Creato da: Luke79TO il 25/05/2006
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BUONGIORNO OLIMPICO...

Post n°185 pubblicato il 13 Agosto 2008 da Luke79TO

Il sesso forte


Sono contento di essere un connazionale di Valentina Vezzali perché
ieri mi ha fatto piangere. E’ successo quando, con quella faccia
spalancata da italiana svelta ma non furbetta, ha dedicato la sua terza
vittoria olimpica al maestro di scherma che la educò e che in cielo, ha
spiegato lei, si stava sicuramente grattando i baffi per la
soddisfazione.


Poi, ma lì avevo già un fazzolettino sugli occhi e la sentivo soltanto,
all’intervistatore che le chiedeva un messaggio per gli italiani
spolpati dalla crisi economica, la fiorettista più grande di tutti i
tempi ha risposto: «L’importante non è portare i colpi, ma reagire a
quelli che si ricevono». Prendano nota i catastrofisti, i lagnosi, gli
assuefatti al peggio. Ciò che distingue i fuoriclasse dagli atleti
normali è che nell’istante in cui stanno per perdere essi estraggono
dal cuore la magia che li farà vincere. Ma ciò che distingue anche il
meno atletico degli umani da una patata lessa è sempre la capacità di
rimontare. Di adattarsi ai colpi della vita come se fossero quelli di
una schermitrice coreana, che va lasciata sfogare in santa pace prima
di infilzarla in contropiede.


Sono contento di essere un connazionale di Giulia Quintavalle perché
ieri mi ha fatto ridere. E’ successo quando la prima judoka italiana a
vincere l’oro in un’Olimpiade si è messa a ballare l’inno di Mameli,
saltellando sul podio con la medaglia che le sbatteva da una parte
all’altra del collo come un pendolo. Fino a metà mattina ignoravo la
sua esistenza. Poi l’ho vista dentro un kimono azzurro, contorcersi sul
tatami dopo una botta al gomito. Le telecamere avevano inquadrato il
gomito e io avevo pensato: questa si ritira. Dopo però le avevano
inquadrato gli occhi. Erano di bragia e ho immediatamente cambiato
pensiero: questa il gomito piuttosto se lo mangia, ma non scenderà da
quel tappeto finché le altre non la buttano fuori a calci. Infatti le
ha buttate fuori lei.


Sono contento di essere un connazionale di Federica Pellegrini perché
ieri l’avrei inseguita volentieri con un fiore. Un fiore a forma di
bastone. Mi aveva fatto mettere la sveglia alle cinque del mattino solo
per scoprire che la cavallina abituata a nuotare con il paraocchi,
senza mai nemmeno considerare la presenza intorno alla sua corsia delle
avversarie, si era invece lasciata trascinare in una gara tattica e
ovviamente l’aveva persa, annegando il suo furore rattrappito nelle
retrovie. Ma sono ancor più contento di essere un suo connazionale
perché nel pomeriggio un bastone a forma di fiore me lo avrebbe tirato
in testa lei, dopo una dimostrazione di carattere che lascia senza
fiato: un primato del mondo stabilito a poche ore di distanza dalla
delusione più cocente della sua carriera. Guai se adesso si ritoglie il
paraocchi, però.


Sono contento di essere un connazionale acquisito di Tai Aguero perché
ieri sono cascato per terra insieme al pallone della sua ultima
schiacciata contro il Kazakistan e mi sono rialzato con le compagne di
squadra che la soffocavano di abbracci. Bisogna avere dentro qualcosa
di speciale per reggere lo sconquasso emotivo di una madre che ti sta
morendo in una patria lontana mentre tu sei all’Olimpiade, il traguardo
della vita, e cerchi lo stesso di raggiungerla, ma a Cuba si degnano di
darti il visto d’ingresso quando lei ormai se n’è andata. Bisogna
davvero averlo, questo qualcosa, per rimetterti la tuta e riprendere a
saltare e picchiare, picchiare e saltare, come se niente fosse, anche
se quel niente è tutto.


Valentina, Giulia, Federica, Tai. Sono contento di essere un
connazionale, maschio, di quattro femmine così. Femmine con dei valori
che non sono soltanto quelli quotati (sempre meno) in Borsa. Femmine
che non si lamentano e non si rassegnano. E non lamentandosi e non
rassegnandosi, indicano a noi, maschi e femmine, la strada. Ricordate
la poesia If di Kipling? «Se saprai assistere alla distruzione di ciò
per cui hai dato la vita e, chino, ricominciare con i frantumi rimasti.
Se saprai forzare il tuo cuore e i tuoi tendini affinché ti servano
anche se sono già sfiniti, tuo sarà il mondo e quanto esso contiene. E
quel che più conta tu sarai finalmente un uomo». Ma ieri ho capito che
Kipling intendeva dire: «una donna».


(M. Gramellini 
8/08/08)

 
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