Un blog creato da Antologia1 il 25/11/2007

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Citazioni nei Blog Amici: 17
 
 
 
 
 
 
 

REINCARNAZIONE .....

L’uomo intuisce lo scarto tra le aspirazioni eccessive del suo cuore e le forze e il tempo che ha a disposizione, la soluzione reincarnazionista sembra fornire una facile via di soluzione, in quanto la realizzazione si dispiega in un indefinito numero di esistenze. In realtà essa cela l’illusione di risolvere quantitativamente un problema che è di natura qualitativa:

una relazione di amore con la Persona assoluta ed infinita non si costruisce mediante degli sforzi umani, per quanto ripetuti e numerosi essi siano. Questa sarebbe la torre di Babele. Certamente lo sforzo, nel senso di un impegno decisivo e totale della libertà appartiene strutturalmente a questa relazione che – essendo relazione dialogica e personale – è incontro tra libertà, tra la libertà assoluta e quindi infinita di Dio e la libertà partecipata, limitata e fragile dell’uomo. Il dialogo tra persone presuppone che le persone si incontrino e si fronteggino – volto contro volto -, siano ciò distinte e l’unico modo per distinguersi realmente dalla Persona infinita è quella di esser posti nel limite. Il limite allora, la creaturalità, lungi dall’essere un handicap, risulta essere proprio il presupposto di possibilità di quella relazione d’amore che è la perfezione propria della persona umana; dove il corpo, oltre ad essere il garante del limite in quella situazionalità spazio-temporale che gli è propria essenzialmente, è anche lo strumento indispensabile della relazionalità umana. Per l’uomo il proprio corpo è la condizione del suo essere nel mondo e della sua apertuta al mondo e all’altro. Paradossalmente voler diventare Dio - il che può essere espresso in formule accattivanti, come il dissolversi nell’Uno-Tutto, il perdersi nell’armonia universale di tutte le cose, ecc. – inteso in senso stretto e proprio - vorrebbe dire voler cadere nel nulla, desiderare nihilisticamente l’estinzione di qualunque consistenza del proprio io e della propria identità personale. Nulla di fatto succederebbe in Dio che da sempre è e sempre sarà, mentre la mia vicenda sarebbe solo quella di un annientamento del mio essere e della mia coscienza di me… C’è da chiedersi se questo sia possibile non solo da un punto di vista metafisico, posto che l’appetito dell’essere è connaturato all’essere, ma anche da un punto di vista antropologico: si può dire di desiderare l’annientamento, ma come ammonisce Aristotele «non è necessario che tutto ciò che uno dice lo pensi anche»[19]. Altro invece è vivere la propria relazione con Dio come partecipazione a relazioni sussistenti in Dio stesso, che sono le divine persone della Trinità.

 
 
 
 
 
 
 

 

 

LINK 

Post n°215 pubblicato il 01 Maggio 2008 da Antologia1

    

               

             1carinodolce  LINK   musica belliisssssima, travolgente!!  *************************    

     

                 

 
 
 

Post N° 214

Post n°214 pubblicato il 30 Aprile 2008 da Antologia1

       Veni Creator Spiritus  

 
 

Veni, Creator Spiritus mentes tuorum visita
Imple superna gratia quae tu creasti pectora
Qui diceris Paraclitus donum Dei Altissimi
Fons vivus, ignis, caritas et spiritalis unctio
Tu septiformis munere digitus paternae dexterae
Tu rite promissum Patris Sermone ditans guttura
Accende lumen sensibus infunde amorem cordibus
Infirma nostri corporis virtute firmans perpeti
Hostem repellas longius pacemque dones protinus
Ductore sic re praevio vitemus omne noxium
Per te sciamus da Patrem noscamus atque Filium
te utriusque Spiritum credamus omni tempore
Veni, Creator Spiritus

  

 

 Metatrone  

  

      

 

        
 
 
 

 
 
 

Post N° 213

Post n°213 pubblicato il 27 Aprile 2008 da Antologia1

 
 
 

Post N° 212

Post n°212 pubblicato il 24 Aprile 2008 da Antologia1

  
  
«Quel giorno Giovanni stava ancora là con due discepoli. Fissando lo sguardo su Gesù che passava disse…». Immaginatevi la scena, dunque. Dopo 150 anni che lo aspettavano, finalmente il popolo ebraico, che sempre, per tutta la sua storia, per due millenni, aveva avuto qualche profeta, qualcheduno riconosciuto profeta da tutti, dopo 150 anni, finalmente il popolo ebraico, ebbe di nuovo il profeta: si chiamava Giovanni Battista. Ne parlano anche altri scritti dell’antichità, è documentato storicamente, quindi. Tutta la gente – ricchi e poveri, pubblicani e farisei, amici e contrari – andava a sentirlo e a vedere il modo con cui viveva, al di là del Giordano, in terra deserta, di locuste e di erbe selvatiche. Aveva sempre un crocchio di persone attorno. Tra queste persone quel giorno c’erano anche due che andavano per la prima volta e venivano, diciamo, dalla campagna – veramente venivano dal lago, che era abbastanza lontano ed era fuori del giro delle città evolute –. Erano là come due paesani che per la prima volta vengano in città, spaesati, e guardavano con gli occhi sbarrati tutto quel che stava attorno e soprattutto lui. Erano là con la bocca aperta e gli occhi spalancati a guardare lui, a sentire lui, attentissimi.

Improvvisamente uno del gruppo, un giovane uomo, se ne parte, prende il sentiero lungo il fiume per andare verso il nord. E Giovanni Battista immediatamente, fissandolo, grida: «Ecco l’Agnello di Dio, ecco colui che toglie il peccato dal mondo!». Ma la gente non si mosse, erano abituati a sentire il profeta ogni tanto esprimersi in frasi strane, incomprensibili, senza nesso, senza contesto; perciò, la maggior parte dei presenti non ci fece caso. I due che venivano per la prima volta ed erano là che pendevano dalle sue labbra, che guardavano gli occhi suoi, seguivano i suoi occhi dovunque girasse lo sguardo, hanno visto che fissava quell’individuo che se ne andava, e si sono messi alle sue calcagna. Lo seguirono stando a distanza, per timore, per vergogna, ma stranamente, profondamente, oscuramente e suggestivamente incuriositi. «Quei due discepoli, sentendolo parlar così, seguirono Gesù. Gesù si voltò e, vedendo che lo seguivano, disse: “Che cosa cercate?”. Gli risposero: “Rabbi, dove abiti?”. Disse loro: “Venite a vedere”». È questa la formula, la formula cristiana. Il metodo cristiano è questo: «Venite a vedere». «E andarono, e videro dove abitava, e si fermarono presso di lui tutto quel giorno.

Erano circa le 4 del pomeriggio». Non specifica quando partirono, quando gli andarono dietro; tutto il brano, anche quello seguente, è fatto di appunti, come dicevo prima: le frasi finiscono in un punto che dà per scontato che si sappiano già tante cose. Per esempio: «Erano circa le 4 del pomeriggio»; ma quando andarono via, quando andarono là, chi lo sa? Comunque sia, erano le 4 del pomeriggio. Uno dei due che avevano udito le parole di Giovanni Battista e lo avevano seguito si chiamava Andrea, era il fratello di Simon Pietro. Egli incontrò per primo proprio suo fratello Simone che tornava dalla spiaggia – tornava o dalla pescagione o dal rassettare le reti necessarie al pescatore – e gli dice: «Abbiamo trovato il Messia». Non narra nulla, non cita nulla, non documenta nulla, è risaputo, è chiaro, sono appunti di cose che tutti sanno! Poche pagine si possono leggere così realisticamente veritiere, così semplicemente veritiere, dove non una parola è aggiunta al puro ricordo.

Come ha fatto a dire: «Abbiamo trovato il Messia»? Gesù, parlando loro avrà detto questa parola, che era nel loro vocabolario; perché dire che quello fosse il Messia, “in quattro e quattro otto” così asseverato, sarebbe stato impossibile. Ma si vede che, stando là ore e ore ad ascoltare quell’uomo, vedendolo, guardandolo parlare – chi è che parlava così? Chi aveva mai parlato così? Chi aveva detto quelle cose? Mai sentite! Mai visto uno così! –, lentamente dentro il loro animo si faceva strada l’espressione: «Se non credo a quest’uomo non credo più a nessuno, neanche ai miei occhi». Non che l’abbiano detto, non che l’abbiano pensato, l’hanno sentito, non pensato. Avrà dunque detto, quell’uomo, tra l’altro, che era lui colui che doveva venire, il Messia che doveva venire. Ma era stato così ovvio nella eccezionalità dell’annuncio, che loro hanno portato via quella affermazione come se fosse una cosa semplice – era una cosa semplice! –, come se fosse una cosa facile da capire.

«E Andrea lo condusse da Gesù. Gesù, fissando lo sguardo su di lui, disse: “Tu sei Simone, il figlio di Giovanni. Ti chiamerai Cefa, che vuol dire pietra”». Gli ebrei usavano cambiare il nome o per indicare il carattere di uno, oppure per qualche fatto che accadeva. Dunque, immaginate Simone che va col fratello, pieno di curiosità e un po’ di timore, e guarda fisso l’uomo da cui il fratello lo conduce. Quell’uomo lo sta fissando anche lui da lontano. Pensate il modo con cui lo fissava, al punto che ha capito il suo carattere fin nel midollo delle ossa: «Ti chiamerai pietra». Pensate a uno che si sente guardare così da uno nuovo, assolutamente estraneo, che si sente colto così nel profondo di sé. «Il giorno dopo Gesù aveva stabilito di partire per la Galilea…». Il resto lo leggerete voi da soli. È mezza pagina fatta così, di questi brevi accenni e di questi punti in cui tutto quello che è successo era dato per scontato che lo sapessero tutti, che fosse evidente a tutti.
  

 
 
 

Post N° 211

Post n°211 pubblicato il 24 Aprile 2008 da Antologia1

    
Riconoscere Cristo

  

Finiva, la meditazione di questa mattina, con la frase icastica di Kafka: «Esiste un punto d’arrivo, ma nessuna via». È innegabile: c’è un ignoto (i geografi antichi tracciavano quasi un’analogia di questo ignoto con la famosa «terra incognita» con cui terminava il loro grande foglio; ai margini del foglio segnavano: «terra incognita»). Ai margini della realtà che l’occhio abbraccia, che il cuore sente, che la mente immagina c’è un ignoto. Tutti lo sentono. Tutti l’hanno sempre sentito. In tutti i tempi gli uomini l’hanno così sentito che l’hanno anche immaginato. In tutti i tempi gli uomini hanno cercato, attraverso le loro elucubrazioni o le loro fantasie, di immaginare, di fissare il volto di questo ignoto. Tacito, nella Germania, descriveva così il sentimento religioso che qualificava gli antichi teutoni: «Secretum illud quod sola reverentia vident, hoc deum appellant» (quella cosa misteriosa che essi intuivano in timore e tremore, questo chiamavano Dio, questo chiamano Dio). Tutti gli uomini di tutti i tempi, qualunque sia l’immagine che se ne sono fatta, hoc deum appellant, chiamano Dio questo ignoto davanti al quale passano gli sguardi, dei tanti indifferenti, ma di molti appassionati. Indubbiamente, tra gli appassionati ci sono stati quei trecento, che col cardinal Martini sono sfilati per il tragitto da San Carlo al Duomo di Milano. Trecento rappresentanti di religioni diverse! E come si può chiamare, con denominatore comune, ciò che intendevano esprimere e onorare con la loro partecipazione alla grande iniziativa del Cardinale di Milano? Un secretum illud, qualcosa di misterioso, terra incognita, qualcosa di non conoscibile – non conoscibile! –.

Mi piace ricordare adesso un paragone che si trova nel secondo volume della Scuola di comunità (chi l’ha già letto lo conosce). Immaginatevi il mondo umano, la storia umana, come un’immensa pianura e, in questa immensa pianura, un immenso stuolo di ditte, di imprese edili, particolarmente allenate a far strade e ponti. Tutte nel loro angolo, dal loro angolo cercano di lanciare, fra il punto in cui sono, fra il momento effimero che vivono, e il cielo trapuntato di stelle, un ponte che colleghi i due termini, secondo l’immagine di Victor Hugo nella sua bella poesia di Les contemplations intitolata «Le Pont». Vi si immagina, seduto sulla spiaggia di notte, una notte stellata, un individuo, un uomo che guarda, fissa la stella più grossa, apparentemente più vicina, e pensa alle migliaia e migliaia di archi che occorrerebbe erigere per costruire questo ponte, un ponte mai definibile, mai completamente operabile. Immaginatevi, dunque, questa pianura immensa, tutta gremita di tentativi di gruppi grossi e piccoli, o anche solitari, come nell’immagine di Victor Hugo, ognuno attuando il suo disegno immaginato, fantasticato. Improvvisamente s’ode nell’immensa pianura una voce potente, che dice: «Fermatevi! Fermatevi tutti!». E tutti gli operai, gli ingegneri, gli architetti sospendono il lavoro e guardano dalla parte da cui è venuta la voce: è un uomo, che alzando il braccio continua: «Siete grandi, siete nobili nel vostro sforzo, ma questo vostro tentativo, pur grande e nobile, rimane triste, per cui tanti vi rinunciano e non ci pensano più, e indifferenti diventano; è grande, ma triste, perché non opera mai il termine, non riesce mai ad andare al fondo. Ne siete incapaci perché siete impotenti a questo scopo. C’è una sproporzione non colmabile tra voi e la stella ultima del cielo, tra voi e Dio. Non potete immaginarvi il mistero. Ora, lasciate il vostro lavoro così faticoso e ingrato, venite dietro di me: io vi costruirò questo ponte, anzi io sono questo ponte! Perché io sono la via, la verità, la vita!».

Queste cose non si capiscono nel loro valore intellettuale rigoroso, se non ci si immedesima, se non si cerca di immedesimarsi col cuore. Immaginatevi, dunque, voi che, sulle dune vicino al mare, vedete un crocchio di persone del villaggio vicino che stanno a sentire uno tra di loro che parla, che è là in mezzo al gruppo che parla; e voi passate via per andare alla spiaggia dove siete indirizzati; passate vicino e, mentre passate e guardate curiosi, sentite l’individuo, che sta in mezzo, che dice: «Io sono la via, la verità, la vita. Io sono la via, la verità…»: la via che non si può sapere, di cui parlava Kafka; «Io sono la via, la verità, la vita». Immaginatevi, fate uno sforzo di immaginazione, di fantasia: cosa fareste, cosa direste? Scettici quanto possiate esserlo, non potete non sentire il vostro orecchio attirato da quella parte, e almeno guardate con curiosità estrema quell’individuo che o è pazzo o è vero: tertium non datur, o è pazzo o è vero. Infatti, c’è stato un solo uomo, uno, a dire questa frase, uno in tutta la storia del mondo – del mondo! –, tanto è vero. Un uomo in mezzo a un gruppetto di gente, tante volte in mezzo a un gruppetto di gente, e tante volte in mezzo anche a una grande folla.

Dunque, nella grande pianura tutti sospendono il lavoro e stanno attenti a questa voce, e lui continuamente ripete le stesse parole. I primi seccati della questione, chi furono? Gli ingegneri, gli architetti, i padroni delle varie imprese edili, i quali hanno detto quasi subito: «Su, su, ragazzi, al lavoro, al lavoro. Operai, al lavoro! Quello è un fanfarone!». Era alternativa radicale, tranchant, al loro progetto, alla loro creatività, al loro guadagno, al loro potere, al loro nome, a sé. Era l’alternativa a sé. Dopo gli ingegneri, gli architetti e i capi, anche gli operai, incominciando un po’ a ridere, più a stento hanno trascinato via lo sguardo da quell’individuo, parlandone per un po’, prendendolo in giro, oppure dicendo: «Chissà, chissà chi è, sarà pazzo?». Ma alcuni, invece, no. Alcuni hanno sentito un accento che non avevano mai sentito, e all’ingegnere, all’architetto o al padrone dell’impresa che diceva loro: «Su, in fretta, cosa fate qui, cosa vi fermate ancora a guardar là?», loro non rispondevano; continuavano a guardare quell’uomo. E lui avanzava. Anzi, gli andarono vicino. Su centoventi milioni erano dodici. Ma avvenne: questo è un fatto storico.
Quello che Kafka dice («nessuna via») non è vero storicamente. È vero, paradossalmente, si potrebbe dire, teoricamente, non è vero storicamente. Il mistero non si può conoscere! Questo è vero teoricamente. Ma se il mistero bussa alla tua porta… «Chi mi apre io entrerò e verrò a cena con lui», sono parole che si leggono nella Bibbia, parole di Dio nella Bibbia. Ma è un fatto accaduto.

E il capitolo primo di san Giovanni, che è la prima pagina letteraria che ne parli, oltre all’annuncio generale – «Il Verbo si è fatto carne», ciò di cui tutta la realtà è fatta si è fatto uomo –, contiene la memoria di coloro che l’hanno seguito subito, che hanno resistito alla urgenza che era loro fatta da parte degli ingegneri, degli architetti. Su un foglio, qualcuno di loro ha annotato le prime impressioni e i tratti del primo momento in cui il fatto accadde. Il primo capitolo di san Giovanni, infatti, contiene un seguito di appunti che sono proprio appunti di memoria. Uno dei due, diventato vecchio, legge nella sua memoria gli appunti rimasti. Perché la memoria ha una sua legge. La memoria non ha come legge una continuità senza spazi, come è per esempio in una creazione fantastica, di fantasia; la memoria letteralmente «prende appunti», come facciamo noi ora: una nota, una riga, un punto, e questo punto copre tante cose, così che la seconda frase parte dopo le tante cose supposte dal primo punto. Le cose sono più supposte che dette, alcune soltanto sono dette come punti di riferimento. Per cui io dai miei settant’anni di età lo rileggo per la millesima volta, e senza alcun sintomo di stanchezza. Vi sfido a immaginarvi una cosa in sé più grave, più pesante, nel senso di pondus, più grande, più carica di sfida per l’esistenza dell’uomo nella sua fragilità apparente, più gravida di conseguenze, nella storia, di questo fatto accaduto.
  

 
 
 

Post N° 210

Post n°210 pubblicato il 24 Aprile 2008 da Antologia1

  

Tutto l'andare umano, tutto il tentativo di questa «forza operosa che ci affatica di moto in moto», è la conoscenza di Dio. Perché il movimento dei popoli riassume come formula tutto quanto l'immenso sforzo di ricerca dell'uomo. Scoprire il mistero, entrare nel mistero che sottende l'apparenza, sottende ciò che noi vediamo e tocchiamo è il motivo della ragione, la sua forza motrice.

Così è il rapporto con quell'al di là che rende possibile anche l'avventura dell'al di qua, altrimenti la noia, origine della presunzione evasiva, illusiva o della disperazione eliminatrice, domina. È solo il rapporto con l'al di là che rende realizzabile l'avventura della vita. La forza umana nell'afferrare le cose dell'al di qua è data dalla volontà di penetrazione nell'al di là.

Il mito antico più vicino alla mentalità di oggi ha trovato la sua espressione più potente sul suolo cristiano: è il mito dell'Ulisse. In Dante Alighieri questo ha trovato forza espressiva come mai altrove, in qualsiasi versione della letteratura antica.

Ulisse, l'uomo intelligente che vuole misurare col proprio acume tutte le cose. Una curiosità irrefrenabile: egli è il dominatore del Mare Nostrum. Immaginate quest'uomo con tutti i suoi marinai, sul suo battello, che vaga da Itaca alla Libia, dalla Libia alla Sicilia, dalla Sicilia alla Sardegna, dalla Sardegna alle Baleari: tutto il «mare nostrum» è misurato e governato, tutto è percorso in lungo e in largo da lui. L'uomo è misura di tutte le cose. Ma arrivato alle colonne d'Ercole si trova di fronte alla persuasione comune che tutta la saggezza, vale a dire la misura sicura del reale, non è più possibile. Al di là delle colonne d'Ercole non v'è più nulla di sicuro, è il vuoto e la pazzia. Come chi va al di là di esse è un fantasioso che non avrà più nessuna certezza, così al di là dei confini sperimentali positivisticamente intesi c'è solo fantasia o, comunque, impossibilità di sicurezza. Ma lui, Ulisse, proprio per la stessa «statura» con cui aveva percorso il «mare nostrum», arrivato alle colonne d'Ercole, sentiva non solo che quella non era la fine, ma che era anzi come se la sua vera natura si sprigionasse da quel momento. E allora infranse la saggezza e andò. Non sbagliò perché andò oltre: andar oltre era nella sua natura di uomo, decidendolo si sentì veramente uomo. Questa è la lotta tra l'umano, cioè il senso religioso, e il disumano, cioè la posizione positivista di tutta la mentalità moderna. Essa direbbe: «Ragazzo mio, l'unica cosa sicura è quella che tu constati e misuri scientificamente, sperimentalmente; al di là di questo c'è inutile fantasia, pazzia, affermazione immaginosa».

Ma al di là di questo «mare nostrum» che possiamo possedere, governare e misurare che cosa c'è? L'oceano del significato. Ed è nel superamento di queste colonne d'Ercole che uno comincia a sentirsi uomo: quando supera questo limite estremo posto dalla falsa saggezza, da quella sicurezza oppressiva, e si inoltra nell'enigma del significato. La realtà nell'impatto con il cuore umano suscita la dinamica che le colonne d'Ercole hanno suscitato nel cuore di Ulisse e dei suoi compagni, i volti tesi nel desiderio di altro. Per quelle facce ansiose e quei cuori pieni di struggimento le colonne d'Ercole non erano un confine, ma un invito, un segno, qualcosa che richiama oltre sé. Non perché andarono oltre, sbagliarono Ulisse e i nocchieri odisseici.

Ma c'è una pagina più grande ancora di quella dell'Ulisse dantesco; ancora più espressiva di questa posizione esistenziale della ragione dell'uomo. È nella Bibbia, quando dall'esilio, cioè dalla dispersione o da una realtà estranea a sé, Giacobbe sta ritornando a casa sua. E giunge al fiume ormai all'imbrunire, e l'imbrunire è veloce. Sono passati gli armenti, i servi, i figli, le donne. Quando tocca a lui, ultimo, penetrare nel guado: è totalmente notte. E Giacobbe vuole continuare nel buio. Ma prima che metta il piede dentro l'acqua, sente un ostacolo davanti a sé; una persona che lo affronta e cerca di impedirgli il guado. E con questa persona, che non vede in viso, con cui gioca tutte le sue energie, si stabilisce una lotta che durerà tutta la notte. Finché al primo lucore dell'alba quello strano personaggio riesce a infliggere un colpo all'anca, sì che Giacobbe ne andrà per tutta la vita zoppo. Ma nello stesso momento quello strano personaggio gli dice: «Sei grande Giacobbe! Non ti chiamerai più Giacobbe, ma ti chiamerai Israele, che significa: "Ho lottato con Dio"». Questa è la statura dell'uomo nella rivelazione ebraico-cristiana. La vita, l'uomo è lotta, cioè tensione, rapporto - «nel buio» - con l'al di là; una lotta senza vedere il volto dell'altro. Chi giunge a percepire questo di sé è un uomo che se ne va tra gli altri, zoppo, vale a dire segnato; non è più come gli altri uomini, è segnato.

     [[  ECCEZIONALE              QUANDO CORRISPONDE ADEGUATAMENTE ALLE ATTESE ORIGINALI DEL CUORE, PER QUANTO CONFUSA E NEBULOSA POSSA ESSERNE LA CONSAPEVOLEZZA. L'ECC  è, PARADOSSALM, L'APPARIRE  DI CIò  KEè  +  NATURALE  X  NOI.           .....            KE  QUELLO                    //                              +  NATURALE  DELLA SODDISFAZIONE COMPIUTA DEL DESIDERIO  ULTIMO E PROFONDO DEL CUORE,  DELLA  RISPOSTA  ALLE ESIGENZE    KE STANNO  ALLA  RADICE  DEL  NOSTRO  ESSERE,  X LE QUALI  DI FATTO  VIVIAMO  E  CI MUOVIAMO.IL NOSTRO CUORE          HA UN BISOGNO   ULTIMO,  IMPERIOSO,     PROFONDO,  DI COMPIMENTO,   DI VERITà, DI  BELLEZZA,  DI  BONTà,  DI AMORE,   DI      CERTEZZA  FINALE,  DI  FELICITà;     PERCIò     L'IMBATTERCI    IN UNA  RISPOSTA   A QUESTE   ESIGENZE  DOVREBBE  ESSERE    LA   COSA     +   OVVIA E      NORMALE.         E INVECE QSTA  CORRISPONDENZA,   KE DOVREBBE ESSERE  LA NORMALITà   SUPREMA,  X NOI     DIVENTA   L'ECCEZIONALITà     SUPREMA.IMBATTERSI  IN QUALCOSA DI ASSOLUTAMENTE E PROFONDAMENTE  NATURALE,  CIOè  CORRISPONDENTE  ALLE  ESIGENZE   DEL CUORE  KE LA NATURA  CI  Dà,           è PERCIò UNA COSA ASSOLUTAMENTE  ECCEZIONALE.  VI è  COME UNA STRANA  CONTRADDIZIONE               2. Una posizione vertiginosa

Se questa è la posizione esistenziale della ragione è abbastanza facile capire che una posizione del genere sia vertiginosa.

Quasi che, come legge, come direttiva del mio vivere dovessi rimanere sospeso ad una volontà che non conosco, istante per istante. Sarebbe l'unico atteggiamento razionale. La Bibbia dirà «... come gli occhi di un servo attento ai cenni del padrone...». Per tutta la vita la vera legge morale sarebbe quella di essere sospesi al cenno di questo ignoto «signore», attenti ai segni di una volontà che ci apparirebbe attraverso la pura, immediata circostanza.

Ripeto: l'uomo, la vita razionale dell'uomo dovrebbe essere sospesa all'istante, sospesa in ogni istante a questo segno apparentemente così volubile, così casuale che sono le circostanze attraverso le quali l'ignoto «signore» mi trascina, mi provoca al suo disegno. E dir «sì» ad ogni istante senza vedere niente, semplicemente aderendo alla pressione delle occasioni. È una posizione vertiginosa.

  3. L'impazienza della ragione

La Bibbia rivela che «un eccessivo attaccamento a sé» (la formula psicologica identica è nota: «amor proprio») spinge la ragione dell'uomo, nel suo desiderio appassionato, nella sua pretesa di capire questo supremo significato da cui tutti i suoi atti dipendono, a dire, ad un certo punto: «Ecco, ho capito: il mistero è questo».

Esistenzialmente cioè questa natura della ragione come esigenza di conoscere, di comprendere, penetra tutto, e perciò pretende penetrare anche l'ignoto da cui ogni cosa dipende, da cui il suo fiato e il suo respiro, istante per istante dipendono. La ragione non tollera, impaziente, di aderire all'unico segno attraverso cui seguire l'Ignoto, segno così ottuso, così cupo, così non trasparente, così apparentemente casuale, come è il susseguirsi delle circostanze: è come sentirsi in balia di un fiume che ti trascina in qua e in là.

Nella sua situazione esistenziale la natura della ragione soffre una vertigine cui dapprima può resistere, ma poi vi cade. E la vertigine sta in questa prematurità o impazienza con cui dice: «Ho capito, il significato della vita è questo». Tutte le affermazioni secondo cui: «il significato del mondo è questo, il senso dell'uomo è questo, il destino ultimo della storia è questo», nella loro diversità e molteplicità sono tutte documentazioni di quella caduta.

 

 

 

 

 

 

 
 
 

Post N° 209

Post n°209 pubblicato il 19 Aprile 2008 da Antologia1

   

Noi come Ophelia

 

         

 
 «”Plastica facciale alla bimba down” caso in Inghilterra» G. Sant. Corriere della Sera 11.03.08


«Laurence Kirwan è un chirurgo estetico di successo. Ha uno studio a Londra, uno a New York e un altro nel Connecticut. Una bella moglie di nome Chelsea e tre figli. Ophelia ha due anni, i capelli a caschetto biondi e grandi occhioni. E non sa, perchè è troppo piccola, di essere un po’ diversa dalle amichette: Ophelia ha la sindrome di Down. […] Ora il professore ha deciso di usare la sua scienza per “rettificare” i tratti somatici di Ophelia. Ha spiegato al Daily Mail come vorrebbe intervenire per aggiustare “gli occhi leggermente troppo distanti fra loro, il naso piatto, le labbra sottili, la lingua che qualche volta sporge dalla bocca e il collo troppo grosso”. L’operazione, nei piani del medico e della moglie, non avverrà subito, ma quando Ophelia sarà maggiorenne, tra sedici anni, e potrà decidere con loro.»

 «Chirurgia estetica su bimba down: “così sarà accettata”» Alessandro Carlini, Libero 11.03.08.
« Nell’era della medicina che può tutto, il rifiuto del bambino “diverso” è rimasto, soprattutto con i canoni di bellezza imposti da media e  società. […] “Non è giusto che Ophelia, e altri nella sua stessa condizione, vengano giudicati come appaiono, e magari scartati per un lavoro che invece possono benissimo svolgere”, dice Chelsea, la madre di Ophelia. […] “ E’ una questione di autostima: se c’è qualcosa del tuo corpo di cui non sei felice, perché non correggerlo?”. Dichiara ancora Chelsea. “Tutto quello che voglio è che Ophelia sia felice”.»

 «La figlia è down, vogliono farle la plastica al viso» Erica  Orsini, Il Giornale 11.03.08.
«[…] le  associazioni  di parenti con figli down sono inorridite, alcuni ritengono che questo modo di agire sia da considerare alla stregua di un vero e proprio abuso. “Quello che questi bambini portano nelle nostre vite è così profondo e straordinario, è l’umanità più vera.- ha detto Rosa Monkton, moglie dell’ex direttore del Sunday Telegraph e madre di Domenica, che ora ha 12 anni.- Il nucleo della questione non sta in come appaiono ma in quello che sono. Prima di tutto sono i nostri bambini che devono essere amati e non cambiati, perchè sono leggermente diversi da gli altri”. Concetto inattaccabile perchè in realtà vale per ognuno di noi. E l’essere down c’entra veramente poco o nulla.»

   

 «Varese, viaggio nell’azienda che assume solo Down: “il nostro viso è bello così” » Stefano Zurlo, Il Giornale, 13.03.08


« Agnese, impiegata, affronta senza preamboli il giornalista: “Sono Down e stamattina ho letto sul giornale la proposta del chirurgo che vorrebbe ritoccare i lineamenti della figlia”. Agnese, come Ophelia, ha occhi orientaleggianti,mascella forte, dita corte. Ma ha anche le idee chiare: “Io mi sono accettata come sono. E credo che il professore inglese dovrebbe aiutare la figlia Ophelia a crescere nello stesso modo. Cambiare fuori non serve.”. Poi Agnese si avvia verso la stazione di Venegono. Come una pendolare qualsiasi.»

   

Commento
  

Una “questione di autostima”: così Chelsea, madre di una bimba down, giustifica la “decisione” presa insieme a Laurence, il padre, blasonato chirurgo estetico, di intervenire in futuro sul povero corpo sgraziato della piccola. Lui, che ha già corretto i difetti della moglie, applicherà la sua “scienza” su Ophelia. Lo scopo?  “Rettificare” i lineamenti del viso, deformati dalla sindrome di down. Tutto perché possa un domani essere “accettata dalla società”, perchè, come dice la madre, possa finalmente “essere felice”. Ovviamente questo succederà tra sedici anni quando, con lei maggiorenne, si potranno “decidere insieme” i dettagli dell’operazione.
Ma quale sarà in verità il risultato? Essa servirà soltanto a mascherare una situazione che nella sostanza rimarrà tale e quale: Ophelia è e sarà sempre down. Questo diminuisce forse di un briciolo il suo valore? Perché bisogna aspettare una “rettifica” per riconoscerle la piena dignità di persona e la possibilità di essere felice, come documenta la storia di Agnese?


Ophelia ci ricorda e porta addosso, in maniera evidente, i segni di una condizione che è propria dell’uomo: il limite e il bisogno di rapporto che siamo.

   

Noi, come Ophelia, non possiamo fare a meno, ogni giorno, di qualcuno che ci ami per quello che siamo, così come siamo, senza dover amputare o nascondere parti di noi. Cos’è la vita, se non la ricerca continua di questo sguardo?

     
 

 
 
 

Post N° 208

Post n°208 pubblicato il 16 Aprile 2008 da Antologia1

 
   
 Perchè i giornali non capiscono l'Italia
16.04.2008 
 
© Libero - 16 aprile 2008
AntonioSocci.it

 
Eugenio Scalfari, il 30 marzo scorso, ha fatto questa perspicace previsione nel suo editoriale sulla Repubblica: “Ho un presentimento: il centrosinistra vincerà sia alla Camera sia al Senato.
Fino a pochi giorni fa pensavo il contrario, che non ce l'avrebbe fatta.
Ebbene ho cambiato idea. Ce la faCon avversari di questo livello non si può perdere. Gli elettori cominciano a capirlo. Io sono pronto a scommetterci”.

Quando si dice cogliere nel segno! Si può ironizzare. Ma stiamo parlando del decano dei giornalisti italiani, colui che, una settimana fa, ha inaugurato con la sua lectio magistralis il “Festival del giornalismo” di Perugia.
E’ il perfetto simbolo di una classe intellettuale che si scopre (ancora una volta) lontana anni luce dal Paese e dalla vita concreta.

Ieri, in un filo diretto con i lettori sulla tv di Repubblica, un ascoltatore ha detto a Scalfari: “la smettete di trattare da cretini la maggioranza degli italiani?
Fatevi un esame di coscienza piuttosto.
Magari, visto che siete così intelligenti, riuscirete anche a capire perché padri di famiglia monoreddito con tre figli a carico (di cui uno con handicap) come il sottoscritto, abbiano votato Pdl.
Ma avete visto la Bindi cos’ha combinato nelle due finanziarie? Si può far ministro per le politiche familiari chi una famiglia non l’ha mai avuta?”.

Scalfari è ammutolito e poi ha farfugliato qualcosa per cambiar discorso.
La gente comune, diversamente dai giornalisti, ha capito che la sinistra se ne infischiava delle famiglie vere e anche dei lavoratori.
Ha visto che per quella sinistra l’Italia era quella dei Vladimir Luxuria. Era la sinistra che voleva “farmaci gratis per chi vuol cambiare sesso”, mentre la povera gente si deve pagare di tasca propria tanti farmaci per curarsi.
Per questo l’Italia vera, fatta di famiglie che pagano tasse esose e tirano la cinghia, li ha mandati a quel paese.
Gli arcobaleno e i socialisti – che hanno fatto di queste “battaglie di laicità” la loro bandiera - sono stati letteralmente polverizzati dal corale “vaffa” degli elettori.
Con buona pace della corte salottiera di attori che magari si dicono “comunisti”, fanno il predicozzo sociale all’Italia berlusconiana, e poi si comprano barche da 4 milioni di euro mentre vanno a votare Bertinotti.
Una sinistra così, già cancellata dal Parlamento, non dovrebbe essere ridimensionata anche sui giornali? La gente comune, la gente vera, incompresa dai giornali, è stata invece capita molto bene da Berlusconi.
La sua scelta di dare il segno della svolta già al primo consiglio dei ministri, con l’abolizione dell’Ici e il bonus bebè, è perfetta.
Dice tutto. E’ un altro mondo. E’ l’Italia che vuole farcela e vuole avere un futuro.
Se continua così avrà sempre con sé la stragrande maggioranza del Paese e inizia un’epoca nuova.
Anche se non compresa da ex sessantottini, prigionieri di ideologie, snobismi e pregiudizi altezzosi, che tuoneranno con i loro editoriali su giornali che, alle 11 del mattino, già incartano l’insalata ai mercati rionali.

  

 
 
 

  ECCEZIONALE!!!!!!!    

Post n°206 pubblicato il 16 Aprile 2008 da Antologia1

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Rino Cammilleri,

 "I Mostri Della Ragione. Dai Greci Al Sessantotto:
Viaggi Tra I Deliri Di Utopisti & Rivoluzionari"

MILANO, Ares 1997,
 
     

INVITO ALLA LETTURA


di Vittorio Messori
 
 
Il titolo di questo libro è un evidente rovesciamento della frase (troppo acriticamente ripetuta) che sta sotto la celebre incisione di Goya: “Il sonno della ragione genera mostri”. Come le pagine che seguono confermano ad abundantiam, può essere vero il contrario. Così, del resto, la storia ha sempre mostrato: sono certe “veglie” della Ragione (soprattutto quando è pensata e scritta con la maiuscola) a partorire mostri. E spesso terribili per inesausta sete di sangue.


L'insofferenza per il mondo com'è, il sogno di come potrebbe essere perfetto se organizzato “secondo ragione”, accompagnano da sempre gli uomini. Anche l'antichità classica si cimentò in celebri opere “utopistiche”: ma a differenza di quanto sarebbe poi successo nei secoli “moderni” nessuno pensò di tradurre, o di lasciar tradurre in pratica quei progetti, considerati come pure astrazioni, come una sorta di elegante quanto innocua ginnastica mentale. Neppure il cristianesimo “autentico” si prefisse di costruire qui e ora - “il mondo perfetto”: cuore della speranza cristiana è sì l'attesa di “terre nuove e cieli nuovi”, ma proiettati alla fine della storia. Secondo la sapiente legge (che è soprattutto segreto “cattolico”) dell'et-et, il cristianesimo, alla spinta ideale, alla proposta del meglio, affiancò sempre il realismo, con la sua comprensione e l'accettazione presente dell'uomo concreto.

  
Fare del mondo un monastero dove tutti praticassero tutte le virtù equivarrebbe a trasformarlo in un'immensa prigione, dove ciò che si potrebbe ottenere sarebbe al massimo il trionfo dell'ipocrisia. Questo, per fortuna, ha sempre creduto la Chiesa cattolica, che pure ha generato dal suo seno (a ogni generazione, e con una costanza straordinaria) degli “istituti di perfezione”: ordini, congregazioni, compagnie, dove uomini e donne vivono “l'utopia”, tentano di anticipare nel mondo ciò che sarà finalmente norma quando il mondo medesimo e la sua storia saranno consumati...
Ma non a caso si è sempre parlato di “vocazione”: occorre essere vocati, è indispensabile una “chiamata” divina, misteriosa e individuale, per mettersi su questa via tanto impervia e rischiosa da essere circondata da mille cautele codificate. Vaglio minuzioso delle “regole”, approvazioni ad experimentum, sorveglianza continua, esortazioni a moltiplicare l'impegno spirituale e ascetico sino all'eroismo: tutto questo per non ricadere nella condizione dell'“uomo naturale” sempre in agguato. Non a caso la storia di questi istituti è storia di continue riforme per tornare all'ideale.
Prima dell'inquinamento da ideologie post-cristiane (soprattutto nella versione della vulgata marxista), almeno nella sua versione cattolica il cristianesimo ha sempre avuto ben chiaro che ci è stato promesso un solo paradiso: e non per questa terra. Per dirla con Cammilleri, “la Chiesa ha sempre predicato all'uomo come dovrebbe essere, ma cominciando con l'accettarlo come è”.

Così che, come è stato osservato, la sapienza evangelica e insieme umanissima che presiedeva, nei seminari, alla formazione degli uomini di pastorale, dei sacerdoti “in cura d'anime”, raccomandava di essere araldi di utopia e di intransigenza sul pulpito e al contempo misericordiosi e comprensivi nel confessionale, confrontandosi con la debolezza della creatura concreta.


Quanto agli uomini organizzati in società, è significativo che la Chiesa non si sia mai espressa con dichiarazioni autoritative, sacralizzando un modo di governo, una struttura politica rispetto ad altre: possono esserci state, negli uomini di Chiesa, delle preferenze, determinate da condizioni storiche; ma nessuna presa di posizione de fide. Un affidarsi “cattolico”, anche qui, al pragmatismo realistico che ben sapeva, assai prima di Machiavelli, che non esiste - nella cosa pubblica -“piano”, per quanto attraente e studiato, che, applicato a un problema, non crei necessariamente altri problemi. Il solo modo davvero cristiano per rispondere al dovere di cercare di rendere il più ordinata e umana, il meno ingiusta possibile, la convivenza sociale è il puntare non sull'esterno, ma sull'interno dell'uomo: tentare di renderli davvero cristiani - uno a uno - e, dunque, aperti all'amore, alla solidarietà, alle virtù anche di buon cittadino.

Con la fuoriuscita, spesso polemica, dalla tradizione cristiana -a partire dal XVIII secolo - prima dell'intellighenzia occidentale e poi via via di settori sociali sempre crescenti, alla prospettiva di fede, con la sua concretezza attenta “all'uomo quale davvero è”, si sostituisce l'astrattezza della ideologia. “L'uomo quale dovrebbe essere”. Nel chiuso dei loro cabinets de travail o nello scintillio mondano dei salotti, si muovono i primi rappresentanti di una nuova, temibile categoria: quella degli “intellettuali”. Coloro, dunque, che, immemori della complessità umana, non usano che di una sola facoltà: “l'intelletto”, la “ragione”, e questa tendono a sostituire alla fede, sino al punto di attribuirle attributi divini e ad adorarla sotto le navate delle cattedrali dalle quali è stata finalmente cacciata la superstizione oscurantista di una “rivelazione” irrazionale e irragionevole. Assurda e dannosa a cominciare dalla radice stessa di quell'oscurantismo: la credenza nel peccato; e in quello “originale” in particolare. Se l'uomo è spesso infelice, se la società è disorganizzata e ingiusta, se liberté-egalité-fraternité non presiedono ai rapporti tra le persone, non è certo per qualche risibile causa teologica: è mancato un “piano steso secondo ragione”; non si è permesso ai “filosofi” di legiferare, non si è affidato il governo agli “esperti”, agli “intellettuali”, ai “migliori”; a coloro, insomma, che in tutto sanno di doversi adeguare alle categorie razionali. E a quelle soltanto, senza sciocchi rispetti per tradizioni, costumi, credenze, “superate” dai lumi.
 
Purtroppo, quel XVIII secolo si chiuse con un avvenimento che la Provvidenza aveva sino ad allora risparmiato all'umanità: a discorsi, libri, sogni, piani - restati sino a quel momento le divagazioni teoriche che dicevamo, sin dall'antichità - fu data la possibilità di farsi storia concreta. In quel fatale 1789, tra Versailles e Parigi, gli “amici dell'umanità”, i tedofori della ragione per la prima volta poterono mettere in pratica i loro begli schemi.

Cominciò così il martirologio della modernità. Da allora sino a oggi, il bilancio di quelle ideologie venute a sostituire “l'irrazionalismo religioso” è drammaticamente monotono: sempre, senza alcuna eccezione, i paradisi in terra promessi dal “piano” pensato a tavolino si sono trasformati in ben concreti inferni nella pratica. Sempre, in nome della “fraternità”, si è giunti al Terrore, non di rado al genocidio. E per un meccanismo tanto semplice quanto implacabile: l'utopia da intellettuale, così impeccabile e attraente sulla carta, applicata -con le buone, ma spesso con le cattive - alla carne viva dell'umanità mostra subito la sua astrattezza, la sua incapacità di far posto alla complessità del reale.
Ma se la teoria non funziona nei fatti, gli “ideologi” non ne deducono l'inadeguatezza, ma ne traggono un minaccioso: “Ebbene, tanto peggio per i fatti! ”.
  
Così l'utopia perde subito i suoi aspetti “umanistici” e mansueti, radicalizzandosi e divenendo oppressiva: “Sii mio fratello o muori!”.
Le prigioni cominciano ad aprirsi per gli “asociali”, cioè per coloro che non ce la fanno, come tutti , ma osano dirlo, ad adeguarsi a un modello così teorico e, dunque, disumano, di società. Ma poiché nessuna repressione basta, e tutto il meccanismo si inceppa sempre più - a cominciare, di solito, dal lato economico, ma anche da quello etico, morale: che è carissimo tra tutti al cuore di ogni utopista - ecco sorgere l'ossessione del complotto: la teoria è perfetta; volente o nolente (a parte le frange “asociali”, già castigate come meritano) la gente cerca di praticarla, anche perché la polizia vigila. Se le cose non funzionano, se anzi peggiorano sempre più, la colpa è delle “quinte colonne”, è dei sabotatori interni, è dei nemici esterni, è delle oscure forze della reazione, è del mondo che muore che non si rassegna al nuovo. Da qui purghe, epurazioni, lager e gulag = il Terrore.

E' la parabola tragica che ha accompagnato la modernità e che è costata così spesso sangue; sempre, delusioni cocenti, sperpero di energie e di intelligenze, rovesciamento delle attese (per limitarci all'ultima, impressionante, ubriacatura da utopie e da “piani per un mondo diverso” - quella del Sessantotto - si è forse dimenticato che i mitici “giovani” di allora sono diventati, vent'anni dopo, la generazione dei quarantenni più sfacciatamente “edonisti”, forse i meno “sociali” del secolo, i “rampanti” degli anni Ottanta e del boom economico dell'era reaganiana?).

  

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Post N° 205

Post n°205 pubblicato il 16 Aprile 2008 da Antologia1

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Rino Cammilleri,

 "I Mostri Della Ragione. Dai Greci Al Sessantotto:
Viaggi Tra I Deliri Di Utopisti & Rivoluzionari"

MILANO, Ares 1997,
 
     

INVITO ALLA LETTURA


di Vittorio Messori
 
 
Il titolo di questo libro è un evidente rovesciamento della frase (troppo acriticamente ripetuta) che sta sotto la celebre incisione di Goya: “Il sonno della ragione genera mostri”. Come le pagine che seguono confermano ad abundantiam, può essere vero il contrario. Così, del resto, la storia ha sempre mostrato: sono certe “veglie” della Ragione (soprattutto quando è pensata e scritta con la maiuscola) a partorire mostri. E spesso terribili per inesausta sete di sangue.


L'insofferenza per il mondo com'è, il sogno di come potrebbe essere perfetto se organizzato “secondo ragione”, accompagnano da sempre gli uomini. Anche l'antichità classica si cimentò in celebri opere “utopistiche”: ma a differenza di quanto sarebbe poi successo nei secoli “moderni” nessuno pensò di tradurre, o di lasciar tradurre in pratica quei progetti, considerati come pure astrazioni, come una sorta di elegante quanto innocua ginnastica mentale. Neppure il cristianesimo “autentico” si prefisse di costruire qui e ora - “il mondo perfetto”: cuore della speranza cristiana è sì l'attesa di “terre nuove e cieli nuovi”, ma proiettati alla fine della storia. Secondo la sapiente legge (che è soprattutto segreto “cattolico”) dell'et-et, il cristianesimo, alla spinta ideale, alla proposta del meglio, affiancò sempre il realismo, con la sua comprensione e l'accettazione presente dell'uomo concreto.

  
Fare del mondo un monastero dove tutti praticassero tutte le virtù equivarrebbe a trasformarlo in un'immensa prigione, dove ciò che si potrebbe ottenere sarebbe al massimo il trionfo dell'ipocrisia. Questo, per fortuna, ha sempre creduto la Chiesa cattolica, che pure ha generato dal suo seno (a ogni generazione, e con una costanza straordinaria) degli “istituti di perfezione”: ordini, congregazioni, compagnie, dove uomini e donne vivono “l'utopia”, tentano di anticipare nel mondo ciò che sarà finalmente norma quando il mondo medesimo e la sua storia saranno consumati...
Ma non a caso si è sempre parlato di “vocazione”: occorre essere vocati, è indispensabile una “chiamata” divina, misteriosa e individuale, per mettersi su questa via tanto impervia e rischiosa da essere circondata da mille cautele codificate. Vaglio minuzioso delle “regole”, approvazioni ad experimentum, sorveglianza continua, esortazioni a moltiplicare l'impegno spirituale e ascetico sino all'eroismo: tutto questo per non ricadere nella condizione dell'“uomo naturale” sempre in agguato. Non a caso la storia di questi istituti è storia di continue riforme per tornare all'ideale.
Prima dell'inquinamento da ideologie post-cristiane (soprattutto nella versione della vulgata marxista), almeno nella sua versione cattolica il cristianesimo ha sempre avuto ben chiaro che ci è stato promesso un solo paradiso: e non per questa terra. Per dirla con Cammilleri, “la Chiesa ha sempre predicato all'uomo come dovrebbe essere, ma cominciando con l'accettarlo come è”.

Così che, come è stato osservato, la sapienza evangelica e insieme umanissima che presiedeva, nei seminari, alla formazione degli uomini di pastorale, dei sacerdoti “in cura d'anime”, raccomandava di essere araldi di utopia e di intransigenza sul pulpito e al contempo misericordiosi e comprensivi nel confessionale, confrontandosi con la debolezza della creatura concreta.


Quanto agli uomini organizzati in società, è significativo che la Chiesa non si sia mai espressa con dichiarazioni autoritative, sacralizzando un modo di governo, una struttura politica rispetto ad altre: possono esserci state, negli uomini di Chiesa, delle preferenze, determinate da condizioni storiche; ma nessuna presa di posizione de fide. Un affidarsi “cattolico”, anche qui, al pragmatismo realistico che ben sapeva, assai prima di Machiavelli, che non esiste - nella cosa pubblica -“piano”, per quanto attraente e studiato, che, applicato a un problema, non crei necessariamente altri problemi. Il solo modo davvero cristiano per rispondere al dovere di cercare di rendere il più ordinata e umana, il meno ingiusta possibile, la convivenza sociale è il puntare non sull'esterno, ma sull'interno dell'uomo: tentare di renderli davvero cristiani - uno a uno - e, dunque, aperti all'amore, alla solidarietà, alle virtù anche di buon cittadino.

Con la fuoriuscita, spesso polemica, dalla tradizione cristiana -a partire dal XVIII secolo - prima dell'intellighenzia occidentale e poi via via di settori sociali sempre crescenti, alla prospettiva di fede, con la sua concretezza attenta “all'uomo quale davvero è”, si sostituisce l'astrattezza della ideologia. “L'uomo quale dovrebbe essere”. Nel chiuso dei loro cabinets de travail o nello scintillio mondano dei salotti, si muovono i primi rappresentanti di una nuova, temibile categoria: quella degli “intellettuali”. Coloro, dunque, che, immemori della complessità umana, non usano che di una sola facoltà: “l'intelletto”, la “ragione”, e questa tendono a sostituire alla fede, sino al punto di attribuirle attributi divini e ad adorarla sotto le navate delle cattedrali dalle quali è stata finalmente cacciata la superstizione oscurantista di una “rivelazione” irrazionale e irragionevole. Assurda e dannosa a cominciare dalla radice stessa di quell'oscurantismo: la credenza nel peccato; e in quello “originale” in particolare. Se l'uomo è spesso infelice, se la società è disorganizzata e ingiusta, se liberté-egalité-fraternité non presiedono ai rapporti tra le persone, non è certo per qualche risibile causa teologica: è mancato un “piano steso secondo ragione”; non si è permesso ai “filosofi” di legiferare, non si è affidato il governo agli “esperti”, agli “intellettuali”, ai “migliori”; a coloro, insomma, che in tutto sanno di doversi adeguare alle categorie razionali. E a quelle soltanto, senza sciocchi rispetti per tradizioni, costumi, credenze, “superate” dai lumi.
 
Purtroppo, quel XVIII secolo si chiuse con un avvenimento che la Provvidenza aveva sino ad allora risparmiato all'umanità: a discorsi, libri, sogni, piani - restati sino a quel momento le divagazioni teoriche che dicevamo, sin dall'antichità - fu data la possibilità di farsi storia concreta. In quel fatale 1789, tra Versailles e Parigi, gli “amici dell'umanità”, i tedofori della ragione per la prima volta poterono mettere in pratica i loro begli schemi.

Cominciò così il martirologio della modernità. Da allora sino a oggi, il bilancio di quelle ideologie venute a sostituire “l'irrazionalismo religioso” è drammaticamente monotono: sempre, senza alcuna eccezione, i paradisi in terra promessi dal “piano” pensato a tavolino si sono trasformati in ben concreti inferni nella pratica. Sempre, in nome della “fraternità”, si è giunti al Terrore, non di rado al genocidio. E per un meccanismo tanto semplice quanto implacabile: l'utopia da intellettuale, così impeccabile e attraente sulla carta, applicata -con le buone, ma spesso con le cattive - alla carne viva dell'umanità mostra subito la sua astrattezza, la sua incapacità di far posto alla complessità del reale.
Ma se la teoria non funziona nei fatti, gli “ideologi” non ne deducono l'inadeguatezza, ma ne traggono un minaccioso: “Ebbene, tanto peggio per i fatti! ”.
  
Così l'utopia perde subito i suoi aspetti “umanistici” e mansueti, radicalizzandosi e divenendo oppressiva: “Sii mio fratello o muori!”.
Le prigioni cominciano ad aprirsi per gli “asociali”, cioè per coloro che non ce la fanno, come tutti , ma osano dirlo, ad adeguarsi a un modello così teorico e, dunque, disumano, di società. Ma poiché nessuna repressione basta, e tutto il meccanismo si inceppa sempre più - a cominciare, di solito, dal lato economico, ma anche da quello etico, morale: che è carissimo tra tutti al cuore di ogni utopista - ecco sorgere l'ossessione del complotto: la teoria è perfetta; volente o nolente (a parte le frange “asociali”, già castigate come meritano) la gente cerca di praticarla, anche perché la polizia vigila. Se le cose non funzionano, se anzi peggiorano sempre più, la colpa è delle “quinte colonne”, è dei sabotatori interni, è dei nemici esterni, è delle oscure forze della reazione, è del mondo che muore che non si rassegna al nuovo. Da qui purghe, epurazioni, lager e gulag = il Terrore.

E' la parabola tragica che ha accompagnato la modernità e che è costata così spesso sangue; sempre, delusioni cocenti, sperpero di energie e di intelligenze, rovesciamento delle attese (per limitarci all'ultima, impressionante, ubriacatura da utopie e da “piani per un mondo diverso” - quella del Sessantotto - si è forse dimenticato che i mitici “giovani” di allora sono diventati, vent'anni dopo, la generazione dei quarantenni più sfacciatamente “edonisti”, forse i meno “sociali” del secolo, i “rampanti” degli anni Ottanta e del boom economico dell'era reaganiana?).

  

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