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deg 2019

Post n°48 pubblicato il 18 Ottobre 2018 da erlando

 

IL DEF DEL GOVERNO ITALIANO 2019-2022 E LA POLITICA MACROECONOMICA

Il governo si prepara ad approvare la bozza di bilancio triennale ma da quanto fino ad oggi comunicato questa previsione a stento, arriva fino alle prossime elezioni europee nel 2019, infatti, le previsioni di crescita sono irreali e fra tre o sei mesi dovranno essere rifatte o corrette.
I nostri governanti non si sono ancora reso conto che le entrate e le uscite di bilancio si fondano sulle reali possibilità delle persone che sostengono il paese, pagando le tasse, i contributi e gli interessi passivi dei debiti dello Stato, e che non si possono fare debiti se poi nessuno ti presta i soldi o sottoscrive i tuoi BOT, BTP, ecc.
Ora, in questa manovra, non si vuole prendere atto degli impegni sottoscritti in sede europea che, se anche errati o da modificare, e probabilmente così va fatto, ci sono altre strade più percorribili e i mercati finanziari non sono governati dai politici ma dai prezzi che oggi sono mondiali.
Nessuno presta soldi gratis per cui i ratios delle agenzie internazionali influenzano i mercati finanziari e ne dobbiamo prendere atto altrimenti stiamo viaggiando su un treno che andrà a sbattere contro un muro, ricordiamo la Grecia com'è andata a finire.
Non è che minacciando di uscire dall'Europa cade l'euro e la UEE ma cade l'Italia perché ci cacciano.
In tal caso, con una lira svalutata, saranno favorite le esportazioni ma dovremo restituire in euro in nostri debiti, che non sono pochi, e come li paghiamo con maggiori imposte?
Per far fronte dovremo applicare una patrimoniale sulle proprietà che per gli italiani vuol dire: tassare le case, comprese ovviamente quelle dei più poveri che diventeranno più poveri.
Non saranno più sufficienti i redditi o pensioni cittadinanza ma dovremo farci prestare aiuto dal FONDO MONETARIO INTERNAZIONALE o, restando in Europa, dalla BCE rispettando le loro politiche che prevedono, in questi casi, riforme strutturali.
In breve, non si possono fare bilanci dello Stato per rispettare i patti stipulati da forze di governo per motivi elettorali.

Continuiamo esaminando il DEF (Documento di Economia e Finanza) approvato dal Governo e inviato a Bruxelles.

Gli indicatori assunti dal Governo sono:
 aumento del debito pubblico rispetto al PIL nel triennio.

  2019 = 2,4%, 2010 = 2,1%, 2021 = 1,80%;

La sola manovra del 2019 consiste in 39 Md di euro di cui 12,5 Md € per impedire l'aumento dell'Iva e altre imposte indirette per cui ne residuano 24,5 Md € di cui 16,5 Md € ripartiti tra reddito di cittadinanza e abolizione legge Fornero.

A tiolo esemplificativo sono previste nel DEF:

-          1 Md € di taglio per pensioni d'oro nel triennio (impossibile se si discute di pensioni nette di 4.000 € salvo che non si parta da quelle di 2.500 €)

-          1 Md € di spese per ristrutturazioni Uffici del Lavoro

-          Blocco investimenti o ripensamento per opere pubbliche: 3° Valico, Pedemontana, Tap

-          Azzeramento fondi pubblici per l'editoria

-          Pressione fiscale invariata (non vero, se aumentano minori detrazioni passive per banche e assicurazioni)

-          Spread fermo a 130

-          Tagli di spese di cui  1 Md € per immigrazione e restanti da definire.

L'aumento di spesa pubblica arriverà al 2,4% nel 2019 se il Prodotto Interno Lordo (PIL) crescerà dell'1,5%.

E' da tenere presente che molti criticano i valori assunti perché molto ottimistici, (vedi Prof. Mario Baldassarri) che prevede un deficit 2020=2,9%, perché non rispondenti alla realtà economica mondiale ed europea, rottura e sanzioni commerciali in atto, valori di spread assunti sotto base 130, mancati investimenti, troppa spesa corrente e inutile; in breve più uscite e deficit rispetto alle entrate e la necessità di manovre correttive a fini 2019 e anni successivi.

Infatti, nello PSC (Patto di Crescita e Stabilità) stabilito a livello europeo, e recepito anche nella nostra Costituzione, sotto forma di vincolo di pareggio di bilancio, è previsto che gli Stati membri che adottano l'euro devono avere:

-           un debito pubblico non superiore al 3% del PIL (Prodotto Interno Lordo ).

-          Un debito pubblico sotto il 60% del PIL

Questo patto è stato molto criticato perché non promuove la crescita e la stabilità ed è stato applicato in modo incoerente poiché non sono mai state emesse le sanzioni contro la Francia e la Germania malgrado ne esistessero le condizioni. Per tale motivo è stata istituita la PDE (Procedura per Deficit Eccessivo) che prevede:

-          Se il disavanzo di un Paese membro sia, avvicina al 3% del PIL La Commissione  europea propone e il Consiglio dei Ministri europei in sede Ecofin approva un avvertimento preventivo (early morning) al quale segue una raccomandazione vera e propria in caso di superamento del tetto;

-          Se, a seguito, lo Stato interessato non adotta misure efficienti correttive della propria politica di bilancio, esso può essere sottoposto a una sanzione che assume la forma di deposito infruttifero che si trasforma in ammenda dopo due anni di persistenza del deficit;

-          Se invece lo Stato adotta misure immediate correttive, la procedura è sospesa in attesa del rientro al 3%.

Per meglio comprendere la situazione nel nostro paese è necessario però fare un breve richiamo al compito di un governo e l'aiuto che può dare la macroeconomia (vedi a tale proposito " Francesco Saraceno - La scienza inutile ").

Il Governo di ogni Stato deve assicurare il benessere della sua collettività e la macroeconomia può aiutare mettendo a disposizione manovre monetarie e fiscali.

Nel tempo si sono succedute diverse teorie macroeconomiche:

1.       Scuola classica (Smith, Ricardo e Marx) (a metà del diciannovesimo secolo).

Aveva come programma di ricerca la determinazione della ricchezza delle nazioni e la sua distribuzione tra le classi sociali.

La distribuzione del reddito è spiegata dalla realtà sociale esistente che sono definite dalla proprietà dei mezzi di produzione (la terra per i proprietari fondiari, il lavoro per i lavoratori, e il capitale per i capitalisti)  che sono in lotta fra loro per appropriarsi del surplus ossia di quello che resta della produzione totale una volta che siano stati assicurati il rimborso del capitale utilizzato per la produzione e la sussistenza dei lavoratori. Il livello dei salari e la distribuzione sono determinati dal conflitto tra le classi sociali.

 

2.       La teoria neoclassica (Jevons, Menger, Walras)

Aveva un programma diverso: la determinazione delle leggi che governano il comportamento degli individui e le determinanti dei prezzi di equilibrio dei beni.

Dalla nozione di utilità, gli economisti neoclassici derivano le leggi dei comportamenti individuali (offerta e domanda) per i consumatori o di tecnologia per le imprese, l'homo eoeconomicus massimizza la propria utilità al margine tra i costi e i benefici di ogni azione, in regime di mercati di concorrenza pura e perfetta.

L a teoria neoclassica non si occupa dell'equità della distribuzione, si occupa solo dell'eguaglianza tra la renumerazione dei fattori di produzione e la loro produttività marginale (teoria marginalista).

L'impresa domanderà un fattore di produzione (ad esempio il lavoro) fin tanto che il suo contributo alla produzione (il prodotto marginale) sarà superiore al costo (nel caso del lavoro, il lavoro).

In equilibrio il salario sarà uguale al prodotto marginale del lavoro.

Lo Stato si deve preoccupare di garantire la libera concorrenza perché solo così si crea l'equilibrio tra domanda e offerta.

Lo sviluppo dello Stato sociale, nel secondo dopoguerra, ha portato gli economisti d'ispirazione neoclassica a dichiararsi contrari agli eccessi di distribuzione in senso egualitario perché avevano un impatto negativo sugli incentivi d'imprese e consumatori, si presumeva che aiutando le classi più agiate si sarebbe incoraggiato la crescita e la produttività (teoria del trickle -down= "gocciolate").

In questa visione oggi si trovano Donald Trump ed Emmanuel Macron, entrambi hanno fatto leggi su significative riduzioni di fiscali per le classi più agiate, per i detentori di capitale e per le imprese. Ciò in base al principio che si porterebbero più benefici alla collettività sotto forma di crescita collettiva.

La politica del governo italiano nel DEF è fatta al contrario di quella francese e americana.

Nella teoria neoclassica il principio generale è che le variazioni di prezzi assicurano l'uguaglianza tra domanda e offerta in tutti i mercati compresi quelli del lavoro.

In questo mercato i salari reali fluttueranno fino a che l'offerta e la domanda di mano d'opera non raggiungono l'equilibrio.

L'offerta di lavoro è in funzione della scelta che fanno i lavoratori tra tempo libero e reddito.

In condizioni normali, quando i salari aumentano, ogni ora lavorata permette l'acquisto di beni di consumo supplementari, il che incoraggia l'offerta di lavoro, così se i salari raggiungono un livello che porta l'equilibrio tra domanda e offerta di manodopera, l'eventuale emergere di disoccupazione indica la preferenza di alcuni lavoratori per il tempo libero.

In situazione di equilibrio si parla di piena occupazione, nel senso che qualsiasi disoccupazione è volontaria.

Non appena la flessibilità dei salari avrà portato l'equilibrio di piena occupazione sul mercato del lavoro le condizioni tecnologiche (la funzione produzione) permettono di determinare, dalle ore e quantità lavorate, il volume di beni che il sistema economico è in grado di produrre (produzione potenziale).

La legge di SAY stabilisce che il fatto stesso di produrre e vendere un bene genera reddito per i fattori impegnati nel processo produttivo ciò che produce a sua volta domanda equivalente di altri beni di pari valori equivalenti da produrre.

Se si considera il sistema economico come un tutto, la legge di SAY può essere riformulata per stabilire che le scelte d'investimento (I) si adattano sempre alle scelte di risparmio (S) ossia I=S.

A sua volta, il tasso d'interesse influenza le scelte d'investimento delle imprese, infatti, il risparmio dipende dal tasso d'interesse; risparmiare vuol dire rinviare un consumo e comporta un costo la mancata utilità immediata di consumare. Se il risparmio è premiato con tasso d'interesse, un più alto tasso d'interesse incoraggia a risparmiare di più e a non investire, di conseguenza il tasso d'interesse è il prezzo che porta all'eguaglianza tra l'investimento, ossia la domanda di finanziamenti e il risparmio (offerta di fondi).

Secondo questa teoria, la flessibilità permette al mercato del lavoro di raggiungere un salario reale di equilibrio grazie al quale tutte le persone desiderose di lavorare possono trovare occupazione .

A quel punto i redditi dei lavoratori sono allocati al consumo (S) e risparmio (S) e quest'ultimo incanalato verso l'investimento (I).

La teoria neoclassica lascia dunque poco spazio alle scelte di macroeconomia perché gli aggregati di domanda e offerta di beni, le variazioni dei prezzi garantiranno la convergenza dell'economia verso l'equilibrio in cui coincidono l'offerta e la domanda di ogni bene.

Se il sistema economico non è in grado di generare un investimento sufficiente per assorbire tutto il risparmio desiderato, le variazioni del tasso d'interesse s'incaricheranno di riportare le grandezze all'equilibrio.

Questi meccanismi funzionano senza l'intervento dello Stato, in particolare del settore pubblico; i mercati si correggono da soli e tendono a convergere verso un equilibrio ottimale.

Lo Stato deve intervenire solo per "riforme strutturali ", che sopprimano sul mercato dei beni e del lavoro barriere (monopoli, rigidità dei prezzi e dei salari).

-          Nel DEF del governo italiano ci sono riforme strutturali? Sembra di no.

-           La riforma degli Uffici del Lavoro sembra più una manovra per aumentare gli addetti della pubblica amministrazione; non è pensabile che siano assunti in pochi mesi  50.000-60.000 persone addestrate e con tecnologie adeguate per un nuovo mestiere.

-          La legge Fornero andrebbe migliorata, ma non cancellata perchè la vita media lavorativa si è allungata e non c'è alcuna garanzia che a un'uscita dal lavoro subentri un nuovo assunto. C'è il rischio che le aziende con nuove tecnologie riducano la forza lavoro e non la  aumentino.

-          Il lavoro flessibile andrebbe migliorato e non abolito

-          Il costo del lavoro dovrebbe essere detassato ma non c'è niente al proposito.

-          Gli investimenti produttivi andrebbero agevolati ma non c'è niente

-          Gli addetti della pubblica amministrazione andrebbero ridotti e non aumentati.

Per tutto quanto sopra si rinvia al libro di Roberto Perrotti " Status Quo - (Perché in Italia è così difficile cambiare le cose e cominciare a farlo) ".

 

3.       La rivoluzione keynesiana

La grande crisi del 1929 comporta un forte aumento del debito delle famiglie e dei consumi, aumento causato dall'incremento dei prezzi.

Con la pubblicazione della "Teoria generale dell'occupazione, dell'interesse e della moneta", nel 1936 l'economista britannico costruendo un modello intrinsecamente monetario confuta la legge di SAY e la capacità dei mercati di raggiungere l'equilibrio di piena occupazione.  

 

Nella teoria di Keynes non è il tasso d'interesse, ma il livello del reddito, che garantisce l'uguaglianza tra il risparmio e investimento.

Il mercato in cui è determinato il tasso d'interesse è quello monetario. La moneta ha un valore intrinseco di riserva di valore e assume un ruolo fondamentale che non aveva nella teoria neoclassica. In un'economia monetaria non ogni reddito genera una domanda di beni di valore corrispondente.

Il fulcro dell'analisi di Keynes è dunque la possibilità disoccupazione anche involontaria in equilibrio ed esclude che la flessibilità del mercato sia sufficiente a garantire l'equilibrio perché l'origine dei problemi non è il mercato del lavoro, ma in quello dei beni.

"Se i mercati non convergono verso l'equilibrio ottimale, allora la politica macroeconomica ha un ruolo da svolgere per portarli verso la piena occupazione e Keynes sostiene che l'intervento dei poteri pubblici sotto forma di politiche monetarie o fiscali espansive permetterebbe di colmare il divario tra offerta di piena occupazione e domanda effettiva, sostenendo così l'attività economica attraverso la spesa pubblica ".

 

La teoria di Keynes, in cui la domanda aggregata è determinata dall'equilibrio simultaneo di due mercati: il mercato di beni (in cui l'investimento e il risparmio devono essere uguali) e il mercato monetario (la domanda di moneta deriva dal fatto che costituisce una riserva di valore ed è la risultante di una scelta di portafoglio in cui il risparmiatore deve scegliere tra rendimento e sicurezza), incomincia ad avere difficoltà nei primi anni settanta a seguito delle crisi petrolifere e il successivo periodo d'instabilità dei prezzi e prende corpo la teoria del monetarismo (Friedman) in cui si contesta la preposizione di Keynes per cui la politica monetaria è meno efficace della politica fiscale.

 

Secondo Friedman, se nel lungo periodo, prezzi e salari tendono a variare come risposta alla disoccupazione se ne ricava che le politiche macroeconomiche e gli interventi dello Stato in economia per sostenere la domanda aggregata sono inutili e incerti di là del breve periodo.

Il sistema economico nel lungo periodo converge verso il tasso di disoccupazione naturale e quindi l'impatto fiscale e monetario sul sistema economico auspicato da Keynes  è nullo nel lungo periodo.

 

4.       IL Nuovo Consenso

Si fonda sulla teoria dei cicli economici reali nei quali le variazioni di domanda non hanno in pratica nessun ruolo e le fluttuazioni del PIL (Prodotto Interno Lordo) sono date dalla reazione degli individui dal lato dell'offerta di beni e servizi.

Negli anni ottanta e novanta tale teoria è stata corretta creando una sintesi con azioni nel breve termine, con proprietà keynesiane, e nel lungo termine con fattori legati all'offerta di beni e servizi.

Gli strumenti principali del Nuovo Consenso sono gli utilizzi di modelli di equilibrio generali di tipo dinamico stocastico che tengono conto di certi tipi di ciclo reali con varianti di rigidità nominali e reali di prezzi e salari.

E' alla luce di tale dottrina che dobbiamo fare riferimento per comprendere la crisi dell'Eurozona poiché secondo i politici europei è stato l'eccesso di spesa pubblica e il rinvio di riforme strutturali che hanno creato in molti paesi un settore pubblico pletorico e una competitività in caduta libera. (Dottrina di Berlino.)

Questa dottrina di Berlino, difesa con fermezza dal governo tedesco, e condivisa dalla Commissione europea e BCE, trova fondamento nel Nuovo Consenso, in effetti,  mette l'enfasi sulle politiche dell'offerta, capaci di accrescere la produzione potenziale dell'economia e limita il ruolo della politica economica all'eliminazione, tramite riforme strutturali, degli ostacoli al libero funzionamento dei mercati.

 

Come sarà giudicato il DEF del Governo italiano?

La teoria del Nuovo Consenso cui s'ispira Berlino orienta le riforme strutturali a un efficace funzionamento dei mercati della produzione, del capitale e del lavoro e proprio su quest'ultimo le riforme dovrebbero essere orientate per ridurre il costo del lavoro agendo sulla fiscalità o sul livello dei salari, purtroppo questi si sono abbassati anche per effetto della globalizzazione e il progresso tecnologico.

Il Patto di Crescita e Stabilità (PCS) è stato concepito in Europa proprio per vietare politiche fiscali discrezionali degli Stati membri e applicare degli stabilizzatori automatici. Gli Stati membri dovrebbero avere nel medio periodo bilanci in equilibrio e il deficit totale non dovrebbe mai superare il 3% del PIL (Trattato di Maastricht) e dall'1 gennaio 2013 (Fiscal Compact) nel caso d'indebitamento pubblico superiore al 60% questo deve essere riportato a tale valore in venti anni.

E' da tenere presente che la dottrina di Berlino non sempre trova riscontri nel fatto che le crisi siano state determinate da eccessi d'indebitamento, vedi il caso del Portogallo e dell'Irlanda e che l'adozione di riforme strutturali abbia ridotto l'indebitamento (vedi l'Italia).

Regole che poggiando su vincoli discrezionali (3%) non sempre si sono dimostrate efficaci per cui si è dato luogo a scostamenti (+ o - mezzi punti percentuali )  di volta in volta autorizzati dalla Commissione europea.

L'Italia oggi ha un rapporto di debito /PIL pari al 130% mentre nel 2008 era del 102%, in pratica non è mai calato per cui a molti è sorto il dubbio che le politiche europee non abbiano sortito gli effetti sperati da qui la richiesta di cambiarle; ma le regole a oggi non sono ancora state modificate.

In conformità a quanto in precedenza esposto,il DEF  sarà  giudicato in senso negativo perché non rispondente ai patti sottoscritti e quindi la  minaccia di sanzioni economiche ma ancora più grave ci  sarà il declassamento delle agenzie internazionali e il  crollo dell'intera economia.

E' da ricordare inoltre che la BCE stante, l'attuale crisi di governance europea (mantenimento del rapporto deficit /PIL e mantenimento di una politica restrittiva, cioè frenando l'economia quando questa nei vari paesi in crisi avrebbe avuto necessità di uno stimolo) è stata costretta a intervenire istituendo Il Quantitative Easing comprando un quantitativo di un numero illimitato di titoli Stato sovrano in difficoltà ,  per periodi limitati nel tempo).

Tel provvedimento ha molto aiutato l'Italia ma scade a dicembre 2018, facendo così crollare anche il valore e l'attività delle banche che hanno in portafoglio i titoli di Stato italiano.

Conclusioni:

 Mi auguro pertanto che il nostro governo prenda tempo per arrivare fino alle prossime elezioni europee, nella speranza che siano modificate, poi, le regole del trattato di Trattato di Maastricht e che siano stabilite oltre a regole contabili anche quelle riguardanti il benessere della collettività dei singoli paesi Stati membri europei atte ad evitare crisi di occupazione del lavoro non sopportabili.

C'è il rischio ora di creare una crisi che può essere rinviata, d'altra parte la manovra approvata necessita, per la sua entrata in vigore, dell'approvazione parlamentare di dodici decreti delegati  ( ognuno di essi impiega 365 giorni di lavori parlamentari per essere  convertito in legge) per cui c'è tempo nei prossimi mesi di introdurre misure correttive o modificative di miglioramento al DEF.

 

Bibliografia:

 

Alberto Bagnai - Il tramonto dell'euro - editore Imprimatur

Alberto Bagnai - L'Italia può farcela -  editore il Saggiatore

Francesco Saraceno - La Scienza Inutile - editore LUISS

Francesco Savona - Come un incubo e come un sogno - editore Rubbetino

Giulio Tremonti - Uscita di sicurezza - editore Rizzoli 

 

 
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LE PARTECIPATE

Post n°47 pubblicato il 24 Dicembre 2014 da erlando

L'ISTUTUTO DI STATISTICA HA PUBBLICATO UN RAPPORTO IN CUI HA FOTOGRAFATO,  SUI DATI 2012, CHE SONO 11.024 LE SOCIETA' PARTECIPATE DAGLI ENTI LOCALI  CON 977.792 ADDETTI E DI CUI 1.454  SONO INATTIVE CON 0 ADDETTI. SPERIAMO CHE RENZI ANCHE AVVALENDOSI DEGLI STUDI DI COTTARELLI SI DECIDA A METTERE MANO A QUESTA FORESTA PIETRIFICATA CHE AL MOMENTO NON COMPRENDE I CONSORZI DI BONIFICA DI CUI NE PARLEREMO IN SEGUITO.

EL. 24.12.14

 
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COOPERATIVE, PARTECIPATE E CONSORZI

Post n°46 pubblicato il 05 Dicembre 2014 da erlando

Oramai non se ne può piu'. Lo scandalo di Roma è la punta di un iceberg che meriterebbe l'attenzione di tutti e sarebbe  esemplare lo scioglimento del Consiglio Comunale così pure l'intervento della magistratura o di Cantone in tutte le altre Regioni.

Si conta il malaffare ovunque ma non c'è la volonta di intervenire con urgenza tagliando la ragnatela, che si è costituita attorno ai partiti, di società partecipate (circa 3.000), di cooperative rosse e bianche e di consorzi,  per fare una pulizia radicale che libererebbe gli italiani da inutuli fardelli.

Come sosteneva Cottarelli si potrebbero già tagliare quelle partecipate, circa 2.000, che hanno più amministratori che dipendenti. e che la Corte dei Conti denuncia vi è una scarsa vigilanza e controllo già dal  momento in cui vengono affidati compiti superiori alle potenzialità produttive delle stesse.

E.L. 05.12.14

 

 
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LE POLITICHE ECONOMICHE DEL GOVERNO

Post n°45 pubblicato il 11 Novembre 2014 da erlando

 Le  riforme strutturali per migliorare  l'economia non hanno effetti temporali coincidenti, se si faranno, si manifesteranno dopo anni.

Intanto il PIL  italiano e’ diminuito negli ultimi 5 anni di 300 mld di euro.

La Commissione Europea con la fissazione del pareggio di  bilancio (Nuovo art. 81 Costituzione), di quali riforme strutturali realizzare, la diminuzione annuale del deficit strutturale del 5% la CE ha messo una camicia di acciaio all’Italia  accontentando la Germania  che  ha l’ansia dell’aumento del debito pubblico ma così facendo stiamo distruggendo un intero continente sul piano economico e sociale.

Infatti non avendo la possibilità di aumentare il debito pubblico né quello di togliere gli investimenti pubblici dal debito pubblico si esclude il ricorso alla teoria economica di Keynes che stabilì la necessità che lo Stato dovesse intervenire con la spesa pubblica, anche affrontando un deficit di bilancio per creare reddito e conseguente domanda di beni, quando la domanda del mercato non sufficiente a occupare tutti i fattori della produzione disponibili.

E.L. 11.11. 14

 
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LE RIFORME STRUTTURALI

Post n°44 pubblicato il 10 Novembre 2014 da erlando

Cosa significano riforme strutturali; riguardono le "strutture dell'economia" in primo luogo:

1.   il mercato dei fattori lavoro e capitale

2.   il mercato delle merci e dei servizi

3.   il funzionamento delle istituzioni ad esempio pubblica amministrazione e giustizia

Ma per meglio  comprendere ci riferiamo alle riforme strutturali che la BCE ha chiesto all'Italia

  • Per la crescita

            aumento della concorrenza

            miglioramento della qualità dei servizi pubblici

            riforma fiscale  e del mercato del lavoro

  • strumenti per realizzare la crescita

            liberazzazione dei servizi pubblici locali e di quelli professionali

            riforma del contratto di lavoro, con possibilità di contrattazione locale in deroga 

            al contratto nazionale

           riforma su assunzione e licenziamento, sistema di assicurazione dalla disoccupazione

  • finanze pubbliche

    obiettivo pareggio di bilancio

    sistema pensionistico: revisione pensioni di anzianità, età di pensionamento donne parificato tra settore pubblico e privato

    diminuzione del costo del  pubblico impiego attraverso il ricambio e la riduzione degli stipendi.

    riduzione automatica del deficit con clausole che riducono le spese discrezionali

    utilizzo della forma del decreto legge per una più veloce entrata in vigore dei provvedimenti e una riforma costituzionale per quanto riguarda il controllo automatico del deficit

    adozione da parte della pubblica amministrazione degli indicatori di perfomance come misura di efficienza

E.L. 10.11.14

 
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