, chi si agita muore. Chi tira un colpo di forza bruta, sbilanciandosi, è altrettanto un uomo morto. La scherma antica si basa sul concetto di "Posta" (o guardia): posizioni del corpo e della lama studiate per offrire il massimo risultato difensivo e offensivo col minimo sforzo muscolare, sfruttando la struttura ossea e le leve. Il maestro si mette in Posta di Donna la Soprana o in Dente di Cinghiaro e... aspetta. L'avversario inesperto, carico di adrenalina e ansia da prestazione attacca con foga. Brucia ATP, alza i battiti cardiaci, telegrafa il suo movimento. L'esperienza insegna a Non opporre forza alla forza, bloccare un colpo potente costa troppa fatica, molto meglio un minuscolo passo fuori dalla linea d'attacco per usa il "Forte" della propria lama (la parte vicino all'elsa, dove c'è la leva migliore) contro il "Debole" della lama avversaria (la punta). Con un movimento di polso di pochi centimetri, è semplice deviare la furia cinetica dell'attaccante nel vuoto, sfruttandone l'inerzia per lasciarlo cadere sulla propria punta. Il principio del cedere, che si concretizza nelle "parate a piovere", è l'apoteosi della pigrizia marziale. Se spingi, io cedo, e tu cadi per il tuo stesso peso. Se tiri, io assecondo, e ti ritrovi la mia punta in gola. Il maestro sopravvive al campo di battaglia perché non suda se non è strettamente necessario. La sua lama è un catalizzatore che risolve l'equazione del conflitto consumando la minor quantità di energia possibile.
L'Anima Italiana, l'Otium e la Sprezzatura termodinamica Questa attitudine alla conservazione dell'energia noi italiani la portiamo nel DNA, anche se ultimamente ce ne vergogniamo. I popoli nordici, eredi di un'etica calvinista in cui il lavoro incessante è segno di elezione divina, ci guardano spesso dall'alto in basso, bollando il nostro approccio alla vita come "pigro", appunto. Ma noi siamo figli di Roma, e a Roma esisteva una dicotomia fondamentale: Negotium (gli affari, il lavoro, la fatica) e Otium. L'Otium non era il guardare il soffitto facendo ruotare vorticosamente soltanto i pollici, era il tempo dedicato allo studio, alla riflessione, alla cura dell'anima, alla contemplazione; era il riconoscimento che una mente perennemente affaticata dal fare diventa sterile. In Italia, l'elogio della pigrizia si è evoluto nei secoli in concetti raffinatissimi. Si pensi a Baldassarre Castiglione e alla sua Sprezzatura, l'arte di compiere azioni difficilissime facendole apparire naturali, prive di sforzo, quasi noncuranti. Non è forse questa la massima efficienza termodinamica? Fare, facendo credere di non fare. Il nostro "dolce far niente", così frainteso all'estero, non è inedia. È una ricarica dei sistemi vitali. È il riconoscimento che sedersi al sole a bere un bicchiere di Sangiovese senza guardare l'orologio, permette alle idee di sedimentare, abbassa l'energia di attivazione dei nostri pensieri e ci permette, il giorno dopo, di risolvere un problema in dieci minuti invece che in dieci ore di inutile accanimento. L'italiano autentico possiede una saggezza felina: il gatto dorme diciannove ore al giorno, non perché è inutile, ma perché quando scatta per cacciare, lo fa con una perfezione balistica ed un'efficienza muscolare che nessun animale ansioso potrà mai eguagliare.
Il Mare e la Cappa in tempesta: Sopravvivere facendo assolutamente nulla E poi c'è il mare, il mio grande, austero maestro dove queste teorie – la termodinamica, i catalizzatori, la scherma antica, l'Otium latino – trovano la loro prova del fuoco, o meglio, dell'acqua, nel momento in cui la natura decide di smettere di scherzare. Chiunque vada per mare prima o poi incontra la tempesta. Non la burrasca divertente che ti fa stringere i denti e urlare come un bovaro americano, ma la tempesta vera, quella cattiva, quella che oscura il cielo lluminato solo di folgori e trasforma il mare in una catena montuosa in movimento, con creste frangenti cariche di schiuma e rabbia gravitativa. Quando il vento supera i 45 - 50 nodi, e le onde diventano muri d'acqua nera, l'istinto primordiale dell'uomo moderno prende il sopravvento. L'istinto dice: combatti, così ti aggrappi alla ruota del timone, cerchi di orzare su ogni onda e di poggiare quando ne scendi, surfi dalla cresta, tieni il motore acceso sperando di vincere la furia degli elementi con i tuoi miseri cavalli vapore. Sudi, urli, cazzi le scotte, dimentichi di combattere con la fisica come alleata e non come nemico. Sette volte su otto in questo modo rompi qualcosa; rompi l'attrezzatura, rompi l'albero, o rompi te stesso per l'esaurimento. Perché non puoi battere il CAPE di un Medicane con la forza delle tue braccia. Il marinaio saggio, il marinaio "pigro", conosce una tecnica antica che rappresenta la sublimazione di tutti i concetti che ho raccontato finora. Si chiama Mettersi alla cappa (in inglese Heaving to). Come funziona? È sconvolgentemente controintuitivo: quando il mondo esplode, tu non acceleri, anzi, tu fermi la barca. Lasci che il fiocco (la vela di prua) prenda "a collo", ovvero cazzato dalla parte sbagliata, sopravvento. Laschi la randa (la vela principale), togliendole quasi tutta la potenza. Infine, spingi la barra del timone tutta all'orza e la leghi fissa. A questo punto avviene una magia fisica, un equilibrio di forze perfetto: il fiocco a collo spinge la prua della barca a scendere (poggiare) allontanandosi dal vento, ma nel momento in cui la barca prende un po' di velocità in avanti spinta dal fiocco, l'acqua agisce sul timone che è bloccato tutto da un lato, costringendo la barca a risalire (orzare) verso il vento. Nel frattempo, la randa lasca fa da stabilizzatore aerodinamico. La barca entra in uno stallo perfetto e dinamico. Si ferma. Le tensioni spariscono. Non avanza quasi più. Inizia a scarrocciare, ovvero a scivolare lateralmente e all'indietro, molto lentamente, spinta dal vento. Qui avviene il miracolo fluidodinamico, scivolando lateralmente, la chiglia della barca trascina con sé enormi masse d'acqua, creando una zona di turbolenza e vortici esattamente sopravvento allo scafo (la Remora). Quando l'onda frangente, quella che potrebbe capovolgere la barca, arriva e incontra questa zona di turbolenza generata dallo scarroccio, perde la sua energia di attivazione. Si siede. Invece di esploderti addosso, l'onda ti solleva dolcemente e passa oltre; hai usato il peso stesso della barca per modificare la geometria dinamica dell'onda. Mentre fuori ci sono 50 nodi di vento che urlano tra le sartie, la barca, mettendosi in questa postura difensiva (la sua Posta di donna soprana contro l'oceano), si stabilizza. Il movimento si smorza. Il rumore cambia. Cosa fare in questo momento? Assolutamente nulla. Assicurato che il timone tenga l'orza scendi sottocoperta, togli la cerata grondante d'acqua salata e metti vestiti asciutti, accendi il fornello basculante e metti a bollire l'acqua finché non hai nelle mani una tazza di thè caldo, ti siedi sulla cuccetta di sottovento e ascolti la burrasca passare. Hai smesso di combattere. Hai lasciato che le forze si annullassero a vicenda. Hai ceduto all'impeto del vento per usarlo contro il mare. Hai abbracciato la pigrizia assoluta come suprema tecnica di sopravvivenza.
Conclusione: Il Dovere di Risparmiarsi Spesso mi sento ossessionato dalla pulsione collettiva di riempire gli spazi, dal saturare il tempo, dall'imprimere forza in ogni direzione. Ma la lezione combinata delle stelle, delle provette, delle lame di Toledo, dei nostri nonni seduti all'ombra di un ulivo e dei grandi navigatori oceanici è univoca. La perfezione non è quando non c'è più niente da aggiungere per fare di più, ma quando non c'è più niente da togliere per ottenere lo stesso risultato. Esiste una dignità profonda nel sapersi fermare. Nel rifiutare la gara del logoramento. Nel riconoscere che a volte, la mossa tattica più geniale, l'intervento chimico più risolutivo, l'azione termodinamica più efficiente e l'atto di coraggio nautico più grande consistono semplicemente nel legare il timone, mettersi l'anima in pace e farsi un benedetto thè caldo mentre il mondo fuori urla. C'è bisogno di essere efficienti, eleganti, ma anche consapevolmente e fieramente, pigri. Godspeed, ma lentamente.
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il 17/02/2026 alle 18:12
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il 17/02/2026 alle 17:06
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il 17/02/2026 alle 11:48
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