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LA FORMICA SPENSIERATA

Post n°79 pubblicato il 02 Giugno 2011 da Larbo
Foto di Larbo

Tante vorte me so chiesto se pensà fosse un difetto, ho iniziato da bambino, mente piena e capo chino, me guardavo le giornate sopra un sasso in piena estate, e vedevo le formiche, li gabbiani e quell'alberi lontani, me chiedevo ner silenzio e ner lasso de un momento, quanto è lento er movimento che diventa mutamento, er sentiero lento lento se trasforma senza incanto in un guado de cemento, quella casa de mattoni co de fori li forconi e la paja de rimpetto, se trasforma poi de getto in un grigio palazzetto; nun se sgara da sta gara è un eterno divenire, la formica è sempre quella che me sale su la mano, porta in bocca piano piano er suo chicco giallo grano, se rigira poi sur palmo co le zampe un po' più svelte, quanta voja che ce mette. Ogni strada è na montagna e mai sbuffa, mai se lagna, è un insetto piccoletto che nun sembra avè un difetto, e la guardo e la rimiro, passa intorno, se fa un giro, scenne piano poi dar palmo, c'ha quer passo sempre calmo, nun je serve mai na mano, ogni cosa move uguale, nun se chiede se quer tale n'do cammina senza scale, possa faje un po' de male. C'ha un progetto da seguì sulla punta delle zampe, se strofina la capoccia, come me sotto a la doccia, poi se ferma sopra un dito, cor suo chicco sempre appeso bello giallo e affusolato, io me arzo piano piano, me sollevo da quer sasso, lei sta bene nun se smove e dar dito che ho puntato su ner cielo indirizzato, lei se gode quer momento senza un cenno de sgomento, guarda tutto quer creato, come un essere beato; Poi se siede sur suo chicco, una zampa in un momento se la porta sotto ar mento, je se gonfia un po' er torace, quanta gioia, quanta pace e sospira lentamente, vede tutto e tutto sente, poi er vento piano scenne, je scompija un po' le antenne, lei se arza da quer chicco e se gira piano piano, poi me guarda dentro l'occhi, co na zampa su ner petto e la testa a capo chino, me ringrazia in un inchino; stessa cosa faccio io, a quest'essere aggraziato che de vita m'ha riempito.Poi la poso su quer prato, vagabonda dentro ar monno e la miro e la rimiro, mentre prende er nuovo giro, come china de na biro. Lei s'adagia sulla tera, e nun sa cosè na sfera, se ne frega della guera, sa soltanto de esse viva. E pe famme capì er senso de sto eterno movimento m'ha donato un suo momento, senza freni, senza stento. Te saluto piccoletta, grazie tanto e stai attenta, ma nun credo che me senta. E' scomparsa tra quei rami in un mare de colori, sotto alberi de fiori. Buona vita amica mia, te ringrazzio proprio tanto de sto grande insegnamento, me risiedo e sto pù attento, co na mano sotto ar mento mo me godo questo incanto.

 
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C.P.T.

Lento scorre il tempo, in questo luogo contenuto da sbarre di ferro e viali di cemento. Bordi di grigio, racchiudono un quadro grigio. Timidi fili d’erba cercano di riprodurre una natura stretta in gusci di calce. Qualche tombino quà e la spezza la monotonia del piatto, creando fosse di piombo zigrinato ove si adagia la guazza di un’ennesima notte. Antenne come cipressi robotici si piegano al vento della sera e lampioni dagli steli affusolati, offrono i frutti di una luce fredda, racchiusa in boccioli di plastica e nettare di tungsteno. I cancelli che vedo di pesante imponenza claustrofobia, danzano ripetutamente, basculando negli stetti passi di un binario scollinato, pronti a ballare agli ingressi o alle uscite dei tanti girovaghi. Tetti e ombre, cartelli e tasti esausti di essere pigiati e una macchinetta automatica del caffé che sgorga ritmicamente miscele nere di noia per dissetare gole a volte incapaci di fare altro. Il libero andamento di questo micromondo si dissolve oltre il vetro che mi contiene; un uomo s’avvicina alle acustiche fessure dello scambio umano. Sua moglie lo attende qualche muro e sbarra più in la. Con una busta in mano, percorre i soliti passi nei soliti giorni, portando magari con se in quella busta vestita di bianco, piccole ampolle di aria lontana, da far respirare ingordamente alla sua amata. Siamo qui, come ieri, come domani a guadagnare un posto nell’olimpo dei vigilanti, dei trascrittori di nomi, dei bevitori di cappuccino, dei compositori di numeri, dei pigiatori di tasti, dei culi sprofondati nelle sedie, dei pensatori lontani che volano con la fantasia oltre le fessure equidistanti di un recinto; siamo qui a stretto contatto col nulla a condividere il niente e a sentire il senza. Si potrebbe dire basta a tutto questo, spogliarsi di un’assurda contestualità di sfere che rotolano sempre nello stesso verso e nel medesimo istante liberarsi di una cravatta nera che si slega dal suo calice di stoffa, e ritrovare finalmente il senso delle cose. Nessuna gabbia in fondo ha mai contenuto i pensieri di un sognatore.
 
 
 

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