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FESTA DE POCHI

Post n°64 pubblicato il 03 Marzo 2009 da Larbo

I

mare in tempesta

In un giorno de tempesta
su li fiotti der recintato mare,
er vento giocherellone stava a fà festa,
portannose via puranco le urtime lampare.
E fischiava, s'avviluppava e spumeggiava de vita,
inseguennose in ogni moda
come li cani stessi fanno co la coda.
Un pescatore, più affamato che coraggioso,
decise de sfidà quer mare tempestoso;
erano giorni che nun pescava,
sempre preceduto dalle reti altrui,
ma quer dì la brezza lo ispirava
tanto da faje passà li momenti bui.
Er vento, vedenno dall'alto na scoppola de omo che vagava sulla cresta,
scese giù in picchiata
pe difenne er giorno suo de festa.
Tra un volteggio e n'impennata
er vento disse all'omo che aveva sbajato la giornata
che nun era tempo de viaggià pe mare
e che pure er sole s'era ritirato dall'affare.
er pescatore inteso quer fatto
se rivolse ar vento in tono quasi sfacciato
e je disse:
VENTO MIO BELLO, NUN E' INCOSCIENZA LA MIA, NE MANCATO RISPETTO,
MA MENTRE TU GIOCHI E TE CREI DILETTO,
IO SOFFRO STO MONNO
CHE NUN E' SEMPRE UN BEL REAME
E DOVE NUN BASTA SVOLAZZA'
PE FA' PASSA' LA FAME".

(Scritta una mattina di domenica nei primi anni 90 dentro una caserma)

 
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C.P.T.

Lento scorre il tempo, in questo luogo contenuto da sbarre di ferro e viali di cemento. Bordi di grigio, racchiudono un quadro grigio. Timidi fili d’erba cercano di riprodurre una natura stretta in gusci di calce. Qualche tombino quà e la spezza la monotonia del piatto, creando fosse di piombo zigrinato ove si adagia la guazza di un’ennesima notte. Antenne come cipressi robotici si piegano al vento della sera e lampioni dagli steli affusolati, offrono i frutti di una luce fredda, racchiusa in boccioli di plastica e nettare di tungsteno. I cancelli che vedo di pesante imponenza claustrofobia, danzano ripetutamente, basculando negli stetti passi di un binario scollinato, pronti a ballare agli ingressi o alle uscite dei tanti girovaghi. Tetti e ombre, cartelli e tasti esausti di essere pigiati e una macchinetta automatica del caffé che sgorga ritmicamente miscele nere di noia per dissetare gole a volte incapaci di fare altro. Il libero andamento di questo micromondo si dissolve oltre il vetro che mi contiene; un uomo s’avvicina alle acustiche fessure dello scambio umano. Sua moglie lo attende qualche muro e sbarra più in la. Con una busta in mano, percorre i soliti passi nei soliti giorni, portando magari con se in quella busta vestita di bianco, piccole ampolle di aria lontana, da far respirare ingordamente alla sua amata. Siamo qui, come ieri, come domani a guadagnare un posto nell’olimpo dei vigilanti, dei trascrittori di nomi, dei bevitori di cappuccino, dei compositori di numeri, dei pigiatori di tasti, dei culi sprofondati nelle sedie, dei pensatori lontani che volano con la fantasia oltre le fessure equidistanti di un recinto; siamo qui a stretto contatto col nulla a condividere il niente e a sentire il senza. Si potrebbe dire basta a tutto questo, spogliarsi di un’assurda contestualità di sfere che rotolano sempre nello stesso verso e nel medesimo istante liberarsi di una cravatta nera che si slega dal suo calice di stoffa, e ritrovare finalmente il senso delle cose. Nessuna gabbia in fondo ha mai contenuto i pensieri di un sognatore.
 
 
 

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