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SENZA TITOLO

Post n°74 pubblicato il 30 Gennaio 2011 da Larbo

Queste nostre gambe sotto a un tavolo, da anni!!

seduti vicini, forchette, tovaglioli una bottiglia di vino...

Eppoi silenzi, maledetti silenzi... mai chiedersi semplicemente perchè.

Queste nostre bocche, usate a strozzo per diffondere come nel sonno, semplicemente alito

ma l'alito è muto, è un'occasione persa per conoscersi

ed io parlavo con me, scrivendo e descrivendo

Una stanza al semibuio, perchè di giorno nascondevo il sole, era come una mancanza di rispetto alla vita farlo entrare.

Fuori, i rumori mi pervadevano al mondo, ma non avevo forza per sentirli.

Forse è lì... in quella stanza, stremato dal silenzio, stretto all'angolo dalla penombra e affaticato dal peso ormai insostenibile di un'amicizia intima con la solitudine che inventai il mio poeta.

Capii di dover attendere, malconcio nell'animo, il mio divenire.

Nelle righe di una strofa, scavai nello spirito con tale forza e  inconsapevole sofferenza da far sospendere il tempo.

Aprii delle porte dell'intimo umano con l'ingenua precocità dei giovani, senza rendermi conto che viaggiando dentro me, avevo inventato un mondo... ed ora mi reclamava, senza farmi più fuggire.

Ed iniziai a camminare sui miei sentieri di pensieri, cavalcando valli di gesti rubati, promettendo al silenzio di non tradirlo mai...e alla luce di non conoscermi.

Mondi incontaminati dalle voci, città sospese nel palmo di una mano, ridondanti di quiete, invenzioni implodenti di momenti rubati alla realtà.

Il destino non si reclama come i sogni... si subisce o semplicemente si vive, senza desiderarlo.

Poi venne il tempo della luce, dei suoni, dei colori da vedere davvero e abbandonai senza chiederle scusa, la mia solitudine protetta, i miei viali di pensieri, le mie città fluttuanti.

Ci si sente liberi a volte, solo per il semplice fatto di camminare all'aria aperta, solo per delle sere senza memoria passate in compagnia di altre persone, ma non è così.

Il poeta che inventai, non si è mai corrotto a quella luce, continua a dedicarsi al suo mondo, in quella penombra di arcobaleni ellittici, sui quali fa ancora scivolare convogli di pensieri;  pensieri che si librano nell'aria, inventando profili di nuvole, montagne scostanti fatte di vocali, gettando in mari ipotetici petali di fiori, che immergendosi diventano pesci e saltando verso il sole si trasformano in lettere che si aggrappano a quelle nuvole, costruendo rime, rinascendo in storie.   

Quel poeta mi attende sulla riva, tiene in mano un libro mai scritto, fatto di pagine bianche.

Aspetta il mio ritorno, perchè assieme lo scriveremo, perché entrambi sappiamo che" il destino non si reclama come i sogni... si subisce o si vive, senza desiderarlo".

 
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C.P.T.

Lento scorre il tempo, in questo luogo contenuto da sbarre di ferro e viali di cemento. Bordi di grigio, racchiudono un quadro grigio. Timidi fili d’erba cercano di riprodurre una natura stretta in gusci di calce. Qualche tombino quà e la spezza la monotonia del piatto, creando fosse di piombo zigrinato ove si adagia la guazza di un’ennesima notte. Antenne come cipressi robotici si piegano al vento della sera e lampioni dagli steli affusolati, offrono i frutti di una luce fredda, racchiusa in boccioli di plastica e nettare di tungsteno. I cancelli che vedo di pesante imponenza claustrofobia, danzano ripetutamente, basculando negli stetti passi di un binario scollinato, pronti a ballare agli ingressi o alle uscite dei tanti girovaghi. Tetti e ombre, cartelli e tasti esausti di essere pigiati e una macchinetta automatica del caffé che sgorga ritmicamente miscele nere di noia per dissetare gole a volte incapaci di fare altro. Il libero andamento di questo micromondo si dissolve oltre il vetro che mi contiene; un uomo s’avvicina alle acustiche fessure dello scambio umano. Sua moglie lo attende qualche muro e sbarra più in la. Con una busta in mano, percorre i soliti passi nei soliti giorni, portando magari con se in quella busta vestita di bianco, piccole ampolle di aria lontana, da far respirare ingordamente alla sua amata. Siamo qui, come ieri, come domani a guadagnare un posto nell’olimpo dei vigilanti, dei trascrittori di nomi, dei bevitori di cappuccino, dei compositori di numeri, dei pigiatori di tasti, dei culi sprofondati nelle sedie, dei pensatori lontani che volano con la fantasia oltre le fessure equidistanti di un recinto; siamo qui a stretto contatto col nulla a condividere il niente e a sentire il senza. Si potrebbe dire basta a tutto questo, spogliarsi di un’assurda contestualità di sfere che rotolano sempre nello stesso verso e nel medesimo istante liberarsi di una cravatta nera che si slega dal suo calice di stoffa, e ritrovare finalmente il senso delle cose. Nessuna gabbia in fondo ha mai contenuto i pensieri di un sognatore.
 
 
 

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