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Possiamo dirci Panenteisti???

Post n°81 pubblicato il 27 Settembre 2010 da forzainter.net

Panenteismo

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

Il panenteismo (dal greco πᾶν "tutto", ἐν "in", θεός "Dio") è la posizione teologica che sostiene che Dio sia immanente nell'universo, ma che allo stesso tempo lo trascenda. Si distingue dal panteismo, che sostiene che Dio coincida con l'universo materiale. Nel panenteismo Dio è visto come il creatore e/o la forza animatrice dell'universo, che pervade il cosmo e di cui tutte le cose sono costituite. Questo concetto di Dio è strettamente associato con quello del Logosproposto dal filosofo greco Eraclito nel V secolo a.C.

 

Panenteismo e altre credenze religiose

Il panenteismo, così come sopra definito in modo ampio, è compatibile con un gran numero di credenze religiose e con il misticismo, un tipo di esperienza umana diffusa in tutti i tempi e in tutte le religioni. Molte religioni insegnano che Dio non è il "dio orologiaio" degli illuministi né che si palesi solo attraverso imiracoli. Al contrario, Dio non sarebbe solo necessario per la creazione dell'universo, ma in ogni istante ci sarebbe bisogno della sua presenza perché esso "continui ad esistere". Questa posizione sembra essere descritta con linguaggio antropomorfo già in un testo della tradizione ebraica pre-cristiana, tuttora utilizzato nella liturgia di molte confessioni religiose:

 « Nascondi il tuo volto e il terrore li assale; togli loro il respiro ed essi muoiono, tornano ad essere polvere! »
 
(Bibbia Interconfessionale, Salmi, 104, 29)

Così pure per gli Indù:

 « Se non compissi la mia opera [precedentemente descritta come una azione instancabile] i mondi sprofonderebbero. Sarei io la causa della confusione universale e annienterei le creature »
 
(Bhagavadgita, a cura di Anne-Marie Esnoul, Adelphi, 1991, III, 24)

Ancora più esplicite sono le affermazioni di San Paolo nell'Areopago. Secondo Paolo Dio "non è lontano da ciascuno di noi", che "in lui viviamo, ci muoviamo ed esistiamo" At 17, 27-28

Anche sul piano strettamente filosofico e teologico la necessità di formalizzare una forma di presenza di Dio nell'universo è ben presente sin dall'antichità, allo scopo di ovviare alle caratteristiche parmenidee dell'essere, incompatibili con la molteplicità degli esseri che costituiscono l'universo. Il Neoplatonismo è in qualche modo panenteistico: Plotino sosteneva l'esistenza di un Dio trascendente e ineffabile (l'Uno), di cui tutte le realtà sarebbero delle emanazioni. Dall'Uno emanerebbero l'Intelletto Divino, l'Anima Mundi e il Mondo. Perfino nel tomismo, Dio compare fra i principi d'essere, gli ingredienti costitutivi di ogni sostanza finita.

Vi è però una differenza sostanziale fra forme di panenteismo accettabili dalla maggior parte delle religioni e il panenteismo radicale descritto nel seguito. Per un accordo, infatti, occorrerebbe mantenere una distanza ontologica tra il creato e il Non-creato: Dio è dentro la creazione, ma la creazione non è "parte di Dio". Ad esempio:

 

« Una concezione dell'"essere dentro" del non divino in Dio sarebbe errata e non sostenibile nella fede cristiana, se negasse contemporaneamente l'essere distinto del non divino da Dio (non soltanto di Dio dal non divino) »

(Herbert Vorgrimler, Nuovo dizionario teologico, Bologna 2004, p. 493)

 
     
    
Sviluppo formale di un panenteismo radicale

Il termine "panenteismo" fu coniato nel 1828 dal filosofo tedesco Karl Krause (1781–1832), che cercava di trovare un punto di equilibrio fra monoteismo epanteismo. Krause era un filosofo idealista, allievo di Schelling, Fichte ed Hegel. La sua concezione di Dio fu molto influenzata dalla Filosofia della Natura di Schelling e a sua volta influenzò i trascendentalisti come Ralph Waldo Emerson.

Il termine venne risuscitato e diffuso un secolo dopo da Charles Hartshorne nel suo sviluppo della teologia neoclassica e venne adottato anche da vari proponenti di movimenti New Thought. A partire dagli anni '40, Hartshorne cominciò a esaminare numerose concezioni di Dio e ricomprese panteismodeismo epandeismo nell'unico concetto di panenteismo, rilevando che la dottrina panenteistica conterrebbe tutte le precedenti dottrine eccetto la loro arbitraria negazione. Hartshorne concepì Dio come necessariamente capace di di divenire 'più perfetto', sostenendo che Dio aveva perfezione assoluta nelle categorie per le quali era possibile l'assoluta perfezione, ed aveva una perfezione relativa (cioè era superiore a tutti gli altri) in quelle categorie per le quali la perfezione non poteva essere determinata in modo preciso. [1]

Nonostante la formalizzazione del termine in Occidente risalga solo al XVIII secolo, l'analisi formale del panenteismo non è altrettanto nuova: da millenni nell'ambito dell'Induismo vengono scritti su di esso trattati filosofici.

 

Aspetti panenteistici di varie credenze religiose

Gli indiani del Nord America, prima dell'introduzione delle categorie cognitive cristiano/occidentali dell'individualità e provvisorietà in gran parte assenti prima diColombo, erano e sono in gran parte panentestici, avendo una concezione di Dio come entità contemporaneamente immanente nella creazione e trascendente da essa. Una eccezione è rappresentata dai Cherokee che erano monoteisti. La maggior parte dei popoli del Sud America erano in prevalenza panenteisti, come lo erano le culture dell'antico Sud Est Asiatico. Nel centroamerica la civiltà dei Maya, degli Aztechi come pure gli Inca(Tahuatinsuyu) del sudamerica erano di fatto politeisti e veneravano per la maggior parte deità maschili.

 

 

 
 
 
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DIES NATALIS SOLIS INVICTI

Il "Giorno di nascita del Sole Invitto" veniva celebrato nel momento dell'anno in cui la durata del giorno iniziava ad aumentare dopo il solstizio d'inverno: la "rinascita" del sole. Il termine solstizio viene dal latino solstitium, che significa letteralmente "sole fermo" (da sol, "sole", e sistere, "stare fermo").

Infatti nell'emisfero nord della Terra tra il 22 e il 24 dicembre il sole sembra fermarsi in cielo (fenomeno tanto più evidente quanto più ci si avvicina all’equatore). In termini astronomici, in quel periodo il sole inverte il proprio moto nel senso della "declinazione", cioè raggiunge il punto di massima distanza dal piano equatoriale. Il buio della notte raggiunge la massima estensione e la luce del giorno la minima. Si verificano cioè la notte più lunga e il dì più corto dell’anno. Subito dopo il solstizio, la luce del giorno torna gradatamente ad aumentare e il buio della notte a ridursi fino al solstizio d’estate, in giugno, quando avremo il giorno più lungo dell’anno e la notte più corta. Il giorno del solstizio cade generalmente il 21, ma per l’inversione apparente del moto solare diventa visibile il terzo/quarto giorno successivo. Il sole, quindi, nel solstizio d’inverno giunge nella sua fase più debole quanto a luce e calore, pare precipitare nell’oscurità, ma poi ritorna vitale e "invincibile" sulle stesse tenebre. E proprio il 25 dicembre sembra rinascere, ha cioè un nuovo "Natale". Questa interpretazione "astronomica" può spiegare perché il 25 dicembre sia una data celebrativa presente in culture e paesi così distanti tra loro. Tutto parte da una osservazione attenta del comportamento dei pianeti e del sole, e gli antichi, per quanto possa apparire sorprendente, conoscevano bene gli strumenti che permettevano loro di osservare e descrivere movimenti e comportamenti degli astri.

 

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Hei la festa continua evvai TINA ....
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