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Osho, il famigerato copione

Post n°4 pubblicato il 25 Settembre 2007 da Acchiappa_Guru
 


Bhagwan Shree Rajneesh, che negli ultimi anni si fece chiamare Osho, cominciò ad organizzare campi di meditazione nel 1964 in India, nel Rajastan. Nel 1974 fondò un asharam a Puna in cui entrarono molti occidentali. Nel 1981 si stabilì negli Stati Uniti, nell'Oregon, dando vita ad una comunità in cui confluirono più di 7.000 persone. Le attività degli "Arancioni" erano varie e articolate: aziende agricole, case editrici, piccole fabbriche, alberghi, università.


Osho mise a punto un sincretismo assai originale fra varie dottrine orientali. Si possono identificare nella sua predicazione elementi portanti, come quelli desunti dall' Induismo, dal Tantrismo, secondo i quali tutto è sacro, compreso l'atto sessuale, anzi il sesso è un mezzo per progredire nell'ascesi spirituale, per arrivare a trascendere la sessualità senza reprimerla.
Il Buddhismo è presente nel gusto del paradosso, tanto caro ad Osho mentre le pratiche yoga hanno una parte preponderante nella prassi della meditazione e della danza. Osho attinge a piene mani nelle tradizioni di tutto il mondo dalla mistica Sufi (di cui si praticano le danze estatiche e i rituali di trance) agli scritti dello Pseudo Dionigi l'Aeropagita, dall'alchimia tardo-medioevale alla religione di Zoroastro, dagli Hassidim ebraici ad Eraclito.
Egli però si burla delle religioni e della morale tradizionale e in questo senso si ispira massicciamente a Friedrich Nietzsche delle cui opere il "maestro" propone continui elementi, sempre omettendo di citare la fonte: "Diventa ciò che sei", "Voi guardate in alto perché cercate elevazione, io guardo in basso perché sono elevato"...
Altri autori sono riscontrabili nel messaggio "arancione": come Freud, Jung, Adler, i saggi del Tao e persino Paolo di Tarso. La meditazione è il punto di forza di questa prassi religiosa. Esistono vari modi di meditare, ogni adepto o sanyasi può scegliere il modo che gli è più congeniale. I seguaci devono osservare tre precetti: vestire sempre con colori "caldi" che vanno dall'arancione al bordeaux, portare al collo il mala, che è una collana di perle di legno con il ritratto di Osho, e infine sottoporsi all'iniziazione durante la quale si riceve un nome nuovo. Osho affermava di aver fatto una parte del cammino interiore con il Buddha, ma poi l'illuminato gli era sembrato eccessivamente ascetico....Ha camminato con Gesù; ma non avrebbe mai condiviso il Calvario (sic!). Eppure le parole del maestro sono state linfa vitale per i suoi discepoli, anche se appaiono estremamente contraddittorie, paradossali spesso istrioniche.
Infatti il nocciolo del suo insegnamento è stato di negare ogni insegnamento. Non esiste per Osho nessun Dio né l'aldilà dopo la morte. Ognuno deve percorrere la sua strada e può farlo solo dubitando di tutto: "Dubita e dubita radicalmente, perché il dubbio è un processo di purificazione, sottrae alla mente tutto il pattume che la ottunde. Ti rende di nuovo innocente, torni ad essere il bambino che genitori, preti, educatori hanno distrutto" diceva il maestro ispirato. E ancora, "Una persona morale resta stupida e priva di intelligenza perché dipende dalla guida degli altri". La continua affermazione che bisogna "accertarsi come si è col proprio corpo, i propri istinti, i propri desideri".
Il successo di Osho risiede in un paradossale e superficiale sincretismo ma soprattutto in un furbesco compromesso che permette di conciliare tutte le esigenze, come la ricerca della totale libertà e del piacere, il tutto sublimato come superiore e felice conquista spirituale della propria autenticità.
Più il guru predicava: "Non seguitemi, non abbiate fede in me, siate solo voi stessi" più gli adepti lo idolatravano, lo vedevano come un semidio dotato di poteri magici. E questa divinità, vestita di seta con una settantina di Rolls-Royce accumulava una enorme fortuna.
Oggi dopo la morte di Osho nel 1990 gli Arancioni (tre milioni al mondo) si dedicano a vari tipi di "cure" alternative proponendo massaggi, ipnosi, bioenergetica, riflessologia plantare, medicina olistica e chi più ne ha, più ne metta.



 
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Utente non iscritto alla Community di Libero
alberto marini il 24/01/13 alle 01:17 via WEB
Io c'ero, in parte. La morte di Osho Bhagwan Rajneesh per Valium, Protossido di Azoto,e antidolorifici e forse per Hiv lento. Quel tardo pomeriggio ero tra quelli in fondo al corteo che passava per calle polverose e strette, in una calura tremenda, con i fiori che ricoprivano le sue spoglie, in una processione lunga e silenziosa, che certamente deve essere sembrata molto pittoresca per le genti del posto. Era l'ultimo viaggio terreno, che molti credevano di fare con il loro maestro. Personalmente, assieme ad altri, non facevo parte della comunità di Poona o Pune, semplicemente ci trascorrevo diverse settimane all'anno, ma sempre standomene a distanza, e non poca, dal momento che prendevamo un taxi mezzo scassato per raggiungerla, con ben 25 chilometri di polverosa e accidentata strada, per poi far ritorno al nostro parco e spartano (a dir poco, direi anche un poco lercio) alloggio. Oltretutto, non solo presso Osho ci fermavamo, ma ci recavamo sempre una volta sugli altipiani, con un piccolo e pericoloso charter, dove si respirava un'aria differente in tutti i sensi, senza maestri o autorità di alcun tipo. Il posto stesso, a quasi tremila metri, faceva cambiare la mente di noi poveri cercatori. Ripensavamo, in quel periodo, alla sua morte, guardando in basso, quasi come a voler scrutare in lontananza un impossibile villaggio da cui eravamo partiti. Non è un articolo di ricordo, non di rivendicazione, ma semplicemente un appunto di quanto mi ricordo, di quello che mi ha colpito o ferito, se preferite, senza acredine, mai con odio, ma con amorosa indifferenza e distacco, ora che la mia strada si fa più corta e il tempo sembra stringermisi addosso, affido a queste elettroniche frasi, qualche spunto di riflessione, per chi lo vorrà leggere e conservare, che tanto a farlo scolorire e sbiadire, ci penserà il Tempo. Ma di cosa è veramente morto Osho? Voglio dire, possibile che sia passata quella storiella dell'avvelenamento da Tallio ad opera di imprecisati agenti governativi americani? Devo usare la mia mente e facoltà (ottenebrate ormai), oppure lasciarmi adagiare sulle voci ufficiali, le storielle dei media, o meglio dei suoi seguaci ed ex seguaci, o adepti e simili? Sheela, la capa, il suo braccio destro, Sheela detta Tette Dure, che dopo aver eseguito un piano e cercato di avvelenare la popolazione vicino Antelope e assassinare il governatore dello stato dell'Oregon, la ricca di famiglia Sheela, piena di brame di potere e di possesso materiali, si impossessa del milionario bottino nelle casse della comunità e se la svigna lasciando il suo adorato maestro ai suoi guai. Ma come se tutto non contasse, dopo l'arresto e la prigione di Bhagwan, che poi si cambia il nome in Osho, dopo il processo di Sheela e altri membri, per cospirazione ed evasione fiscale, oltre ad altri reati statali, dopo il rilascio su cauzione con espatrio immediato, cosa è accaduto? Che il nuovo Maestro, cambia nome, ritorna da dove è partito, a Poone o Pune, dove era uscito anche per evitare una indagine delle autorità federali Indiane per evasione fiscale sui diritti e altri amuleti che fruttavano ingenti profitti, oltre alle decine di persone ricche occidentali, figli e figlie di ricchi quanto vituperati mercanti, che donavano alla comune ingenti poteri e denari, sempre senza alcuna denuncia al fisco indiano. Rientrati a Poone, ecco che al cambio del nome poi tutto viene passato in secondo piano, tutto riprende come prima, con un Cerchio magico delle solite 3 o 4 figure preminenti, e altre tragiche figure come Christine Wolf, aka Vivek, sua fedelissima amante, compagna, seguace e curatrice dei suoi bisogni ed esigenze corporali, sempre più pressanti per le continue e costanti condizioni disastrate di salute di Osho. Come se nulla fosse, si va avanti con nuovi lasciti e donazioni dei ricchi seguaci americani, australiani e inglesi, si va avanti negli stessi modi, con Osho che pontifica sempre più raramente, ornai in preda a farmaci, medici e altre figure strette. Infine, siamo a poche settimane dalla morte, Vivek si suicida con una iniezione di eroina e per lei, tutta quella gente vigliacca non ascoltò quelli come noi che volevamo una processione di alto livello, come aveva meritato nei 30 anni a fianco di Bhagwan. E invece, da lontano abbiamo visto il furgone portarla alla pila funeraria, di sera, col bui, di nascosto, senza nessuna esequie particolare, non corone di fiori, canti, cori ed offerte per la fedele Vivek, che mi indussero me e i miei pochi compagni che seguivamo di nascosto e da lontano, a piangere sommessamente. Una commozione che divenne pochi giorni dopo una rabbia sorda, quando sapemmo che dentro il villaggio Osho aveva ricordato Vivek spiegandone la morte tragica, in solitudine, a causa delle sue condizioni psichiche, fragili, inclini alla instabilità e avvolta dalla depressione. Tutti noi ricordavamo l'instancabile, serena e sorridente Vivek, e l'abbiamo sempre ammirata e amata (alcuni di noi anche fisicamente), e posso dire che era tutto, e lo dico da psichiatra, meno che una persona incline alla depressione. La verità è che la buona , mite, serena Vivek, fedele e silenziosa, era ormai consapevole delle condizioni fisiche di Osho, delle sue dipendenze da Valium e da Perossido di Azoto (detto gas esilarante, potente anestetico fisico), nonché sotto continua pratica di massaggi, cure di ogni tipo (tutte ben occidentali) per alleviare il suo stato di Sensibilità Chimica multipla (ne soffriva da almeno 25 anni) e Cfs (sindrome della fatica cronica).....continua... Ricordati di parlare solo di quello di cui hai esperienza, la ragione, da sola spesso non basta. al
 
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