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Si “contestualizzano” le porcate del Premier, e si condannano i peccati veniali della Fiom

Post n°170 pubblicato il 11 Ottobre 2010 da stefano6680

Siamo alle solite. Due pesi e due misure. Mi fa specie (fino a un certo punto!) che sia la gerarchia, in qualche suo autorevole rappresentante, a farsene un modello. Bella coerenza! Direi vergognosa diplomazia! Il vangelo non dice forse di stare casomai dalla parte dei più deboli? Perché la Chiesa fa l’esatto contrario?
Una risposta c’è: Il Premier, noto a tutto il mondo per le sue porcate, fa comodo però al Vaticano e quindi, ogni qualvolta dice o fa una cazzata, trova sempre un’attenuante nell’alto dei cieli. Bestemmia un povero cristo, e lo si spedisce direttamente all’inferno. Bestemmia un potente, o un ricco, e allora si fa finta di essere sordi.
Ma la vera bestemmia del nostro Porco non è stata quella di aver offeso il nome del Padre Eterno, ma la diabolica mancanza di rispetto nei riguardi di chi, per la sua rettitudine e onestà, diventa un insopportabile confronto o un giudizio implacabile che dà fastidio. Dio se ne frega se tu lo bestemmi, ma se la prende (per modo di dire!) se lo invochi “invano”, ovvero se lo prendi a sproposito per coprire magagne e ingiustizie.
Tutto questo per far capire, se ci fosse bisogno - ma i ciechi resteranno sempre ciechi! - quanto possiamo diventare peggiori degli scribi e farisei (Cristo li ha bollati come “guide cieche”!). Ci dicono di “contestualizzare” le porcate del potere, e poi si va giù duro, senza attenuanti, nel condannare come crimini le proteste sindacali in difesa dei diritti del lavoro e dei lavoratori. Reprimi oggi e reprimi domani, ed ecco che scatta la reazione. Una reazione tanto più violenta quanto più è stata repressa, senza possibilità di esprimerla in modo efficace.
Non dovete venir qui a raccontarmi balle! Ci vuole pazienza... ci vuole prudenza... ci vuole dialogo! Quale pazienza, quale prudenza, quale dialogo quando lo strapotere economico da tempo sta facendo a pezzi la dignità di milioni di lavoratori?
Che i sindacati non vadano sempre d’accordo è più che naturale, altrimenti che starebbero a fare tre o quattro sigle diverse? Solo per connotare la differente provenienza politica o, meglio, per esprimere l’intensità più o meno estrema delle forme o metodi di rivendicazioni sindacali?
Non è in gioco il pluralismo sindacale. Ma su una cosa non bisogna dividersi: nella difesa a oltranza dei diritti dei lavoratori, e tali diritti hanno in comune un nome: dignità della persona! E la “persona” precede addirittura lo stesso posto di lavoro. La storia drammatica dell’Eternit di Casale Monferrato non dovrebbe insegnarci qualcosa?
L’operaio è una “persona”, non un pezzo dell’ingranaggio che fa funzionare la macchina-fabbrica-prodotto. E tanto meno deve essere un pezzo di ricambio.
Su tutto il resto si può discutere, ma non si può cedere sui diritti “umani”. E tanto meno venire a patti con la legge perversa di un folle mercato.
Discuterei casomai su ciò che la fabbrica produce, sulla sua nocività che può ricadere sia sul lavoratore che sull’ambiente.
Bisogna evitare di stare al gioco politico ed economico di una selvaggia competizione di mercato.
Purtroppo succede che oggi gli stessi operai - parlo in genere - non si accorgano di questo diabolico gioco, ma la cosa deprimente è vedere l’indifferenza con cui si assiste al massacro dei diritti più sacrosanti. All’operaio interessa il “suo” posto di lavoro, più che la fabbrica in sé. E il posto di lavoro è ritenuto più sacro della stessa persona.
Vedo un certo mondo operaio, purtroppo sempre più esteso, che si è venduto al berlusconismo più schifoso.
E i sindacati? Sembrano che subiscano talora gli umori degli operai, a loro volta vittime del sistema capitalistico. Respirano la stessa aria. Giocano al tira e molla. Ma come si può usare il fioretto quando il nemico da combattere è diventato un mostro?

Perché ho fatto questa lunga premessa? Per far capire le ragioni dell’isolamento in cui vengono a trovarsi gli operai e delegati sindacali quando protestano duramente per non farsi schiacciare dal sistema e per salvare il salvabile.

Perché non “contestualizzare” certe forme di protesta, invece che rimarcare certi eccessi, dovuti ad una situazione diventata drammatica, così drammatica che non basta più emanare documenti o sedersi al tavolo delle trattative, e neppure fare scioperi?

Occorre dare uno scossone a tutto, e per darlo non bisogna misurare i metodi e i modi di protesta, senza naturalmente danneggiare i diritti degli altri.

 

 


 
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