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LE COSE CHE VEDI

Post n°69 pubblicato il 26 Novembre 2009 da Larbo
Foto di Larbo

Le cose che vedi, sono viaggi sui treni dell’iride, sfumano lievi nei percorsi di uno sguardo.

Sono volti di un bar, anime lente che  fluiscono come sorsate nere di caffè in tazzine umide di labbra.

Ceramiche di baci persistenti, sulle quali si posano i primi pensieri del mattino; sono ombre di foglia, venature di polvere, impronte di voci, ali come pagine di libro sciorinate dal vento.

Le cose che vedi sono aspre bicchierate di vita, meningiti d’immagini, gorgoglii di storie che scendono immagine dopo immagine nelle pupille dei poeti.

Ci si sente sazi a volte, stanchi... a tratti fraudolenti assaggiatori di sieri medicamentosi per l'anima.

Come occhielli di bottoni, cucio asole di palpebra affamate di luce, in tagli diseguali.

 Squarci di persistenza nei quali abitano sogni satolli della mia realtà.

 
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C.P.T.

Lento scorre il tempo, in questo luogo contenuto da sbarre di ferro e viali di cemento. Bordi di grigio, racchiudono un quadro grigio. Timidi fili d’erba cercano di riprodurre una natura stretta in gusci di calce. Qualche tombino quà e la spezza la monotonia del piatto, creando fosse di piombo zigrinato ove si adagia la guazza di un’ennesima notte. Antenne come cipressi robotici si piegano al vento della sera e lampioni dagli steli affusolati, offrono i frutti di una luce fredda, racchiusa in boccioli di plastica e nettare di tungsteno. I cancelli che vedo di pesante imponenza claustrofobia, danzano ripetutamente, basculando negli stetti passi di un binario scollinato, pronti a ballare agli ingressi o alle uscite dei tanti girovaghi. Tetti e ombre, cartelli e tasti esausti di essere pigiati e una macchinetta automatica del caffé che sgorga ritmicamente miscele nere di noia per dissetare gole a volte incapaci di fare altro. Il libero andamento di questo micromondo si dissolve oltre il vetro che mi contiene; un uomo s’avvicina alle acustiche fessure dello scambio umano. Sua moglie lo attende qualche muro e sbarra più in la. Con una busta in mano, percorre i soliti passi nei soliti giorni, portando magari con se in quella busta vestita di bianco, piccole ampolle di aria lontana, da far respirare ingordamente alla sua amata. Siamo qui, come ieri, come domani a guadagnare un posto nell’olimpo dei vigilanti, dei trascrittori di nomi, dei bevitori di cappuccino, dei compositori di numeri, dei pigiatori di tasti, dei culi sprofondati nelle sedie, dei pensatori lontani che volano con la fantasia oltre le fessure equidistanti di un recinto; siamo qui a stretto contatto col nulla a condividere il niente e a sentire il senza. Si potrebbe dire basta a tutto questo, spogliarsi di un’assurda contestualità di sfere che rotolano sempre nello stesso verso e nel medesimo istante liberarsi di una cravatta nera che si slega dal suo calice di stoffa, e ritrovare finalmente il senso delle cose. Nessuna gabbia in fondo ha mai contenuto i pensieri di un sognatore.
 
 
 

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