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Beato Alano De Rupe

Beatus Alanus de Rupe, B. Alain de la Roche, il Beato Alano della Rupe

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OMELIA XXXII DOMENICA TO ANNO C, 10-11-2013

Post n°64 pubblicato il 11 Novembre 2013 da beatoalano
 
Foto di beatoalano

+ Dal Vangelo secondo Luca (20,27-38)

In quel tempo, si avvicinarono a Gesù alcuni sadducèi – i quali dicono che non c’è risurrezione – e gli posero questa domanda: «Maestro, Mosè ci ha prescritto: “Se muore il fratello di qualcuno che ha moglie, ma è senza figli, suo fratello prenda la moglie e dia una discendenza al proprio fratello”. C’erano dunque sette fratelli: il primo, dopo aver preso moglie, morì senza figli. Allora la prese il secondo e poi il terzo e così tutti e sette morirono senza lasciare figli. Da ultimo morì anche la donna. La donna dunque, alla risurrezione, di chi sarà moglie? Poiché tutti e sette l’hanno avuta in moglie».
Gesù rispose loro: «I figli di questo mondo prendono moglie e prendono marito; ma quelli che sono giudicati degni della vita futura e della risurrezione dai morti, non prendono né moglie né marito: infatti non possono più morire, perché sono uguali agli angeli e, poiché sono figli della risurrezione, sono figli di Dio. Che poi i morti risorgano, lo ha indicato anche Mosè a proposito del roveto, quando dice: “Il Signore è il Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe”. Dio non è dei morti, ma dei viventi; perché tutti vivono per lui».

Parola del Signore.

 

OMELIA: Il giorno di tutti i Santi si diceva che la “tapenoisis”, ovvero il punto ultimo di bassezza, o umiltà, che Maria scelse come luogo ontologico di incontro con Dio, diventa anche per noi la sfida da vivere nella fede nelle beatitudini cristiane, dove i fondali di bassezza della povertà, della mitezza, della purezza di cuore, della misericordia, del perdono delle offese per amore di Cristo, diventano i luoghi ontologici dove Dio apre le strade della salvezza. Proprio nei fondali della desolazione, Dio, come già a Mosè, apre il mare della liberazione e della salvezza.

Ma perché Dio ha scelto proprio i fondali della desolazione come luogo di inizio delle sue vie di Provvidenza e di Amore? Per prepararci all’esperienza del limite più basso in assoluto, che è la morte, il luogo ove nasce la via alberata che porta al Giardino del Paradiso Celeste. Ed sono le prove della vita ad allenarci ad affrontare con serenità il salto nella morte, ovvero tra le braccia di Gesù e di Maria, che ci portano al cospetto di Dio Padre. Sono sempre coloro che non hanno voluto mai sperimentare i fondali della vita ad avere più problemi con la morte, e con l’affidamento a Dio nella morte che è già l’idea di resurrezione: è quello che accadde antiche classi forti dei sadducei al tempo di Gesù, e accade, ancor oggi, ai potenti di questo mondo. Fin dalle origini, la Resurrezione è stato il punto su cui il Cristianesimo è stato di più attaccato: pensiamo a San Paolo nell’Aerepago, agli gnostici, ai nicolaiti, ai valentiniani, ai marcioniti, ai manichei, ai seleuciani e molti altri, come i pitagorici, che ammettevano la metempsicosi, ovvero la reincarnazione; i platonici, che credevano che le anime trasmigrassero di corpo in corpo; i materialisti, che credono che il corpo sia solo materia, per questo le teorie della cremazione e dell’urna cineraria, o della dispersione delle ceneri, che è un negare implicito della risurrezione della carne. I potenti, nel loro materialismo, portano restrizioni al culto dei morti: nei cimiteri, danno sempre più norme restrittive sui loculi che non sono più eterni, ma soggetti a scadenza, e sempre più la presenza dei forni crematori, come se non fosse un diritto che il corpo sia inviolabile per sempre.

Ma queste restrizioni non sono nuove: già Ugo Foscolo, ne “i Sepolcri”, scritto in occasione di un decreto di Napoleone che voleva i cimiteri fuori città e le tombe tutte uguali, eguagliando sia i cittadini eroici, che quelli indegni. Il Foscolo, nonostante la visione materialista, scrive che le tombe, inutili ai morti, sono utili ai vivi, che possono continuare gli esempi degli eroi, le cui gesta sopravvivono nelle tombe.

Foscolo, tuttavia, nega ogni trascendenza dell’anima, e afferma che la materia ritorna alla materia, che il tempo cancella tutto, e che anche la speranza, ultima dea, fugge i sepolcri.

Un materialismo che, nel Vangelo di oggi, si coglie nella domanda dei sadducei a Gesù: essi chiedono a chi dei sette fratelli, morti uno dopo l’altro, appartiene la medesima moglie, un’appartenenza che però è carnale, dal momento che Gesù risponde che dall’altra parte si sarà come gli Angeli di Dio. L’amore spirituale, che Gesù fonderà come un bene sorgivo nella Chiesa, nell’amore vergine dei consacrati, e l’amore vergine e casto dei nubendi.

Ma perché questo accanimento contro il culto dei morti? Perché impedire l’esistenza di un nome segno del nostro passaggio sulla terra? Questo accanimento è contro la resurrezione.

Tertulliano scrisse nel trattato “de Carne Christi”: “Chi nega la resurrezione dei morti, nega la carne di Cristo”, quella carne che si fa Eucaristia e che porta in sé la Resurrezione e la totalità dei risorti.

Sant’Ireneo scrisse: «Come il pane …dopo la benedizione divina, non è più pane comune, ma Eucaristia, […], così i nostri corpi che ricevono l'Eucaristia non sono più corruttibili, dal momento che portano in sé il germe della risurrezione».

Quel germe della resurrezione che ci fa Figli della Resurrezione, e, per questo, Figli di Dio.

Un germe di resurrezione che è totaliter aliter rispetto alle nostre categorie umane come, scrisse San Paolo: “Ma qualcuno dirà: "Come risuscitano i morti? Con quale corpo verranno?". Stolto! Ciò che tu semini non prende vita, se prima non muore, e quello che semini non è il corpo che nascerà, ma un semplice chicco [...]. Si semina corruttibile e risorge incorruttibile. [...] È necessario infatti che questo corpo corruttibile si vesta di incorruttibilità e questo corpo mortale si vesta di immortalità » (1 Cor 15,35-37.42.52-53)”.

Si racconta che due santi monaci parlavano spesso della vita eterna. Uno dei monaci morì e quello rimasto lo pregava di venirgli in sogno e di dirgli com’era il Paradiso: una notte lo sognò e gli disse: “Il Paradiso allora è proprio come lo avevamo immaginato noi?”. E lui, sorridendo, rispose soltanto: “Totaliter aliter!”. Quello che noi possiamo dire o immaginare della Resurrezione dei morti è inaccessibile: solo gli occhi della fede riescono a scrutare qualche accenno delle realtà avvenire: nel Cimitero monumentale del Verano la fede, è rappresentata come una donna con il Calice e l’Ostia, ma un panno le ricopre gli occhi, le orecchie, la bocca e le mani, ovvero i sensi, per dire che è una realtà che sfugge totalmente alla realtà sensoriale.

Sappiamo solo dalla Scrittura che, alla fine del mondo, quando Cristo tornerà nella sua Gloria: «il Signore stesso, a un ordine, alla voce dell'Arcangelo e al suono della tromba di Dio, discenderà dal Cielo. E prima risorgeranno i morti in Cristo » (1 Ts 4,16).

Quel corpo che dopo la morte, infatti, a causa del peccato originale, cade nella corruzione, mentre l’anima va incontro a Dio per il Giudizio, in attesa di ricongiungersi al corpo.

Per questo Santa Teresina del Bambin Gesù scrisse: “Non muoio, entro nella vita!”.

 
 
 
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