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Ad Haiti, troppe tende che ora non servono e la mancanza di un piano

Post n°1545 pubblicato il 21 Aprile 2010 da kudablog
 

Dicevo ieri che i militari si preparano a lasciare Haiti, certo, nessuno vuole trovarsi là quando arriveranno le grandi piogge e gli uragani. Questa qui sotto, per dare un'idea è la mappa delle tempeste tropicali e degli uragani del 2008

mappa uragani golfo del messico caraibi 2008

A Port-ua-Prince si sono registrati più di 230.000 mila morti ed oltre un milione di persone sono senza casa. Le Nazioni Unite hanno distribuito, secondo i giornali statunitensi, circa 7.000 tende famigliari una soluzione a breve termine. Ora ne stanno arrivando altre, ma a tre mesi e passa del sisma non si può pensare che la gente sia rimasta tutto questo tempo senza un tetto.
Gli abitanti di Port-au-Prince, come hanno fatto per decenni, hanno preso in mano la loro situazione, senza aspettare le grandi agenzie internazionali, e si sono messi a scavare tra le macerie per recuperare un pezzo di legno o di lamiera e si sono ricostruiti le loro baracche per prepararsi a far fronte alle piogge primaverili. I governanti, dopo aver litigato su chi dovesse avere il comando della ricostruizione ad Haiti, adesso si accorgono di ciò che è avvenuto e sono preoccupati del fatto che le baracche temporanee possano diventare delle baraccopoli permanenti. Illustri urbanisti spiegano come si debba procedere allo sgombero di queste per poter rimuovere le macerie e costruire in nuovi quartieri della città, e che quindi bisogna convincere gli occupanti ad andarsene, magari nelle tende ONU in arrivo.
Ma c'è un piccolo, irrilevante, problema. Le tende, molto probabilmente non reggeranno alle piogge primaverili o agli urgani di agosto-settembre. LE case improvvisate invece sì. Ad affermarlo è stato Mark Turner, portavoce dell'Ufficio internazionale delle migrazioni, che han aggiunto: "La durata di conservazione di una tenda è di sei mesi a un anno, quando la ricostruzione di Port-au-Prince sarà di cinque, sette o 10 anni".

Qui, nel video, un servizio della CNN andato in onda una settimana fa in cui i fotoreporter spiegano come la gente stia rifiutando il trasferimento.

Le ragioni sono ovvie, stanno chiedendo ai terremotati di abbandonare una casa di fortuna per andare in una tenda, stanno lasciando i pochi beni che sono riusciti a recuperare, un tetto di lamiera, una parete di legno. Si stanno, per la seconda volta in tre mesi, distruggendo le reti sociali di vicinato, quelle relazioni di mutuo sostegno che hanno permesso la sopravvivenza in questi mesi terribili, ma soprattutto si prospetta loro un tempo di anni di vita in campi profughi dove, la storia lo insegna, le persone sono poco più che reclusi, dipendenti dalle distribuzioni di cibo delle ONG e impossibilitati a ricostruirsi una vita.

Senza dimenticare che nelle baracche la gente, oltre a viverci, ci lavora.

Cosa si dovrebbe fare, allora, fornire alla popolazione materiali per costruirsi degli alloggi di transizione: lamiera, legno, corde, chiodi... che possa essere migliorato con il tempo ed eventualmente smontato e rimontato. Individuare piccole aree molto vicine alle zone in cui sorgono le attuali case ricostruite, permettere il dislocamento di interi isolati, garantire una logistica di movimento (le nuove aree non possono essere a chilometri dalla città, come alcune tendopoli) e procedere per piccoli passi, ricostruendo e bonificando con l'aiuto della popolazione, decidendo con essa la destinazione delle aree.

Certo, le tende stipate nei magazzini occidentali dovranno attendere, d'altra parte non esiste uno soluzione che va bene dal deserto ai caraibi. E se la curva di attenzione rispetto ad Haiti, nel nostro paese, tornasse a crescere, non sarebbe certo un male.

 
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