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Shoà-vemente

Post n°236 pubblicato il 28 Gennaio 2010 da blue.chips
Foto di blue.chips

 

Ieri, come molti sanno, si è celebrata la giornata della Shoa.
Shoà significa distruzione, catastrofe.
Ci sono ebrei qui? era questa la domanda dei nazisti quando bussavano alla porta per i rastrellamenti. Sembravano addirittura gentili. Vi portiamo nei territori dell'est; lì troverete ospitalità e lavoro. Una nostra zia racconta sempre tra le lacrime di aver visto tra i cadaveri morti nelle camere a gas alcuni bambini ancora vivi, seppur tramortiti dal gas. Le loro urla si sentiranno poi quando quei corpi saranno avvolti dalle fiamme dei forni inceneritori. Quali orrori negli occhi e nell'anima dovevano essersi precipitati in quei piccoli? E' impossibile anche da immaginare.

La Shoà rappresenta un passaggio: nulla delle cose esistenti fin a quel momento oravenivano ad esistere; come assistere alla raffigurazione di un esploso della natura umana, scoprendo cose che non si vedevano ed erano dissimulate da altro tipo di ferocia, ma non nell'orizzonte mostrato, nello stupore e nel mistero del male "impossibile" e  ancora tutto da venir fuori.
Lo stupore che una nazione "intera", la civilissima Germania, non ebbe una reazione di indignazione a furor di popolo, ma solo di singoli martiri.
Le chiavi di lettura sono state tantissime. Una copiosa letteratura, anche giustificativa, ha cercato di porre un razionale intendimento.
Forse, è stato messo da parte il significato nascosto, occulto ai più, imperscrutabile al mondo ed agli stessi ebrei.
L'ebraismo, e quindi ora Israele, è il custode di un messaggio che ci sovrasta, ma che ha facoltà di farsi intendere. Dire ciò ha sempre fatto sorridere torme di intellettuali, filosofi, religiosi, a qualsiasi gruppo umano appartenessero.
La storia dell'ebraismo è scritta nel loro libro sacro, quello che noi chiamiamo V.T. E' una storia in cui non hanno mai cercato di dissimulare la loro cattiva qualità di essere umani; non hanno dissimulato l'arroganza, le viltà, i tradimenti, gli omicidi di massa perpetrati.  Il loro messaggio sembrava annacquato dal Cristianesimo, ritenuto dai cristiani stessi una fonte ormai senz'acqua, disseccata dal nuovo. Dal cristianesimo in poi, migliaia di nuove formazioni religiose, piccole o grandi, si sono proclamate portatrici del nuovo messaggio.

Intorno a qualche fondatore, tra i più fortunati, si sono create leggende ancora più mitiche degli déi greci; per altri, la polvere mortale li ha fagocitati senza nemmeno uno squillo di trombetta di carnevale. La loro storia è degna di quanto hanno cercato di scrivere nei loro "libri sacri". 

Gli ebrei, No! Non hanno avuto timore di scrivere il loro male, sanno di non essere stati fedeli all'invocazione di Elohim, alla parola profetica, ai comandamenti ricevuti. Pur tuttavia, per una strana alchimia della storia dell'uomo, - unico e raro esempio - gli ebrei hanno ritenuto ogni cosa nei loro libri, persino l'ignomìa dei loro re, dei capi del popolo, della loro prostituzione. Sono forse loro più stupidi di tanti altri? Non hanno essi sempre dimostrato di primeggiare proprio in quelle arti della scrittura?  Hanno scritto delle benedizioni ricevute e delle maledizioni subite. Il bene e il male. La storia degli ebrei e dei cristiani è simile per molti punti; sostanzialmente simile a ciò che oggi è diventato il cristianesimo diffuso, urbi et orbi, trasformato in una cristianità dalla dottrina sociale, che nella pratica individuale è lontana dal cuore del vero messaggio cristiano.
 Anzi, al cristianesimo era stato affidato di più: il messia, che Israele invece ancora attende per loro ottundimento.
Il destino di Israele, mai come oggi corre parallelo a quello delle comunità cristiane. Il loro unico Dio li eleva ai cieli, ma li condanna pure per la loro infedeltà.
Bisognerebbe rendersi conto che siamo tutti ebrei erranti di fronte al Dio biblico, e - allo stesso modo -siamo tutti cristiani infedeli al richiamo profetico e salvifico della croce. Si ripete ogni anno, nel ricordo della Shoà, la formula: mai più dovrà accadere.
Fino a quando non si scaverà nelle profondità delle radici dell'odio per Israele, l'indagine sulla Shoà e del suo accadimento rimarrà un enigma del senso ontologico dell'essere, del male che abita in ognuno di noi, anche del più pio uomo comparso sulla terra.

La domanda unica che sarebbe da porci è: perché Israele è l'unico paese al mondo che raccoglie l'odio delle nazioni? La più ovvia e inutile risposta sarebbe: perché è abitata da ebrei.
Gli ebrei, in quanto persone che abitano Israele non c'entrano niente, almeno fino a quando non avevano una patria. L'odio reale è per Israele; per ciò che rappresenta per tutte le nazioni: la loro coscienza; quella stessa che Dio ha detto di aver posto in ogni essere umano (la legge naturale di Dio); quella stessa che agita le notti dell'uomo; quella che gli mostra le proprie ingiustizie e la sua profonda attitudine al male che lo fa correre follemente (a volte anche scioccamente) verso la morte, la distruzione di tutto ciò che si oppone al proprio insano egoismo.
Un odio strisciante che al tempo giusto farà diventare la Shoà stessa una bazzecola, una rissa di portuali ubriachi, il nazismo, lo stalinismo, il maoismo, le crociate, e tutta la capacità di produrre il male dell'uomo

Qualcuno si chiederà: perché queste farneticazioni di tono apocalittico in seno  ad una storia di cui si vorrebbe tanto metterci una pietra sopra. Da più parti si rinnova lo strisciante senso di fastidio della storia degli ebrei. Ormai, si dice (e si vuole credere), il mondo deve andare avanti, corre verso il futuro, verso l'evoluzione dell'uomo; la scienza, la tecnologia, porrà fine ai miraggi messianici di questi porta sventura.  Conquisteremo altri pianeti, e formeremo una razza umana senza bisogni e pacificata.

E' giusto essere stufi. A nessuno piace sentire suonare la campana a morto. Tutti abbiamo famiglia, si dice in Italia. Ma sarebbe anche un modo superficiale ed effimero di affrontare il discorso per gli eventi a cui abbiamo assistito ed assistiamo tuttora, contriti per un giorno, al massimo una settimana, e poi, via col solito andazzo.
Potrebbe essere giusto, ripeto, ma non quando diventa necessario esaminare seriamente eventi così terribili che accadono nel mondo, e di cui la Shoà (finora) rappresenta una specie di culmine dello zenit del male.
Eppure, nessun progresso (finora) ha interdetto i continui genocidi che percorrono la terra.
Varrebbe la pena di esaminare le cose, da qualunque via si possa intravedere la possibilità di venirne a capo, invece di grattarsi il capo, alla ricerca di un senso che già si conosce non percorribile, poiché le nostre convinzioni e pregiudizi hanno già elevato i loro possenti muraglioni.

Quando il popolo di Gerusalemme (farisei e sadducei - i preti di allora) chiesero a Gesù, facci un miracolo e crederemo a te;  egli rispose loro: avete i profeti e null'altro vi sarà concesso.

Torniamo allora ai profeti d'Israele:
Ezechiele37: 11- Ecco, essi dicono: le nostre ossa sono secche, la nostra speranza è perita, noi siamo perduti! 12. Perciò profetizza e dì loro: Così parla il Signore, l'Eterno: Ecco, io aprirò i vostri sepolcri, vi trarrò fuori dalle vostre tombe, o popolo mio, e vi ricondurrò nel paese di Israele.
(vi sono molte altre di codeste profezie riguardanti Israele).
Pochissimo tempo dopo l'uccisione di milioni di ebrei, si ricostituì lo stato d'Israele. Adolf si sta ancora rivoltando nella tomba. Come è stato possibile? C'è ancora chi crede che gli ebrei comandano il mondo; ed in virtù di tale leggenda fanno un calcolo aritmetico: uno più uno=due. Un serio calcolo delle probabilità della ricostituzione dello stato di Israele porterebbe ad un numero vicino all'infinito, trovandosi più agevole e probabile vedere un asino volare.

Per non tediare ulteriormente con la mia pazzia, sarebbe sufficiente una piccola volontà di andarsi a rileggere almeno il N.T. per capire cosa Gesù intendesse circa le profezie ed il destino d'Israele, che non è dissimile dal nostro che ci professiamo cristiani, nell'illusione di leggere i profeti d'Israele come vecchi pazzi di una tradizione risolta e seppellita dal N.T.

Gesù stesso, giudeo tra i giudei, disse: io non sono venuto ad eliminare la Legge (leggi V.T) ma, anzi, a vivificarla. E Lui è la cerniera della storia dell'uomo, colui che coniuga in un tutt'uno il vecchio con il nuovo.

Questa Parola andrà ad effetto nella sua interezza, come sempre è accaduto nella storia dell'uomo. La sua conoscenza potrebbe aprire un varco nella comprensione del male che ci attanaglia e ci fa dire "mai più", sempre dopo.
La storia non è crudele, ma impassibile scriba delle nefandezze dell'uomo.
Ma la storia potrebbe anche scrivere la grandezza dell'uomo, qualora si fosse mostrata.

La Shoà e la sua intima verità parte anche da questa possibile comprensione e presupposto.
Temo che il mondo attuale, soprattutto quello con radici cristiane, stia commettendo lo stesso errore di Israele pre-cristiano; addirittura divenendone il suo principale carnefice. Un complemento alla pazzia umana. Come Israele "si è dato ai vani ragionamenti ed ai falsi idoli". Il terrorismo attuale nel mondo, soprattutto di origine islamico, ha la stessa perfetta radice di odio per Israele (la pietra d'inciampo delle nazioni): un odio atavico, quasi sconosciuto dalle masse, ma infervorato e inflitto con la forza, da una ideologia della morte.  Tale rancore e odio ha radici lontane; ha solo atteso di covare nel tempo la sua maturazione, già inscritto nella storia di Abrahamo, padre delle due più importanti religioni monoteiste, iniziata da una lotta di primogenitura tra Ismaele, il figlio della schiava Agar e Isacco, il "figlio della promessa" di cui Sarah fu la madre. Da queste due discendenze nacquero il popolo arabo e quello d'Israele. Anche allora si profetizzò che questi due popoli sarebbero stati per sempre l'uno contro l'altro, la cui posizione sarebbe stata quella di un nodo inestricabile. Dopo 4.000 anni, le cose stanno esattamente così come le vediamo e fu annunciato.
Peccato che i rappresentanti del cristianesimo abbiano fallito il compito-dovere di proclamare a tutte le genti, indistintamente, che non vi è superiorità alcuna tra gli uomini: tutti siamo figli di uno stessa umanità e di uno stesso Dio nella comprensione che il nostro spirito ha ricevuto.
Vi sono molte evidenze storiche del contributo delle nazioni cristiane alla formazione di tale odio crescente. Non ultimo il ruolo delle sinistre ideologizzate, ancora proveniente dall'area delle nazioni cosiddette cristiane.

Personalmente non temo nessuna apocalisse. Anche se fossi sicuro che dovesse accadere qualcosa di peggiore di quanto abbiamo già visto e sentito, continuerei a coltivare le rose del mio giardino, perché ho riposto la speranza della mia fede in Dio. La paura appartiene all'uomo che non ha il cuore in pace con sé stesso. Quella è la vera apocalisse; quella che si consuma giorno dopo giorno nella malvagità, nell'ingiustizia, nel mancato rispetto dei diritti umani, nell'indifferenza del cuore.
Blue.chips

 

Antisemitismo.

Per chi, invece, volesse perdere altri preziosi minuti del proprio tempo, è interessante leggere lo scritto che segue, scritto da Fiamma Nirenstein. Giusto per capire da un'ottica diversa il mondo che ci circonda e le dinamiche che conformano il nostro odio o amore per le comunità del mondo.

A pagina 69 di Liberal del 2003-10-27, Fiamma Nirenstein firma un articolo dal titolo «Il nuovo antisemitismo»

Nel 1967 ero una giovane comunista, come la maggior parte dei ragazzi  italiani. Stufa del mio comportamento ribelle, la mia famiglia mi mandò in un kibbutz dell'alta Galilea, Neot Mordechai. Laggiù mi sentivo piuttosto contenta: il kibbutz dava ogni mese una certa somma di denaro per sostenere la lotta dei vietcong. Quando scoppiò la guerra dei Sei Giorni, Moshe Dayan parlò alla radio per darne l'annuncio. Chiesi ai miei compagni di Neot Mordechai che cosa volessero dire le sue parole. Mi risposero: Shtuiot, sciocchezze. Durante la guerra accompagnavo i bambini nei rifugi, scavavo trincee e mi addestravo in alcune semplici operazioni di autodifesa. Continuavamo a lavorare nell'orto, ma eravamo svelti a identificare i Mig e i Mirage che si inseguivano nel cielo sopra le alture del Golan. Quando tornai in Italia, i miei compagni di scuola non mi accolsero bene: alcuni mi guardarono come se non fossi più la stessa di prima, ma un nemico, una persona malvagia che presto sarebbe diventata un'imperialista. La mia vita stava per cambiare: allora non lo sapevo ancora, perché pensavo semplicemente che Israele avesse giustamente vinto una guerra dopo essere stato assalito e aver subito un numero incredibile di provocazioni e maltrattamenti. Ma presto mi accorsi che avevo perso l'innocenza dell'ebreo buono, di quell'ebreo speciale fatto secondo i loro desideri. Ora, in quanto ebrea, ero messa insieme con gli ebrei dello Stato di Israele e lentamente, ma inesorabilmente, venivo esclusa da tutta quella nobile schiera di personaggi come Bob Dylan, Woody Allen, Isaac Bashevis Singer, Philip Roth e Sigmund Freud, che santificava il mio giudaismo agli occhi della sinistra. Ho cercato per molto tempo di riconquistare quella santificazione, e la sinistra ha cercato di ridarmela, perché gli ebrei e la sinistra hanno disperatamente bisogno gli uni dell'altra. Ma ora, dopo che l'odierno antisemitismo ha calpestato qualsiasi buona intenzione, le cose si sono fatte chiare. In tutti questi anni, anche persone che, come me, hanno firmato petizioni per il ritiro dell'esercito israeliano dal Libano, sono diventate dei «fascisti inconsapevoli», come mi ha scritto un lettore in una lettera piena di insulti. In un libro sono stata definita semplicemente «una donna appassionata che si è innamorata di Israele, confondendo Gerusalemme con Firenze».

Un palestinese mi ha detto che, se io vedo le cose in modo così diverso dalla maggior parte della gente, significa che il mio cervello non funziona bene. Sono stata anche definita una persona crudele e insensibile, che nega i diritti umani e alla quale non importa nulla della vita dei bambini palestinesi. La ragione di questi e di molti altri insulti e critiche mi è stata spiegata da uno scrittore israeliano molto famoso. Un paio di mesi fa, mentre stavamo parlando al telefono, mi ha   detto: «Sei davvero diventata una persona di destra». Cosa? Di destra? Io? Una vecchia femminista, attivista dei diritti umani, addirittura comunista in gioventù? Soltanto perché ho raccontato il conflitto arabo-israeliano nel modo più accurato che potevo e perché talvolta mi sono identificata con un Paese continuamente attaccato dal terrorismo? È un fatto davvero interessante. Perché nel mondo contemporaneo, il mondo dei diritti umani, se una persona viene definita di destra, è stato compiuto il primo passo verso la sua delegittimazione.

Ogni ebreo nato dopo l'Olocausto impara subito un messaggio molto chiaro: il male, per gli ebrei, è quasi sempre giunto dalla destra, in particolare dalla Chiesa, almeno per una buona parte della sua storia, e,  naturalmente, dal nazismo e dal fascismo. L'Olocausto ha fatto ricadere il male sulla destra. E poiché gli ebrei sono il simbolo vivente di quanto possa essere malvagia la destra, legittimano la sinistra con la loro stessa semplice esistenza. Allo stesso tempo, la sinistra ha concesso la propria benedizione agli ebrei quali vittime par excellence, alleati sempre fedeli nella lotta per i diritti dei deboli contro i più forti.

Quale ricompensa per il sostegno offertogli, come la possibilità di pubblicare libri e girare film, nonché per la reputazione di artisti, intellettuali e giudici morali che gli veniva riconosciuta, gli ebrei, persino durante le persecuzioni antisemite dell'Unione Sovietica, hanno dato alla sinistra il proprio appoggio morale, invitandola a unirsi a loro nel pianto di fronte ai monumenti dell'Olocausto. Oggi il gioco è inequivocabilmente finito. La sinistra si è dimostrata la vera culla dell'attuale antisemitismo. Quando parlo di antisemitismo, non mi riferisco alle legittime critiche rivolte contro lo Stato di Israele, bensì all'antisemitismo puro e semplice, talvolta accompagnato anche da critiche: criminalizzazione, stereotipi e menzogne specifiche o generiche, che da menzogne sugli ebrei (cospiratori, assetati di sangue, dominatori del mondo) hanno ampliato il loro raggio e sono diventate menzogne su Israele (Stato cospiratore e sfrenatamente violento), in modo addirittura brutale soprattutto a partire dalla seconda Intifada, nel settembre del 2000, e assumendo una ferocia sempre maggiore dall'inizio dell'operazione Chomat Magen, «Muro difensivo», quando l'esercito israeliano è rientrato nelle città palestinesi per rispondere agli attacchi terroristici. L'idea fondamentale dell'antisemitismo, oggi come sempre, è che gli ebrei abbiano un animo perverso che li rende diversi e inadatti, in quanto popolo moralmente inferiore, a diventare membri regolari della famiglia umana.

Ora questa ideologia dell'Untermensch si è estesa a Israele in quanto Stato ebraico: un'entità straniera, separata, diversa, fondamentalmente malvagia, la cui esistenza nazionale viene lentamente ma inesorabilmente svuotata di significato e privata di giustificazione. Israele, proprio come il classico ebreo cattivo, non ha, secondo l'antisemitismo contemporaneo, diritto di nascita, ma è macchiato da un «peccato originale» commesso contro i palestinesi.
La sua eroica storia è stata rovesciata e trasformata in una storia di arroganza. Oggi si parla molto più di Deir Yassin che della fondazione e della difesa del kibbutz Degania; molto più delle sofferenze dei profughi palestinesi che della sorpresa di vedere, nel 1948, cinque eserciti negare il diritto di esistenza appena decretato dalle Nazioni Unite; molto più del Lechi e dell'Irgun, le organizzazioni clandestine della resistenza ebraica, che dell'eroica battaglia combattuta sulla via di Gerusalemme. La caricatura dell'ebreo malvagio si è trasformata nella caricatura dello Stato malvagio.

E ora il tradizionale ebreo col naso aquilino imbraccia un'arma e si diverte a uccidere i bambini arabi. Sulle prime pagine dei giornali europei abbiamo visto vignette che, ripetendo i classici stereotipi antisemiti, mostrano Sharon mentre divora bambini palestinesi e i soldati israeliani impegnati a minacciare culle di piccoli Gesù. Tutto questo nuovo antisemitismo, che si è materializzato sotto forma di una violenza fisica senza precedenti contro persone e simboli ebraici, nasce nel seno di organizzazioni che si dedicano ufficialmente alla salvaguardia dei diritti umani, e ha raggiunto il proprio apice nel summit delle Nazioni Unite tenuto recentemente a Durban, quando 'antisemitismo è ufficialmente diventato lo stendardo della nuova religione secolare del nostro tempo, la religione dei diritti umani, facendo così di Israele e degli ebrei il suo nemico dichiarato.

(ndr) Per mancanza di spazio, non pubblico la seconda parte dell'articolo. Si può trovare anche in internet, ma se qualcuno potrebbe essere interessato, posso spedirlo via email. Blue.chips


 
 
 
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