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MILLE ANNI

Post n°85 pubblicato il 26 Dicembre 2011 da Larbo
Foto di Larbo

 

Se ti muovi, riesco a sentirti anche lontano da me

Se ti muovi, immagino che mi vieni incontro, a braccia tese in cerca di noi

Se ti muovi, posso scorgere il movimento fluido dei tuoi capelli che s'adagiano dopo ogni abbraccio sul mio petto

Se ti muovi, sento il profumo della tua pelle che inebria i miei sensi della tua vita

Se ti muovi, ti sento stretta in un sorriso, con la voce calda, sussurrata nell'eco di una nuvola, trasportata sul mio viso sulle dita di un raggio di sole

 

Se non ti muovi, è perchè stai dormendo, placida, innocente, algido corpo sulle ali di un airone

Se non ti muovi mi farò infinitamente piccolo, così da percorrere sulle dune dei tuoi brividi il candore della tua pelle

Se non ti muovi mi basterà guardare i tuoi occhi per sapere di essere in viaggio con te

Se  non ti muovi, catturerò coperte di luna, aliti caldi di vento, petali  di rose rosse che cucirò in drappi per scaldarti il cuore

Se non ti muovi, metterò le mie parole dentro un sacco e ti verrò a cercare; camminerò nel silenzio della notte a rimirar le stelle o nelle fredde mattine d'autunno, seguendo la scia di foglie sciorinate dal vento ad indicarmi la via... 

... Fosse anche dopo mille anni, giungerò da te, anima mia, scioglierò tutte le parole dal mio sacco e le disporrò una ad una ai tuoi piedi, così da farti leggere le parole del mio viaggio;

SE TI MUOVI O NON TI MUOVI... NON IMPORTA.... IL CUORE SI MUOVERA' SEMPRE PRIMA DI NOI.

 

 

 
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C.P.T.

Lento scorre il tempo, in questo luogo contenuto da sbarre di ferro e viali di cemento. Bordi di grigio, racchiudono un quadro grigio. Timidi fili d’erba cercano di riprodurre una natura stretta in gusci di calce. Qualche tombino quà e la spezza la monotonia del piatto, creando fosse di piombo zigrinato ove si adagia la guazza di un’ennesima notte. Antenne come cipressi robotici si piegano al vento della sera e lampioni dagli steli affusolati, offrono i frutti di una luce fredda, racchiusa in boccioli di plastica e nettare di tungsteno. I cancelli che vedo di pesante imponenza claustrofobia, danzano ripetutamente, basculando negli stetti passi di un binario scollinato, pronti a ballare agli ingressi o alle uscite dei tanti girovaghi. Tetti e ombre, cartelli e tasti esausti di essere pigiati e una macchinetta automatica del caffé che sgorga ritmicamente miscele nere di noia per dissetare gole a volte incapaci di fare altro. Il libero andamento di questo micromondo si dissolve oltre il vetro che mi contiene; un uomo s’avvicina alle acustiche fessure dello scambio umano. Sua moglie lo attende qualche muro e sbarra più in la. Con una busta in mano, percorre i soliti passi nei soliti giorni, portando magari con se in quella busta vestita di bianco, piccole ampolle di aria lontana, da far respirare ingordamente alla sua amata. Siamo qui, come ieri, come domani a guadagnare un posto nell’olimpo dei vigilanti, dei trascrittori di nomi, dei bevitori di cappuccino, dei compositori di numeri, dei pigiatori di tasti, dei culi sprofondati nelle sedie, dei pensatori lontani che volano con la fantasia oltre le fessure equidistanti di un recinto; siamo qui a stretto contatto col nulla a condividere il niente e a sentire il senza. Si potrebbe dire basta a tutto questo, spogliarsi di un’assurda contestualità di sfere che rotolano sempre nello stesso verso e nel medesimo istante liberarsi di una cravatta nera che si slega dal suo calice di stoffa, e ritrovare finalmente il senso delle cose. Nessuna gabbia in fondo ha mai contenuto i pensieri di un sognatore.
 
 
 

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