A volte quando avevo sei o sette anni mi capitava di svegliarmi nel mezzo della notte senza più nessun punto di vista, come se quello che avevo la sera prima si fosse frantumato in milioni di piccole particelle autonome, mi avesse abbandonato senza la minima idea di chi fossi, o cosa o dove o quando. Mi sembrava che non sarei mai riuscita a recuperare la mia prospettiva originale, che avrei dovuto sceglierne una tra le molte perfettamente equidistanti ed estranee che mi vibravano intorno come pulviscolo luminoso. Invece restavo sospesa nel vuoto intermedio e poi tornavo indietro, frastornata da piccoli echi di percezioni sconosciute risalivo poco alla volta al significato della forma di un oggetto, alla sua relazione con gli altri oggetti della stanza, al significato della stanza rispetto al mio esserci dentro. E mentre lo facevo mi rendevo conto di quanto fosse futile, come il lavoro di un naufrago in territorio sconosciuto che per rassicurarsi si mette a dare nomi famigliari agli elementi del paesaggio, in base a una convenzione con se stesso che il primo abitante del luogo potrebbe mettere in crisi in qualsiasi momento.
Ma credevo di aver stabilito abbastanza punti di appiglio da non correre più rischi di questo genere ormai, abbastanza luci guida e possibilità di triangolazioni immediate da essere al sicuro. E' incredibile come uno riesce a convincersi delle illusioni di stabilità che si è costruito man mano, finchè di colpo si dissolvono e lo lasciano esposto, in preda a una paura attiva e concentrata. Forse all'inizio è solo un istinto di sopravvivenza, un meccanismo predisposto per scattare di fronte alla mancanza di contorni e cadenze e paesaggi identificabili, ma non ci mette molto ad estendersi a qualunque condizione mobile e impossibile da controllare. Non ci mette molto a diventare paura dell'acqua che spinge a universalizzare il più casuale e arbitrario dei punti di vista, a escludere che ne possono esistere altri, stabilire criteri e priorità e assenze e presenze, inventare unità e strumenti di misura per tutto quello che si riesce a vedere o anche solo percepire, e andare avanti a dare e dare nomi finchè non rimane il più piccolo spazio d'ombra che non sia almeno classificabile e archiviabile come spazio d'ombra in attesa di ulteriori passi avanti. E anche su una scala più modesta uno tende a stabilirsi dei limiti, far girare i suoi pensieri come martore o conigli selvatici sempre dentro gli stessi perimetri, rafforzare anno dopo anno questi perimetri finchè diventano muri che finisce per considerare confini naturali. Chiunque lo fa. Chiunque respira e si muove in un'area racchiusa tutta la vita, e se i muri che ha intorno non gli lasciano vedere cosa c'è appena oltre quando più gli interessa, allora tende a guardare in alto e immaginare sopra di sè altri perimetri relativamente più grandi e meno facili da percorrere. Ma chiunque resta curioso anche se non lo vuole ammettere, chiunque spera di trovare uno spiraglio nel muro con una vista che lo sorprenda. Chiunque è attirato all'idea che ci siano altre prospettive possibili. Chiunque ne ha paura.
Inviato da: cosplay
il 29/06/2010 alle 07:55
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il 08/08/2009 alle 16:21
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il 21/03/2009 alle 08:26
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il 25/02/2009 alle 19:12
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il 25/02/2009 alle 17:46