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Figli

Post n°229 pubblicato il 08 Gennaio 2010 da blue.chips

Ho remato così tanto
contro corrente, ora
la mia anima è stanca.
Quale tributo d’essere si oppone
al retaggio, al volo immaturo?
La mia Mishnà si corrompe
nel paese della gloria
nella follia ingombra
sguscia via la serpe.
La gioia della legge
viscidi-osa s’inabissa
nelle vuote tenebre
nel tempio angusto
dove non suona più
il mio sciofàr.
In sette si leggeva
in sette si moriva;
ci copriva solo il manto
del tuo taled
intorno a un incensiere.
Pioveva agli occhi
la tua calda lacrima.
Dio mio!
Quanti frantumi
nelle tue mani.
B.C. 

Mi chiedo spesso se la riconfigurazione della realtà attraverso la poiesis, quale attestazione della mimesi, possa valere nel tempo e nel luogo dell’anima. Oppure, se essa stessa si anima di una propria produzione come potere del logos che soggioca e trasferisce la propria essenza di divinità.

Eppure la parola poetica, vuole e desidera raggiungere una meta, non (solo) una pura emozione. Forse, è anche vero che la poiesis produce sia la medicina sia il veleno di cui si nutre; l’interiorità che anima l’apparizione, la forma esteriore congiunta al suo logos, allo spirito creatore.

Talvolta accade che leggo a piccola H. alcune brevi poesie composte da sua madre. Lei si prepara in religioso silenzio, seduta sulla sua seggiola preferita e con le mani poggiate sulle gambe. Si pone in ascolto: chiude gli occhi e assorbe ogni movimento della parola, ogni sfumatura e tono.

Nei miei occhi la sua immagine si colora di ogni lucentezza, e non mi è raro di sentire l’assenza intorno a noi del mondo. Lei riempie ogni angolo della mia immaginazione fino a sentire la sua leggerezza trapassarmi come un vento, un tepore altrimenti sconosciuto. Lei spesso si commuove. Stoicamente si commuove.
Piange dentro deglutendo il sogno ancora aperto.

Non mi ha mai permesso di finire la lettura, perché vuole bere tutta la coppa del suo bene, anche se la distanza lascia sgorgare tutto il suo agro sapore. Le cose amare che derivano dal bene scendono in cuore per divenire dolci. Piccola H. attende che arrivi al cuore la bellezza del gioire; perché quelle parole, quei versi, avevano già superato inimmaginabili distanze esistenti tra il creatore e la creatura: erano lì, presenti da sempre, diventavano forma e sostanza umana nel silenzio del nido materno, ancora prima che la luce del mondo potesse inondare i suoi occhi.

 Figlia

Vorrei dormire con te
un magico sonno:
domani svegliarmi
 in un bagno di rose;
un bagno di luce e perdono.
Con noi, la luce degli astri
gemmata a stupore.
Son’io altri occhi,
Son’io, altro mio cuore.
Sei tu, creatura del mio cielo
abbracciata ai miei occhi.
Oh! figlia, mio dono d’amore.

 

 

 
 
 
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