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SvanireNel paese in cui vivevo da bambino c'era una vecchietta. Era chiamata da tutti "la strega". Circolavano storie e leggende sul suo conto. Si diceva che mangiasse il cibo dei suoi duecento gatti. Forse i gatti erano trecento. Si diceva che vivesse in una casa diroccata lungo il fiume con tutte le finestre sprangate per paura della luce. C'era chi ci aveva raccontato di averla vista la notte mentre dava la caccia ai topi con i suoi trecento gatti. O forse erano quattrocento gatti. C'era chi giurava di essere stato picchiato da quella vecchietta in una notte di luna piena. I ragazzi del paese la canzonavano quando passava. Le gridavano che era una strega e che doveva ritornare da dove era venuta. Le gridavano che puzzava di fogna. Ma lei sembrava non curarsi di tutte quelle persone e degli insulti che le indirizzavano. Camminava tenendo la testa bassa, obbligata a farlo dalla gobba che i suoi duecento anni d'età avevano fatto uscire sulla sua schiena. Aveva una borsa di pelle nera, una di quelle che andavano tantissimi anni fa con i manici corti e scoloriti dal tempo. Indossava quasi sempre un vestito grigio con dei disegni azzurri. Capelli raccolti ed ordinati sopra la testa, calze e scarpe di pelle nere deformate dai suoi piedi artritici. Un giorno vidi che teneva un fazzoletto bianco nella manica destra del vestito, come usavano le signore "bene" di un tempo. Mi chiesi a cose le potesse servire, visto che un essere così spregevole sicuramente non avrebbe mai potuto piangere o sentire il bisogno di soffiarsi il naso come fanno tutti. Ne avevo sentite di tutti i colori su quella vecchietta. E fui particolarmente incuriosito quel giorno in cui la notai mentre si dirigeva al cimitero con un pacchetto di carta nella mano sinistra. Pensai che andasse a caccia di topi o cose del genere e decisi di seguirla. Lei camminava lentamente senza accorgersi che la seguivo, poi si fermò davanti ad una di quelle vecchie lapidi di pietra nella parte nuova del cimitero. Rimasi a guardare i movimenti lenti del rituale che compì. Andò verso la fontanella, riempì una delle bottiglie di ammorbidente vuote che penzolavano sulla rastrelliera accanto al muro, si diresse di nuovo verso la lapide, appoggiò la bottiglia di ammorbidente a terra, prese il fagottino di carta che prima teneva nella mano sinistra e lo aprì. Dentro c'erano dei fiori. Prese quelli che erano dentro al vaso davanti alla lapide, si diresse lenta verso il cesto dell'immondizia e li buttò dentro. Tornò alla lapide, sistemò i fiori freschi dentro al vaso e lo riempì d'acqua facendo attenzione a non versare nemmeno una goccia d'acqua sul tumulo di terra. Poi si inginocchio a fatica ed iniziò a pregare. Quando finì la vidi rialzarsi e sorridere. Accarezzò la foto e se ne andò lentamente. La curiosità di vedere chi c'era sotto quella montagnola di terra fu enorme. "Amerigo Fortin N. 18/09/42 M. 11/03/71 La tua mamma Margherita ti ha sempre nel suo cuore". Ventinove anni. Allora pensai che era vecchio. Adesso direi che era più giovane di me. Lei, la strega, doveva essere sua madre. Più tardi negli anni scoprii molte cose su quella vecchietta. Scoprii che era stata sposata con un bel ragazzo che era morto al fronte due mesi prima della fine della guerra. Scoprii che, da giovane era bellissima e che aveva fatto anche la ballerina di fila alla Fenice. Scoprii che morì sola e canzonata da tutto il paese. E scoprii che a lei non importava un granchè di essere povera, di avere perso tutte le persone che aveva amato e di essere presa in giro da tutti. Scoprii che non aveva più parlato con nessuno da una decina d'anni prima del giorno in cui morì in silenzio. Scoprii che riusciva ancora a sorridere. Scoprii che Margherita avrebbe avuto tanto da dire, se qualcuno l'avesse voluta ascoltare ancora. Ma a lei adesso non importa più.
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il 23/03/2008 alle 11:35
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