C’è stato un tempo in cui stentavo a trovare un senso per quello che facevo, un tempo in cui niente mi appagava, in cui la mia stessa vita non mi soddisfaceva. Eppure credevo nella possibilità di ricomporre gli strappi, credevo che un rimedio si potesse comunque trovare.
Adesso invece ho smesso di pensarlo, soprattutto perché gli unici problemi che una persona si può creare nascono dalla pretesa di interrogarsi sulle motivazioni delle scelte che si fanno, e finché le cose andranno avanti così sarà difficile trovare un’armonia. È successo anche a me, finché mi sono lasciato portare dall’ingranaggio, facendo il mio dovere e ignorando le conseguenze delle mie azioni tutto è andato bene, ma quando ho tentato di prendere in mano il mio destino le cose hanno incominciato a cadere a rotoli, una dopo l’altra.
Sono arrivato fino in fondo, fino alla fine della corsa, poi improvvisamente ho preso a risalire. Non so il perché. Né della caduta né della ripresa. Ma non rinnego niente, credo sia più importante mantenere una coerenza nelle proprie azioni, la costanza di una linea di condotta, piuttosto che fare lo sforzo di soffocare il proprio orgoglio e ritrattare. Non è tipico di questo tempo, ma forse proprio per questo lo preferisco.
Per mesi ho cercato una soluzione, ma la sola cosa che sono riuscito a fare è stato di partire, di allontanarmi dalla mia vita per qualche giorno, per prendermi una pausa di riflessione. Immagino l’abbia fatto per capire meglio certe cose, conservando l’illusione che scriverne, parlarne potesse farmi bene. Ma in fondo credo ci si trovi sempre all’esordio, in ogni fase della propria vita. È naturale che sia così.
Il mondo non si è soltanto fermato, il mondo non esiste più, il mondo si sta annullando in una spirale di egoismo che non sembra avere fine. E la colpa è soltanto nostra, perché siamo noi che stabiliamo i rapporti, le relazioni da intrattenere con i nostri simili, le basi su cui si fonda l’amministrazione di questo bene impersonale chiamato convivenza. Eppure, nonostante tutto, io non ho mai perso la fiducia. Forse perché so che non è sempre andata così. Mi sbaglierò, ma mi sembra di conservare la memoria di un tempo, quello dei miei genitori, o forse semplicemente quello della mia infanzia, dove le esigenze non soffocavano la cordialità, la vicinanza tra le persone. Magari si tratterà di capire se il mio sia un ricorso al passato per cercare un’ancora di salvezza, oppure se le cose stessero realmente così. Non saprei dirlo con certezza. Né sarebbe di qualche aiuto.
La mia generazione è stata obbligata a crescere in uno periodo difficile, un periodo nel quale ogni pretesa nei nostri confronti si amplificava a dismisura, in un periodo dove distruggere è sempre risultato più facile. Non abbiamo potuto far leva su di un’epopea di eroismo personale, una mitologia collettiva come quelle del passato per fare attecchire la nostra credibilità, la nostra esigenza di rispetto; Ed è stato meglio così. Ma di fatto abbiamo ereditato soltanto obblighi, necessità di mettere in pratica ciò che gli altri sognavano per il nostro bene, senza la possibilità di decidere autonomamente del nostro destino.
Non faccio fatica a dire che da quando tutto è stato fatto, da quando tutto è stato costruito, essere nuovi, cercare nuove strade, costruirsi come persone, è diventato quanto mai difficile. Forse è diventata la cosa più difficile. E non credo che la prospettiva migliorerà.
In un periodo della mia vita mi sono sentito in perfetta armonia con le persone che avevo accanto, in un altro talmente lontano da pensare di essere capitato quaggiù per sbaglio, sulle ali di un destino giocoso e spietato. L’ho odiato. Ho odiato la distanza perché non ha mai fatto parte del mio carattere. Convivo da sempre con una solida differenza, questo è certo, una differenza che ho dovuto assecondare e che forse mi ha precluso soddisfazioni legittime, ma questo lo posso accettare; Credo faccia parte del gioco. Il rifiuto, invece, puzza troppo di sconfitta. E in questo campo riuscire a giocarsi la partita ha troppa importanza. Almeno per me.
Quando ho deciso di partire, quindi, l’ho fatto esclusivamente per me stesso, per trovare una soluzione allo sfasamento che avvertivo. Per questo ho scelto di visitare soltanto i posti conosciuti, gli stessi che ho frequentato fin dalla mia infanzia, quelli che hanno sempre significato casa, comunque e dovunque mi trovassi. È stato un passo necessario, perché troppo spesso la foga e la frenesia impediscono di vedere quello che si dovrebbe vedere, di sentire un contatto, un’affezione per la strada che si sta percorrendo; O semplicemente di alzare la testa per guardarsi attorno. A me è servito comunque, certo esisteranno sempre realtà che non accetterò, altre che combatterò con tutte le mie forze, ma forse proprio per questo parlarne può essere utile.
Mi è risultato facile scriverne, penso, senza la pretesa di estrarne un codice di verità assolute, perché è il mio modo di vedere le cose con più chiarezza, di interpretarle. Di capirle. Non so se questo metodo possa valere per tutti, ma di fatto io sono riuscito a ritrovare ciò che avevo perso soltanto così. Per capire che siamo tutti simili in questa ricerca di equilibrio, e costantemente smarriti, all’inseguimento di conferme, e che è necessario sentirsi vicini, uniti, anche adesso, anche se sto scrivendo in una stanza fredda, vuota, isolata. So che intorno scorre la vita, ed è importante, perché vuol dire che sono vivo anch’io. E finalmente sono pronto ad accettarlo.
Inviato da: jeffb0
il 21/05/2008 alle 17:49
Inviato da: paolaaa_86
il 21/05/2008 alle 15:42
Inviato da: jeffb0
il 20/05/2008 alle 12:01
Inviato da: fatamorgana1976
il 20/05/2008 alle 11:34
Inviato da: jeffb0
il 17/03/2008 alle 16:45