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L'AIUTATORE

Post n°9 pubblicato il 28 Marzo 2008 da jeffb0
 
Tag: inediti
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La sola patria possibile. L’ho sempre chiamata così. Anche quando ero piccolo, quando le mie parole erano fatte di pensieri e i miei genitori mi trascinavano lungo le strade della mia infanzia itinerante. Quella delle due torri, la conoscerete sicuramente anche voi. Bello arrotondarne di nuovo le sonorità sulla lingua. Peccato soltanto che nessuno mi possa sentire. Certo potrei uscire e gridarlo ai quattro venti, ma chi mi risponderebbe, i gabbiani? Ah, lasciamo perdere. Per ora mi basterà accompagnare la mia pazzia ad un Lagavoulin di trent’anni, che ha preso il posto del Famous Grouse, talmente beverino che ormai me lo scolo anche a pasto. A questo e al pesce alla griglia, seppie calamari un po’ di coda di rospo. Sì me la tratto bene, dopotutto. Almeno questo me lo posso permettere. Una delle poche consolazioni che si possono concedere ad uno come me. Un senza casta. Un paria. Un messo al bando, all’indice, al confino. Il novecento aveva coniato un aggettivo splendido, apolide, per bollare i non graditi ai propri paesi di origine, tramutando in dono una condanna. Un’illusione fonetica, niente più. Ora invece la realtà, solo quella. Siamo diventati improvvisamente ineccepibili e pragmatici, degli esempi per i posteri. I fatti ci circondano, vengono invocati, inseguiti, bramati, ricalcati. Ma alla fine anche noi siamo piccole bolle di sapone in attesa di scoppiare.

 

 

Mi chiamo Giulio Scapoli, e sono un imprenditore.  O quanto meno lo ero. Non so se la mia vita si possa definire interessante, forse no. Certo ho conosciuto più stagioni buone che cattive, ma sicuramente non sono stato un vincente, né un personaggio da copertina, uno di quelli di cui le madri andrebbero fiere. No, non credo proprio. La mia vita non è stata coronata dal successo, anzi, credo che per molti aspetti sia da considerare un fallimento. Ma non mi importa molto, o quantomeno non ora. Certo nella logica del mondo di oggi, nel fatto che ogni idiota patentato si possa ricavare la sua occasione di successo, altro che cinque minuti di celebrità, (ahimè lo riesco a vedere anche da qui, non vi preoccupate, non esistono soltanto nodi ed andature, ho anche la tv) tutto questo è perfettamente logico, ma non volevo lamentarmi, questo mai. Ci ho provato. Inconsciamente non ho mai smesso. Stupidamente, testardamente non sono mai riuscito a smettere di sbattere la testa contro i muri tentando di abbatterli. Anche se alla fine ho dovuto soccombere. Ma non importa.

 

 

Sono nato da una famiglia benestante, nella bella casa che possedevamo sui colli si covavano sogni di grandezza talmente cristallini da risultare scontati. Mio padre si era costruito una fortuna con il commercio, era stato uno dei primi a credere che i frutti tropicali avessero un mercato anche in Italia. Io lo rispettavo e lo adoravo, e devo dire la verità, non ho mai cambiato drasticamente opinione su di lui. Nemmeno impastoiato nella sabbiosa ribellione dell’adolescenza. Lo vedevo come un modello, un grande modello da imitare. Come lo faceva lui il commercio diventava una sottile arte sociologica, un complesso meccanismo di interpretazione dei bisogni voluttuari delle persone. Non lo vedevo come un venditore di fumo, questo mai, ma come una specie di mago, un soddisfattore di bisogni. Devo dire che tutto quello che mi insegnò ebbe una grande influenza su di me, equilibrò il mio carattere impulsivo con il metodo, un regime fatto di dedizione e di passione, un vero codice morale. Quel poco che ho fatto lo devo tutto a lui, non ho paura ad ammetterlo. Uno, nessuno e soprattutto centomila. Ora quello che è successo non importa, non sono stato compreso ma non poteva essere diversamente. Sono stato dato in pasto ai mass media e non poteva andare diversamente. Sono stato colpito e messo al bando e non poteva andare diversamente. Ma ho ben chiaro da dove provengo, chi sono, le mie radici, questo non me lo leverà mai nessuno. Lo dico con orgoglio. Un giorno forse ritornerò, non posso escluderlo, ma in questo momento non so dire né come né quando, dipende da molte cose. Potrei tornare e nascondermi, ho tanti amici ovunque, potrei fare quello che voglio come e quando voglio. Ma non è questo il modo. Quando tornerò sarà per restare, per restare con orgoglio. E obbligherò la gente a capire. Lo farò. Dovessi spiegarlo ad ogni passante che incontro per strada, anche con i pugni, se mai mi capiterà di scendere da questa cazzo di bagnarola da un miliardo e mezzo. Scusate la metafora. Non sono arrabbiato, non questo, o almeno non più. Mi sono sentito un fallito, come chiunque sogni di fare cedere i pilastri della convivenza umana senza riuscirci, ma ora è diverso. Quello era il passato, mentre adesso ho voltato pagina, mi sono gettato a capofitto verso il futuro. Il passato è ancora troppo duro da affrontare. Quanto a me, sono stato consigliere, ho costruito sogni e soprattutto ho aiutato a costruirne, ho portato le persone a trovare la loro strada, quello che realmente volevano nella vita. E per cosa? Per niente. Ho vissuto una vita che qualcuno potrebbe definire agiata, in uno spazioso e raffinato appartamento nel centro storico della città, ho sempre avuto molti amici e svolto un lavoro che nonostante sia stato costretto a tenere nella segretezza si sarebbe potuto definire benefico. E per cosa? Per niente. Perché alla fine tra i tappeti persiani, nei quadri d’autore appesi alle pareti, nella luminosità del parquet della mia vecchia casa, non esisteva la benché minima traccia della mia vita, di quella che avrei dovuto vivere anziché perdermi in quelle degli altri. Ecco il perché quando mi trovo in solitudine a ragionare delle mie cose in fondo al cuore non posso evitare di pensare di avere sbagliato tutto; Anche se mi solleva il pensiero di avere seguito il mio destino, nonostante a pochi uomini sia data la possibilità di scegliere. Siamo sempre affondati in un presente e in un futuro imperscrutabili, e i nostri passi all'interno del quotidiano sono irrimediabilmente goffi.

 

 

La saggezza degli anni, sì, bella favola. La rassegnazione, questo sicuramente. Sono diventato adulto con la certezza di non avere altro obiettivo che il successo, il raggiungimento di tutti i traguardi che io e i miei genitori immaginavamo per il mio futuro, ma non ho ottenuto che rassegnazione e porte sbattute in faccia. Sono diventato imprenditore, ho costruito case per curiosità, per voglia di sfidare le convenzioni e dare, o realizzare, sogni attraverso le persone. Ma non mi bastava. Alla fine quella era soltanto una via di accesso, una scala ad un disegno più grande, a qualcosa che avevo dentro da sempre. La cosa buffa è che non ho mai contemplato l’eventualità che nessuno avrebbe capito. Santo cielo, ma che razza di sconsiderata fiducia in me stesso dovevo avere? Il mio obiettivo era di realizzare i miei sogni e insieme quelli degli altri, il mio sogno era che un giorno qualcuno mi potesse arrivare alle spalle e, prendendomi sottobraccio, dirmi “sai che mi hai aiutato veramente? Che mi hai aiutato a trovare la mia strada? Non lo dimenticherò. Non lo dimenticherò mai”. Chissà se capiterà davvero. Scoprirei che almeno per quell’istante, per quel momento non ho vissuto invano.

 

Questa è la mia escatologia. Quella che ora condivido con vento, terra, cielo e i gabbiani. Ma se ci penso davvero, e ne ho tutto il tempo, non poteva che andare così. Solo la mia ingenuità mi ha fatto credere il contrario. E allora tutto ha senso, e sono soltanto io che devo riannodare il percorso, perché una rinnovata forza di ricominciare scaturisca proprio da qui, dal nulla. Lo so, farei meglio a godermi il cielo e il mare, il sole, non perdere tempo in ricerche che non mi porterebbero da nessuna parte, ma non posso fare altrimenti. E allora avanti, miei prodi, senza paura. Verso la parte di terreno dove, come dicevano i miei compagni al campo, l’erba è appena un po’ più alta. Solo perché ci arriva chi ci crede.

 

Chi ci crede fino in fondo.

 

 

 

 
 
 
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