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TUTTE LE DONNE DEL PRESIDENTE

 

COME DIVENTARE GAY

Gay si nasce. O si diventa in 5 settimane. Essere etero è out. Ma diventare gay si può e in poco tempo. Lo sostiene il libro di Claudia Mauri. Provocazione o no, il dibattito è aperto.
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GHOST STORY

 

 

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"Ho sempre detto a tutti di non aver sprecato un minuto, di aver goduto di tutta la mia vita. Ma ora capisco che se dovessi viverla di nuovo cercherei di essere più libera con le mie idee, il mio corpo e i miei affetti. Soprattutto cercherei di trovare un qualche modo di rompere il silenzio che si impone in me in fatto di sentimenti. Avrei dovuto farti capire, Roland, quanto, e quanto teneramente e quanto appassionatamente, ti ho amato."
Lee Miller

 

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“I poeti hanno sempre avuto la tendenza a considerare la poesia come l’alfa e l’omega della letteratura. Ci furono epoche in cui una simile convinzione era giustificata, ma oggi sa di stantio. La poesia continua a esistere e non è certo un genere secondario, ma ritengo fuori luogo considerarla incomparabilmente superiore alla prosa o al dramma della vita [...]. La poesia qua, la poesia là, la poesia su, la poesia giù... nella maggior parte di frasi siffatte il soggetto potrebbe essere sostituito con “la prosa” e andrebbero ugualmente bene.

W. Szymborska, letture facoltative. Adelphi, 2006 

 

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CITAZIONI CITABILI

"Uno degli aspetti più interessanti di questo nostro universo è che più si ha motivo di lamentarsi, meno lo si fa."

"No, la mia vita è stata tutta in questi ultimi due mesi"

Tibor Fischer, La Gang del pensiero ovvero la zetetica e l'arte della rapina in banca. Garzanti, 1999

 

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Era stato ormai abbandonato, anche se lui allora non lo sapeva. Neanch'io lo sapevo: la maggior parte delle volte non si sa quando si è stati presi nè quando si è stati lasciati, non soltanto perchè ciò accade sempre a nostra insaputa, ma perchè risulta impossibile isolare il momento in cui tali ribaltamenti accadono, allo stesso modo in cui si ignora sempre se il fatto stesso di essere presi obbedisce ai propri meriti o virtù, alla propria e irripetibile esistenza, all'intervento decisivo compiuto o piuttosto, semplicemente, alla casuale intromissione di uno nella vita di un altro.

Jàvier Marias, L'uomo sentimentale. Einaudi, 2001

 
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BRAINS

WALTER SIMMONS


My parents thought that I would be
As great as Edison or greater:
For as a boy I made baloons
And wondrous kites and toys with clocks
And little engines with tracks to run on
And telephones of cans and thread.
I played the cornet and painted pictures,
Modeled in clay and took the part
Of the villian in the Octoroon.
But then at twenty-one I married
And had to live, and so, to live
I learned the trade of making watches
And kept the jewelry store on the square,
Thinking, thinking, thinking,thinking,--
Not of business, but if the engine
I studied the calculus to build.
And all Spoon River watched and waited
To see it work, but it never worked.
And a few kind souls believed my genius
Was somehow hampered by the store.
It wasn't true. The truth was this:
I didn't have the brains.

Spoon River Anthology
by Edgar Lee Masters

 

 

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The Bridge

Post n°68 pubblicato il 18 Febbraio 2008 da sei_gradi
 

Il 13 ottobre 2003 The New Yorker pubblicò un articolo di Tad Friend dal titolo “Jumpers”.

Dopo l’uscita del singolo di Madonna, “Jump”, il successo riscosso dal Parkour, o l’uscita di Jumper nelle sale, l’ultimo film con Samuel L. Jackson, potrebbe venire da pensare che si trattasse di un articolo sulle acrobazie urbane o sul teletrasporto. Ma non è così. E basta leggere il primo paragrafo per accorgersene.

“Poco dopo le dieci e trenta del mattino di mercoledì 19 marzo, un agente immobiliare di nome Paul Alarab cominciò ad attraversare il Golden Gate Bridge. Giunto a metà della strada pedonale, che porta pedoni e ciclisti da San Francisco alla Marin County, si fermò a scavalcò la ringhiera di sicurezza di poco meno di un metro e mezzo. Quindi si calò cautamente fino al limitare più esterno del ponte, una trave di un’ottantina di centimetri nota come “la corda”. È sulla corda, a oltre sessanta metri al di sopra della baia di San Francisco, che le persone che stanno per uccidersi spesso indugiano un istante.  In un giorno di sole, così com’era quel giorno, la veduta è maestosa: Angel Island sulla sinistra, Alcatraz dritta davanti, Treasure Island ancora oltre, a dividere in due la traccia grigia del Bay Bridge, e, adagiata sulle colline a sud, San Francisco.”

 

Alrab è una delle ventisei persone che sono sopravvissute al salto dal Golden Gate, ma è anche una delle oltre milleduecento che non ce l’hanno fatta. In entrambe le occasioni in cui è saltato, Alrab stava in effetti protestando, e sembra che la prima volta in cui è caduto – e sopravvissuto – sia stato un incidente. Ma un volo da oltre 66 metri con un impatto con l’acqua a settantacinque miglia l’ora è qualcosa che non si dimentica, quindi forse Alrab anche nel corso della seconda “protesta” non escludeva la possibilità di cadere di nuovo. O di saltare.

Il Golden Gate Bridge è la Mecca dei suicidi. Mediamente ogni due settimane qualcuno salta dal ponte, e negli anni ottanta si era arrivati a scommettere sul giorno in cui qualcuno l’avrebbe fatto. A partire dal 1973, edizioni locali del Chronicle o dell’Examiner tenevano il countdown dei suicidi, prossimo ai 500. Il coroner di Marin County ha dovuto pregarli di smettere, nel 1997, quando si avvicinava la soglia del millesimo suicida.

C’è qualcosa di macabro eppure suggestivo nel fatto che persone fragili o depresse o semplicemente disperate finiscano con il convergere in un unico punto per uccidersi, in un paese in cui ogni 18 minuti una persona si toglie la vita. Le testimonianze dei parenti, degli amici e spesso dei terapeuti contribuiscano a identificare le motivazioni che portano uomini e donne, giovani e vecchi, a percorrere molte miglia per saltare dal capolavoro architettonico simbolo di San Francisco invece che, ad esempio, farlo da un altro ponte (come il Bay Bridge, che molti attraversano per saltare dal Golden Gate, mentre non accade l’opposto), o buttarsi sotto una macchina o cercare di compiere questo gesto estremo in un altro modo.

Evidentemente, saltare dal Golden Gate dà un senso di appartenenza. Gli psicologi che studiano questi casi hanno detto che coloro che saltano non interpretano quel gesto esattamente come la fine.

Eppure, sanno di avere buone possibilità di morire. La maggior parte di loro lasciano messaggi di addio che si premurano di sigillare in buste impermeabili che si mettono in tasca. Portano con sè il loro addio, invece di affidarlo ad una e-mail, ad un biglietto, ad una lettera.

Alcuni di questi messaggi non sono di spiegazione nè di conforto per i vivi. Qualcuno ha lasciato scritto: “Absolutely no reason except I have a toothache.”

Molti coloro che saltano e poi hanno la fortuna di poterlo raccontare, riconoscono di essersi subito pentiti della loro decisione, non appena compiuto il passo decisivo. Il tempo, durante i soli quattro secondi della caduta, si dilata e si deforma. Della sua caduta, del 1979, Ann McGuire ha detto di avere avuto il tempo di ripetersi tre volte: “sta per accadere”

Baldwin, uno dei sopravvissuti, racconta che, appena staccatosi dalla corda, “I instantly realized that everything in my life that I’d thought was unfixable was totally fixable—except for having just jumped.”

Qualcuno sostiene che il solo modo per togliere al Golden Gate il suo triste primato sia erigere delle barriere che rendano difficile, se non impossibile, saltare. Le statistiche dicono che il 94% di coloro che vengono dissuasi non provano più ad uccidersi. Ma questo prova soltanto che chi si trova a faccia a faccia con la propria morte probabilmente diviene meno risoluto in seguito, non che il punto sia se saltare o meno da quel ponte. Eppure, la comunità è per la maggior parte contraria all’erezione di tali barriere. L’argomentazione principale di chi si oppone alle barriere è che, se qualcuno ha deciso di uccidersi, probabilmente lo farà da un’altra parte. La prevenzione dei suicidi sul Golden Gate è attuata tramite una “barriera non fisica”, che consiste in telecamere, tredici telefoni e guardie di pattuglia, il cui compito è individuare gli aspiranti suicidi e dissuaderli dal loro intento.

Questa “barriera” ferma tra le cinquanta e le ottanta persone l’anno, ma gliene sfuggono una trentina.

Mary Currie, l’addetta stampa del ponte – il Golden Gate è una celebrità, e quindi ne ha una... – ha accompagnato le guardie di pattuglia per farsi un’idea della faccenda. La squadra ha avvicinato un garbato uomo di mezza età che da due ore sostava alla torre sud. L’uomo sosteneva che stava solo facendo una passeggiata, ma gli agenti avevano una brutta sensazione. Tuttavia, non è un motivo valido per trattenere una persona. Dopo soli cinque minuti lo hanno visto saltare, e scomparire in acqua.

Anche la madre di Mary Carrie ha cercato di uccidersi, ma ha fallito. Mary  sa che è così che va, sul ponte ed in tutto il mondo. Nondimeno, ha avuto incubi per settimane. Ed ha concluso: “That bridge is more than a bridge: it’s alive, it speaks to people. Some people come here, find themselves, and leave; some come here, find themselves, and jump.”

L’articolo di Tad Friends ha ispirato il film documentario “il ponte dei suicidi”, di Eric Steel. Trailer

 

 

 

 
 
 
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SEI GRADI DI SEPARAZIONE

"Ho letto da qualche parte che ciascuno sulla Terra è separato da chiunque altro da sole sei persone. Sei gradi di separazione tra noi e chiunque altro sul pianeta. Il Presidente degli Stati Uniti, un gondoliere a Venezia, basta inserire i nomi. Trovo estremamente confortante che siamo così vicini. Mi sembra anche una tortura, essere così vicina purchè trovi le sei persone giuste per creare la giusta connessione... io sono legata, tu sei legata, a ciascuno sulla Terra da un sentiero di sei persone."

John Guare, Six degrees of separation (1990)
Movie by Frank Schepisi (MGM, 1993)

 

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L'unica cosa più detestabile di un "noi" è un "io".

Simone Weil

 

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Non voglio vivere con una donna che abbia più problemi di me.

Daniel Hammet

 

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"E' il prezzo che si paga ad essere scrittori. Si è assillati dal passato: sofferenza, sensazioni, rifiuti, tutto. Credo che questo aggrapparsi al passato sia un impellente, quasi disperato, desiderio di reinventarlo, in modo da poterlo cambiare."

"In casa nostra gli unici libri erano i libri di preghiere, i libri di cucina e i bollettini sui purosangue."

"Mi domando se tu non abbia scelto il tuo stile di vita allo scopo di impedire che qualcosa di emotivamente troppo intenso ti possa separare dal tuo passato."
"Gli scrittori sono sempre in fuga, ed io sono fuggita da molte cose."

Philip Roth (ed Edna O'Brien), Chiacchiere di bottega. Uno scrittore, i suoi colleghi e il loro lavoro. Einaudi, 2004

 

CITAZIONI CITABILI

Nessuno è il diavolo se si riesce a sentirlo bene.

Susan Sontag, Io, eccetera. Mondadori, 2000

 

MADRE

Era questa la madre che volevo,
scura e malinconica
lontana dal mondo
ansiosa.
Parla poco e si mangia le parole.
Cade qualche volta e si rialza in fretta.
Era questa la madre che volevo
scura dolorosa
zoppa
e ho lottato con le sorelle
ho distrutto i fratelli
perchè era questa la madre che volevo,
volenterosa ampia chiusa prigioniera.
Non volevo altra madre che questa
capelli mal cresciuti che non trovavano
forma nè pace, la copia trasandata
di se stessa, sfatta di dolcezza,
l'unico lusso era la sua fuga
davanti allo specchio
mentre si vestiva.

Davanti allo specchio mentre si vestiva
lo sguardo le si divaricava
perduto in una immagine futura,
la prima ladra in lei riconoscevo
che mi rubava l'immagine sicura
la portava fuori e poi regalava
quello che solo mio essere doveva.

Patrizia Cavalli, Poesie (1974-1992) Einaudi, 1992

 
 
 
 

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