**TEST**
Creato da LadyBella87 il 01/05/2009
 

Bella&Edward

Una storia D'Amore Pericolosa e Romantica

 

 

Eternamente

Post n°7 pubblicato il 16 Giugno 2009 da LadyBella87

 

Quando puoi vivere per sempre

per cosa vivi davvero?

 

LadyBella

 
 
 

Biologia

Post n°6 pubblicato il 27 Maggio 2009 da LadyBella87

 

Quando entrammo in classe, Angela andò a sedersi a un tavolo nero per gli esperimenti, uguale a quello cui ero abituata. Aveva già un compagno. Anzi, tutti i tavoli tranne uno erano occupati. Accanto al corridoio centrale, riconobbi gli strani capelli di Edward Cullen, seduto accanto all'unico posto libero.
Camminando lungo le file di banchi per presentarmi al professore e fargli firmare il modulo, lo tenevo d'occhio, di sottecchi. Quando gli passai accanto, all'improvviso s'irrigidì. Mi fissò ancora una volta, con la più strana delle espressioni sul volto: era ostile, furioso. Guardai subito altrove, sbalordita, rossa di vergogna. Inciampai su un libro e per non cadere fui costretta reggermi a un tavolo. La ragazza seduta lì rise sotto i baffi. Mi ero accorta che i suoi occhi erano neri - neri come il carbone.
Il signor Bunner firmò il modulo e mi diede un libro, senza perdersi in presentazioni.
Sentivo che saremmo andati molto d'accordo. Ovviamente, non avendo scelta, mi fece sedere nell'unico posto libero, al centro dell'aula. Tenni basso lo sguardo, mentre mi accomodavo vicino a lui, ancora scossa dall'occhiata ostile di poco prima.


Non osavo guardarlo, mentre sistemavo il libro sul
 tavolo e mi mettevo a sedere, ma con la coda dell'occhio lo vidi cambiare posizione. Si stava allontanando da me, seduto sul bordo della sedia e voltato dall'altra parte, come per evitare una tremenda puzza. Senza farmi notare, mi annusai i capelli. Profumavano di fragola, come il mio shampoo preferito. Come odore mi sembrava piuttosto innocente. Lasciai cadere i capelli sulla mia spalla destra, a chiudere il sipario tra di noi, e cercai di prestare attenzione all'insegnante.
Purtroppo la lezione era sull'anatomia cellulare, un argomento che avevo già studiato. In ogni caso presi appunti, senza staccare gli occhi dal quaderno.
Non potevo trattenermi dallo sbirciare di tanto in tanto, attraverso la ciocca di capelli, verso lo strano ragazzo che mi era seduto accanto. Non si rilassò nemmeno per un istante durante l'intera lezione e rimase rigido, sull'orlo della sedia, il più lontano possibile da me. Riuscivo a vedere il pugno chiuso appoggiato sulla gamba sinistra, i tendini in tensione sotto la pelle pallida. Non riusciva a rilassare neanche quelli. Teneva le maniche della camicia bianca arrotolate fino al gomito e l'avambraccio che ne spuntava era sorprendentemente sodo e muscoloso. Non era fatto smilzo come mi era sembrato accanto al fratello corpulento.
La lezione pareva durare più delle altre. Era perchè finalmente la giornata stava finendo, o perchè aspettavo che quel pugno si aprisse? Non lo fece; restò sempre talmente immobile che sembrava non respirasse nemmeno. Cosa c'era che non andava? Si comportava sempre così? Ripensai alle malignità di Jessica, a pranzo. Forse non aveva esagerato con il risentimento. Non poteva essere a causa mia. Non sapeva niente di niente di me. Sbirciai di nuovo verso di lui, e me ne pentii. Mi stava ancora squadrando, con gli occhi neri pieni di disprezzo. Mentre mi ritraevo, stretta nella sedia, improvvisamente pensai a quel modo di dire: se gli sguardi potessero uccidere...
In quel momento la campana prese a squillare, io sobbalzai ed Edward Cullen si alzò dal suo posto con un movimento fluido - era molto più alto di quanto avessi immaginato - dandomi le spalle, e prima che chiunque altro avesse lasciato la sedia era già fuori dalla classe.
Io rimasi pietrificata al mio posto, incredula, a guardarlo. Che cattivo. Non era giusto. Iniziai a raccogliere le mie cose lentamente, cercando di arginare la rabbia che mi aveva presa, per non mettermi a piangere. Per qualche motivo, il mio umore e i miei occhi erano legati a doppio filo. Di solito, quando ero arrabbiata piangevo, una reazione umiliante.

 
 
 

La Mensa... seconda parte

Post n°5 pubblicato il 17 Maggio 2009 da LadyBella87

"Si!", concordò Jessica con un'altra risatina. ." Però stanno assieme. Voglio dire Emmett e Rosalie, e Jasper e Alice. E vivono assieme".  Nella sua voce si sentivano tutta l'indignazione e la condanna della cittadina, così almeno sembrava al mio orecchio critico. In realtà, onestamente, dovevo ammettere che anche a Phoenix sarebbe stato un pettegolezzo ghiotto. " Quali sono i Cullen?", chiesi. " Non sembrano parenti... " "Oh, non lo sono. Il dottor Cullen è molto giovane, ha trent'anni, forse meno. Sono tutti figli adottivi. Gli Hale si sono davvero fratello e sorella, gemelli- i due biondi- e sono in affidamento". "Sembrano un pò grandi per essere ancora in affidamento". "Adesso si, Jasper e Rosalie hanno diciotto anni, ma vivono con Mrs Cullen da quando ne hanno otto". " E' davvero un bel gesto... prendersi cura di tutti quei ragazzi, nonostante siano così giovani e tutto il resto". "Direi di si" , ammise Jessica senza troppo entusiasmo, e mi fece intuire che per un motivo o per l'altro il dottore e sua moglie non le piacevano. A giudicare dagli sguardi che lanciava ai loro figli adottivi, doveva essere una questione di gelosia. "Comunque penso che Mrs Cullen non possa avere bambini", aggiunse, come se ciò sminuisse la bontà della signora.
Durante la conversazione, non potevo fare a meno di lanciare continuamente svelte occhiate al tavolo della strana famiglia. Continuavano a guardare il muro senza mangiare.
"Hanno sempre abitato a Forks?", chiesi. Mi sarei certo accorta di loro, durante una delle mie vacanze lì.
"No" , rispose lei, e il tono di voce sottintendeva che la risposta doveva essere ovvia anche per una nuova arrivata come me. "Si sono trasferiti un paio d'anni fa, vengono da qualche posto in Alaska".
Istintivamente provai compassione e sollievo. Compassione perchè, belli com'erano, restavano degli emarginati, chiaramente mal visti. Sollievo perchè non ero l'unica nuova arrivata, nè di certo, e sotto nessun punto di vista, la più interessante.
Mentre li studiavo, il più giovane dei Cullen alzò lo sguardo e incrociò il mio, e stavolta la sua espressione era evidentemente incuriosita. Mi voltai di scatto, e allora mi sembrò di notare che il ragazzo fosse stranamente sorpreso, quasi deluso.
"Chi è quello con i capelli rossicci?", chiesi. Lo sbirciavo con la coda dell'occhio, lui continuava a fissarmi, ma senza squadrarmi come avevano fatto tutti gli altri studenti. La sua espressione era leggermente frustrata. Abbassai di nuovo lo sguardo.
"Si chiama Edward, è uno schianto, ovviamente, ma non sprecareil tuo tempo. Non esce con nessuna. A quanto pare qui non ci sono ragazze abbastanza carine per lui", disse, con aria di disprezzo. La volpe e l'uva. Chissà quando era toccato a lei essere rifiutata. Mi morsi un labbro per non riderle in faccia. Poi guardai di nuovo verso il ragazzo. I suoi occhi erano rivolti altrove, ma le guancie mi parvero alzarsi come se stesse ridendo anche lui.Dopo qualche minuto, i quattro si alzarono da tavola assieme. Tutti si muovevano con una grazia che richiamava l'attenzione, anche il più grosso e nerboruto. Osservarli era fonte di turbamento.  Quello che si chiamava Edward non mi guardò più.

 
 
 

La Mensa... prima parte.

Post n°4 pubblicato il 10 Maggio 2009 da LadyBella87

Fu in quel momento, seduta a pranzo, impegnata a conversare con sette estranei curiosi, che li vidi per la prima volta.Erano seduti nell'angolo più lontano e isolato della mensa. Erano in cinque. Non parlavano e non mangiavano, benchè ognuno di loro avesse di fronte a sè un vassoio pieno di cibo, intatto. Non mi stavano squadrando, a differenza della maggior parte degli altri studenti, perciò potevo osservarli tranquillamente, senza temere di incontrare uno sguardo un pò troppo curioso. Ma non furono questi particolari ad attirare, e catturare, la mia attenzione. Non si somigliavano affatto.

Dei tre ragazzi, uno era grosso, nerboruto come un sollevatore di pesi professionista, i capelli neri e ricci. Uno era più alto e magro, ma comunque muscoloso, biondo miele. Il terzo era smilzo, meno robusto, con i capelli rossicci e spettinati. Sembrava molto più giovane degli altri, che avrebbero potuto anche essere studenti universitari, o addirittura insegnanti. Le ragazze erano sedute di fronte a loro. Quella più alta era statuaria. Il genere di bellezza che si vede nei cataloghi dei costumi da bagno, di quelle che infliggono duri colpi all'autostima delle altre donne. Aveva capelli dorati, che le accarezzavano la schiena con un'onda delicata. La ragazza più bassa era una specie di folletto, magrissima, dai tratti molto delicati. I suoi capelli erano neri corvini, corti e scompigliati. Eppure, c'era qualcosa che li rendeva tutti somiglianti. Ognuno di loro era pallido come il gesso, erano i più pallidi tra tutti gli studenti di quella città senza sole. Più pallidi di me, l'albina. Tutti avevano occhi molto scuri, a dispetto del diverso colore dei capelli, e cerchiati da ombre pesanti, violacee, simili a lividi. Quasi avessero tutti trascorso la notte senza chiudere occhio, o si stessero riprendendo da una rissa. Eppure, il resto dei loro lineamenti era dritto, perfetto, spigoloso.  Ma non era questo il motivo per cui non riuscivo a distogliere lo sguardo. Li fissavo perchè i loro volti, così differenti, così simili, erano tutti di una bellezza devastante, inumana. Erano volti che non ci si aspetterebbe mai di vedere se non, forse, sulle pagine patinate di un giornale di moda. O dipinti da un vecchio maestro sotto fattezze di angeli. Difficile decidere chi fosse il più bello: forse la ragazza bionda e perfetta, forse il ragazzo con i capelli di bronzo. Tutti guardavano altrove, lontano dal loro tavolo, lontano dagli altri studenti, lontano da quasiasi cosa, per quel che potevo capire. Mentre li osservavo, la ragazza minuta si alzò con il vassoio in mano- bibita ancora sigillata, mela senza l'ombra di un morso - e si allontanò con una falcata veloce, aggraziata, da atleta. Meravigliata da quel passo di danza la guardai finchè, rovesciato il contenuto del vassoio nella spazzatura, sparì dalla porta secondaria a una velocità impensabile. Il mio sguardo guizzò di nuovo sugli altri, seduti esattamente come prima.

"

"E quelli chi sono", chiesi alla ragazza della lezione di spagnolo, di cui avevo dimenticato il nome. Mentre lei alzava lo sguardo per capire di chi parlassi - ma forse per il mio tono di voce l'aveva già intuito - lui la guardò, il più magro, il più giovane, quello con l'aria da ragazzino. Osservò la mia vicina per non più di una frazione di secondo, e poi i suoi occhi scuri lampeggiarono nei miei. Distolse lo sguardo all'istante, ancora più in fretta di me, che avvampando dall'imbarazzo, chinai subito il capo. In quella fulminea schermaglia di occhiate, la sua espressione rimase neutra, come se la mia vicina avesse pronunciato il suo nome e lui avesse alzato gli occhi involontariamente, ma già deciso a non rispondere.La ragazza fece una risatina imbarazzata e come me guardò verso il tavolo." Sono EDward e Emmett Cullen, Assieme a Rosalie e Jasper Hale". Quella che se n' è andata era Alice Cullen; vivono tutti assieme al dottor Cullen e sua moglie ,"  disse, con un filo di voce. Guardai di sottecchi quel bel ragazzo, che ora osservava il proprio vassoio e faceva a pezzi una ciambella con le dita lunghe e pallide. La sua bocca si muoveva velocissima, le labbra perfette si aprivano appena. Gli altri tre continuavano a guardare altrove, eppure mi sembrava che stesse parlando, piano, con loro. Nomi strani, poco diffusi, pensai. Nomi da nonni. Ma forse qui andava di moda: nomi da cittadina di provincia? Infine ricordai che la mia vicina si chiamava Jessica, un nome comunissimo. A casa avevo due compagne di classe che si chiamavano Jessica.
"" Sono... molto carini" , mi sforzai di minimizzare, ma non ero credibile.

 
 
 

Regalo di benvenuto

Post n°3 pubblicato il 02 Maggio 2009 da LadyBella87

Il baule  dell'auto della polizia lo conteneva senza problemi.

"Ho trovato una buona macchina per te, un affarone",

mi annunciò, una volta allacciate le cinture.

"Che genere di macchina?".

Il modo in cui aveva detto buona macchina per te,

anzichè buona macchina e basta, mi aveva insospettito.

"Bè in realtàè un pick-up, Un Chevy".

"Dove L'hai trovato?".

"Ti ricordi di Billy Black, quello che sta a La Push?".

La Push è la microscopica riserva indiana sulla costa.

"No".

"Veniva con noi quando andavamo a pescare, d'estate", suggerì Charlie. Ecco perchè non lo ricordavo. Sono molto brava a rimuovere dalla memoria tutte le esperienze dolorose e inutili.

"E' finito sulla sedia a rotelle",

continuò Charlie in assenza di una mia risposta,

"e non può più guidare, perciò mi ha offerto il pick-up

a un prezzo davvero basso".

"Di che anno é?"

. Il repentino cambiamento d'espressione di Charlie mi diceva che questa

era l'ultima domanda  che sperava gli rivolgessi.

"Bè, Billy ha sistemato il motore per bene... ha giusto qualche annetto,

ecco".

Speravo che non mi sottovalutasse tanto da credere di potermi zittire

con una risposta del genere.

"Quando l'ha comprato?".

"Nel 1984, penso".

"Nuovo?". "

Bè, no. Penso che fosse nuovo nei primi anni Sessanta, o al massimo nei

tardi anni Cinquanta", ammise, imbarazzato.

"Char...papà, io di auto non so niente.

Se si rompesse non saprei dove mettere le mani,

e non potrei permettermi un meccanico...".

"Sul serio Bella, quell'aggeggio va alla grande.

Mezzi così robusti non li fabbricano più".

L'aggeggio, pensai tra me e me...

Se non altro come nome soprannome poteva andare.

"Per "prezzo basso" cosa intendi?"

In fin dei conti, sui soldi non potevo scendere a compromessi. 

"Bè, cara, più o meno te l'ho già comprato. Come regalo di benvenuto".

Charlie mi guardo di sottecchi, con aria speranzosa.

Evviva. Gratis.

"Non ce n'era bisogno, papà.

Mi sarei comprata una macchina con i miei soldi".

"Non m'interessa. Voglio che qui tu sia felice".

Quando pronunciò queste parole aveva gli occhi fissi sulla strada.

Charlie  non era mai a suo agio nell'esprimere i propri sentimenti ad

alta voce. Quel tratto l'ho ereditato da lui.

Perciò anch'io guardavo di fronte a me, quando gli risposi.

"E' un bellissimo pensiero, papà. Grazie. Mi fa davvero piacere".

 

LadyBella

 
 
 
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