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SENZA TITOLO
Queste nostre gambe sotto a un tavolo, da anni!!
seduti vicini, forchette, tovaglioli una bottiglia di vino...
Eppoi silenzi, maledetti silenzi... mai chiedersi semplicemente perchè.
Queste nostre bocche, usate a strozzo per diffondere come nel sonno, semplicemente alito
ma l'alito è muto, è un'occasione persa per conoscersi
ed io parlavo con me, scrivendo e descrivendo
Una stanza al semibuio, perchè di giorno nascondevo il sole, era come una mancanza di rispetto alla vita farlo entrare.
Fuori, i rumori mi pervadevano al mondo, ma non avevo forza per sentirli.
Forse è lì... in quella stanza, stremato dal silenzio, stretto all'angolo dalla penombra e affaticato dal peso ormai insostenibile di un'amicizia intima con la solitudine che inventai il mio poeta.
Capii di dover attendere, malconcio nell'animo, il mio divenire.
Nelle righe di una strofa, scavai nello spirito con tale forza e inconsapevole sofferenza da far sospendere il tempo.
Aprii delle porte dell'intimo umano con l'ingenua precocità dei giovani, senza rendermi conto che viaggiando dentro me, avevo inventato un mondo... ed ora mi reclamava, senza farmi più fuggire.
Ed iniziai a camminare sui miei sentieri di pensieri, cavalcando valli di gesti rubati, promettendo al silenzio di non tradirlo mai...e alla luce di non conoscermi.
Mondi incontaminati dalle voci, città sospese nel palmo di una mano, ridondanti di quiete, invenzioni implodenti di momenti rubati alla realtà.
Il destino non si reclama come i sogni... si subisce o semplicemente si vive, senza desiderarlo.
Poi venne il tempo della luce, dei suoni, dei colori da vedere davvero e abbandonai senza chiederle scusa, la mia solitudine protetta, i miei viali di pensieri, le mie città fluttuanti.
Ci si sente liberi a volte, solo per il semplice fatto di camminare all'aria aperta, solo per delle sere senza memoria passate in compagnia di altre persone, ma non è così.
Il poeta che inventai, non si è mai corrotto a quella luce, continua a dedicarsi al suo mondo, in quella penombra di arcobaleni ellittici, sui quali fa ancora scivolare convogli di pensieri; pensieri che si librano nell'aria, inventando profili di nuvole, montagne scostanti fatte di vocali, gettando in mari ipotetici petali di fiori, che immergendosi diventano pesci e saltando verso il sole si trasformano in lettere che si aggrappano a quelle nuvole, costruendo rime, rinascendo in storie.
Quel poeta mi attende sulla riva, tiene in mano un libro mai scritto, fatto di pagine bianche.
Aspetta il mio ritorno, perchè assieme lo scriveremo, perché entrambi sappiamo che" il destino non si reclama come i sogni... si subisce o si vive, senza desiderarlo".
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