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Post N° 279

Post n°279 pubblicato il 17 Dicembre 2008 da gc.5frondi

Orario di lavoro, in 20mila sfilano a Strasburgo contro la crisi liberista


di Fabio Sebastiani

 

su Liberazione del 17/12/2008



Migliaia di manifestanti,
15-20.000 secondo gli organizzatori, (quattromila secondo la polizia!),
hanno sfilato ieri per le strade di Strasburgo per protestare contro la
proposta di direttiva che consente di lavorare fino a 65 ore alla
settimana. La proposta sarà messa in votazione oggi al Parlamento
europeo. Lavoratori e sindacalisti sono arrivati da numerosi paesi
d'Europa per partecipare a un corteo allegro e colorato. Dall'Italia
circa un migliaio di persone. Tra gli altri anche una delegazione
proveniente dalla Serbia, che ha sfilato sotto lo slogan "No alle 65
ore, no a orari più lunghi, sì a condizioni di lavoro decenti". Tanti
portoghesi e tanti spagnoli. Un po' meno i tedeschi, che pure stanno a
due passi da Strasburgo. Difficile sfuggire alla suggestione che
proprio il tema dell'orario di lavoro rappresenta uno dei temi
fondamentali del movimento sindacale europeo e mondiale, sul quale si
sono fatte lotte molto importanti e drammatiche.
«Una grande
manifestazione per dire no alle 65 ore, e soprattutto per dire ciò che
il presidente Nicolas Sarkozy oggi (ieri, ndr) ha del tutto dimenticato
nel suo discorso al Parlamento europeo, e cioè che il lavoro deve
tornare ad essere al centro dell'Europa», ha affermato Roberto
Musacchio, europarlamentare del Prc, che ha partecipato alla
manifestazione insieme a vari altri europarlamentari. Per Ugo Boghetta,
responsabile Lavoro del Prc, la direttiva europea è in contraddizione
con l'attuale fase storica «perché tira in ballo strumenti liberisti
classici in un momento in cui proprio quel liberismo ha fallito. Quello
di cui ci sarebbe bisogno per uscire dalla crisi - ha aggiunto - è
proprio una redistribuzione del lavoro e quindi una diminuzione degli
orari di lavoro».
L'aula del Parlamento europeo dovrà decidere, in
seconda lettura, se dare seguito alle indicazioni della commissione
Occupazione e affari sociali che ha chiesto di limitare il tempo di
lavoro a 48 ore settimanali, respingendo la possibilità per gli stati
Ue di ottenere l'opt out per derogare da questo tetto, così come
previsto dal compresso faticosamente raggiunto dai ventisette.
La
commissione Occupazione e affari sociali del Parlamento europeo aveva
approvato il 5 novembre scorso, con 35 voti a favore, 13 contrari e 2
astensioni, la relazione presentata da Alejandro Cercas (ieri presente
sul palco) manifestando in tal modo un forte disaccordo con la
posizione espressa dal Consiglio il 9 giugno scorso. Il testo del
Consiglio generalizza la facoltà dei lavoratori di ricorrere
all'opt-out e non considera come tempo di lavoro quello speso durante
un periodo di guardia inattiva.
Per confermare in plenaria gli
emendamenti approvati della Commissione del Parlamento c'è bisogno
della maggioranza assoluta (393 voti a favore su 785). Se nel voto di
oggi i deputati confermeranno la risoluzione della commissione
Occupazione e affari sociali dovrà essere convocato il Comitato di
conciliazione per trovare un accordo tra Parlamento e Consiglio
europeo. «Non ho la palla di cristallo - ha affermato Cercas nel corso
della conferenza stampa che si è svolta poco prima della partenza del
corteo - ma credo che avremo una maggioranza sufficiente per fermare la
proposta almeno per quanto riguarda il conteggio dei periodi di guardia
nell'orario di lavoro». «Solo con l'approvazione di un emendamento si
riapre la precedura della conciliazione col Consiglio», ha sottolineato
l'europarlamentare, secondo il quale è aperta anche la partita sul
raggiungimento del quorum necessario per bocciare la proposta del
Consiglio sull'opt out. «Politicamente il Parlamento europeo boccerà la
proposta del Consiglio. L'unica incognita è se riusciremo a superare la
soglia di 393 voti», ha concluso Cercas.
«La campagna vuole
combattere la crisi dando priorità all'impiego - sottolinea la Ces in
un comunicato - ai salari e ai diritti dei lavoratori». «Nel momento in
cui cresce la recessione e l'orizzonte della disoccupazione aumenta -
si legge ancora - i lavoratori hanno bisogno di più diritti».

 
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