Post n°237 pubblicato il 29 Gennaio 2010 da blue.chips
Adoro quando il mare ha fame di angoli di bontà,di parole d'amore, le più oneste, sincere e carezzevoli. Ti sono entrato dentro e nulla più sentivo, nemmeno di vivere così pieno d'organi fasulli e memorie.
Ieri ho bevuto ancora la tua pozione il filtro del tuo sangue coagulato. Quanti alberi strani crea la natura Li vedi anche tu? No! non li puoi vedere dentro la bellezza della tua estasi v'è una torre sul tuo ombelico sazio.
E' strano pure che le ombre non hanno rughe Ah! le vedo! son le mie, sotto la tua ombra. Come sono lisce le tue mani, come fabbricano sul mio cuore pieno di saette in un cielo di tempesta illuminando il rimanente pallido chiarore. Quale dono sublime era la tua pelle; ma or che s'arrotola alle stelle dimmi: al tuo risveglio trovi ancora la rosa del tuo sorriso?
Vivrò morendo. Si sbriciolano le ossa e delle mie cartilagini ne farò bandiera per una bianca barchetta, minuta all'orizzonte dentro i tuoi occhi senza più vapori e ciglia alla scomposta mente che chiede solo: seppellitemi nel mare, dove seguirò la mia barchetta a vela, ancora andare. B.C.
Nessuno mai potrebbe confermare la comune origine; quella che oltrepassa il corpo impossibile di donna capace di tessere sulla distanza gli aneliti, i pensieri respirati dall'anima e farli danzare in un solo vortice. E' amore questo? mi disse lei. Le risposi con un sorriso; ma lei pianse, perché non aveva visto sorridere la corona dei miei denti.
Era il giorno 15 di un maggio qualsiasi. Il sole rimaneva accovacciato dietro una nuvola. Il cesto di mele rosse e zucchine decise di scivolare da un leggero pendio. Non le raccolgo, mi disse: Le restituirò alla natura se non mi restituisci il tuo sorriso. Lei desiderava assorbirmi con tutta sé stessa. Ed io non sapevo che in tasca conservava l'esito di una biopsia.
Anche questo giorno scava vuoti di memoria, cerca l'incipit per chiamare a raccolta le parole che nel tempo si sono sbandate, senza più una direzione: parole lasciate ad impollinare storie da avvolgere il cuore, così strettamente per non farlo deflagrare in fili di voce d'aria in cerca d'un isola con il suo ruscello di acque chiare.
Anche questo giorno ha le sue parole in cerca di un frutto maturo: pigiano, s'intrecciano, si disperdono, precipitano, sul bianco che chiede un segno. Decidere di lasciarle andare è vano: loro resistono, reagiscono e le senti parlare sottovoce: per favore, dacci una casa.
Come sono gentili le parole, quando vogliono. Hanno l'astuzia innocente dei bambini quando sanno di poter ottenere qualcosa con il loro supplicare. Ma loro hanno la certezza che non riuscirò a fermarle, ma neppure di possederle. Nella loro libertà scelgono di arredare l'intimità dei miei luoghi. Loro credono di poter vivere in un sogno d'amore, di essere amate. Accade pure; ma, in quel libero scambio di doni fra noi, a loro non ho mai raccontato la mia paura di perderle, di farmi sentire solo.
Tempo fa, informai mio padre di un libro appena finito di leggere, raccontando a lui la storia per sommi capi. Ti prego, leggimi proprio quel capitolo. Ora? per telefono? gli chiesi con aria stupefatta. Sì! per favore. La sua voce mi scivolò liquida in cuore. Mentre leggevo, cercando un sostegno alla mia impellente commozione, sentivo che lui deglutiva il proprio pianto. Lasciai che il rumore del suo soffiare il naso facesse il suo corso, per poi continuare a leggere come se non avessi sentito nulla. Alla chiusura, non vi era nessun suono nel telefono. Un silenzio strano. Gridai molte volte il suo nome. Ebbi timore per lui. Finalmente la sua voce: "Stavo danzando, scusami". E' il mio Hazkarah.
Piccola H. inizia a voler leggere, anche se fa fatica. Mi piace la sua testardaggine nel cercare di capire. Io ascolto il suo sillabare a cui cerca di dare anche un contenuto di accenti e toni nella voce. Quando inizia a capire la storia che legge, le sue parole accompagnano le sue gesta, anche con una certa teatralità. Mi piace. Mi piace pure quando con gesto amorevole tocca le bordure dei miei libri nel loro scaffale. Conosce bene il suo impedimento momentaneo, ma sembra quasi che li voglia assorbire, che dica in cuor suo: è solo un'attesa, poi ci conosceremo.
Ci sono libri che lei capisce dove vanno riposti. Non so da quale percezione possa intuirlo. Quando le ho chiesto di riporre questo mio ultimo libro appena letto, lei è andata nel posto giusto; là dove sovrasta un quadretto di mia nonna che teneva in cucina. Vi è scritto: "Signore, tu hai mutato il mio duolo in una danza".
Inviato da: blue.chips
il 11/02/2009 alle 13:29