La metafora del porto di mare per indicare un posto caotico di gente che viene e va non rende bene l'idea come un hangar di notte.
Quando il cielo ha solo le stelle come silenziose compagne, quella parte dell'aeroporto nascosta ai viaggiatori invece brulica di vita caotica e rumorosa.
Le porte dell'hangar si aprono e si chiudono facendo tremare il terreno e sconquassando la struttura di ferro e cemento, mentre un aereo dopo l'altro accompagnati da mastodontici trattori entrano ed escono nel giro di poche, a volte minuti, ore.
Intorno alle ali e alle fusoliere piccoli dottori in tuta verde, operano entrando nelle prese d'aria dei motori, nei vani dei carrelli o nello stomaco accogliente delle cabine passeggeri.
Uno dopo l'altro, ora dopo ora, annunciati dalle campane delle porte, entrano ed escono... ed io vorrei per un momento salire a bordo su ognuno di essi, e sedermi al mio posto in attesa del prossimo equipaggio.
Vorrei che bastasse un cenno ad autorizzarmi ad essere presente nel momento magico, in cui le ruote si staccano dalla pista, mentre il naso punta dritto verso le nuvole.
Un solo gesto d'intesa e giā sarei in viaggio, lontano da tutto e tutti.
Anche da me.