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TRA LE RIGHE

Post n°75 pubblicato il 02 Febbraio 2011 da Larbo

Siero nocivo, fiore avvizzito, cuore di pulce e dente di strega.

Posso sentirti dal passo incrostato, come le piattole di un condannato.

Ora tu balli sul ventre dei morti, come un'ancella che dona i suoi torti.

Sale comune, sale un pò amaro, acido vento che usurpa denaro.

Antro di sterco, sfintere ingordo, senti il mio canto che ora ti porgo.

Turpe esistenza, di gesti smodati, godi a infierir sui tuoi condannati.

Orco puerile, animo vile, fiera vigliacca , truce baldracca, sacca di cacca.

Trema il tuo mondo ad ogni risveglio, madido piatto leccato da un ratto.

Ruvida scena t'attende in futuro, forse una targa appesa ad un muro.

Ove si legge inciso e ben chiaro, tutto il tuo odio vestito di amaro.

Io ben ti vedo anima nera, dentro un destino che sempre si svela.

Aspra esistenza, nessun si addolora, se al tuo svanir troveremo l'aurora.

 

 

 

 
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C.P.T.

Lento scorre il tempo, in questo luogo contenuto da sbarre di ferro e viali di cemento. Bordi di grigio, racchiudono un quadro grigio. Timidi fili d’erba cercano di riprodurre una natura stretta in gusci di calce. Qualche tombino quà e la spezza la monotonia del piatto, creando fosse di piombo zigrinato ove si adagia la guazza di un’ennesima notte. Antenne come cipressi robotici si piegano al vento della sera e lampioni dagli steli affusolati, offrono i frutti di una luce fredda, racchiusa in boccioli di plastica e nettare di tungsteno. I cancelli che vedo di pesante imponenza claustrofobia, danzano ripetutamente, basculando negli stetti passi di un binario scollinato, pronti a ballare agli ingressi o alle uscite dei tanti girovaghi. Tetti e ombre, cartelli e tasti esausti di essere pigiati e una macchinetta automatica del caffé che sgorga ritmicamente miscele nere di noia per dissetare gole a volte incapaci di fare altro. Il libero andamento di questo micromondo si dissolve oltre il vetro che mi contiene; un uomo s’avvicina alle acustiche fessure dello scambio umano. Sua moglie lo attende qualche muro e sbarra più in la. Con una busta in mano, percorre i soliti passi nei soliti giorni, portando magari con se in quella busta vestita di bianco, piccole ampolle di aria lontana, da far respirare ingordamente alla sua amata. Siamo qui, come ieri, come domani a guadagnare un posto nell’olimpo dei vigilanti, dei trascrittori di nomi, dei bevitori di cappuccino, dei compositori di numeri, dei pigiatori di tasti, dei culi sprofondati nelle sedie, dei pensatori lontani che volano con la fantasia oltre le fessure equidistanti di un recinto; siamo qui a stretto contatto col nulla a condividere il niente e a sentire il senza. Si potrebbe dire basta a tutto questo, spogliarsi di un’assurda contestualità di sfere che rotolano sempre nello stesso verso e nel medesimo istante liberarsi di una cravatta nera che si slega dal suo calice di stoffa, e ritrovare finalmente il senso delle cose. Nessuna gabbia in fondo ha mai contenuto i pensieri di un sognatore.
 
 
 

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