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« Tratto dal SecoloXIX - O...Il Massacro del Sand Creek »

Il massacro di Sand Creek

Post n°78 pubblicato il 30 Gennaio 2008 da hunkapi.genova
 

tratto da: http://www.piazzaliberazione.it/z/05/ingrao.html di Antonio Ingrao

E’ sempre difficile parlare di un massacro.

Quello che avvenne nell’accampamento di pellerossa Cheyenne e Arapaho lungo le rive del fiume Sand Creek, nel Colorado, in quella grigia alba del 29 novembre 1864 fu un orribile massacro, un massacro che a distanza di quasi 140 anni ancora pesa sulla coscienza umana, meglio sarebbe dire sulla coscienza dei governi americani e di quella nazione intera, pesa tanto sulla coscienza americana che nell’ottobre del 2000 il Congresso degli Stati Uniti, per quella orribile carneficina, fu costretto a chiedere scusa al popolo degli indiani d'America.
Da allora a oggi, con incredibile continuità, i massacri e le carneficine non sono cessati, sono cambiati i governi statunitensi i nomi dei presidenti ma la logica  “dell’uccidere i pidocchi e le loro lendini”, la logica del colonnello John Chivington il massacratore di Sand Creek, che così si era espresso nel 1864 in un comizio per la sua candidatura al Congresso americano, non cambia.
L’autore del massacro di Sand Creek aveva dichiarato che "Le lendini fanno pidocchi" gli indiani erano i pidocchi e i loro figli le lendini, e “l'unico modo di liberarsi dai pidocchi era uccidere anche le lendini", questa logica, dicevo, sembra non esser mutata nel corso del tempo anzi si è rafforzata divenendo prassi consolidata.
Quella pervicace ideologia accomuna Sand Creek, Marias river, Washita, Wounded Knee,  con i massacri nei villaggi vietnamiti, con le migliaia di morti uccisi dal napalm e dai defolianti sganciato sulle terre Vietnamite e Cambogiane, accomuna le migliaia di morti sotto i bombardamenti aerei contro i civili a Panama City, Kabul e Baghdad.
Un lungo fiume di sangue, senza foce.
Allora, in quella grigia alba del 29 novembre 1864 lungo le rive del fiume Sand Creek, l'uomo che serrava nella mano la falce della morte si chiamava  John Chivington, comandante di quel 30° reggimento volontari del Colorado composto in maggior parte dalla feccia dell’umanità, la schiuma fetida e nera, il rigurgito lercio e sanguinolento di quell’America razziatrice di fine ottocento.
Quella mano da ex predicatore metodista e la sua fiumana di uomini armati di fucili, baionette e coltellacci da scuoia spaccarono il cranio ai bambini pellerossa addormentati nei caliginosi tepee, squarciarono il ventre a donne inermi trafissero il petto dei pochi uomini Cheyenne e Arapaho ed infine scotennarono i morti.
Per non esorcizzare nel ricordo o nell'oblio gli orrori è necessario, però, andare a cercare anche le responsabilità più ampie di quello e di tutti gli altri massacri: anche una parte del popolo statunitense ha il suo carico di colpe, si perché la colpa non è sola dei governi nord-americani ma anche quella di una parte di popolo di quella che è più la grande e forte nazione mondiale, una parte di popolo che per egoismo e paura di perdere privilegi e benessere non alza la testa per vedere questa lunga scia fatta di sangue e cadaveri o forse quella scia di orrori la vede, vede chi in suo nome vibra colpi micidiali, distruttori, terrificanti ma la vista di questi orrori è annebbiata dal verde scuro e ammaliante dei dollari.
Ma da questa pletora di compiacenti ci sentiamo di escludere l’altra parte di nazione americana costituita dalle migliaia e migliaia di donne e uomini che hanno riempito le strade di New York, Detroit, Los Angeles, San Francisco con manifestazioni collettive e marce della pace lasciando sui marciapiedi e sull'asfalto morti e feriti ma che continuano a lottare e protestare, da sempre, contro tutti i governi esportatori di "democrazia" e "civiltà".

 
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