« A mio padreLA FORMICA SPENSIERATA »

A N A M

Post n°78 pubblicato il 22 Aprile 2011 da Larbo
Foto di Larbo

 

Ci siamo conosciuti guardandoci da una finestra, assorti in pensieri che fluivano oltre un vetro, dentro un foglio da riempire, sognando un'avventura, inverni chiusi dentro un maglione, con dentro un corpo che è mente, che è viaggio, supini su un divano, occhi in cerca di narcotici mondi che prendevano vita nelle spazi di un soffitto creando verdi foreste cambogiane, risaie lucide di sole, di contadini ricurvi di poche parole, coi loro copricapo di paglia e tutto intorno argini nel fango di un fiume, un fiume antico come terra fluida da coltivare, vestito di orme sotto il pelo dell'acqua, vibrante di mani che frugano vita.

Col tempo, ho preso confidenza con te e andavo anch'io a giro, svuotando di scene la mia mente, affidandomi alla tua, immaginando l'India e la sua gente, annusando tra le pagine dei tuoi libri la polvere delle strade o delle spezie che ribollivano in tini ammaccati dall'uso, provando ad ascoltare milioni di voci, rumori incessanti di clacson custoditi da cofani di auto verniciati da tinte ormai corrotte dal tempo, bambini che corrono nei vicoli a piedi nudi, coi loro occhi immensi e gonfi di nero, simili alle notti d'estate ai piedi di una collina, occhi indimenticabili, appesi al cielo, come stelle da rimirare e nei quali perdersi.

Un vizio il tuo, di vivere col sapore dolce-amaro della verità, stringendo mani di vite nate dall'altra parte del tuo mondo, parlando nella lingua dei viaggiatori, quella lingua che è conforto per un cenno, speranza racchiusa in un dito che indica la strada a chi si è perso, la lingua incessante che vibra per sapere, diminuendo le distanze dei mondi nelle scorciatoie di una parola ascoltata e rubata da altre labbra.

Ti ho immaginato al mattino,seduto su di un letto ad allacciare i tuoi sandali.

Su una sedia nell'angolo di una stanza, uno zaino da riempire, magari di stoffa, impregnato ancora degli odori della strada di ieri;

un taccuino posato su un mobile a custodire i tuoi suoni.

Ho immaginato le tue scarpe da ginnastica farsi compagnia, bordo contro bordo, sotto una finestra pronte come sempre a farti correre dopo aver visto, continuando a vedere, riuscendo sempre a scoprire.

Nella tasca di una camicia ti affiora una penna, una di quelle destinate a perdersi, magari lungo un sentiero fatto di sassi, magari galleggerà trascinata dalla corrente di un fiume, fino ad essere stretta nelle mani di un anziano che non saprà bene cosa farsene.

La porterà nella sua casa, poggiandola sul suo tavolo e la guarderà durante il suo pasto, per tutta la sua lunghezza, poi la farà ruotare come si fa con le trottole, la punta indicherà il letto dell'anziano e lui l'asseconderà, spegnendo la luce e guardando, ogni tanto nella penombra, quell'oggetto sul suo tavolo;

poi il vecchio si addormenterà e sognerà di aver trovato, in uno dei suoi tanti giorni vicino al fiume, la penna che scrisse la vita di un poeta, le gesta di un avventuriero, l'editto di un Re.

Il giorno dopo quella penna, sarà ancora nel tuo taschino e tu continuerai a raccontarmi, a farmi apprendere con la capacità di chi dona e non insegna, di che materia sono fatti i viaggi, mi donerai la cultura dei semplici, la vigliaccheria dei potenti, mi suggerirai a cosa serve un sorriso quando nulla c'è da ridere, quanto è forte una schiena quando un uomo è a contatto con la terra e vede solo i piedi di un altro uomo che lo fissano negli occhi e lo sollevano, per destinarlo alla continuità di un mondo lontano pochi metri dalla guerra.

Ho capito con te, da finestra a finestra, ciò che una TV accesa non ci dirà mai, quanto è di spugna un' idea che ci facciamo se ne sentiamo mille uguali, perchè l'equazione più sciocca è la convinzione della verità racchiusa nei numeri, come le ricette dei medici della mutua, petali di fogli non di m'ama o non m'ama, ma di carta di oppio in codici a barre.

Se tu fossi ancora qui, vorrei anche solo per poco, passeggiarti accanto, sentire cosa senti dentro i passi che farai, vorrei sentirti ridere, vomitare col coraggio di chi ha vissuto la consapevole leggerezza del tuo sapere e ascoltare e ascoltare e ascoltare, come ascoltano i bambini.

Poi, alla fine del cammino, ci saluteremo, io mi fermerò e tu continuerai, coi tuoi sandali di polvere, le mani unite dietro la schiena, un alito di vento s'insinuerà nella tua barba bianca.

Guarderò allontanarti, poi fermarti, prenderai per un lato del sentiero e sotto un albero troverai il tuo zaino, fatto di stoffa e di odori, lo indosserai e girandoti per un breve secondo,alzerai una mano salutandomi.

Ciao Tiziano, buona scoperta.

 

 
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C.P.T.

Lento scorre il tempo, in questo luogo contenuto da sbarre di ferro e viali di cemento. Bordi di grigio, racchiudono un quadro grigio. Timidi fili d’erba cercano di riprodurre una natura stretta in gusci di calce. Qualche tombino quà e la spezza la monotonia del piatto, creando fosse di piombo zigrinato ove si adagia la guazza di un’ennesima notte. Antenne come cipressi robotici si piegano al vento della sera e lampioni dagli steli affusolati, offrono i frutti di una luce fredda, racchiusa in boccioli di plastica e nettare di tungsteno. I cancelli che vedo di pesante imponenza claustrofobia, danzano ripetutamente, basculando negli stetti passi di un binario scollinato, pronti a ballare agli ingressi o alle uscite dei tanti girovaghi. Tetti e ombre, cartelli e tasti esausti di essere pigiati e una macchinetta automatica del caffé che sgorga ritmicamente miscele nere di noia per dissetare gole a volte incapaci di fare altro. Il libero andamento di questo micromondo si dissolve oltre il vetro che mi contiene; un uomo s’avvicina alle acustiche fessure dello scambio umano. Sua moglie lo attende qualche muro e sbarra più in la. Con una busta in mano, percorre i soliti passi nei soliti giorni, portando magari con se in quella busta vestita di bianco, piccole ampolle di aria lontana, da far respirare ingordamente alla sua amata. Siamo qui, come ieri, come domani a guadagnare un posto nell’olimpo dei vigilanti, dei trascrittori di nomi, dei bevitori di cappuccino, dei compositori di numeri, dei pigiatori di tasti, dei culi sprofondati nelle sedie, dei pensatori lontani che volano con la fantasia oltre le fessure equidistanti di un recinto; siamo qui a stretto contatto col nulla a condividere il niente e a sentire il senza. Si potrebbe dire basta a tutto questo, spogliarsi di un’assurda contestualità di sfere che rotolano sempre nello stesso verso e nel medesimo istante liberarsi di una cravatta nera che si slega dal suo calice di stoffa, e ritrovare finalmente il senso delle cose. Nessuna gabbia in fondo ha mai contenuto i pensieri di un sognatore.
 
 
 

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