Creato da facciotta1975 il 24/03/2005

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MADONNA DELLA SEGGIOLA

È conservato nella Galleria Palatina di Palazzo Pitti a Firenze. Dipinto ad olio su tavola del diametro di cm 71 realizzato tra il 1513 e il 1514 

 

              

 

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AUGURIIIIIIIIIIIIIIIIIII

Post n°410 pubblicato il 26 Dicembre 2012 da facciotta1975
 

 
 
 

" Artil, Signore delle Stelle"

Post n°409 pubblicato il 27 Novembre 2012 da facciotta1975
 

 
 
 

Classici sulle barricate

Post n°407 pubblicato il 19 Novembre 2012 da facciotta1975
 

Quando all'inizio di gennaio i tunisini sono scesi in piazza in quella

che sarà ricordata come «la rivolta dei gelsomini», c'era una frase

 a scandire la protesta:

Se un giorno il popolo vorrà vivere, il destino dovrà fargli strada.

È un verso del poeta Abu'l-Qasim Ash-Shabbi, tunisino, morto nel 1934 - a soli 25 anni. La sua opera fu ignorata o aspramente criticata quando era in vita, e dopo la sua morte ci furono decenni di oblio. Fu negli anni Sessanta, quando nei paesi arabi cominciò la lotta contro il colonialismo e l'imperialismo, che Ash-Shabbi fu riscoperto, e consacrato come poeta politico. Eppure non era un rivoluzionario. Era stato persino accusato di sfruttare a suo vantaggio il dominio francese, di non avere rispetto per il popolo arabo.
Il fatto è che l'opera di Ash-Shabbi, e pure la sua figura, si prestano a diventare simbolo. Non importa il contesto in cui le sue poesie sono state scritte, e non importa quali fossero, allora, i referenti reali. Negli anni Sessanta le sue parole diventarono il simbolo della lotta all'imperialismo.
Oggi i popoli del Medio Oriente lottano per conquistare la democrazia, e i versi di Ash-Shabbi si vestono di nuovi significati.
Dopo la Tunisia, il 25 gennaio le strade del Cairo si gonfiano di manifestanti, e a suggellare la nascita di una rivoluzione ci sono, ancora una volta, le parole di Ash-Shabbi.

Oh despota ingiusto,
amante del buio e nemico della vita,
hai riso dei gemiti di un popolo debole,
mentre la tua mano è imbrattata del suo sangue.
Vai profanando l'incanto della vita
E seminando le spine della sofferenza nel suo campo.

Piano! Non ti lasciare ingannare dalla primavera,
dal cielo sereno e dalla luce del mattino;
ché al di là dell'immenso orizzonte c'è il terrore delle tenebre,
lo squarcio dei tuoni e il furore dei venti.
Stai attento! Sotto le ceneri cova il fuoco
E chi semina spine raccoglie ferite.

Guarda là... Quante teste hai tagliato
e quanti fiori di speranza.
Hai riempito di sangue il cuore della terra
E le hai fatto bere lacrime fino a ubriacarla.
Sarai travolto da un torrente, un torrente di sangue,
e divorato dal fiume ribelle.

Ai tiranni, da I canti della vita, traduzione dall'arabo di Imed Mehadheb, Di Girolamo editore

 

 

Il poeta ragazzino morto quasi ottant'anni fa dà voce ai giovani che oggi si ribellano ai regimi. I suoi versi, letti al megafono o gridati a squarciagola, raccontano di una rivolta universale: hanno parlato contro Ben Ali, hanno interpellato Mubarak. Sono il testimone, feroce e lirico, che la Tunisia ha passato all'Egitto.

Questo è il potere di un classico. La parola che si fa senso condiviso, la parola che unisce, che ha valore per chi conosce la storia e per chi non la conosce. La parola che si slaccia dal contesto in cui è nata per parlare di altri luoghi e altri tempi.

I classici - ha scritto Calvino - sono libri che esercitano un'influenza particolare sia quando s'impongono come indimenticabili, sia quando si nascondono nelle pieghe della memoria mimetizzandosi da inconscio collettivo o individuale.


foto di Laura Berardi

Una lezione che anche gli studenti italiani, nei cortei di dicembre, hanno trasformato in azione. Dilagati fino a Londra, i Book Bloc, termine coniato dai Wu Ming, sono diventati il simbolo di una rivolta che rivendica il diritto alla cultura. Sui loro scudi di gommapiuma i manifestanti esibivano titoli e autori capaci di parlare non solo ai propri compagni, ma anche a chi stava dall'altra parte della barricata, alle istituzioni, alle generazioni precedenti, ai genitori che magari le parole di quei libri le avevano fatte proprie nelle proteste di quarant'anni fa. Titoli che da soli esprimono idee e valori, critiche e proposte.

Petronio, Satyricon
Il più grande pastiche letterario di tutti i tempi ha al centro le avventure di Encolpio e Gitone nei bassifondi della Roma neroniana. Tra arricchiti e truffatori, potenti corrotti e avidi parassiti, il ritratto ironico e incalzante di un impero nel pieno della sua decadenza.

Giovanni Boccaccio, Decameron
In una società divaricata tra aristocrazia feudale e proletariato lavoratore, dieci giovani in fuga dalla peste trovano nell'arte del racconto lo strumento per riaffermare il potere ordinatore dell'Uomo e della sua intelligenza. L'opera che segna il salto dall'epopea alla rappresentazione contemporaneizzata della vita e dei suoi vari motivi.

Miguel de Cervantes,Don Chisciotte della Mancia
Primo grande personaggio dell'età moderna, Don Chisciotte è ormai l'incarnazione di chi si ostina a combattere nel nome di un'ideologia che non esiste più. Un romanzo sulla delusione che l'uomo subisce di fronte alla realtà, sulla frustrazione delle aspettative, il ritratto di un mondo in cui non esiste corrispondenza tra le parole e le cose, tra la vita e la sua narrazione.

Elsa Morante, L'isola di Arturo
In un affascinante impasto di realismo e fiaba, la Morante ci regala le memorie di Arturo, che lascia l'idillio solitario dell'infanzia - promessa di imprese e libertà assoluta -, per vivere un'esperienza irrinunciabile eppure dolorosissima: scoprire sulla propria pelle la bellezza e la crudeltà dell'esistenza. La cronaca di un mito che si infrange per fare posto alla Storia.

Simone de Beauvoir, Una donna spezzata
Una riflessione lucida e disincantata sull'universo femminile attraverso le storie di tre donne diversissime, ma accomunate dalla stessa solitudine. In quello che è considerato un manifesto dell'indipendenza femminile, la De Beauvoir non si limita alla critica, ma invita alla forza e alla speranza: nel crollo delle certezze e delle false illusioni, c'è spazio per analizzare la propria esistenza e ripartire.

Fëdor Dostoevskij, I Demonî
Pëtr Verchovenskij è il capo di un'organizzazione nichilista e con ammirata sottomissione offre il frutto della propria attività rivoluzionaria al demoniaco Stavrogin. Quando viene ucciso Shatov, un ex seguace convertitosi alla fede ortodossa, Pëtr obbliga Kirillov ad autodenunciarsi, prima del suicidio. Seguono altri delitti in apparenza privi di motivo e solo la fine di Stavrogin, trovato impiccato nel suo appartamento, sembra porre termine all'azione di questi «demonî». Un romanzo sulla finzione, sul libero arbitrio, sulla scoperta del nichilismo di una società apparentemente colta e liberale. E, soprattutto, uno dei romanzi sul Male per eccellenza.

Omero, Odissea
Ulisse è la personificazione dell'astuzia, del coraggio e della curiosità, è l'eroe che vive della propria intelligenza, che vuole scoprire e sapere, e non accetta limiti alla propria conoscenza. Un simbolo dell'«uomo moderno» e delle sue contraddizioni.

Tanti, nei giorni degli scontri, si sono chiesti: ma quei libri i nostri studenti li avranno letti davvero?
Forse, guardando le loro scelte alla luce della frase di Calvino, non è un grosso problema.

Chi non li aveva letti - commentano i Wu Ming -, li avrà letti più tardi, o li leggerà. Comunque sa che esistono, che sono importanti, che sono lì a disposizione.

Se vale il ragionamento fatto fin qui, fa una certa impressione vedere in mezzo a questi titoli alcuni libri di autori italiani viventi: Gomorra, il vostro Q, e poi Noi saremo tutto di Valerio Evangelisti. Del valore simbolico di Gomorra e del suo autore si è già molto parlato. Secondo voi come mai gli altri titoli portati sulle barricate sono il vostro e quello di Evangelisti? Qual è il loro valore simbolico nella protesta?

Nei Book Bloc della seconda ondata, quella del 14 dicembre, c'erano anche libri di Cacucci, di Philopat e altri... Non sono scelte casuali: il libro di Cacucci era In ogni caso nessun rimorso, romanzo dedicato alla celeberrima «Banda Bonnot», formazione di rapinatori anarchici. Q tratta della guerra dei contadini e dei sommovimenti popolari del XVI secolo. Noi saremo tutto racconta la storia del movimento operaio americano dagli inizi del XX secolo al maccartismo. La banda Bellini di Marco Philopat narra l'epopea del più strano e meno tetragono «servizio d'ordine» dell'estrema sinistra milanese degli anni '70. Sono tutti libri che parlano di conflitto sociale, dell'importanza di mantenere viva la memoria delle lotte. Brandendo quei libri come scudi, gli studenti hanno liberamente scelto la propria tradizione, il phylum ribelle di cui si sentono discendenti. È un gesto di grande valore simbolico, e di indubbio impatto, di grande forza icastica.
Tra l'altro, sono tutti libri che, qualche anno fa, avevamo elencato nella «nebulosa» di opere provvisoriamente battezzata «New Italian Epic». Segno che qualcosa era «nell'aria», avevamo fiutato un'usta, magari la nebulosa l'avevamo descritta male, i nostri erano appunti, ma quell'insieme esisteva, oggi si è materializzato nei cortei.

Avete detto in un'intervista al settimanale Carta: «I libri-scudo funzionano solo se sono in ogni momento entrambe le cose, libri e scudi». Il rischio, insomma, è che nel concentrarsi sul simbolo si perda un po' di vista il referente - in questo caso la cultura - a cui dovrebbe rimandare?

Sì, il rischio è quello. Bisogna guardare le foto degli scontri, per capire bene cosa intendevamo dire. Un poliziotto che, nel mezzo di Parliament Square a Londra, punta il manganello per tenere a bada un libro intitolato Spettridi Marx. A Londra, la città dove Marx visse, morì ed è sepolto. Nella piazza del parlamento! E' immediato il richiamo a quel celebre incipit: «Uno spettro si aggira...». In questo caso, la combinazione è stata felicissima, la scelta del libro molto azzeccata. È palese che chi ha realizzato quello scudo aveva in mente feconde connotazioni. Oppure si può realizzare un effetto grottesco, come nella foto del celerino italiano che si accanisce contro L'isola di Arturo! Se la tattica del Book Bloc verrà riproposta, c'è da augurarsi che quegli scudi-libro non subiscano una sotto-connotazione. Non basta scrivere un titolo su un rettangolo di plexiglas, bisogna anche essere consapevoli del mondo di riferimenti che viene evocato.
È una cosa che, anche in Italia, va oltre il Book Bloc. Le donne che, per le tante manifestazioni simultanee del 13 febbraio, hanno scelto come motto «Se non ora, quando?», cioè il titolo di un romanzo di Primo Levi, hanno evocato immagini di resistenza, di dignità umana. E la cosa ha dato fastidio ai detrattori, che hanno parlato di una similitudine «esagerata» tra sessismo italiota e Shoah. Ma la frase, in origine, non è riferita alla Shoah: è tratta da un libro del Talmud, ed è un invito a uscire dalla prigione della propria mente, delle proprie abitudini.

In uno dei vostri interventi avete interpretato la scelta del Decameron come l'espressione di una necessità di narrazioni: «senza le storie, senza le narrazioni da scambiarsi di sera intorno al fuoco, ogni guerriglia nel deserto è destinata alla sconfitta. […] è grazie alle storie che ci raccontiamo che si evita il contagio della peste». E ancora: «ne usciremo solo se troveremo un nuovo racconto, una nuova auto-narrazione che rompa le consuetudini». Nelle rivoluzioni in Medio Oriente, accanto alla tradizione dei classici si sta codificando una vera e propria tradizione di poesia di strada, nata nelle piazze durante le rivolte. L'idea di una poesia che nasce spontanea e diventa insieme «arma» e narrazione della rivoluzione ci sembra molto affascinante.
Pensate che gli studenti italiani siano riusciti, in qualche modo, a produrre una nuova narrazione?

No, non ancora. Gli studenti non possono farcela da soli. Loro hanno portato in piazza l'esigenza di riattivare e rinnovare una tradizione. Lo hanno fatto ripartendo da capo, dopo anni in cui il phylum sembrava, se non del tutto interrotto, quantomeno sfilacciato. Lo hanno fatto da soli, senza padri, perché il «nome del Padre», per dirla con Lacan, era nel frattempo «evaporato». Ora loro sono i padri di se stessi, è una responsabilità enorme, e non vanno lasciati soli. I segnali che captiamo ci dicono che no, non sono soli.
Solo due parole sul termine «narrazione»: forse bisognerebbe smettere di usarlo. Oggi ci sembra sull'orlo dell'inflazione. Forse continuare a parlare di narrazione è auto-referenziale. Forse bisogna semplicemente raccontare, senza mettere enfasi sul fatto che si sta raccontando

 
 
 

Le difettose. Eleonora Mazzoni

Post n°404 pubblicato il 28 Agosto 2012 da facciotta1975
 

Il tuo spirito deve mutare, non il cielo sotto cui vivi. Seneca

 

 
 
 

libro prestato!!!!

Post n°403 pubblicato il 24 Luglio 2012 da facciotta1975
 

 

 
 
 

dedicato a chi ama leggere...

Post n°402 pubblicato il 12 Luglio 2012 da facciotta1975
 

 

 

Liberi pensieri si uniscono, un vortice di colori punta in alto...
nel silenzio risplendono le parole: si ripercuotono nel cuore.

 
 
 

Il Terzo giorno

Post n°401 pubblicato il 12 Luglio 2012 da facciotta1975
 



 [...
-Sei un giardino.
-Io?
-Tu.
-Non capisco, - ho detto balbettando dopo un lungo attimo di silenzio.
-Non devi per forza capire le cose nel momento in cui le senti. Mi è venuto un pò da ridere, ma sentivo i singhiozzi scuotermi dalla testa ai piedi.
-Non capisco, ma è un bel complimento. Forse sono venuta nella Città Vecchia solo per incontrarti e sentire queste parole.
-Può darsi, infatti.
-Ch
e cos'è un giardino?
.E' un luogo dove c'è acqua e linfa.
-Grazie.
I nostri sguardi si sono di nuovo incontrati, e ho avuto l'impressione di danzare con quell'uomo dalle gambe morte.
.Non permettere a nessuno di abbattere i tuoi alberi, sradicare le tue piante, spaccare la tua terra.
...]

 
 
 

CAMPAGNA STILE LIBERO

Post n°400 pubblicato il 03 Luglio 2012 da facciotta1975

 
 
 

«EINAUDI TASCABILI: UNA PARENTESI TUTTA TUA»

Post n°399 pubblicato il 22 Giugno 2012 da facciotta1975

 
 
 

Chochana Boukhobza, Il terzo giorno

Post n°398 pubblicato il 29 Maggio 2012 da facciotta1975
 

 

A Gerusalemme il soffio caldo dello Sharav accarezza gli oleandri dei viali, le sinagoghe e le moschee, la vita quotidiana di una città all'apparenza pacifica. Cosí come sembra serena la vita di due donne, due musiciste, giunte in Israele per tenere un concerto: Elisheva, una famosa violoncellista, e Rachel, la sua allieva prediletta, vengono da New York e resteranno a Gerusalemme solo tre giorni. Per entrambe, però, quello è un viaggio nel passato: Rachel, la piú giovane, torna in famiglia, combattuta tra l'affetto per il padre, il senso di colpa (sente di aver tradito le sue aspettative di ebreo ortodosso) e il desiderio di fuggire da lui e dalla sua cultura.
Anche la piú anziana Elisheva è fuggita da qualcosa, anzi sopravvissuta: al campo di concentramento di Majdanek. È scampata alla morte, ma non ai ricordi che non hanno smesso di ossessionarla un solo giorno. A Gerusalemme incontra il suo figlioccio, Daniel, la cui madre era internata insieme a lei. Daniel, che è diventato un agente del Mossad, le consegna una valigia: all'interno c'è un'arma con cui la musicista vuole uccidere l'uomo noto solo come «Henker», il boia di Majdanek. Fuggito in Sudamerica, Henker si è costruito una nuova identità e proprio in quei giorni è a Gerusalemme con una comitiva di turisti.
In un romanzo in cui ogni personaggio presenta la sua verità, Chochana Boukhobza intreccia due storie che segretamente risuonano l'una nell'altra, due storie di ferite mai rimarginate, di promesse fatte ai morti, di vendetta e perdono.

 
 
 
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 chi ama seguire le fuggenti forme dei divertimenti, alla fine si trova foglie e bacche amare nella mano.

  

 

 

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EROS E MICHELLE - PIÙ BELLA COSA

 

Com'è cominciata io non saprei
la storia infinita con te
che sei diventata la mia lei
di tutta una vita per me
ci vuole passione con te
e un briciolo di pazzia
ci vuole pensiero perciò
lavoro di fantasia
ricordi la volta che ti cantai
fu subito un brivido sì
ti dico una cosa se non la sai
per me vale ancora così
ci vuole passione con te
non deve mancare mai
ci vuole mestiere perché
lavoro di cuore lo sai
cantare d'amore non basta mai
ne servirà di più
per dirtelo ancora per dirti che
più bella cosa non c'è
più bella cosa di te
unica come sei
immensa quando vuoi
grazie di esistere...
com'è che non passa con gli anni miei
la voglia infinita di te
cos'è quel mistero che ancora sei
che porto qui dentro di me
Saranno i momenti che ho
quegli attimi che mi dai
saranno parole però
lavoro di voce lo sai
cantare d'amore non basta mai
ne servirà di più
per dirtelo ancora per dirti che
più bella cosa non c'è
più bella cosa di te
unica come sei
immensa quando vuoi
grazie di esistere... 
 

 

 

PRIMA COLAZIONE

 Jacques Prévert 

Lui ha messo
Il caffè nella tazza
Lui ha messo
Il latte nel caffè
Lui ha messo
Lo zucchero nel caffellatte
Ha girato
Il cucchiaino
Ha bevuto il caffellatte
Ha posato la tazza
Senza parlarmi
S'è acceso
Una sigaretta
Ha fatto
Dei cerchi di fumo
Ha messo la cenere
Nel portacenere
Senza parlarmi
Senza guardarmi
S'è alzato
S'è messo
Sulla testa il cappello
S'è messo
L'impermeabile
Perché pioveva
E se n'è andato
Sotto la pioggia
Senza parlare
Senza guardarmi,
E io mi son presa
La testa fra le mani
E ho pianto.

 

GIÀ TE NE VAI ?