Per aspera ad astra

alpinismo , mountain bike e avventura

Creato da fritzwitt il 09/04/2009

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Dulfer alla Grande 2009 ovvero "la terza età non esiste"

Post n°8 pubblicato il 17 Febbraio 2010 da fritzwitt
Foto di fritzwitt

La “terza età” non esiste, almeno alla Dulfer della Grande.”

 

Le Tre Cime di Lavaredo rappresentano da sempre il “tempio” dell’Alpinismo dolomitico.

Aldilà delle vie, però, arrampicare sulle “Drei Zinnen”- così sono conosciute nel mondo di lingua tedesca- è sempre un’esperienza unica, sia per le visioni mozzafiato che si spalancano sullo splendido scenario alpino, che per l’impressionante verticalità della maggior parte delle salite.

Così quel giorno di agosto, quando, dopo aver sudato inutilmente, sbagliando via, sui ghiaioni di un’anonima sella, all’ennesima serpentina del sentiero, accaldato e con il fiatone, mi si staglia davanti, finalmente, il vertiginoso sperone roccioso della Cima Grande, sono subito colpito.

L’ombra che avvolge il versante occidentale della montagna, fa della “Dulfer” una via fredda anche nelle giornate più calde, ma non per questo, l’ambiente che mi accoglie è cupo o minaccioso. Corro con lo sguardo lungo il profilo del bastione: in alto, ai confini con l’azzurro del cielo, la cima splende nel sole.

Prima di noi, però, arriva un’altra cordata, che ci precede di poco. Accidenti, anche in montagna bisogna fare la fila!

Pazienza. Risaliti dei facili gradoni, ci leghiamo. Che freddo! La temperatura è proprio precipitata.

Mi infilo il pesante maglione di pile.  Sistemo il berretto sotto il casco: siamo veramente passati dal forno al frigo… La roccia è gelida come marmo e subito impegnativa.

 Quasi immediatamente le estremità delle dita diventano insensibili ai piccoli appigli. Mi sembra di avere le falangi di “legno”!

 Salgo. Lo sguardo spazia giù, sui ghiaioni lontani, che tanto più in basso, quasi splendono, bianchi, nel sole caldo.

Dalla vicina Cima Ovest riecheggiano, di tanto in tanto, nel silenzio, i richiami “di manovra” di un paio di cordate.

L’eco delle voci scivola, impersonale, tra le rocce. Sembra, per un attimo, che quelle cattedrali di pietra si siano animate.

Raggiungo un ampio terrazzino. La via si presenta ora in tutta la sua straordinaria logicità e bellezza: una lunga fessura – diedro si alza verticale e scura per oltre cento metri perdendosi nel cielo grigio e giallo di rocce strapiombanti.

Dulfer, che genio e che coraggio!

I due nostri compagni sono di nazionalità canadese, ma di origini tedesche: uno è notevolmente più “maturo” dell’altro e salgono alternandosi a capocordata. Un assortimento veramente insolito: parlano poco, con frasi brevi, indifferentemente nelle due lingue.

Hanno però un difetto: sono molto lenti, e ci costringono, così, a delle soste fredde, lunghe e sfibranti.

L’arrampicata non è banale: per salire è necessario infilare le mani nella fessura bagnata e gelida e puntare i piedi sulle pareti laterali. La progressione è a tratti faticosa, anche perché le rugosità della roccia dove puntare le scarpette, esercitando la necessaria pressione sono, alle volte, veramente minime.

Onestamente, devo anche dire che non sono allenato a quel tipo di arrampicata, dove la fisica dell’equilibrio si basa su di un delicato spostamento di forze: sul movimento successivo di carico e scarico della tensione delle gambe sulla parete.

Equilibrio, armonia… concetti di cui amo tanto parlare nelle mie conversazioni “pseudo intellettuali” – ma con i piedi ben piantati a terra - e che ora mi rimbalzano nella mente.

Soffro con le mani incastrate nelle pieghe del monte, anche perchè percepisco una sensazione di grande precarietà.  Il modo di procedere, poi, mi pare innaturale, e a maggior ragione, trovo assurda la situazione che vivo: così pericolosamente lontana dal “normale” mondo orizzontale, così distante da quel banalissimo sentiero disegnato sui ghiaioni là sotto, per non parlare dei morbidi getti dell’idromassaggio della piscina dell’albergo.

“Quanto sei imbecille !”- mi dico - “quando ti infili in condizioni al limite… dove respiri sempre dopo, una volta che hai portato la pellaccia a casa, mentre il presente è solo un momento di confronto, un esame su quanto vali o quanto coraggio hai”.

Ora, però, man mano che la corda si muove, tendendosi sopra di me, chiodo dopo chiodo, prendo “confidenza” con le tacchette di roccia, e con gli appigli su cui far forza con le estremità delle dita.  La paurosa sensazione di vuoto totale in cui mi muovo, si diluisce allora un po’ alla volta, lasciando spazio alla gioia dell’arrampicata.

Sono pienamente conquistato dall’entusiasmo di vivere in uno scenario grandioso.

Pareti strapiombanti e guglie altissime dalle forme bizzarre mi schiudono le porte di una dimensione particolare, dove percepisco  l’equilibrio, l’armonia e l’irresistibile fascino della Natura.  E’come se un delicato arcobaleno mi trascinasse in un mondo diverso, filtrato dalla magia di tutti i colori dell’iride, e me lo offrisse, per il breve tempo della sua esistenza.

Adesso la fessura si allarga di molto e per proseguire mi metto in spaccata in uno scuro, profondo camino, che, per pavimento e…soffitto, ha due grossi massi sospesi e bloccati nella loro caduta dalle strette pareti verticali del monte.

…Il che sarebbe stato divertente, ma… la pietra è completamente bagnata da un rigagnolo d’acqua alimentato dalle piogge dei giorni precedenti.

 Aggrappato ad appigli e sospeso su appoggi viscidi e insicuri, non mi diverto per niente a tentare di ripetere (malamente) le posizioni plastiche che hanno reso famosissima l’immagine in bianco e nero del nostro grande Emilio Comici,

Fuori dal camino, però, ad accogliermi, c’è il meraviglioso e soffice tepore del sole che risplende nel cielo “profondo blu”, senza una nuvola.

 La lunga fessura diedro è finita. Mi alzo su un’ampia cengia che fa da splendida terrazza aperta sullo splendore delle Dolomiti, con accanto i due tedesco-canadesi a cui passiamo finalmente avanti perché non ne possiamo proprio più.

Il più anziano è lungo disteso per terra, esausto, per la faticaccia appena finita. Il giovane vedendoci perplessi mi chiede: “Quanti anni hai ?” Cinquantadue” – gli ho rispondo. Ribatte: “il mio compagno di cordata ne ha 20 più di te”… Accidenti!!! Enrico ed io rimaniamo senza parole. L’interessato, allora, incomincia a elargire “gocce di sapienza”, sulla filosofia del“Carpe diem “, per cui “bisogna vivere con pienezza ogni giorno ed apprezzare la vita sempre, vincendo le difficoltà, anche quelle legate all’età che avanza…”

… Un lampo di speranza guizza nei miei pensieri: forse la “terza età” non esiste! “Sono ancora in tempo per la Comici, allora” – dico ad Enrico – che, di risposta, mi lancia un’eloquente occhiataccia.

Per raggiungere la vasta e “vera” cengia circolare della Cima Grande ci sono ancora due tiri di corda. Là incontriamo quattro polacchi che avevano terminato (appunto) la “Comici”: sono vestiti di tutto punto, griffati, e uno porta degli occhialini avvolgenti da corso di Cortina… eeh , come cambiano i tempi! In quel momento, a ben vedere il “polacco” sono senz’altro io, con i pantaloni stropicciati e un po’ strappati, la maglietta di cotone blu e le pedule  sformate… Panta rei!

 

 

 
 
 
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