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Figli
Post n°229 pubblicato il 08 Gennaio 2010 da blue.chips
Ho remato così tanto Mi chiedo spesso se la riconfigurazione della realtà attraverso la poiesis, quale attestazione della mimesi, possa valere nel tempo e nel luogo dell’anima. Oppure, se essa stessa si anima di una propria produzione come potere del logos che soggioca e trasferisce la propria essenza di divinità. Eppure la parola poetica, vuole e desidera raggiungere una meta, non (solo) una pura emozione. Forse, è anche vero che la poiesis produce sia la medicina sia il veleno di cui si nutre; l’interiorità che anima l’apparizione, la forma esteriore congiunta al suo logos, allo spirito creatore. Talvolta accade che leggo a piccola H. alcune brevi poesie composte da sua madre. Lei si prepara in religioso silenzio, seduta sulla sua seggiola preferita e con le mani poggiate sulle gambe. Si pone in ascolto: chiude gli occhi e assorbe ogni movimento della parola, ogni sfumatura e tono. Nei miei occhi la sua immagine si colora di ogni lucentezza, e non mi è raro di sentire l’assenza intorno a noi del mondo. Lei riempie ogni angolo della mia immaginazione fino a sentire la sua leggerezza trapassarmi come un vento, un tepore altrimenti sconosciuto. Lei spesso si commuove. Stoicamente si commuove. Non mi ha mai permesso di finire la lettura, perché vuole bere tutta la coppa del suo bene, anche se la distanza lascia sgorgare tutto il suo agro sapore. Le cose amare che derivano dal bene scendono in cuore per divenire dolci. Piccola H. attende che arrivi al cuore la bellezza del gioire; perché quelle parole, quei versi, avevano già superato inimmaginabili distanze esistenti tra il creatore e la creatura: erano lì, presenti da sempre, diventavano forma e sostanza umana nel silenzio del nido materno, ancora prima che la luce del mondo potesse inondare i suoi occhi. Vorrei dormire con te
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Inviato da: blue.chips
il 11/02/2009 alle 13:29