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Beato Alano De Rupe

Beatus Alanus de Rupe, B. Alain de la Roche, il Beato Alano della Rupe

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XXXIII DOMENICA TO ANNO C, 17-11-2013

Post n°65 pubblicato il 17 Novembre 2013 da beatoalano
 
Foto di beatoalano

+ Dal Vangelo secondo Luca (21,5-19)

In quel tempo, mentre alcuni parlavano del tempio, che era ornato di belle pietre e di doni votivi, Gesù disse: «Verranno giorni nei quali, di quello che vedete, non sarà lasciata pietra su pietra che non sarà distrutta».
Gli domandarono: «Maestro, quando dunque accadranno queste cose e quale sarà il segno, quando esse staranno per accadere?». Rispose: «Badate di non lasciarvi ingannare. Molti infatti verranno nel mio nome dicendo: “Sono io”, e: “Il tempo è vicino”. Non andate dietro a loro! Quando sentirete di guerre e di rivoluzioni, non vi terrorizzate, perché prima devono avvenire queste cose, ma non è subito la fine».
Poi diceva loro: «Si solleverà nazione contro nazione e regno contro regno, e vi saranno in diversi luoghi terremoti, carestie e pestilenze; vi saranno anche fatti terrificanti e segni grandiosi dal cielo.
Ma prima di tutto questo metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno, consegnandovi alle sinagoghe e alle prigioni, trascinandovi davanti a re e governatori, a causa del mio nome. Avrete allora occasione di dare testimonianza. Mettetevi dunque in mente di non preparare prima la vostra difesa; io vi darò parola e sapienza, cosicché tutti i vostri avversari non potranno resistere né controbattere.
Sarete traditi perfino dai genitori, dai fratelli, dai parenti e dagli amici, e uccideranno alcuni di voi; sarete odiati da tutti a causa del mio nome. Ma nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto.
Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita».


Parola del Signore

 

SPUNTI DI OMELIA: Il Vangelo di questa domenica è tratto dall’ultimo discorso di Gesù alle folle. Subito dopo vi è l’Ultima Cena. Il discorso inizia con lo sguardo di Gesù alla gente che donava monetine per il tempio. Gesù loda una povera vedova, che buttò due monetine nel Tesoro del Tempio, dicendo che ella aveva messo più di tutti perché era l’intera sua vita (olon ton bion): sembrerebbe che San Luca voglia nascondere in questo personaggio la Madonna, la cui vita è stata tutta al servizio del Signore. Da lì Gesù prende spunto per parlare della fine di tutto e che solo l’Amore a Dio, che ciascuno deve coltivare personalmente, potrà salvarlo dalla terribile distruzione del mondo. Quello che Gesù chiamerà “perseveranza” o nel termine greco “upomonè”, ossia “lo stare sottomessi (a Dio)”. Alla fine del discorso Gesù dirà di radicare la propria fede, perché tanti falsi profeti verranno a dire: “Sono io il Messia!”. Ci saranno anche guerre, carestie, terremoti, persecuzioni, tradimenti delle persone care, ma se saremo legati all’Amore di Dio vinceremo le sfide della vita.

Alla fine di tutte queste delusioni la domanda è: perché bisogna attraversare questo lago della disillusione per salvarsi?

Perché per salvarsi occorre desiderare la patria del Cielo! Ma questa patria si desidera poco, finchè ci saranno le realtà della terra a legarci ed affascinarci. Ecco perché Dio permette la debolezza del creato e la disillusione delle creature, perché si desideri il Cielo, e non ci si volti indietro, come la moglie di Lot, che divenne una statua di sale. Gesù nell’ultimo discorso dice: “Ricordatevi della moglie di Lot”, ovvero fate memoria di questa direzione ascendente verso il Cielo.

Ma, come possiamo staccare il cuore dalle altezze della creazione, se il nostro cuore ha pur sempre in se l’impronta del creato? Rimaniamo incantati davanti ad un tramonto, davanti a un prato pieno di fiorellini, davanti all’imponenza di un albero. Ancor più nei legami d’affetto e d’amore, l’anima sente una pace grande in sé e un senso di protezione, e certamente l’amore è la culla con cui l’Amore di Dio e di Maria ci fanno crescere. Eppure, lo svezzamento inizia con la nostra uscita da questo mondo per entrare in Cielo, svezzamento che Dio prepara mediante le piccole delusioni, le piccole sofferenze: il libro del Qoelet dice: “di ogni cosa perfetta ho visto il limite”, e “ciò che ti piace, prima o poi non ci prendi più gusto!”: in questo svuotamento, tuttavia, Dio non vuole che ci rintaniamo nella tristezza, ma che speditamente camminiamo avanti attaccando il nostro cuore alla Città del Cielo. Più svaniscono dal nostro cuore le realtà della terra, più si accresce in noi l’amore per la Città di Dio. Santa Teresina del Bambin Gesù scrisse che i fiori di primavera iniziano a germogliare sotto la neve, ovvero la felicità eterna inizia a sbocciare nel gelo della sofferenza, dove non manca mai il calore e la brezza primaverile dell’Amor di Dio. Ella racconta nella sua autobiografia che era attaccata morbosamente al padre, e questo le frenava molto l’entrata in convento. La notte di Natale del 1886, era usanza, tornati dalla Messa di Mezzanotte di Natale di andare al camino e prendere le calze dei doni. Quella sera il padre, stanco, disse, tra sé e sè: “Meno male che questo è l’ultimo anno!”. Queste parole le ferirono il cuore, ma, scrisse la santa, ritornò nella stanza del camino gioiosa come se nulla fosse accaduto: quella notte ella sarebbe uscita dall’infanzia e sarebbe avvenuta la sua conversione completa.

Anche noi accogliamo dal Cielo le gioie e i momenti di stacco, come giorni di grazia per contemplare il Cielo che ci attende.

Nell’ordine certosino, i certosini vivono in una cella a forma di casetta, nel silenzio e nella solitudine tutta la vita. Ma quel silenzio non è autolesionista ma un silenzio che orienta la vita a Dio nel distacco da tutte le cose.

Chiediamo a Maria che il nostro cuore sia capace di guardare a Dio quando le cose nel loro moto, si orientano verso il difetto creaturale, che è l’impronta del peccato originale: un difetto creaturale che non deve farci rompere le relazioni, per quanto difettose esse siano, ma orientare il nostro sguardo al Creatore e alla Regina del Cielo.

 
 
 
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