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La cena de partito

Post n°70 pubblicato il 03 Aprile 2010 da Larbo

Quanta gente che se affolla a le cene de partito, quì pe ognuno c’è l’invito, basta esse tesserato e votà quer candidato che su te cha già contato.
C’è la tavola imbandita, de ogni tipo de pietanza e pe fa riempì la panza ce se butta nella danza riponendo la creanza; Nun se butta quer che avanza, tutto è bono e fa sostanza;
Pian pianino t’avvicini a quer piattino, grufolando a capo chino,….. e tramezzini e fettuccine eppoi lasagne e focaccine, rigatoni coi rognoni e tortiglioni e cannelloni, quanti piatti!!! Tutti bboni….
Daje !!! .... si so belle le elezzioni!!!
Ecco arriva trafelato nella pompa del gessato l’oratore candidato; c’è l’applauso srotolato !!!! chi se magna già er gelato e chi la bocca s’è impastato.
Lui se bea a quell’effetto de gonfiasse tronfio er petto; lento lento va sul palco come er trespolo der falco e sciorina il suo programma alla folla che lo osanna; due bordate al suo rivale, na cazzata mai fa male, poi ringrazzia la sua lista e il destino che l’assista … e co due strette de mano se congeda piano piano; cor bacetto sulla guancia de promesse lui se slancia a quer popolo che assiste abbuffannose la pancia.
Che entusiasmo!!! Che emozzione!!!, che serata!! E che magnata!!!, quanta gente aggrazziata, co la bocca impastata la patacca sulla giacca, nun se smove de na tacca.
Semo tutti camerati, sazzi grassi e più beati, semo tutti dei compagni, l’importante è che poi magni; e se voi esse d’aiuto alle file der partito tu propina quarche invito… eppoi vota er candidato che su te c’ha già contato!.

 
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C.P.T.

Lento scorre il tempo, in questo luogo contenuto da sbarre di ferro e viali di cemento. Bordi di grigio, racchiudono un quadro grigio. Timidi fili d’erba cercano di riprodurre una natura stretta in gusci di calce. Qualche tombino quà e la spezza la monotonia del piatto, creando fosse di piombo zigrinato ove si adagia la guazza di un’ennesima notte. Antenne come cipressi robotici si piegano al vento della sera e lampioni dagli steli affusolati, offrono i frutti di una luce fredda, racchiusa in boccioli di plastica e nettare di tungsteno. I cancelli che vedo di pesante imponenza claustrofobia, danzano ripetutamente, basculando negli stetti passi di un binario scollinato, pronti a ballare agli ingressi o alle uscite dei tanti girovaghi. Tetti e ombre, cartelli e tasti esausti di essere pigiati e una macchinetta automatica del caffé che sgorga ritmicamente miscele nere di noia per dissetare gole a volte incapaci di fare altro. Il libero andamento di questo micromondo si dissolve oltre il vetro che mi contiene; un uomo s’avvicina alle acustiche fessure dello scambio umano. Sua moglie lo attende qualche muro e sbarra più in la. Con una busta in mano, percorre i soliti passi nei soliti giorni, portando magari con se in quella busta vestita di bianco, piccole ampolle di aria lontana, da far respirare ingordamente alla sua amata. Siamo qui, come ieri, come domani a guadagnare un posto nell’olimpo dei vigilanti, dei trascrittori di nomi, dei bevitori di cappuccino, dei compositori di numeri, dei pigiatori di tasti, dei culi sprofondati nelle sedie, dei pensatori lontani che volano con la fantasia oltre le fessure equidistanti di un recinto; siamo qui a stretto contatto col nulla a condividere il niente e a sentire il senza. Si potrebbe dire basta a tutto questo, spogliarsi di un’assurda contestualità di sfere che rotolano sempre nello stesso verso e nel medesimo istante liberarsi di una cravatta nera che si slega dal suo calice di stoffa, e ritrovare finalmente il senso delle cose. Nessuna gabbia in fondo ha mai contenuto i pensieri di un sognatore.
 
 
 

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