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Non chiamateci più Squaw

Post n°72 pubblicato il 30 Gennaio 2008 da hunkapi.genova

Tratto da: http://www.ecologiasociale.org/

Articolo di Vittorio Zucconi

Erano le prime a essere massacrate e ora sono le ultime a ribellarsi contro l´uomo bianco che le umiliò e le violentò nel corpo e nello spirito. Dai casinò che hanno ormai sostituito i «tipì» e i bisonti nella grande prateria, scendono in guerra le donne indiane e dissotterrano un´arma infinitamente più formidabile delle asce: la parola. Questa volte sono le donne di Nuvola Rossa, di Cavallo Pazzo, di Capo Osceola, di Geronimo, a battersi. Le squaw sono in rivolta contro la parola squaw perché sanno che nelle parole sta il potere, e nei nomi che i forti appiccicano ai più deboli sta la manifestazione della loro oppressione. Si sono stancate di essere conosciute come squaw, un´espressione che nei primi capoverso di un giornale per famiglie non si può neppure tradurre. Anche se gli studiosi di lingue e dialetti originali dei nativi dissentono e dibattono sul significato e sull´etimologia, nell´accezione comune dare a una donna della squaw significa riferirsi ai suoi genitali. Provate con la moglie, la collega, la sorella o la compagna per vedere come reagirebbe, anche senza essere una Navajo, una Lakota o una Cherokee. La «rivolta delle squaw» contro la parola divenuta parolaccia è più della solita battaglia per la political correctness, per quella, spesso stucchevole, semantica dell´eufemismo che ha vietato da tempo, almeno in pubblico, l´uso di epiteti come negroe per gli afro-americani, mick per gli irlandesi, spic per gli ispanici, raghead o camel fucker, testa di stracci e amatore di cammelli per gli arabi, wop. da «senza documenti» o greaseball, palla di brillantina unta, per gli italiani. Le 55 fra nazioni e tribù americane, guidate dalle attiviste dei «Coeur d´Alene» nell´Idaho (altro nome affibbiato dai primi avventurieri francesi), che chiedono di cancellare questo insulto alle femmine sono parte di una lunga marcia che da ormai oltre un secolo cerca di ripercorrere alla rovescia quel «sentieri delle lacrime» e delle umiliazioni che i conquistatori bianchi inflissero ai «selvaggi».
Squaw, ora che i fanciulli hanno certamente smesso di leggere questa corrispondenza ammesso che l´abbiano mai cominciata lo possiamo tradurre, è considerato l´equivalente di fighetta. Invano i linguisti come Ivan Goddard della New Mexico University che ha dedicato la vita a studiare centinaia di linguaggi nativi, si ingegnano a spiegare che questa parola, probabilmente originaria tra gli Algonquin nella forma di «ethskeewa», significa semplicemente femmina, al massimo ragazza, e non aveva tra di loro nessun connotato dispregiativo. Nella sua forma distorta e fonetica, appunto «squaw», fu adottata avidamente dai primi cacciatori bianchi, dai coloni, dai mercanti, dai soldati, che le diedero il significato che oggi porta: quello di un semplice oggetto dei loro desideri. Tra le nazioni dell´Ovest, come i Lakota, gli Cheyenne, i Corvi, gli Arapaho, che parlavano lingue diverse dagli Indiani dell´Est e del Nord, come gli Algonquin o i Mohwak, il grido di Squaw! Squaw! lanciato dai conquistatori eccitati all´assalto delle donne urlanti negli accampamenti fu addirittura collegato al sesso opposto, ai genitali maschili, brandito nell´inseguimento delle vittime.
Le disquisizioni linguistiche, pure rispettabili, valgono nulla di fronte alla sensibilità di chi considera la parola un´offesa. Riferirsi a una signora italiana come una puttana non passerebbe liscio neppure rammentandole l´origine perfettamente innocua in «putto» e «putta» né migliore accoglienza avrebbe mignotta, prodotta dal generico «madre ignota», abbreviato in «m. ignota» nei registri parrocchiali per i trovatelli. Le parole valgono per il suono che esse hanno nelle orecchie di chi le ascolta e per le intenzioni sulla bocca di chi le pronuncia. Per questo, ben sapendo che cosa avevano in mente i was´ichu, i bianchi quando gridavano «squaw», le 55 tribù, oggi ben finanziate dai proventi dei casinò aperti nelle riserve e nei territori non sottoposti alla giurisdizione federale, vogliono cancellare la parola dalla toponomastica che l´ha immortalata in valli, picchi e terre del West.
Ci sono, secondo lo «NGB», l´Ufficio Geografico Nazionale di Washington, almeno 800 località con il nome di «squaw», dalla celebre Squaw Valley nello Utah, scelta per il giochi olimpici invernali offendendo gli Ute, gli indiani della regione, ai molti Squaw Peaks, che suonano tanto carini nelle guide turistiche, fino a quando non li si ripensano come «le vette delle vagine», per dirla appunto eufemisticamente. Via dunque i monti della «Big Squaw», la mignottona, nel Maine, il «Picco della Squaw» in Arizona, il «Torrente della Squaw» nel Missouri, i «Giardini della Squaw» in Oregon, il «Campo da Golf della Squaw» in Texas. «Forse l´intenzione di chi usò quei nomi era di onorare le donne native» ha tentato l´ufficio geografico nazionale, ma le «squaw» non ci sono cadute. «Mantenere l´uso di quel che nome che ci offende e che tutti sappiamo benissimo a cosa allude, dopo avere bandito altri epiteti come nigger o jap o gooks riferiti a neri e asiatici, significa soltanto riconfermare la storia e la condizione di inferiorità e di oppressione di tutti i nativi» ha sentenziato Ruby Bernal, la signora che rappresenta gli Shoshone. La risposta del governo dell´uomo bianco, del was´ichu, di «colui che si ruba il grasso» come vorrebbe la traduzione letterale, è un classico: è stata nominata una commissione per studiare il problema, mentre altri indiani continuano a battersi per cambiare i nomi più offensivi anche di squadre famose di football, come i «Pellerossa» di Washington. Ma per ora neppure gli attivisti dell´Idaho sembrano voler cambiare il nome che i francesi affibbiarono a loro, quando li ribattezzarono «Coeur d´Alene», che voleva significare «cuor di strega», per la loro ostilità, la loro diabolica astuzia di trafficanti e la fiera resistenza delle loro donne alle avance dei bianchi. Meglio strega che puttana, ovviamente.

 
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