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Una vetta chiamata felicitą

Post n°8 pubblicato il 27 Settembre 2009 da MYSoundofsilence
 
Foto di MYSoundofsilence

 

Aldilà di come ognuno di noi possa intendere e perseguire un suo ideale di vita felice, tutti indistintamente dobbiamo poi affrontare la realtà quotidiana, dove sono rari i momenti in cui possiamo intravedere, tra la fitta nebbia del tran tran giornaliero, la vetta di quella montagna chiamata felicità.

     Per il restante tempo, passiamo la vita intera, con affanno e dura fatica, a farci spazio per aprire un varco, in mezzo a una folla di gente, che come una colonia di formiche impazzite, si muove freneticamente alla ricerca della via che porta alla vetta.

     Se cerchi cartelli stradali, che ti indichino il cammino giusto, di sicuro non li troverai mai; se poi chiedi a qualcuno indicazioni, ognuno ti mostrerà un percorso diverso. Le uniche indicazioni, che possano giovare a qualcosa, sono quelle ti avvisano quali percorsi devi evitare. Ora, quale migliore consigliere ci può essere, di chi già vissuto la sua vita ? Come ogni bravo e scrupoloso medico, che conoscendo gli effetti di un farmaco, ti avvisa delle eventuali controindicazioni, così, se interpelliamo, uno per uno, i saggi del passato, otterremo solo quegli ammonimenti necessari e utili alla ricerca di una vita, non dico felice, ma quantomeno tranquilla e interessante.

     Nei secoli, ovviamente, il modo di esprimersi ha subito una costante e inarrestabile mutazione; ma certi pensieri, come i proverbi, pur se espressi con parole diverse, hanno mantenuto invariato il loro senso. E proprio per rimanere nel merito delle sopra citate strade da evitare, o “prescrizioni e controindicazioni” da osservare, che voglio farvi leggere una massima di due fra più grandi pensatori mai vissuti: Lucio Anneo Seneca e Pablo Neruda. Fra loro corrono duemila anni di storia del pensiero, il primo è più sintetico e tagliente, il secondo è più poetico e dettagliato, ma entrambi intendevano la stessa cosa.


Lucio Anneo Seneca : Cordoba 4 a.C. - Roma 65 d. C.


    Che giova a quell'uomo ottant'anni passati senza far niente ? Costui non è vissuto ma si è attardato nella vita; né è morto tardi, ma ha impiegato molto tempo per morire.

     Vivi ogni giorno della tua vita come se fosse l'ultimo.


Pablo Neruda : Parral 1904 - Santiago 1973


     Lentamente muore chi diventa schiavo dell'abitudine, ripetendo ogni giorno gli stessi percorsi, chi non cambia la marcia, chi non rischia e non cambia il colore dei suoi vestiti, chi non parla a chi non conosce.

     Muore lentamente chi evita una passione,chi preferisce il nero sul bianco e i puntini sulle “i” piuttosto che un insieme di emozioni, proprie quelle che fanno brillare gli occhi, quelle che fanno di uno sbadiglio un sorriso, quelle che fanno battere il cuore davanti all'errore e ai sentimenti.

     Lentamente muore chi non capovolge il tavolo, chi è infelice sul lavoro, chi non rischia la certezza per l'incertezza per inseguire un sogno, chi non si permette almeno una volta nella vita di fuggire ai consigli sensati.

    Lentamente muore chi non viaggia, chi non legge, chi non ascolta la musica, chi non trova grazia in se stesso. Muore lentamente chi distrugge l'amor proprio, chi non si lascia aiutare, chi passa i giorni a lamentarsi della propria sfortuna, o della pioggia incessante.

    Lentamente muore chi abbandona un progetto prima di iniziarlo, chi non fa domande sugli argomenti che non conosce, chi non risponde quando gli chiedono qualcosa che conosce.

    Evitiamo la morte a piccole dosi, ricordando che essere vivo richiede uno sforzo di gran lunga maggiore del semplice fatto di respirare. Soltanto l'ardente pazienza porterà al raggiungimento di una splendida felicità.

 
 
 
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