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Carosone, un amarcord per il futuro

Post n°729 pubblicato il 15 Ottobre 2013 da arieleO
 

A sinistra i tavolini di un night, a destra la postazione di un dj, in mezzo un pianoforte (davvero un «pianofortissimo»!...) che diventa, alternativamente, la pedana dell'orchestra e, col coperchio alzato, lo schermo destinato ai filmati d'epoca e agli omaggi dei vari Pino Daniele, Carlo Verdone, Renzo Arbore, Enzo Jannacci, Raiz e Luciano De Crescenzo. Ed è a partire da questi segni scenografici, connotati dall'icasticità del simbolo, che si precisano gli scopi, le forme e i ritmi di «Carosone, l'americano di Napoli», il musical di Federico Vacalebre che ha aperto la stagione del Diana.
   Una didascalia di Vacalebre parla di «dissolvenza tra passato e presente». Ma a rendere l'idea dello spettacolo varrà meglio - parafrasando ciò che mi disse una volta Serafino Di Livio, il più noto e serio dei chiromanti napoletani negli anni di Carosone («Le mie previsioni sono sintesi del presente che si flettono nel futuro») - parlare di un amarcord che guarda a quanto ci aspetta dopo aver piantato le radici nell'oggi. E ammirevole, oltre che funzionale, appare la coerenza con cui, sotto la guida del regista Fabrizio Bancale, tutte le componenti strutturali dell'allestimento inverano una simile definizione.
   Da un lato i suoni vintage e dall'altro gli arrangiamenti moderni di Lorenzo Hengeller e i remix di Gransta Msv, da un lato il tango e dall'altro la dancefloor, da un lato Marisa Allasio e Sofia Loren e dall'altro la diva del burlesque. E a far da Virgilio - in questo viaggio dall'inferno dell'attuale povertà creativa al purgatorio di un auspicabile ritorno della sperimentazione e, magari, al paradiso di un'autentica e salutare rinascita culturale - è, non a caso, il personaggio di un giornalista che deve adeguare il suo progetto di una fiction su Carosone alle pretese volgari della televisione corrente.
   Il cardine intorno al quale ruota tutto questo è uno straordinario Sal Da Vinci, che interpreta i celeberrimi successi carosoniani qui riproposti (da «Tu vuo' fa' l'americano» a «Torero», da «Caravan petrol» a «Pigliate 'na pastiglia», da «Maruzzella» a «'O sarracino»…) con assoluto rispetto per l'inarrivabile modello e, insieme, reinventandone l'«aplomb» con un'eleganza e un'ironia foriere, per l'appunto, d'inediti approdi. E bene, al suo fianco, si muovono fra gli altri Giovanni Imparato (Gegè Di Giacomo), Pietro Botte (Peter Van Wood), Forlenzo Massarone (Fred Buscaglione), Lello Radice (il giornalista) e Claudia Letizia (la diva del burlesque).
   Successo pieno alla «prima», presenti la sorella e il figlio di Carosone, Olga e Pino, e la figlia di Van Wood, Benedetta. In fondo, però, il merito (e merito grande) di questo spettacolo è che ridesta, almeno per chi ha una certa età, la memoria e il profumo di una stagione remota in cui le notti di Napoli non ebbero niente da invidiare a quelle di Parigi.
   I tre luoghi deputati erano lo Shaker, appunto il night in cui nacque il trio Carosone-Van Wood-Di Giacomo; l'Hotel Miramare, la casa del mitico commendator Angelo Rosolino, proprietario dello Shaker; e il ristorante California, una propaggine dell'America tra il tacchino, gli hamburger e Lucky Luciano, che lì installò il suo «ufficio» quando lo espulsero dagli States. E in quelle notti s'intrecciarono piccole grandi storie, dolci e smarrite. Per ore cantò, nel California, lo sconosciuto Gigi Proietti, e alle sei di mattina la ragazza Liana Orfei cucinò uno spaghetto aglio e olio; e una spedizione caparbia andò sui Quartieri a recuperare (pagando) la tromba che Chet Baker aveva dato in cambio di droga…
   Così - giusto l'intento dell'autore di parlare anche ai giovani - le repliche di «Carosone, l'americano di Napoli» potranno, forse, compiere il miracolo che già commosse Alfonso Gatto: «per qualche sera la vita / si scalda con le sue mani / a quegli accordi lontani / del tempo che fu».

                                                      Enrico Fiore

 
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Federico Vacalebre il 16/10/13 alle 17:14 via WEB
Cara Francesca, innanzitutto la ringrazio per l'apprezzamento del lavoro. Poi, capisco bene che la trama possa sembrare semplice o addirittura semplicistica, ma non si tratta di un escamotage quanto di una scelta voluta, da un lato autobiografica, e dall'altro convinta che i personaggi dello spettacolo dovessero essere le canzoni, che una struttura libera mi ha permesso di vestire di umori, suoni, immagini, coreografie non stereotipate (o almeno così ho tentato, così credo, così spero, così sento). Ma, sia chiaro, rifletto sul suo giudizio e ringrazio ancora lei per l'attenzione, e ancor prima e più per esserci venuti a vedere, oltre a Enrico Fiore, di cui ho invaso qui lo spazio, per le splendide parole spese per "Carosone, l'americano di Napoli". Federico Vacalebre
 
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